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martedì 4 maggio 2010

Ipazia, un'eroina del libero pensiero

Il film Agora di Alejandro Amenabar, in questi giorni nelle sale, rende giustizia a un figura femminile vittima del fanatismo religioso. Ipazia (370 – 415 d. C.) filosofa e scienziata di straordinaria intelligenza e di leggendaria bellezza, una personalità di primo piano nella cultura dell'epoca.
Filosofa di scuola neoplatonica godeva di grande stima e rispetto presso il mondo accademico e politico del IV e V secolo d. C. Non si hanno fonti dirette, ma secondo diverse testimonianze avrebbe avuto il merito di diversi progressi in astronomia tra cui l'invenzione dell'astrolabio.
Nel film Ipazia, interpretata dall'ottima Rachel Weisz, arriva addirittura a concepire non solo l'eliocentrismo e la centralità del Sole rispetto alla terra, teoria per la prima volta avanzata da Aristarco di Samo, astronomo greco del IV e III secolo a. C., ma perfino l'orbita ellittica della Terra, che sarebbe poi stata formalizzata da Giovanni Keplero soltanto nel 1609.
Quel che è certo è che la studiosa alessandrina diede un'importante contributo allo studio dei moti astrali. Figlia del matematico Teone seguì le orme paterne, ma allargò i suoi interessi oltre che alla scienza anche alla filosofia, tanto che Socrate Scolastico ce la presenta come l'unica erede di Plotino.
La vicenda storica si colloca ad Alessandria d'Egitto, città cosmopolita e di grande vivacità culturale da quando Tolomeo (IV secolo a. C.) sovrano d'Egitto e successore di Alessandro il Grande aveva fatto costruire il Museo e la Biblioteca, fari del sapere per secoli.
Con l'avvento del Cristianesimo (l'imperatore Teodosio nel 391 e 392 sancì l'ufficialità della religione cristiana e la proibizione di ogni culto pagano) la situazione di Alessandria cambiò; con la feroce politica del vescovo Teofilo i templi pagani vennero distrutti o trasformati in chiese e i pagani perseguitati.
Nel pieno della crisi del Paganesimo e dell'affermazione di un Cristianesimo violento e oscurantista, che vede le scienze degli elleni come una minaccia e un'eresia – i cristiani distrussero la grande Biblioteca, si salvarono solo poche opere – la figura di Ipazia emerge in tutto il suo splendore e se ne comprende tutto il fascino che esercitò tanto sui suoi contemporanei quanto su molti pensatori e storici successivi. Distante, non solo dal cristianesimo, ma anche dal paganesimo più misticheggiante, fu una guida indiscussa sia in campo scientifico e filosofico che politico, esercitando grande influenza sul prefetto di Alessandria, Oreste.
Quando a Teofilo successe Cirillo gli eventi precipitarono, quest'ultimo fu responsabile di una feroce campagna contro i pagani e gli ebrei e di quest'ultimi ordinò persino la cacciata dalla città. Con le sue “ronde” (i parabolani, monaci cristiani che si occupavano di sorvegliare la città) seminava distruzione tra tutti coloro che non fossero considerati cristiani abbastanza convinti.
C'è da immaginare sotto quale luce doveva essere vista Ipazia, scienziata, pagana e per di più donna.
I seguaci di una religione che predicava l'inferiorità della donna (Paolo di Tarso comandava la sottomissione del genere femminile e la proibizione per le donne di insegnare agli uomini) sicuramente non dovevano prendere in simpatia una donna che parlava liberamente di filosofia nelle piazze e che insegnava ai propri discepoli l'astronomia e la matematica, che si prendeva la libertà di intervenire nelle assemblee politiche (e il suo parere veniva preso sempre in seria considerazione) e che per di più non aveva mai accettato il cristianesimo.
Cirillo non aveva certo scrupolo di intervenire nelle questione amministrative dell'impero, nonostante ciò non gli competesse affatto; uno dei tanti esempi, questo, dell'ingerenza che la Chiesa ha sempre esercitato nelle questioni politiche e ciò ovviamente doveva causare una disputa con il prefetto Oreste. Questi venne preso di mira dai parabolani, uno dei quali lo ferì alla testa con un sasso. Le guardie imperiali catturarono il responsabile, un certo Ammonio, e lo uccisero. Cirillo, per tutta risposta dichiarò Ammonio martire della fede cristiana.
Ma l'odio dei parabolani e le mire del vescovo Cirillo non erano certo svaniti e la vittima designata fu Ipazia, accusata di aver “stregato” Oreste e di essere la causa dei suoi litigi col vescovo. La donna venne catturata dai parabolani e brutalmente assassinata. Così lo storico Socrate Scolastico descrive il misfatto: “Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli”.
Il filosofo Damascio accusò ancor più esplicitamente Cirillo di aver organizzato la cattura l'uccisione di Ipazia.
Venne aperta un'inchiesta sull'accaduto, presto insabbiata, per la vicinanza della reggente dell'Impero Romano d'Oriente, Pulcheria, alle posizioni di Cirillo.
Cirillo venne proclamato santo dalla Chiesa cattolica.

lunedì 19 aprile 2010

La famiglia prima di tutto

È un paese, l'Italia, che va dritto verso il collasso, sociale, civile ed economico.
Un paese che ha vissuto una breve, troppo breve, stagione di quel riscatto tanto atteso nei secoli passati e che adesso sta ripiombando velocemente nell'abisso.
È difficile trovare un settore, della sfera economica, politica, sociale o culturale, che non sia attraversato da una crisi profonda e strutturale. Va male l'economia, ben prima della crisi internazionale, le istituzioni politiche sono sempre più corrotte e distanti dalle esigenze della gente, le diseguaglianze sociali sono sempre più marcate, non c'è lavoro, non c'è possibilità di miglioramento se non per i più ricchi e stiamo scivolando verso comportamenti razzisti, intolleranti, cinici e abietti.
Le piaghe non solo di questo paese, ma che in questo paese si fanno sentire con una brutalità singolare, le conoscono un po' tutti e non c'è quindi da stare qui a elencarle.
Ma invece di porvi rimedio, cercare nuove strade, sembriamo invece fare di tutto per aggravarle, le soluzioni prospettate spesso si rivelano inefficaci quando non favoriscono addirittura l'effetto opposto a quello desiderato. Intellettuali, studiosi, politici, si affannano per fornire delle analisi e mettere appunto contromisure, tutte da un unico punto di vista, tutte parziali, nessuna che tenti una lettura complessiva della situazione. Un economista dirà che il debito pubblico è troppo alto, un politologo che la burocrazia è troppo costosa, un giurista che i procedimenti giudiziari sono troppo lunghi e farraginosi, un giornalista che l'informazione non è libera a sufficienza.
Tutti prestano attenzione agli effetti particolari e mai alle cause generali, riguardo al nostro paese, e che rendono quei mali particolarmente virulenti e cronici, e perciò ancor più difficili da contrastare.
Gli anni d'oro ormai terminati (o quelli che adesso ci sembrano tali) poggiavano evidentemente su basi fragili. È un paese strano. In cui convivono i picchi di enclavi avanzate e sviluppate e baratri di zone depresse e arretrate. Un paese dotato nel bene e nel male di una varietà impressionante, sia dal punto di vista geografico che antropologico. Un paese diviso, frammentato, caratterizzato non solo dalle scissioni e dalle lacerazioni tipiche della società moderna, ma che sembra carente di qualsiasi base di comune condivisione, sotto tutti i punti di vista e di qualsiasi meccanismo tanto per arginarle quanto per superarle. Un paese che si