martedì 30 giugno 2009

Termini Imerese non ci sta








La decisione di Marchionne di un piano di riconversione a partire dal 2012 ha scatenato le vivide proteste dei lavoratori dello stabilimento. (La Stampa). Una decisione, quella dell'amministratore delegato della Fiat, che preannuncia la chiusura. Già qualche giorno fa Marchionne si era espresso in modo da lasciare pochi dubbi sul destino dello stabilimento pianificato dai vertici della Casa torinese: “non ha una ragione di esistere” aveva detto (AGI).

Adesso gli operai proclamano sciopero e bloccano la stazione e un tratto dell'autostrada Palermo-Catania per distribuire volantini. Il segretario della Cgil Epifani giudica “del tutto inopportune” le parole di Marchionne.

I lavoratori siciliani vedono così profilarsi all'orizzonte una decisione che era già nell'aria. Da tempo Termini Imerese, assieme a Pomigliano, era uno dei siti ipotizzati per la chiusura. E già si è consumata la fine di Imola.

Qualcuno ricorderà i tempi dell'accordo, concluso, con Crysler, e, quello solo tentato, con Opel. Allora il governo e la stampa avevano osannato la Fiat alla conquista del mondo e le magnifiche sorti e progressive dell'espansione dell'industria italiana.

Quando la Fiom e gli operai paventavano il rischio di chiusura di stabilimenti in Italia (e tra questi c'era, guarda caso, proprio Termini Imerese) tutti li avevano biasimati come dei disfattisti che osano opporsi alla inarrestabile avanzata del progresso.

Eppure Il Presidente americano Obama e la cancelliera tedesca Merkel si erano preoccupati per i posti di lavoro del loro paese, hanno incontrato Marchionne esigendo il mantenimento del livello occupazionale. Il governo italiano invece, da un lato, con un sospetto fatalismo, aveva detto di non poter intervenire. Dall'altro, con una patetica letterina di Scajola, tentava di salvare la faccia davanti a stampa e televisioni. Ma come facevano, allora, ad essere tanto sicuri che la Fiat non avrebbe chiuso alcuno stabilimento? Il consenso è importante per questo governo e così cercava di mettere a tacere, spalleggiato abilmente da Marchionne che non voleva scioperi proprio durante l'accordo con Crysler, le voci delle Cassandre che annunciavano la probabile chiusura.

Come volevasi dimostrare. Ancora una volta le promesse del governo e degli industriali si sono dimostrate per quello che valgono. La passività dell'esecutivo (che ama definirsi “governo del fare”!!) ha prodotto i prevedibili risultati.

La Fiat ha avuto tanto dallo Stato italiano e continua ad avere tanto. Ma di fronte al lasseiz faire dei Pilato della maggioranza, Marchionne, ha capito, da buon manager, che poteva osare di più. Continuare a prendere senza dare. Prendere finanziamenti pubblici senza dare alcuna garanzia ai lavoratori, né sui livelli occupazionali né sui salari.

E adesso le proteste degli operai sono inevitabili. Una decisione del genere non può che rendere una polveriera, potenzialmente a rischio di esplodere, tutto le aziende dell'indotto siciliano, e tutte le altre a rischio.

Mai come adesso è necessaria l'unità di tutti i lavoratori e se Fiat e governo vogliono la lotta, che lotta sia.

giovedì 25 giugno 2009

La censura informatica del governo

Giampiero D'Alia
Tra l'indifferenza generale di tv e stampa si profila sempre più il tentativo di imbavagliare l'informazione, questa volta non solo di televisione e giornali, ma anche della Rete. Con un emendamento al pacchetto sicurezza – che già ledeva di per sé diritti fondamentali come quello alle cure per gli immigrati irregolari – del senatore D'Alia dell'UDC (cioè di un partito che in teoria dovrebbe fare opposizione al governo) approvato al Senato, si prevede la possibilità da parte di un provider di oscurare un blog se questo è dedito ad “attività di apologia o di istigazione a delinquere” cioè all'invito a disobbedire a una legge. Quella che in altri tempi (migliori) si chiamava “disobbedienza civile”. Se io voglio oppormi a una legge ingiusta ho il diritto di farlo anche non rispettandola.
Secondo la norma il Ministro dell'Interno può imporre ai provider l'interruzione del blog.
La violazione prevede una sanzione amministrativa da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Pene, quindi, severissime.
Questo provvedimento va a colpire proprio l'unico media non sottoposto al controllo del governo.
Un fatto veramente sospetto, se si pensa che questa mannaia sull'informazione in internet avviene proprio in seguito allo scandalo che vede coinvolto il Presidente del Consiglio e che aveva trovato nella Rete un'ampia cassa di risonanza, anzi, forse l'unica possibile. E, in particolare, arriva contemporaneamente alle norme che costringono il personale medico e sanitario a denunciare gli immigrati irregolari che ricorrono alle cure ospedaliere, contenute nello stesso pacchetto sicurezza, e che molti medici e infermieri hanno dichiarato di non voler rispettare. La protesta ha avuto diffusione su numerosi blog e siti internet. Una protesta evidentemente pericolosa per un governo razzista e autoriatario, che ha deciso di ricorrere in questo modo ai ripari.
Si tratta di qualcosa da non sottovalutare, dato che la mannaia governativa si abbatterebbe proprio sull'unico mezzo di informazione non sottoposto a censura.
Tuttavia le potenzialità di internet sono diverse, e per certi versi superiori, a quelle dei media tradizionali. Un conto è tenere sotto controllo una decina di giornali o sei reti televisive. Altro discorso è invece avere a che fare con centinaia di migliaia di blog.
Per aprire un giornale o fondare una televisione sono necessarie ingenti risorse. Per aprire un blog serve soltanto la volontà di farlo ed è possibile in modo del tutto gratuito diffonderne in contenuti presso un pubblico potenzialmente illimitato.
Contro la nuova versione del Minculpop per i bloggers italiani che si occupano di controinformazione è necessario restare uniti a difendere la libertà di espressione senza lasciarsi intimidire dalla campagna repressiva di personaggi magari avvezzi all'esercizio del potere e all'applicazione di metodi coercitivi, ma che non hanno certo dimostrato di essere dei grandi conoscitori del mezzo informatico.
La resistenza della Rete può essere molto più efficace di quello che si possa pensare.

mercoledì 24 giugno 2009

Il rap della vergogna


Con questo orribile, crudele e psicotico manifesto viene pubblicizzato il concerto del rapper italiano noyz narcos. Come si può chiaramente vedere viene mostrata una donna stuprata e massacrata. Questo è il modo in cui l'industria culturale considera le donne. Arriva al punto di istigare persino alla violenza.
Il manifesto è una chiara istigazione di reato, punibile dal codice penale. Invito tutti a scrivere all'indirizzo
initroma@yahoo.it per chiedere il ritiro di questa vergognosa rappresentazione e l'annullamento dell'evento musicale.

Link:
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2009/06/24/il-rapper-italiano-e-il-manifesto-sessista
Aggiornamento.
Mi è arrivata una e-mail di risposta dall'INIT Club che ha organizzato l'evento:
"L' intero staff dell'INIT. Club,
dalla direzione artistica, ai responsabili di produzione, agli addetti al bar, all'ufficio stampa, ai fonici, al webmaster e a chiunque lavori per il nostro locale,
si dissocia unanimamente dalla SCURRILE E IRRISPETTOSA INADEGUATEZZA di alcuni manifesti che stanno circolando in relazione ad un concerto che si terrà da noi il giorno 25 di giugno e ci tiene a precisare che la locandina che sta girando in questi giorni non è , chiaramente, di nostra creazione, bensì del gruppo in questione.
Invitiamo chiunque voglia manifestare il proprio dissenso a venire al club il giorno giovedi 25 giugno (in forma pacifica).I microfoni sul palco saranno a disposizione per esprimere pubblicamente ed ufficialmente il proprio dissenso dalle immagini usate dal gruppo per la promozione, nonostante il nostro invito a non far circolare una locandina del genere.
A chi ci sta chiedendo di sospendere il concerto ricordiamo che i musicisti in questione hanno suonato in molti club, prima di arrivare a promuovere una loro uscita discografica all'Init. e che nessuno prima d'ora aveva mai chiesto a nessuno di questi club di sospendere il concerto.
Precisiamo che non è di facile attuazione il controllo di tutto il materiale pubblicitario che circola per la promozione degli eventi in programma nel club, soprattutto per gli eventi che non sono direttamente curati da noi.
INIT
".

martedì 23 giugno 2009

La scuola della Gelmini: privata e autoritaria


Il Ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini continua nel suo disegno di destrutturazione della scuola pubblica.
Tutto è cominciato con una riforma sciagurata che taglia i posti di lavoro diminuendo il numero dei docenti, riduce drasticamente i finanziamenti all'istruzione pubblica e permette la privatizzazione delle università.
Qualche giorno fa il Ministro ha dichiarato: “voglio che tutti abbiano il diritto di scegliere se andare alla scuola pubblica o alla scuola paritaria. Quindi, siccome le scuole paritarie costano, sto pensando a una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus a chi vuole frequentarle” (
asca). L'intento quindi è quello di trasferire risorse dalle strutture dello Stato a quello private, andando così verso una sostanziale privatizzazione dell'istruzione.
Tutto questo viene coniugato con una buona dose di autoritarismo gentiliano. Innanzitutto c'è stata la riduzione dei maestri elementari e la reintroduzione del maestro unico, un provvedimento biasimato da qualsiasi pedagogista e che va a colpire proprio il fiore all'occhiello della scuola italiana, cioè l'istruzione elementare. Un provvedimento frutto di un'ideologia paternalistica, che considera l'educazione tutta incentrato sulla figura autoritaria del maestro unico.
A questo bisogna aggiungere le decisioni sul voto in condotta, che se insufficiente può portare alla bocciatura dello studente. Ciò viene giustificato con il contrasto al “bullismo”. Ma più che ai bulli andrà a colpire quei ragazzi esuberanti che si trovano in ogni classe. Anche lo studente più brillante potrebbe essere bocciato per qualche irrequietezza di troppo. Un chiaro segnale da parte del governo, che vuole tutti sull'attenti, a cominciare dai ragazzi nelle scuole.
Già col Decreto Gelmini che tagliava consistentemente le risorse alla scuola pubblica, in maniera forse senza precedenti nella scuola repubblicana, veniva risparmiata da questi tagli l'istruzione privata. Il governo ha fatto finta di intervenire anche su quella, ma dopo il diktat dei vescovi ha fatto subito marcia indietro. Un comportamento che ha mostrato subito la fedeltà e la subalternità che questo governo ha nei confronti del Vaticano, e la totale mancanza di rispetto per il volere popolare. Non è bastata, infatti, una protesta studentesca, come non si era mai vista dal '68, a far retrocedere il Ministro. È bastato invece un colpo di tosse dell corpo ecclesiastico perché abbandonasse l'idea di intaccare anche solo impercettibilmente i privilegi della Curia.
Poi, negli ultimi giorni, la stangata finale, l'annuncio dell'incremento ulteriore dei finanziamenti alla scuola privata. In un modo indiretto, cioè incentivando chi decide di frequentarla, ma molto efficace, perché ciò farà aumentare le iscrizioni e quindi anche le rette. Quindi i profitti per l'apparato capitalistico del Vaticano.
La Gelmini utilizza le pessime condizioni della scuola pubblica per giustificare il finanziamento a quella privata (che comunque nonostante tutto non offre un'istruzione migliore). Ma a queste pessime condizioni ha provveduto il suo stesso governo, assieme a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni e che hanno sostenuto tagli consistenti all'istruzione statale.
La Costituzione stabilisce il diritto di tutti, indistintamente, all'istruzione. Invece, quella che si vuole creare oggi è una scuola di classe, per soli ricchi, lasciando le briciole ai ceti più poveri.
La Gelmini dice di voler dare “il diritto di scegliere” con questo “bonus” alla scuola privata. Ma questo diritto è cancellato dalle sue stesse decisioni, dalla scelta di penalizzare l'istruzione dello Stato, e quindi del popolo italiano, a scapito dell'educazione della classe dominante, della ricca borghesia. Sarebbe stato assicurato, al contrario, dal potenziamento delle strutture pubbliche e dalla polivalenza della scelta formativa all'interno di queste stesse strutture pubbliche. Invece si è andati nella direzione esattamente opposta. Si è colpita l'istruzione pubblica e si è imposto un modello autoritario e fisso di formazione, rendendo impossibile di fatto allo studente scegliere tra diversi percorsi formativi.
Incentivando la frequentazione di istituti privati non si dà nessun diritto di scegliere. Per una elementare legge del mercato, se si fa aumentare la domanda di un servizio, il costo di quel servizio sale. Proprio ciò che si è fatto, sia penalizzando il modello universalistico dell'istruzione, sia privilegiando quello classista. Non appena le scuole private, spesso cattoliche, vedranno aumentare le iscrizioni, aumenteranno le rette. Questo modello tende quindi sempre più ad escludere la classe media da una adeguata educazione, laddove le classi più povere erano già da tempo penalizzate, e riconvertendo un diritto generalizzato di qualsiasi studente, in un privilegio di elite. Ne viene fuori una scuola che discrimina tra studenti ricchi e studenti poveri, studenti più capaci e studenti meno capaci, studenti disagiati e studenti integrati.
Ciò ubbidisce a un chiaro disegno egemonico dei poteri economici ed ecclesiastici: estendere il loro controllo sull'apparato educativo espropriando i figli della classe lavoratrice e degli strati più poveri del diritto all'istruzione, per renderlo monopolio esclusivo dei ricchi e dei potenti.

lunedì 22 giugno 2009

Lasciate in pace l'Iran


Dopo la vittoria di Ahmadinejad e la sconfitta del “riformista” Moussavi, il governo americano, assieme all'Europa, si è scatenato in una forte campagna di delegittimazione del voto iraniano.
Questa campagna è stata diffusa dai media occidentali, che hanno avallato l'idea dei brogli contro Moussavi. L'opposizione è scesa in piazza per protestare contro queste presunte irregolarità, e le televisioni in Occidente vi hanno dato ampio risalto.
Tutti sembrano assolutamente convinti che le elezioni iraniane non si siano svolte in modo regolare.
Eppure dei sondaggisti americani avevano prima del voto realizzato un sondaggio che vedeva Ahmadinejad in netto vantaggio sull'avversario
(ANSA).
Del resto l'ampia maggioranza della popolazione iraniana aveva già in precedenza manifestato il suo appoggio per l'attuale presidente. La maggior parte degli iraniani vive in una condizione di povertà, non ha accesso all'istruzione e alle cure sanitarie. In questo contesto Ahmadinejad è stato l'unico tra i leader politici ad essersi interessato alle condizioni delle classi povere. Ha sostenuto una politica di redistribuzione e ha nazionalizzato le risorse energetiche. È normale che questo non piaccia a Washington, che sul petrolio iraniano ha sempre fatto grandi affari. È normale che questo non piaccia ai ceti agiati e alla ricca borghesia, sempre favorita in passato dalle politiche fiscali.
Sono soprattutto i ceti colti e benestanti ad appoggiare Moussavi. Sono loro ad essere scesi in piazza e a manifestare per le libertà civili. Dunque una minoranza. Ed è ovvio che sia così, perché la parte povera della popolazione non ha certo il tempo per pensare ai grandi ideali, mentre il problema principale è spesso la sopravvivenza.
Ahmadinejad ha portato avanti una politica di indipendenza dalle grandi potenze. Questo, Usa e Europa non glielo hanno perdonato. Hanno usato la questione del nucleare iraniano per imporre sanzioni a un popolo già provato, e che tenta ora faticosamente di scrollarsi di dosso il neocolonialismo occidentale. Ma di fronte a questa legittima esigenza i grandi difensori delle libertà civili sembrano sordi. Perché l'Iran dovrebbe essere privato del nucleare, mentre Israele, un paese che ha più volte manifestato la sua pericolosità militare e il suo furore bellico (ai danni dei palestinesi) molto più dell'Iran, può ampiamente disporne? Forse perché il miglior alleato degli Stati Uniti rischierebbe di perdere la supremazia geopolitica nel Medioriente?
È vero, Ahmadinejad usa dei metodi repressivi e una politica autoritaria spesso non rispettosa dei diritti umani. Ma dov'erano questi paladini della libertà quando erano gli Stati Uniti a rovesciare il governo democratico di Mossadeq per insediare quello autoritario dello Shah di Persia? Dov'erano quando foraggiavano un dittatore tra i più sanguinari, Saddam Hussein, ben peggiore di Ahmadinejad (il quale almeno è stato eletto) per opporsi alla rivoluzione iraniana?
Le accuse che si rivolgono ora ad Ahmadinejad, certo non potevano valere per Mossadeq, il quale passò tutto il resto della sua vita agli arresti, senza che nessun ardente paladino dei diritti umani muovesse un dito. La questione dei diritti civili e della democrazia per gli occidentali è in realtà solo un pretesto per far valere i propri interessi egemonici in Medioriente. Come allora rovesciarono Mossadeq che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere, con l'appoggio della ricca borghesia che aveva visto con fastidio la redistribuzione del reddito, così oggi cercano di fare la stessa cosa con Ahmadinejad.
Il colmo è che per farlo non si servono di un politico integerrimo, ma di un arrugginito Moussavi, già Primo Ministro, che non può certo vantare nei suoi anni di governo una condotta irreprensibile. Egli infatti è stato coinvolto nello scandalo Iran-Contras nell'86, in cui gli americani vendettero armi all'Iran (proprio a uno stato oggi definito “canaglia”) per finanziare il colpo di stato contro la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Questo è Moussavi, il difensore dei diritti civili, il grande idealista.
I presunti brogli sono solo un pretesto per cercare di rovesciare un presidente democraticamente eletto, piaccia o non piaccia.
I media dalle nostre parti hanno parlato di una “rivoluzione” che sarebbe in atto in Iran. Ma di quale rivoluzione parlano? Una rivoluzione non si fa senza il popolo e il popolo sta dalla parte di Ahmadinejad, o quanto meno certo non da quella di Moussavi. Quest'ultimo è appoggiato solo da una minoranza ricca e privilegiata. È sostenuto dalla CIA, che vuole conservare il dominio americano in quell'area geografica.
Mettiamoci bene in testa una cosa. I governi, soprattutto a livello internazionale, non agiscono per “esportare la democrazia”, o per qualche nobile ideale, il quale è semmai solo una copertura. La vera ragione del loro intervento è quella di preservare interessi economici e geopolitici. Gli Usa e l'Europa non cercano di difendere dei principi umanitari con un improbabile candidato, ma di perpetuare una politica imperialista, in continuità con quanto hanno fatto in passato. Non illudiamoci. Tra Bush e Obama su questo terreno c'è ben poca differenza. Molti dei più stretti collaboratori dell'attuale presidente americano sono gli stessi che fecero parte del governo Clinton. Il Segretario di Stato è Hillary Clinton, che ha suo tempo votò a favore della guerra in Iraq. Obama è stato il candidato che ha ottenuto i più cospicui finanziamenti da parte delle multinazionali.
Non sono certo gli Stati Uniti, la Nato e un'Europa succube dell'atlantismo incondizionato a diffondere la libertà nel mondo.
Può farlo invece soltanto la lotta dei popoli oppressi contro l'imperialismo occidentale, una lotta che vede il popolo iraniano in prima fila.

domenica 21 giugno 2009

Contro il referendum fascista


Il referendum che si tiene oggi e domani propone di modificare la legge elettorale attualmente in vigore. Quest'ultima prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per la coalizione che ha ottenuto più voti.
Se vincessero i sì la legge verrebbe cambiata e il premio di maggioranza anziché alla coalizione verrebbe assegnato alla lista con più voti.
Questo è un sistema illegittimo e anti-democratico per tutta una serie di ragioni:




  1. Essendo il premio di maggioranza assegnato alla lista e non più alla colazione, un partito senza avere la maggioranza assoluta potrebbe ottenere il 55% dei seggi. Cioè se il partito più grande ottenesse il 35% dei voti, non otterrebbe il 35% dei seggi, come prevede l'attuale legge (più, ovviamente, il premio di maggioranza, se la sua coalizione vincesse, ripartito tra tutti i partiti della coalizione) ma la maggioranza assoluta. È come se il 20% dei voti fosse trasferito dalle altre liste a quella maggiore.
    Questo significa che a governare sarebbe una minoranza, per la prima volta dal dopoguerra ad oggi.


  2. Il sistema che ne verrebbe fuori rischierebbe fortemente di non rappresentare gli effettivi rapporti di forza: infatti basterebbe che un partito ottenesse la maggioranza relativa, superando anche di pochi voti il rivale più competitivo, che scatterebbe la regola che gli permetterebbe di conquistare il 55% dei seggi. Se ad esempio il primo partito ottenesse il 35% e il secondo il 34, con un divario così piccolo, il primo otterrebbe la maggioranza assoluta, prendendo il 21% di seggi in più del suo avversario, pur avendo preso appena l'1% in più di voti.


  3. Poiché è la lista singola che può governare, senza rendere possibili coalizioni, sarebbero favoriti i due partiti più grandi, cioè gli unici che di fatto possono aspirare al premio di maggioranza. Al contrario gli altri verrebbero penalizzati. Se si considera infatti che il 55% dei seggi spetterebbe di diritto ad un solo partito, resterebbe un 45% di seggi da ripartire tra tutte le altre forze d'opposizione. Di questo 45%, si può pensare, stando ai risultati delle ultime elezioni europee, che un 26% andrebbe al primo partito d'opposizione. Alle altre liste toccherebbe spartirsi il rimanente misero 19. Se si considera che esiste una soglia di sbarramento al 4% ne risulta che le opposizioni sarebbero fortemente penalizzate.


  4. È ipotizzabile che l'effetto politico di questo referendum, se avesse successo, sarebbe quello di rafforzare, anche in termini di voti, i due partiti maggiori. Gli elettori infatti tenderebbero a far convergere il loro voto sui due partiti, l'uno di centrodestra l'altro di centrosinistra, che avrebbero maggiori possibilità di raggiungere il premio di maggioranza, essendo tutti gli altri, di fatto, tagliati fuori. Il sistema quindi tenderebbe a diventare bipartitico, ma non per una preferenza degli elettori, bensì come conseguenza politica, non voluta dall'elettorato, del metodo di assegnazione dei seggi.


  5. Per sperare di raggiungere il premio di maggioranza, superando l'avversario anche solo di una manciata di voti, che consentirebbe di avere comunque una maggioranza stabile, tutti i partiti avrebbero l'interesse ad unirsi in due sole liste contrapposte. In questo modo potrebbero evitare, da un lato le liste minori, di essere esautorate, dall'altro consentirebbe a quelle maggiori di aspirare alla vittoria e anche in caso di sconfitta di ottenere comunque il 45% dei seggi come opposizione.
    Questo spingerebbe tutti a creare due listoni, disomogenei e senza alcuna coerenza interna. Non solo, ma questo permetterebbe anche a partiti che ora non superano la soglia di sbarramento, di rientrare, di fatto, anche se sotto un altro simbolo, in parlamento. In altre parole ci sarebbero tanti partiti confusi all'interno di due soli gruppi parlamentari.


  6. Se si considerano le elezioni europee come riferimento cronologicamente più attendibile per valutare i rapporti di forza, se vincessero i sì, si creerebbe una situazione del tutto anomala, nella storia dell'Italia repubblicana. Infatti il Pdl, otterrebbe il 55% dei seggi, per il meccanismo del premio di maggioranza. La Lega il 10. Ovvero l'attuale maggioranza di governo avrebbe in totale il 65% dei seggi, poco meno dei due terzi, monopolizzando così l'assemblea, pur rappresentando meno del 50% dei votanti. Se si considera anche che i due terzi sono il quorum necessario in parlamento per cambiare la Costituzione, ci si può rendere conto facilmente che una sola parte politica, e per giunta una minoranza, avrebbe il potere e la facoltà di cambiare la Carta Costituzionale, le regole fondanti del nostro Paese.
    Nel 1923 la legge Acerbo assegnava alla lista maggiore il 66% dei seggi. Il listone a cui, oltre ai fascisti, aderivano liberali e popolari, ottenne questa amplissima maggioranza. Da questo avvenimento cominciò l'ascesa del fascismo e la deriva autoritaria dello stato.
    Quella promossa dal referendum è una legge simile, che così stando le cose, assegnerebbe il 65% dei seggi alla attuale maggioranza di governo, solo l'1% in meno della Legge Acerbo. Ma in teoria potrebbero anche essere di più se i partiti alleati con quello maggiore (in questo caso la Lega) ottenessero un risultato nel complesso superiore all'11%.
    In altre parole ci sarebbero tutte le premesse istituzionali per una dittatura vera e propria.

Ma perché allora i referendari sostengono questa proposta? Le loro argomentazioni prendono le mosse dall'intento di assicurare alcuni obiettivi. Essi sono: la stabilità della maggioranza di governo; l'eliminazione della frammentazione dei partiti; Il maggior controllo dell'elettore sui propri candidati.




  1. Per quanto riguarda il primo punto, il tentativo di assicurare maggioranze stabili, c'è da dire che la proposta dei referendari arriva in ritardo. Nata in un momento politico di un governo traballante, giunge agli elettori in un momento in cui c'è un governo saldamente al potere, con una maggioranza solida, addirittura fin troppo solida. Dunque si può dire che questa esigenza sia ormai superata, e che semmai se nei crei una opposta: quella di limitare il potere dei governi ed evitare che questi prendano il sopravvento sul parlamento. Con la proposta referendaria la maggioranza ne uscirebbe ancor più rafforzata, abolendo di fatto la possibilità per il parlamento di sfiduciare il governo (dovrebbero dare il voto negativo il 15% dei parlamentari di maggioranza più tutta l'opposizione!) e venendo a mancare uno degli assi portanti dell'ordinamento costituzionale delle istituzioni.


  2. La frammentazione dei partiti che si dice di voler contrastare, in realtà è già stata eliminata dalla legge in vigore. Attualmente siedono in parlamento solo 5 gruppi parlamentari, un caso unico nella storia politica italiana (salvo durante il fascismo) come in Germania, meno che in Olanda e in Francia. Peraltro è abbastanza originale pensare di contrastare la frammentazione con un premio di maggioranza. Semmai lo si può fare con uno sbarramento, che è quanto ha fatto l'attuale legge elettorale, pur con tutti i suoi enormi limiti e con le sue palesi incongruità.


  3. I referendari dicono di voler limitare il controllo dei partiti e delle dirigenze politiche sui candidati e aumentare quello degli elettori. Eppure non c'è in nessuno dei tre quesiti la possibilità di reintrodurre l'unica cosa che avrebbe dato questo potere ai cittadini: la preferenza. L'unico modo per assicurare un rapporto chiaro tra elettori ed eletti è permettere agli elettori di scegliere il proprio candidato. L'attuale legge elettorale invece non lo consente, lasciando ai votanti la sola possibilità di scegliere la lista.
    Invece il referendum propone di eliminare le candidature multiple, cioè la possibilità per uno stesso candidato di presentarsi in più collegi. Che è un modo decisamente singolare per restituire al popolo la sua sovranità: se due votanti di diversi collegi volessero votare per lo stesso candidato, non si capisce perché non potrebbero farlo. Certo, perché ciò avvenisse dovrebbero potere esprimere almeno una preferenza.

Da quanto detto dovrebbe essere ormai chiaro che la proposta referendaria non solo non è in grado di raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati, ma genera degli effetti nefasti e persino fatali per le istituzioni democratiche, riducendo l'opposizione a un ruolo marginale, permettendo a una minoranza di governare e spianando la strada, se la storia non mente, a una dittatura.
Perché il referendum sia valido è necessario che votino almeno il 50% degli aventi diritto. Perciò è importante astenersi, per far fallire questa proposta sciagurata. Andando a votare invece, anche se si votasse no, si contribuirebbe al raggiungimento del quorum, favorendo la potenziale vittoria dei sì, sostenuti dai due partiti maggiori. Poiché l'affluenza dovrebbe essere in calo rispetto alle precedenti elezioni amministrative, è opportuno favorire questa tendenza e sbarrare la strada alla deriva fascistoide.
La legge ora in vigore è certo un pessima legge, ma sicuramente migliore di quella che verrebbe fuori da una vittoria dei referendari. Questo è un altro motivo per astenersi: votare sì significa firmare la condanna a morte per la già compromessa democrazia italiana. Votare no significa affermare che la legge vigente va bene così com'è, e neanche questo è utile. L'unica strada è l'astensione, per dichiarare la propria contrarietà ad entrambe, ma dando la precedenza al “male minore” ed escludendo l'eventualità di una riproposizione della legge Acerbo.

venerdì 19 giugno 2009

L'utilizzatore finale



Viviamo in una società in cui il corpo della donna è usato per scopi politici, economici, in generale egemonici; questo abuso lo si giustifica con una apparente “libertà di espressione” di fatto inesistente.


Dopo le recenti accuse che vedono coinvolto il Presidente del Consiglio per uno scandalo di sesso a pagamento il suo avvocato Christian Ghedini, nonché parlamentare del PdL, ha difeso Berlusconi dicendo che egli non avrebbe commesso reato essendo soltanto (soltanto?) “l'utilizzatore finale”.
Ne si evince una concezione della donna del tutto improntata al dominio maschilista e, in sostanza, patriarcale. La donna è un semplice oggetto da “utilizzare” e chi ne approfitta è un semplice “utilizzatore” come può essere utilizzatore chi guida un'automobile.
Questa concezione è stata più volte adoperata dalla classe al potere per costruire un consenso impulsivo e irrazionale, per mezzo dei media che veicolano un'immagine “disponibile” della donna, di un corpo femminile pronto a soddisfare il desiderio, di potere più che di eros, dell'uomo padrone.
“Le donne sono tutte puttane” Questa è la frase ricorrente, se non esplicitamente dichiarata sicuramente sottintesa, in ambienti fortemente monopolizzati dalla cultura maschilista, buttata spesso nella mischia da discorsi apparentemente banali e futili, fatta passare come innocua goliardata, ma che in realtà rivela una forma mentis del tutto impostata allo sfruttamento del corpo femminile e della sua immagine edulcorata dai media.
Le pubblicità di note marche di diversi prodotti espongono un corpo femminile languido e offerente, abbandonato allo sguardo maschile. Con i prodotti spazzatura dell'industria culturale che popolano le televisioni, dalle commedie sentimentali ai varietà, con un'abbondante dose di gusto kitsch, viene fatta passare l'idea di una donna sempre a disposizione delle esigenze dell'uomo, siano queste sessuali, professionali o comunicative. Le strategie di marketing e di promozione del prodotto sono tutte legate per lo più alla esibizione dell'immagine fruibile della donna.
Quello che viene fatto passare per “pansessualismo” è in realtà il desiderio di possesso assoluto della donna, un desiderio che ha poco a che fare con la sessualità, seppure questa è il veicolo attraverso cui questo desiderio si manifesta, ma che è invece legato ad esigenze di dominio di classe.
Attraverso il corpo femminile si comunica una strategia vincente, perché si offre una immagine di sé di padrone, di dominatore. Con questa strategia si può conquistare il potere politico e, prima ancora, quello economico.
Certo, l'egemonia maschile è un retaggio di una civiltà pre-borghese e patriarcale, una società di stampo feudale e familistico. Ma questo retaggio non è indipendente da quelli che sono i nuovi strumenti di dominio, il dominio delle società moderna. Un simile pregiudizio, una simile persistenza culturale che non risponde più in automatico a mutati rapporti di produzione, sopravvive e prolifica nonostante tutto, e può prolificare perché viene mantenuto in vita ed aizzato dai nuovi padroni della Proprietà e dello Stato per i propri interessi.
L'ideologia è fondamentale per consolidare un dominio che poggia su basi materiali e di classe. Perché ad agire per gli interessi dominanti non sia solo la ristretta cerchia dei dominatori, serve una ideologia che faccia apparire quegli interessi come “bene comune”, “valore universale”.
Ma questa ideologia non è sempre palese e dichiarata, fondantesi su precise e consapevoli basi dottrinali e teoriche. Non è sempre raffinata ed elaborata, dotata di una struttura complessa. L'industria culturale, infatti, tende a delegittimare ogni costruzione intellettuale che non si attenga all'interpretazione superficiale, alla “banalità”, alla appariscenza dell' “effetto speciale”, al cattivo gusto, insomma, alla evidenza più assoluta e soverchiante dell'immagine virtuale. Questa evidenza però nasconde, con una certa astuzia, i veri scopi della comunicazione. Delegittimando il discorso teorico complesso, l'analisi sistematica e organica, si sconfigge l'avversario più agguerrito sul piano della consapevolezza intellettuale. La coscienza della propria condizione sociale così viene bandita come “ideologica” per essere sostituita da un'altra ideologia destrutturata e destrutturante, l'ideologia “post-moderna”, “iper-realista”, della censura interpretativa. Ad essere censurata non è la parola in sé, la forma del discorso, come avveniva nei vecchi sistemi di dominio, ma la possibilità di interpretare quel discorso diversamente da quanto viene palesemente dichiarato. Non è sul mittente che si abbatte la censura, ma sul ricevente, sul fruitore del discorso, su colui che dovrebbe beneficiarne. La libertà di parola rimane formalmente e giuridicamente intatta. Ma ne si erode la sostanza, la base sociale. Togliendo a chi intende comunicare un pubblico interessato a ricevere, gli si toglie, di fatto, anche la possibilità di comunicare. Il messaggio viene censurato non vietando la possibilità di formularlo, ma escludendo quella di interpretarlo.
Ma l'apparenza, la superficie, che vorrebbe essere fatta apparire come l'unico referente esistente, cela in realtà un altro messaggio che viene fatto trapelare al destinatario senza che questi ne abbia coscienza. Demolendo la difesa razionale, la contestualizzazione del messaggio e la sua analisi connessa a tale contestualizzazione, demolendo, cioè, la riflessione critica, è possibile infiltrare nella mente del destinatario un certo messaggio senza bisogno di una valida e articolata giustificazione. I mezzi di comunicazione, così, disabituano il pubblico all'attenzione critica, convogliandola tutta sull'esteriorità, e permettendo così l'interiorizzazione dell'oggetto della comunicazione senza passare per la sua interpretazione.
È in questo modo che la concezione maschilista viene trasmessa alle masse. I mezzi di comunicazione moderni danno la possibilità persino di ampliare la potenzialità di persuasione. Non è necessario che la platea di fruitori del messaggio sia per forza ignorante e sprovveduta sul piano intellettuale. Essi raggiungono e conquistano anche le fasce più colte di pubblico perché nel momento della comunicazione hanno azzerato la capacità e la volontà critica.
Così, in forma strisciante, non dichiarata, latente, viene fatta filtrare l'ideologia che serve ai dominatori. In realtà la “profondità” del messaggio esiste ed è assai evoluta; ma questa “profondità” non vuole rivelarsi, si nasconde al destinatario, perché altrimenti questi non potrebbe che rifiutarla. Non è la polivalenza di interpretazioni dell'opera d'arte. L'oggetto vero del discorso, al contrario, quello celato, non ha attinenza con la superficie della comunicazione. Le trame delle soap operas televisive sono in genere sempre uguali e perfettamente interscambiabili tra di loro. La specifica qualità del prodotto da pubblicizzare non è rilevante ai fini del modo in cui lo si comunica. In genere non ha addirittura nessuna attinenza. Se si vuole fare la pubblicità di un'auto, il messaggio non è l'auto in sé, o un discorso sull'auto, ma l'apprezzamento sociale che deriverebbe dall'acquisto, lo status, il prestigio. Questo prestigio non è legato alle qualità intrinseche dell'auto, alle sue caratteristiche tecniche, alla potenza del motore o alla eleganza della carrozzeria. Ma al messaggio che attraverso l'immagine esteriore dell'auto trasmette prestigio.
Similmente viene usata l'immagine del corpo della donna. Esso viene deprivato delle sue funzioni e attività vitali. Ne rimane solo l'immagine che serve per veicolare l'idea del potere, del successo. La donna nella comunicazione è un oggetto, un oggetto di prestigio, come un'auto di lusso, un oggetto il cui possesso esibito esprime la capacità e la legittimità del dominio di chi lo esercita.
Avere molte donne vuol dire comunicare il proprio successo, la propria attitudine al comando e al possesso.
La manifestazione di questo successo, basta di per se stesso a giustificarlo. È uno circolo vizioso. Se si ha successo vuol dire che lo si è meritato. È un ragionamento che non regge alla più elementare analisi, neanche sociale e storica, ma semplicemente logica. Eppure questo concetto incoerente viene acquisito dalla più vasta platea, anche da quella più evoluta sul piano intellettuale.
Il messaggio viene accettato così come appare perché la possibilità che significhi qualcosa di diverso è stata esclusa a priori, prima ancora che la comunicazione abbia inizio.
Attraverso la banalità simulata, lo scherzo, la “goliardata”, si comunica un'idea, un ordine: il potere è nelle mani giuste e deve restarvi.
Attraverso la barzelletta a sfondo sessuale, attraverso le allusioni sessiste e spesso anche razziste, attraverso la gestualità marcata , attraverso la descrizione della propria virilità e del proprio potere sulle donne, attraverso l'immagine della donna – una donna posseduta, disponibile, fruibile, dominata, una donna, naturalmente, puttana, spogliata da tutte le sue qualità, di tutta la sua personalità e di tutti i suoi caratteri che la rendono un essere vivente e pensante, perché possa essere ridotta a cosa – attraverso l'immagine della donna dominata dal maschio si comunica l'ineluttabilità del dominio esercitato a tutti i livelli, dalla sfera economica all'amministrazione pubblica e statale. La donna dominata e umiliata sui teleschermi è l'immagine stessa della società, non solo delle classi oppresse, ma anche della borghesia rampante, sempre pronta all'obbedienza e alla sottomissione per potersi un giorno farsi obbedire; una società che ricerca e brama il dominio che subisce perché lo ha interiorizzato, lo ha accettato, lo ha, socialmente e psicologicamente, giustificato.

giovedì 18 giugno 2009

La Coca Cola prende in giro i lavoratori





"Mi chiamo Giulia e vivo a Pisa ultimamente tutti
parlano di crisi io sono ottimista forse perché a me bastano le cose semplici io
preferisco andare in bici che in una super macchina andare in vacanza dalla
nonna, più che in un resort preferisco la pasta col pomodoro al sushi un panino
col salame, al caviale e la pizza, al patè perché invece che andare a una cena
di gala preferisco stare tutti a casa a mangiare il ragù della mamma con una
coca cola"


Se qualcuno ha visto l'ultimo spot della Coca Cola sarà forse rimasto infastidito.
Nello spot una ragazzina di nome Giulia parla della crisi: “ultimamente tutti parlano di crisi io sono ottimista forse perché a me bastano le cose semplici”.
Un buonismo ingenuo dalla voce innocente di una ragazzina per mascherare un messaggio culturale. Ovvero la “soggettività” della crisi, che sarebbe dovuta non ai meccanismi del sistema economico ma alla psicologia individuale. La crisi la subirebbe chi non si accontenta delle “cose semplici” (una delle quali sarebbe la Coca Cola). La ragazzina invece dichiara di preferire “andare in bici che in una super macchina andare in vacanza dalla nonna, più che in un resort”. In questo modo la multinazionale suggerisce in modo apparentemente ingenuo e banale (come vogliono apparire tutti i messaggi dell'industria culturale e della propaganda mediatica) quella che sarebbe la soluzione della crisi: prodotti più “semplici”, meno costosi. Beni di consumo di massa, quali appunto la nota bevanda sponsorizzata. Vorrebbe contrapporre quindi a un modello di consumo di lusso, un modello di consumo massificato, basato sulle merci alla portata del consumatore medio. La crisi è quindi, secondo una teoria purtroppo ampiamente diffusa, un prodotto dell'“avidità”. Se siete sul lastrico è solo colpa vostra, perché vuol dire che avete voluto troppo. Ecco il messaggio che si vuole trasmettere. Ma questo è un modo per nascondere la vera natura della situazione economica e delle sue cause reali. Quasi che subire gli effetti della crisi fosse dovuto esclusivamente allo “spendere troppo” di chi la subisce. Ma questa idea confonde carnefici e vittime. Solo a volte le categorie degli “scialacquatori” e degli “indebitati” coincidono, ma in genere questo non avviene. È difficile pensare che un operaio abbia mai potuto solo pensare di potersi permettere “una supermacchina” o “un resort”, o pasteggiare con caviale e paté. La maggior parte dei lavoratori, dei pensionati e dei risparmiatori a questi lussi non pensa neanche. Essi sono invece riservati a un elite privilegiata (come i manager della Coca Cola, verrebbe da dire!) che è quella che spende in prodotti di lusso, che è quella che ha permesso l'indebitamento di banche e imprese, che è quella che ci ha portato su questa crisi. Sono permessi a una fascia di classe media arricchita, portata momentaneamente sulla cresta dell'onda, illusa che questo successo fosse permanente.
La pubblicità invece scarica la colpa sui ceti medio-bassi dicendo, con apparente buon senso, che per superare la crisi basta bere Coca Cola, basta “accontentarsi” dei prodotti “genuini”, quasi che la Coca Cola sia paragonabile al “ragù della mamma”.
In realtà ai “creativi” di questo spot bisognerebbe far sapere che la maggior parte delle persone si “accontenta” già da un bel po' di tempo, già da prima della crisi, e che la crisi li ha indotti a rinunciare anche a quei beni essenziali e minimi per una famiglia. Altro che “resort” e “supermacchina”!
Lo spot veicola un messaggio propagandistico che spesso abbiamo sentito dalla elite al governo dell'economia e dello Stato: “ottimismo”, la crisi è un fatto soggettivo dovuto a cause soggettive.
Ma a tutte le migliaia di lavoratori che perdono il posto non si può dire che i loro problemi derivano dall'aver sbagliato a fare la spesa.
Questo genere di comunicazione è al servizio non solo di un prodotto particolare, ma dell'intero sistema consumistico che induce al consumo di massa. Così si spiega lo specchietto per le allodole dei prodotti di lusso (che in realtà occupano una fetta limitata e poco significativa del mercato), inseriti per distrarre il pubblico e dare una parvenza di intento “critico”, di “pubblicità progresso”. Ma il vero scopo è quello di indurre a consumare. Consumare prodotti di massa, certo. Proprio quelle merci prodotte in abbondanza al di là di ogni effettiva necessità e su cui si basa il sistema capitalistico. Il vero scopo è, ancora una volta, quello di consumare di più: consumate prodotti di massa purché consumiate. Continuate a fare quello che noi abbiamo sempre voluto che voi facciate. Ma come consumare, verrebbe da chiedere, se la crisi ha falcidiato i risparmi e i salari delle persone? Forse attraverso quello stesso indebitamento che la pubblicità finge di criticare?
Questa pubblicità in realtà col suo ostentato “semplicismo” vuole riproporre sotto altre vesti la solita chiave di lettura che conviene alla classe dominante: la crisi non è causata da fattori oggettivi e strutturali al sistema economico stesso che noi proteggiamo, ma a comportamenti individuali di cui noi non siamo responsabili. In altre parole è colpa vostra. Questo è ciò che si vuole comunicare, inducendo nel pubblico un latente senso di colpa che lo renderebbe vulnerabile alla propaganda delle merci.
Ma questa è una lettura del tutto fuorviante e completamente priva di fondamento scientifico. La crisi non è determinata da fattori individuali o addirittura psicologici (come vorrebbero far credere i cantori dell'“ottimismo”) ma dalla struttura stessa della società capitalistica che crea sempre più bisogni ma poi elimina la possibilità materiale di soddisfarli, di soddisfare persino quelli più essenziali. Di qui nasce la “finanza creativa” e tutte le annesse conseguenze.
In un sistema che ha bisogno di produrre sempre di più è necessario consumare sempre di più. Nello stesso tempo però per aumentare la produzione bisogna abbassarne i costi e quindi tagliare salari e stipendi, ma così facendo si tagliano le basi stesse del consumo, ovvero il potere di acquisto dell'utente finale. E allora per cercare di rimediare, attraverso illusioni finanziarie, si crea un consumo artificiale, senza una reale base materiale, favorito dalle banche e dagli istituti di credito, che è il presupposto per il crollo dell'intero sistema.
Per arginare questo crollo intervengono i governi sostenendo le aziende e le banche, produttori e finanziatori, cioè proprio coloro che sono la vera causa della crisi. Invece gli interventi a favore delle vittime, cioè i lavoratori, sono radi e insufficienti: proprio loro sono il vero “ventre molle” su cui scaricare le contraddizioni del sistema. Ma indebolendo i salari, indebolendo il risparmio, si indebolisce il consumo e l'economia intera. E si ricorre così, in un “circolo vizioso”, ancora ad “artifici” e agli appelli al consumo. Però questo non elimina la radice del problema, semplicemente ne rinvia le manifestazioni sintomatiche che compariranno con ancor maggiore vigore in futuro.
In altre parole sono poste le basi non soltanto di una crisi passeggera, ma del modello stesso di società, un modello “insostenibile”, perché genera delle contraddizioni irresolubili se non attraverso l'abbattimento di quel sistema stesso.
Ciò non significa naturalmente che si tratti di un processo rapido. Potrebbero volerci secoli, ma la tendenza è già da ora chiara e delineata e segnerà progressivamente la fine dell'attuale sistema di produzione, o attraverso un superamento dello stesso in favore di uno nuovo e più equo, oppure attraverso il collasso traumatico e il conseguente imbarbarimento della società. Perché non sia quest'ultima eventualità a prevalere è necessario che la classe che ora subisce, da sola, assieme soltanto a parte della piccola borghesia, gli effetti della crisi, quella lavoratrice, si organizzi e ritrovi gli strumenti per una lotta efficace all'attuale sfruttamento, non solo nel proprio interesse di classe, ma di quello dell'intera umanità.
Mai come oggi vale l'appello di Rosa Luxemburg: “socialismo o barbarie”.

mercoledì 17 giugno 2009

Le idee di rivolta non sono mai morte

"Se il vento fischiava ora fischia più
forte,

le idee di rivolta
non sono mai
morte;

se c'è
chi lo afferma non state a
sentire

è uno che vuole soltanto tradire"

Bertinotti prima e dopo









Così cantava Paolo Pietrangeli. Oggi c'è chi quelle idee vuole farle morire.
Sempre più insistentemente c'è chi parla di una fantomatica unione di tutte le forze “di sinistra” e con questa espressione si intende tutti coloro che possono in qualche modo, magari anche con una certa difficoltà, essere fatti rientrare nel campo progressista. Ovvero dal Pd ai comunisti.
Questo lo ha sostenuto Fausto Bertinotti, secondo cui “Queste elezioni, in Italia e in Europa, sanciscono la fine della sinistra novecentesca, dai comunisti ai socialisti, dai socialdemocratici ai laburisti”.
Per prima cosa qualcuno dovrebbe spiegare a Bertinotti che Pd, Italia dei Valori, radicali e verdi non sono né comunisti, né socialisti, né socialdemocratici né laburisti.
In secondo luogo a me non sembra che queste elezioni abbiano segnato la sconfitta della sinistra tout court, piuttosto della sinistra “moderata”, quella rappresentata da Pd in Italia (ammesso che possa definirsi ancora sinistra) dai socialdemocratici in Germania, dai laburisti in Gran Bretagna, e così via. Il risultato della sinistra “radicale” invece non è così orrendo come si vuol far credere. È vero che in Italia non ha passato lo sbarramento, ma è anche vero che ha raddoppiato, nel suo complesso, i consensi. Se poi si vedono i risultati della Germania, e soprattutto della Grecia e dell'Irlanda, si vede che in questi paesi addirittura la sinistra di alternativa avanza significativamente.
In terzo luogo mi sembra davvero paradossale questo modo di ragionare: siccome si è persa un'elezione allora vuol dire che si è perso tutto e che bisogna ricominciare da zero. Solo il masochismo tipico della sinistra e il complesso di inferiorità potrebbe indurre a ragionare così.
Chi ha visto un esponente di un partito di destra che dopo aver perso le elezioni dicesse che la destra novecentesca è finita e che perciò bisogna mandare a casa tutto il pensiero e la prassi dei partiti di destra e ricominciare daccapo? Io mai. Quando in Gran Bretagna i conservatori furono sconfitti non mi pare che abbiano ragionato in questo modo. Oggi sono di nuovo i vincitori. Quando in Italia la Lega subì un tracollo micidiale al punto che molti pensarono che fosse destinata all'estinzione nessun politico leghista disse che bisognava ripensare alla linea anti-immigrazione o al federalismo. Oggi sono i trionfatori delle ultime elezioni.
Ma la stessa sinistra quante elezioni ha perso? Se Togliatti e Nenni dopo la sconfitta nelle prime elezioni dell'Italia repubblicana avessero fatto come Bertinotti e avessero mandato in pensione comunismo, socialismo e lotta di classe riusciamo a immaginare cosa sarebbe potuto accadere?
Poi, continua l'ex segretario di Rifondazione Comunista (per fortuna soltanto ex!!) “Io dico che dovrebbero essere tutti più umili e capaci di rimettersi in discussione, abbandonando recinti, simboli e vecchie ideologie perché sono state tutte cancellate dalla storia. Vediamo oggi che la fine del comunismo ha investito anche tutti gli altri pezzi del movimento operaio europeo, un’onda lunga che in vent’anni ha cancellato tutto”.
Questo è veramente incredibile. Ma come? Durante la campagna elettorale delle politiche del 2008 da candidato della Sinistra Arcobaleno veniva accusato da Veltroni (che aveva preso per proprio avversario la sinistra invece che la destra) di voler conservare “vecchie ideologie” poiché il socialismo e il comunismo sarebbero finti. Bertinotti invece allora parlava ancora di lotta di classe e di socialismo (anche se il comunismo l'aveva già abbandonato da un pezzo). Allora cosa ci sta dicendo? Che aveva ragione Veltroni? A chi ha votato la Sinistra Arcobaleno e l'ha sostenuta, ai militanti che si sono battuti per quel progetto cosa dice adesso? Che è stato tutto uno sbaglio? Un'illusione collettiva? Ma allora aveva ragione Occhetto quando decise di sciogliere il PCI? Anche quello è stato uno sbaglio? E no, caro Bertinotti, lo sbaglio qui sei tu.
È vero la Sinistra Arcobaleno ha fallito e ha fallito alla grande. Ma qual era il progetto della SA? Era quello di unire tutte le forze della sinistra (quella propriamente tale senza aggettivi e specificazioni) la componente ecologista, quella socialista e quella comunista, partendo da ideologie ed esperienze diverse. Il progetto della SA insomma si fondava sulla stessa idea portante dell'attuale proposta che egli avanza. Ovvero che gli ideali e il programma politico, tanto meno la storia, non dovrebbero essere una discriminante tra le varie forze della sinistra. Così si scelse di togliere falce e martello, la stella, e inserire un romantico arcobaleno nel simbolo. Eliminando ogni sfondo rosso per un neutralissimo bianco. Peccato che lo slogan della SA era “fai una scelta di parte”. Ma quale scelta di parte se tutte le parti le abbiamo cancellate?
Comunque sia quel tentativo è stato seppellito dal voto.
Adesso l'ex compagno Fausto non contento ci riprova. Ma questa volta persino alzando la posta in gioco. Se la sinistra senza il Pd ha fallito, dice, mettiamoci anche il Pd. Questa visione è il risultato di un completo allontanamento dalla realtà sociale. Come se la sinistra italiana potesse rinascere da una semplice alleanza, che peraltro cancella la sua storia, quello che è stato finora e senza cui non è mai stata, che, in altre parole, cancella la sinistra stessa. Come se la sinistra potesse rinascere da un accordo di cartello. Da una miscellanea indistinta e imprecisa senza un preciso programma politico e senza un ideale ben individuato. Cosa sarebbe questa sinistra? Bertinotti dice che non deve essere né comunista, né socialista, né socialdemocratica. Ma allora cosa deve essere? Questo non lo dice. Tutti questi profeti della fine delle “vecchie ideologie” ci dicono che bisogna abbandonare le dottrine che finora ci hanno accompagnato. Ma neanche loro sanno con cosa sostituirle. Un tale rozzezza intellettuale oltre che politica ce la si poteva spettare da uno come Veltroni o come Rutelli. Ma non da Bertinotti. È l'ulteriore riprova di quello che diceva Marcuse, che nelle società industriali l'opposizione viene riassorbita all'interno del sistema e finisce per difendere proprio quesl sistema che voleva combattere.
Le “vecchie ideologie”. Tutti i profeti della sconfitta della sinistra, i cantori di sventura, che spesso stanno, o fingono di stare, propria dalla stessa parte di cui auspicano l'estinzione, si riempiono la bocca con questa espressione. Ma quale sarebbe la “nuova ideologia”? Il libero mercato? Il liberismo? Quello che fino a ieri ci dicevano che era il nemico da sconfiggere? Ma questa è una ideologia ancor più vecchia. Altro che novecentesca. Qui si parla di Settecento!
Eppure io non ho mai visto i sostenitori di questa “vecchissima ideologia” abbandonarla. Anche in una crisi che ne ha decretato gli effetti deleteri sulla società costoro si ostinano a volerla conservare. Eppure Bertinotti, Veltroni and Company non entrano in polemica con costoro. Ma il marxismo invece è la vecchia ideologia. Sono tutti liberali. Sostengono tutti l'ideologia più vecchia della storia. Ma ripudiano il marxismo, l'ideologia più recente fino ad ora (non mi risulta che ce ne sia stata un'altra dopo) perché sarebbe “vecchia” per abbracciarne una ancora più vecchia.
Ma per lo meno i liberali hanno le idee chiare. Hanno un chiaro riferimento teorico cui far riferimento. Una chiara ispirazione del loro agire politico. Il Bertinotti revisionista (ma sarebbe meglio dire nichilista) che cosa ci propone invece? Un'accozzaglia ingarbugliata. In che modo si possono far convevire, a suo dire, la Binetti con Vendola? Ma non vede le difficoltà tecniche di unità all'interno dello stesso Pd dove comunque tutti hanno una prospettiva moderata? Figuriamoci se questa unione forzata, una deportazione più che altro, fosse allargata a sinistra!
Ma c'è anche un'altra proposta di quelli che io chiamo gli “estremisti unitari”, cioè coloro che vogliono unire tutto e tutti, senza aver riguardo per ciò che si unisce e senza guardare a quello che dovrebbe essere lo scopo dell'unità, come se questa di per sé bastasse per raggiungere qualsiasi scopo.
È quella avanzata da Niki Vendola, di formare un'unione non di tutta la sinistra o di quelli più o meno di sinistra. Ma di tutti quelli più o meno di sinistra escluso il Pd e, forse, l'Italia dei Valori.
Mettiamoci dentro quindi oltre a comunisti, socialisti (quelli di Bobo Craxi e De Michelis che lottarono contro la scala mobile!) e verdi, anche i radicali.
Vendola durante la campagna elettorale ultima ha detto che la causa della crisi è stata la gestione liberista. Ora qualcuno dovrebbe spiegargli che i radicali con cui vuole unirsi sono e si definiscono liberisti. Che, infatti, in Europa fanno riferimento ai liberali europei, e che hanno votato a favore della Bolkenstein per la privatizzazione dei servizi, che hanno votato per l'innalzamento dell'orario di lavoro a 65 ore. Ora anche se si volesse tentare un improbabile compromesso con costoro, il risultato sarebbe a ribasso. Ne uscirebbe un programma irrimediabilmente moderato, magari allineato a quello di coloro che dicono “meno precarietà e più flessibilità” (come se fossero due cose opposte) in stile Partito democratico, proprio quel Partito democratico cui Vendola si propone come alternativo.
Questo incredibile capogiro di molte persone che stanno o stavano a sinistra, compreso Zipponi che è andato con Di Pietro dichiarando che destra e sinistra non esistono più, non è dovuto al risultato delle elezioni. Nemmeno una sconfitta clamorosa potrebbe giustificarlo. È invece dovuto a una perdita di contatto con la realtà sociale e materiale del Paese, all'abbandono delle fabbriche e del mondo del lavoro per fuggire verso i salotti televisivi. Questo progressivo distacco della classe dirigente della sinistra dalla propria base e dalla realtà materiale, quella che non viene rappresentata dai media, ha determinato prima il suo allontanamento dalla lotta concreta e da bisogni dei lavoratori e degli sfruttati, poi, come necessario coronamento di questo processo, anche un allontanamento ideologico dalle ragioni delle classi oppresse. In tutto questo naturalmente ha giocato un ruolo determinante anche la propaganda dei mezzi di comunicazione e la notevole potenza di persuasione dei media, capaci di “convertire” anche le coscienze più avanzate.
Ferrero, Diliberto, Salvi, non si facciano perciò irretire da costoro, dagli uccellacci del malaugurio, che dopo aver sperimentato la sconfitta politica personale, sperano, per giustificarsi, di trasformarla in una sconfitta della sinistra, non di questa sinistra, ma della sinistra in quanto tale, così come è stata e ha potuto essere finora.
Bisogna invece difendere, ora più che mai, le prospettive di una sinistra di alternativa e anticapitalista, socialista e comunista, sacrificando anche delle alleanze di cartello se necessario, pur di portare avanti un coerente progetto di trasformazione sociale e di rovesciamento dei rapporti di produzione.
Bisogna tornare a stare dalla parte delle classi oppresse in opposizione allo sfruttamento capitalistico, nella teoria e nella lotta concreta.

(v. La Stampa)

martedì 16 giugno 2009

Il colonialismo israeliano non arretra



Il capo di governo israeliano Benjamin Netanyahu ha detto di essere disposto a sostenere la costituzione di uno stato palestinese. E questo fatto è stato salutato come “un grosso passo in avanti” (secondo le parole di Obama) da tutti i governi e dalla stampa occidentali.
Tuttavia questa apparente apertura israeliana è concessa solo a patto di durissime condizioni da imporre ai palestinesi. Prima fra tutte la demilitarizzazione totale del futuro stato di Palestina. Una condizione davvero improponibile che ha fatto protestare il presidente egiziano Mubarak il quale ha dichiarato che questa proposta “farà abortire tutte le possibilità di pace”.
Anche da parte palestinese naturalmente c'è una totale contrarietà, e nonostante questo in Occidente si cantano le lodi di questa “apertura” da parte israeliana come una possibile soluzione del conflitto.
In realtà la situazione è ben diversa. Israele ha perseguito in tutti questi anni una politica di occupazione e di colonizzazione a danno del popolo palestinese. Anche quando si sono ritirate (unilateralmente) le colonie israeliane si sono però chiuse le frontiere, “intrappolando” così i civili palestinesi. Un embargo durissimo è stato imposto a Gaza, costringendo il sistema economico e sociale palestinese al collasso durante il periodo dei bombardamenti israeliani.
Adesso Netanyahu parla di uno stato palestinese smilitarizzato, dimenticando di dire che finora Israele ha continuato progressivamente ad armarsi e a far aumentare la spesa militare, per continuare bombardamenti e azioni militari che violavano trattati internazionali e risoluzioni ONU.
Nessuno ha mai proposto un disarmo di Israele, che pure è quello che più si è avvalso e ha goduto di una politica di riarmo, non solo nei confronti dei palestinesi (si veda il conflitto in Libano). Eppure, in una situazione di così forte superiorità geo-politica e militare (l'alleanza con gli Stati Uniti e con l'Europa), oltre che economica (tutte le forniture energetiche nel territorio palestinese provengono da Israele) adesso si vuole imporre anche uno stato disarmato, e quindi uno stato debole, per continuare così (questa volta sotto l'avallo della comunità internazionale) a fare quello che si è sempre fatto. Il governo di Israele si è limitato poi ad escludere il congelamento degli insediamenti. La questione delle colonie rimane quindi immutata.
In queste condizioni è ovvio che un eventuale stato palestinese sarebbe di fatto senza poteri, ma gli israeliani avrebbero il pretesto per giustificare le loro politiche espansionistiche.
Questa presunta moderazione del governo Netanyahu è solo una facciata. In realtà il partito del Likud attualmente al potere si dichiara contrario, nel proprio statuto, ad uno stato palestinese. I media occidentali hanno continuato a dare risalto al mancato riconoscimento di Israele da parte di Hamas. Senza dire che il principale partito della destra israeliana, adesso, come già in passato, al potere, è sempre stato contrario ad uno stato palestinese. Era solo Hamas a passare per “estremista”.
Senza contare poi che in posti importanti siedono personaggi legati ad ambianti chiaramente estremisti per non dire eversivi, come è il caso del Ministro degli Esteri filo-nazista Lieberman, che proponeva prima delle elezioni la deportazione i civili palestinesi.
Come possono personaggi di questo tipo, che hanno sempre soffiato sui venti di guerra, diventare tutto a un tratto moderati e interessati alla pace è un mistero che solo alla Casa Bianca e all'Europa è dato di comprendere.
Ma se si guarda la questione da un'ottica diversa si vede che quella israeliana più che una proposta ragionevole è in realtà un'operazione di “restailing”, di immagine, per portare dalla propria parte l'opinione pubblica internazionale. Dichiarandosi a favore di uno stato palestinese Netanyahu apparirà come disponibile ad aprire alle trattative e al processo di pace e i quotindiani potranno titolare “Sì ad uno stato palestinese” accanto al nome del Primo Ministro ebraico, come fa il Corriere della Sera. I palestinesi, che non possono fare altro che respingere questa proposta, invece saranno i soliti estremisti, quelli che non vogliono la pace. Ma quello che i quotidiani non dicono è la solita postilla a margine del contratto, che di fatto esautora l'eventuale stato palestinese da ogni potere. “Sì ad uno stato palestinese” è quindi la sintesi corretta “purché sia debole ed espropriato delle sue funzioni”.
Quindi non facciamoci ingannare da questo gioco di specchi orchestrato dal governo israeliano con l'avallo, come al solito, degli Usa e dell'Europa, e naturalmente anche dell'Italia. È in realtà un tentativo per mettere all'angolo sia Hamas che Fatah e spostare il sostegno della comunità internazionale tutto dalla propria parte per continuare a perpetrare quella politica colonialistica che finora non si è mai fermata.

domenica 14 giugno 2009

Tornano le squadracce nere

Proprio così. Ieri a Milano il Movimento sociale, partito di estrema destra, ha presentato il proprio progetto di istituire una “Guardia nazionale” per partecipare alle ronde autorizzate dal ddl sulla sicurezza del governo. Il loro capo è Gaetano Saya, indagato per istigazione all'odio razziale. Intanto la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per apologia di fascismo.
Già sono immaginabili le loro intenzioni criminali, sotto la copertura di una legge infame. Gli immigrati, i barboni, le prostitute, gli omosessuali, sarebbero i primi ad essere presi di mira. Le ronde fasciste non farebbero che radicalizzare le già temibili ronde padane, che certo non si può dire vadano molto per il sottile.
Il loro equipaggiamento rivela già tutto: “elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero” (La Repubblica). Insomma da truppe paramilitari.
Ecco a cosa conduce una legge securitaria e liberticida, in cui la gestione dell'ordine pubblico vine tolta alle forze di polizia (composte da professionisti addestrati per questo) e affidata a dei dilettanti, degli inesperti che non sanno come bisogna comportarsi e per giunta di idee politiche eversive.
La situazione sembra analoga a quella dell'Italia pre-fascista e proto-fascista, quando lo squadrismo di Mussolini si diffondeva, favorito dai liberali allora al governo che vedevano in esso un mezzo per fermare l'avanzata dei socialisti e dei comunisti. Gli effetti sciagurati di questa politica si sono visti. Analogamente oggi il governo strizza l'occhio a quei gruppi incostituzionali di chiare idee razziste per fermare questa volta non i “rossi”, ma gli extracomunitari, soprattuto, ma anche tutti coloro che vivono ai margini della società, i senzatetto, i ladruncoli disperati, magari anche minorenni, i tossicomani. Contro tutti questi, che minacciano l'immagine di splendente ottimismo che dovrebbe irradiare dal suolo italico, si abbatterà la dura repressione del neo-squadrismo fascio-leghista.
Fascisti e leghisti li abbiamo già visti insieme. In Germania Borghezio manifestava contro la moschea assieme ai naziskin. In Italia sono numerosi i cortei, con tanto di spranghe e saluti romani, che vedono i leghisti uniti a quelli di Forza Nuova.
Già le telecamere nascoste delle Iene avevano immortalato le minacce subite dal reporter Paolo Calabresi, travestito da romeno, che stava rischiando il pestaggio dai rondisti.
Ecco il filmato:


Non ci dovrebbero essere più dubbi sulle reali intenzioni di questa gente.
Naturalmente nessun tg da spazio a queste notizie. Se una donna italiana viene violentata da un immigrato compare in prima pagina, ma se dei fascisti o dei leghisti picchiano un immigrato, nelle televisioni di pre-regime cala il silenzio assoluto.
Ricordate:

venerdì 12 giugno 2009

Io sto con Berlinguer

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Ieri è stato il venticinquesimo anniversario della morte di uno dei più grandi politici della sinistra italiana, Enrico Berlinguer.
Lo si potrebbe probabilmente definire come l'ultimo leader del P.C.I. perché fu l'ultimo che credeva ancora nel comunismo e l'ultimo a volerlo salvare.
Negli ultimi anni della sua vita si poteva dire che avesse intuito il nuovo vento che stava girando a sinistra. Era l'ascesa del craxismo, dell'individualismo, dell'edonismo consumistico, della “Milano da bere”, dell'illusione che la ricchezza e le arrampicate sociali avrebbero creato il Paese della Cuccagna. Egli si era sempre opposto a questa specie di cinismo ingenuo. Quando Craxi aveva cominciato a sferrare il suo attacco contro la scala mobile e contro i lavoratori egli era rimasto al fianco dei lavoratori, deciso a non cedere di un millimetro alla nuova ondata restauratrice, perché capiva che cedere di un millimetro avrebbe voluto dire aprire la strada alla perdita dei diritti sociali faticosamente conquistati e alla sconfitta del movimento operaio.
La storia gli ha dato ragione. E ha dato torto a quanti allora lo criticavano per volere opporsi alla “modernizzazione”. Abbiamo visto questa modernizzazione a cosa ha portato: alla più grande crisi mondiale dal dopoguerra. Adesso quei profeti delle “magnifiche sorti e progressive” hanno smesso di decantare il libero mercato.
Berlinguer era comunista davvero e questo non era scontato allora, quando una parte all'interno del partito spingeva per farne uno nuovo, moderato e liberale, come sarebbe successo in seguito. Non era scontato e non lo è visto che Walter Veltroni che si dice suo ammiratore ha detto di non essere mai stato comunista. Non lo era scontato alla luce degli avvenimenti di qualche hanno più tardi, della caduta del muro di Berlino nell'89 e della svolta del '91 che avrebbe decretato la fine del P.C.I.
Egli non c'era, purtroppo. Se ci fosse stato si sarebbe di sicuro opposto a quella capitolazione come lo ha fatto un altro pilastro della sinistra, Pietro Ingrao. La sua voce sarebbe stata ascoltata da milioni di compagne e di compagni. Forse oggi il P.C.I. Non esisterebbe lo stesso. Ma forse avremmo una sinistra un po' più forte e il lavoro un po' più tutelato.
Berlinguer era comunista, ma ebbe il coraggio di riconoscere le sconfitte dei comunisti e seppe allontanarsi dall'Unione Sovietica quando era giunto il momento di farlo, senza per questo rinnegare tutto ciò per cui aveva lottato, senza cadere nella alternativa fatale tra un capitalismo di stampo reaganiano e un falso socialismo di stampo tardo-sovietico. Egli scelse le ragioni del comunismo autentico, quelle che furono di Marx ed Engels. Scelse le ragioni dei lavoratori e degli sfruttati.
Oggi sentiamo dei politici che hanno smarrito le ragioni per cui fanno politica, le ragioni del cuore e della testa, li sentiamo parlare di crescita economica, di imprese, di banche, ma mai di lavoro; li sentiamo rivolgersi agli imprenditori, ai risparmiatori, agli azionisti, ma mai ai lavoratori.
Egli invece non li abbandonò mai, anche quando il vento sembrava girare da un'altra parte. Non salì sul carro del vincitore. Non si spartì la torta con i convertiti alla causa del libero mercato.
In anticipo su tutti gli altri ha parlato di “questione morale”, quando i partiti cominciavano a intrattenere con sempre maggior disinvoltura rapporti con l'economia e la finanza e questa nuova disinvoltura era salutata come un bene, una positiva innovazione. E il traditore del socialismo, del marxismo e del lavoro, Bettino Craxi si fece portatore di questa teoria. Adesso quest'ultimo viene elogiato da tutti, anche da coloro che un tempo stavano con Enrico che combatteva la deriva craxiana (che poi sarebbe stata berlusconiana) dell'Italia. I suoi compagni di un tempo lo tradirono, vigliaccamente perché aspettarono che egli non ci fosse più per farlo, e abbracciarono il suo pugnalatore politico.
Io invece sto con Enrico. Anche se adesso non c'è più. Anche se quando lui c'era non c'ero io. Anche se nacqui due giorni dopo la sua morte. Sto con Enrico perché la sua lezione, le sue battaglie, le sue idee sono ancora attuali.
Sto con Enrico perché sto con i lavoratori, sto con il comunismo e con la sinistra.

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giovedì 11 giugno 2009

L'Asse Roma-Tripoli: un patto criminale tra due governi autoritari



Con l'accordo del governo italiano con la Libia sull'immigrazione la destra xenofoba e reazionaria ha raggiunto un picco di cinismo ineguagliato. Il dittatore libico Gheddafi, criminale internazionale e violatore dei diritti umani, viene ricevuto al Senato, accolto come un eroe dal Presidente Schifani, a Roma al Campidoglio dal sindaco Alemanno e alla Sapienza dal Rettore. Questo ha spinto gli studenti a mobilitarsi per protestare contro le persecuzioni nei confronti dei migranti cui collaborano Italia e Libia.
Pur di assicurarsi consensi sul tema dell'immigrazione soffiando sul razzismo Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia che garantisse alle multinazionali italiane ingenti profitti nella costruzione di opere pubbliche nel paese nordafricano.
Il governo italiano ha mostrato di condividere la linea libica di violazione sistematica dei diritti umani, come ha già dimostrato la vicenda dei respingimenti dei barconi a largo di Lampedusa, negando il diritto di asilo e violando i trattati internazionali. Di fronte agli immigrati che fuggono dalla miseria, dalle guerre e dalle persecuzioni di regimi sanguinari come quello di Gheddafi, Berlusconi e la Lega hanno pensato bene di lavarsene le mani: loro non c'entrano, la Libia facesse quello che gli pare. Affidare gli immigrati respinti alle autorità libiche significa consegnare centinaia di persone alla morte certa. Un modo per aggirare le norme nazionali e internazionali sul diritto d'asilo avallando la repressione e le torture della polizia nelle prigioni libiche. I migranti, la cui tragedia viene sfruttata dai trafficanti e dalle autorità colluse, vengono spesso abbandonati nel deserto a morire di fame e di sete.
Con questa associazione a delinquere di stato le multinazionali italiane si aggiudicano importanti profitti sul territorio libico e il governo potrà vantarsi di aver mandato a morire degli innocenti vittime delle persecuzioni, Ma come si sa Berlusconi ha detto che l'Italia non deve essere una società multietnica e quindi l'ideologia fascistoide del “Dio, Patria, Famiglia” è più importante della tutela dei diritti umani.
E su questo ha trovato una sponda persino in ambienti ecclesiastici: il segretario della CEI ha elogiato l'accordo stipulato dall'Italia. Smentendo la linea che la Chiesa aveva tenuto nei confronti dei respingimenti.
Ma c'è qualcuno che si ricorda dell'epoca in cui Gheddafi era demonizzato dai governi occidentali come terribile dittatore quando aveva sottratto i giacimenti petroliferi agli interessi euro-atlantici e cacciato le basi militari straniere? Tutto dimenticato. Da quando la Libia si è riavvicinata aquegli interessi da “Stato canaglia” è diventato un alleato nella lotta al terrorismo. Ma il terrorismo contro i migranti viene perpetrato dai governi stessi, che spingono le popolazioni locali contro i nuovi arrivati, in una guerra tra poveri in cui è lecito persino ammazzare bambini. Lo diceva il sindaco Gentilini: “bisogna eliminare i bambini zingari che vanno a rubare”. L'eliminatore che si sporca le mani al posto loro l'hanno trovato, il Colonnello Gheddafi.

mercoledì 10 giugno 2009

Si riparte. In basso a sinistra

Dopo il miglioramento che la sinistra, e in particolare i comunisti, ha fatto registrare alle europee e la delusione delle amministrative è giunto il momento del “Che fare?”.
Prima di partire con progetti elettoralisti di alleanze tattiche sarebbe meglio interrogarsi sulla lezione che si può trarre dalle urne.
La sconfitta dell'“estremismo unitario”
Per molto tempo ha prevalso a sinistra l'idea della priorità dell'unione a tutti i costi di tutte le forze non solo di sinistra, ma anche solo vagamente progressiste e a volte persino conservatrici.
Questa teoria ha avuto la sua applicazione negli anni del governo Prodi dove c'era una coalizione che andava da Rifondazione a Mastella.
L'insuccesso del governo Prodi è talmente palese ormai a tutti da rendere inutile spiegarlo.
In sintesi il governo Prodi ha perso perché non ha voluto e non ha saputo scegliere: non ha scelto tra la sinistra e il centro, tra una politica di redistribuzione in favore delle classi popolari e un conservatorismo opportunista di scuola mastelliana. Il risultato è stato che a scegliere sono stati i poteri forti e ciò ha causato lo scontento giustificato della base sociale.
A distanza di un anno c'è chi vuole riproporre quella stessa esperienza semplicemente passando una mano di vernice sulla ruggine abbondante.
Costoro hanno proposto un'unione fittizia da cartello elettorale di tutte le forze a sinistra del PD, o che almeno si dicono tali. Questi individuano il vero problema nella “divisione” della sinistra. Ma per “sinistra” intendono, più che una forza politica reale, operante concretamente sul territorio, una categoria dello spirito. Sinistra e Libertà ha proposto un aggregato indistinto, di cui non si comprende bene la linea politica, incapace di una sintesi originale e nello stesso tempo sprovvista di ogni storia che si è deciso di dimenticare.
Hanno dimenticato però il fallimento della Sinistra Arcobaleno alle elezioni politiche. Anche in quel caso si volle creare una sinistra non meglio specificata e il risultato si è visto.
Le europee invece hanno affondato questa linea politica che tende ad unire tutto e tutti. Infatti le due liste della sinistra, andando separate, hanno più che raddoppiato i consensi di un anno fa. Come non si accorgono gli “estremisti unitari” di questo semplice verdetto?
Il problema è che si sono scambiati i mezzi e i fini. Il fine non è quello di unire la sinistra, ma di far sì che la sinistra realizzi una trasformazione della società a vantaggio della classe lavoratrice. L'unità è semmai solo un mezzo per questo obiettivo. Quindi unirsi va bene, ma finché questa unione non comprometta il progetto politico di trasformazione radicale. Diluire la componente antiliberista di parte della sinistra con quella che invece si pone acriticamente di fronte all'economia di mercato vuol dire diluire l'ideale e abbandonare di fatto ogni modello alternativo di società, inseguendo così il riformismo moderato che è stato sconfitto in tutta Europa.
Al contrario l'unificazione deve partire da un'idea chiara di società e da un progetto politico ben delineato. Perciò non si può subordinare la componente antiliberista e anticapitalista a tale unificazione, altrimenti quest'ultima non produrrà nessun risultato apprezzabile.
Bisogna invece spingere per unire tutte le forze della sinistra anticapitalista ed è su questo piano che si poneva la lista di Ferrero, Diliberto e Salvi.
La sconfitta dell'“estremismo identitario”
Il deludente risultato delle amministrative, dove la sinistra anticapitalista e di alternativa è andata divisa in alcune zone e l'incoraggiante risultato delle europee dove invece si è unita, e la sconfitta, preannunciata, del Partito Comunista dei Lavoratori che ha scelto di non appoggiare la Lista Comunista e di correre da solo, testimoniano come, se da un lato è stata bocciata la linea dell'unione a tutti i costi, dall'altro è stato parimenti respinto il velleitarismo della divisione fondata sul rancore. Laddove si sprecano tempo ed energie per rinfacciarsi le scelte passate si perde inevitabilmente. Il PCdL di Ferrando ha speso la campagna elettorale a criticare l'appoggio della sinistra al governo Prodi. Critiche a volte anche condivisibili, ma che finiscono per attestarsi su una posizione di totale chiusura, peraltro sulla base di motivazioni attinenti al passato e non certo al presente. La scelta di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani di non ripetere gli errori del passato e di non cercare alleanze impossibili con forze politiche tendenzialmente moderate che negli anni di governo hanno tradito il programma del centrosinistra e spostato l'asse della coalizione al centro doveva portare a un ripensamento gli stessi “compagni separati”. Tanto più che il centrosinistra non esiste più e che data la linea estremamente moderata del PD difficilmente sarà riproponibile. Tanto più che adesso al governo c'è una destra tra le peggiori di sempre e non più un centrosinistra deludente.
Quindi respingere la linea delle alleanze di plastica tra forze politicamente distanti e nello stesso tempo quella delle scissioni incomprensibili tra forze che condividono sostanzialmente lo stesso progetto politico dovrebbe essere un impegno per tutti coloro che si oppongono “da sinistra” all'economia di mercato.
La sconfitta dello radicalismo spontaneo
A partire dal 2001 in Italia sono nati tutta una serie di movimenti spontanei di lotta e di protesta sganciati dai partiti della sinistra, formati da comitati, associazioni e liberi cittadini. Ne sono un esempio il movimento anti G8, quello contro la guerra, i comitati contro la TAV e contro le basi militari, quelli contro le discariche. Ma a questi si possono aggiungere anche le lotte operaie contro il modello portato avanti dalle destre. A questi movimenti “eclettici” hanno offerto il loro contributo le forze della sinistra politica, il mondo sindacale, i centri sociali.
Il successo territoriale di questi movimenti è stato notevole. Sono riusciti a coinvolgere buona parte della popolazione locale e ad aggregarla attorno alla protesta. Le istituzioni locali, quando anche non nazionali, anche se con fastidio, hanno dovuto fare i conti con questo fenomeno.
La loro forza è stata la presa sul territorio ma anche la tendenza a toccare temi di interesse globale, la necessità di interrogarsi, a partire da un problema o da un avvenimento locale, sul genere di società desiderabile. In un'epoca in cui si tende ad escludere e a bollare come utopico qualsiasi tentativo di costruzione di un modello sociale alternativo, questo è stato un merito notevole.
L'autonomia di questi movimenti dai partiti, anche da quelli “di alternativa”, e dalle loro logiche tattiche di coalizione che allora imperavano in tutto il panorama politico è stata la loro forza ma anche la loro debolezza.
L'isolamento in cui si sono trovati, non tanto per colpa loro quanto per incapacità della sinistra politica di fare da “ponte” tra di loro, ne ha causato a lungo andare la dispersione e di conseguenza l'estinzione. Anziché cogliere l'occasione per creare una rete di fuochi di protesta e porre le basi per una sorta di “guerriglia pacifica” che portasse l'assedio dalle succursali al centro degli interessi dominanti, ci si è limitati a una partecipazione puramente rappresentativa ma nei fatti scarsamente incisiva. Così si è avuto un dissenso diffuso ma “a macchia d'olio” formato da tante piccole “eruzioni” isolate e scollegate tra di loro. È mancato un coordinamento che fosse capace di dare ai vari movimenti quella visione organica di sistema che sferrasse il suo attacco contro la struttura stessa dell'ordine sociale.
Il movimento studentesco dell'“onda” nato dall'opposizione alla riforma Gelmini ha tentato di incontrarsi con i sindacati e il mondo del lavoro per uscire da ogni possibile settarismo e far convergere la protesta attorno a un fulcro comune.
Tuttavia i tentativi non hanno avuto particolare seguito e sembra che si sia tornati alla indifferenza reciproca tra le varie “anime”.
Il mondo del lavoro e la classe operaia che un tempo erano il cuore di tutte le altre lotte tendono anch'essi a “specializzarsi” focalizzandosi attorno a rivendicazioni locali perdendo ogni rapporto con i fini generali.
A segnare la battuta di arresto della stagione del dissenso è stata la mancanza di un progetto politico di trasformazione sociale di ampio respiro. Ha prevalso una linea, pur contro le intenzioni di molti partecipanti, “post-moderna” fatta di tante singole lotte separate l'una dall'altra, magari anche con la capacità di far valere alcune rivendicazioni di base, ma del tutto inadeguate nel modificare i rapporti sociali. È mancata una “grande narrazione” capace di sintetizzarle dialetticamente in un progetto globale.
Obiettivi
Recuperare la riflessione teorica e la coscienza di classe
Per imparare da questa “sconfitta silenziosa” dei movimenti di base e della classe lavoratrice passata inosservata presso i dirigenti della sinistra occorre prendere atto della loro potenziale continuità (perché le diverse rivendicazioni hanno le stesse radici) che è stata tradita dalla loro effettiva dispersione.
Tutte le rivendicazioni hanno alla base l'aggressività del Capitale nel mondo del mercato globale, un'aggressività che è causa di guerre (Iraq e Afghanistan in particolare) disastri ambientali (TAV, discariche) devastazione dei territori (inquinamento industriale e abusivismo edilizio) dirigismo autoritario persino dichiarato da parte delle elites internazionali (G8) definanziamento della spesa pubblica sociale che non sia favorevole al profitto (Riforma Gelmini) e naturalmente precarizzazione del lavoro (Legge 30).
Bisogna quindi innanzitutto comprendere la comune radice di questi mali. Serve perciò una riflessione teorica all'altezza dei tempi che si assuma l'incarco di studiare da un lato le connessioni strutturali tra le diverse contraddizioni della società e il conseguente malcontento popolare, dall'altro le contromisure messe in atto dal sistema che divide e disperde, quando non riesce integrare, queste forme di opposizione. Bisogna affrontare quella che è la vocazione del marxismo: riuscire a sintetizzare l'azione concreta in risposta ai bisogni particolari immediati hic et nunc con il bisogno sociale universale di emancipazione e di rovesciamento dell'ordine costituito.
Per farlo è necessario porre di nuovo al centro la riflessione intellettuale nello sforzo di declinarla a seconda di quelle che sono le contingenze storiche.
Tuttavia non ci si deve illudere che questa consapevolezza intellettuale sia di per sé sufficiente per ricominciare una lotta su basi solide. Con essa deve procedere di pari passo l'avanzamento della consapevolezza da parte delle masse della condizione e della ragione del loro sfruttamento, la coscienza di classe. Senza coscienza di classe non si dà nemmeno lotta di classe. E senza lotta di classe non si dà nessuna lotta capace di intaccare i rapporti sociali.
Non bisogna neanche, però, cadere nell'errore di credere che questa consapevolezza delle masse sia bastante a condurre una lotta efficace intorno a un progetto politico coerente. Si devono evitare da un lato l'intellettualismo di chi crede che un'intellighenzia di sinistra avanzata possa da sola “dettare la linea” a tutti gli altri che si limiterebbero a seguire ciecamente; dall'altro l'anti-intellettualismo di chi si illude che l'analisi sistematica e scientifica della società non sia utile alla lotta.
Le due componenti, ricerca teorica dell'intellighenzia di sinistra e coscienza pratica delle masse, non sono separate, ma interagiscono reciprocamente. Il progresso nella ricerca teorica è in grado di condizionare il pensiero della base sociale di riferimento e viceversa la consapevolezza dei lavoratori e delle classi popolari che sperimentano tutti i giorni l'oppressione non può venire ignorata dalla teoria.
La convergenza delle due sfere deve avvenire in ogni momento: perciò l'elaborazione teorica non può limitarsi a stare rinchiusa nelle università o sugli scaffali delle librerie, ma deve essere strumento di lotta, deve essere accessibile a coloro verso i quali è destinata. I libri, come è avvenuto per il Manifesto del partito comunista, devono poter essere letti da tutti e spiegati a chiunque.
Gli intellettuali, nello stesso tempo, devono confrontarsi con le esigenze e i bisogni anche immediati delle lotte particolari, senza per questo dover rinnegare una prospettiva sistematica.
Ritornare sul territorio e nei luoghi di lavoro
Attraverso la coscienza collettiva è possibile tornare ad affrontare quelle sfide che il momento storico propone senza la debolezza di coordinamento e con dei mezzi ideologici un po' meno naif.
Ma la dialettica tra lotta particolare ed emancipazione universale deve avvenire anche in concreto, tramite la lotta e l'organizzazione della lotta.
Occorre perciò superare quel divario storico che esiste tra la dirigenza dei partiti della sinistra comunista e di alternativa e la loro base sociale. Questo divario ha permesso che i primi si vedessero come i fautori esclusivamente delle tendenze universali di emancipazione e i secondi come esclusivamente interessati alle rivendicazioni di impatto immediato. La prima prospettiva è causa della gestione verticista, la seconda dell'atteggiamento spontaneista.
La dirigenza politica credendosi la sola interprete affidabile del comunismo, del socialismo, del modello alternativo di società, si è vista autorizzata a sacrificare le rivendicazioni particolari in favore dell'ideale finale. Questo ha fatto sì che venissero intraprese tattiche di compromesso con il potere economico e imposte queste scelte alla base. Paradossalmente ciò ha causato proprio il contrario, cioè il venir meno del “fine” di fronte ad opportunismi tattici sempre più asfissianti. Si è perso il contatto con le rivendicazioni locali e parziali e ciò veniva giustificato nel nome della necessità storica e delle “magnifiche sorti e progressive”. Ciò ha determinato che non si centrassero neanche quegli obiettivi parziali della lotta a vantaggio di compromessi sempre più a ribasso. Ciò si è riscontrato negli anni della partecipazione della sinistra al governo Prodi e nell'alleanza con le forze moderate dove al “radicalismo” nella teoria faceva seguito un “moderatismo” nella prassi. Questa perdita di contatto con la base e con i suoi bisogni immediati è all'origine della sconfitta storica della sinistra nel 2008.
Dall'altra parte però, presso le classi popolari, il bisogno di difendere i propri interessi hic et nunc di fronte all'avanzata del liberismo e alla deregolamentazione dei mercati ha determinato un atteggiamento tutto sbilanciato nei confronti di questi interessi e scarsamente proiettato al rovesciamento dello status quo, che pure sarebbe il modo migliore di farli valere. La delegittimazione di ogni idea alternativa a quelle dominanti da parte degli apparati mediatici e la scarsa incidenza delle forze politiche che si richiamano a queste idee sul terreno delle rivandicazioni particolari ha prodotto un allontanarsi dei lavoratori e delle classi sfruttate da queste stesse idee e la rinuncia ad ogni prospettiva di superamento dei rapporti sociali di produzione attualmente in vigore. Si è sacrificato l'“ideale” a vantaggio delle battaglie combattute giorno per giorno, separatamente e indipendentemente l'una dall'altra, senza nessun collegamento, perché l'unico collegamento possibile, il superamento dei rapporti di produzione in vigore appunto, è stato rimosso. Così queste singole lotte si sono svolte senza guardare minimamente a quella che è la missione storica delle forze sociali e politiche progressive. Astrattamente staccate dalle esigenze universali, le rivendicazioni si sono sentite libere da ogni condizionamento esterno alle singole rivendicazioni stesse. E questo ha permesso un'azione “anarchica” non organizzata e non coordinata in vista di un fine ultimo e perciò in sostanza velleitaria. Di conseguenza si è avuto un atteggiamento opposto a quello della dirigenza della sinistra: in questo caso ad un “moderatismo” ideologico ha fatto riscontro un “radicalismo” pratico.
Entrambi questi approcci sono privi di sbocchi. L'uno conduce all'incasellamento della sinistra nella trappola del gioco di coalizione e al sostanziale immobilismo parlamentare in nome di una “missione storica” che di fatto viene tradita. L'altro alla protesta furente ma velleitaria perché priva di respiro storico e politico.
Solo ricostruendo il rapporto tra la dirigenza della sinistra e la sua base è possibile superare questa aporia in cui sembra si sia finiti, perché si può ritrovare la sintesi tra le due esigenze, l'emancipazione universale e la rivendicazione particolare, senza sacrificarne una delle due, che condannerebbe anche l'altra, senza dover scegliere tra l'opportunismo tattico e il ribellismo sterile, ma trovando la giusta misura di tattica politica, perseguimento degli interessi immediati dei lavoratori e azione per la trasformazione della società nel suo complesso che è e deve rimanere comunque lo scopo fondamentale.
In questa chiave, quindi, deve essere letta la ricostruzione del radicamento territoriale di una sinistra di alternativa efficace, capace di porsi come punto focale delle lotte dei movimenti locali e dei lavoratori, capace di trovare una sintesi, un interesse comune e originale delle diverse manifestazioni di uno stesso fenomeno: l'opposizione al sistema di sfruttamento di classe.
Non è sufficiente sventolare una bandiera rossa in un corteo contro l'installazione di una base militare, né può bastare fare volantinaggio davanti alle fabbriche.
Il punto è trovare una sintesi, teorica e pratica, tra il sostegno ai movimenti locali e la presenza sul territorio e la “missione storica” della sinistra.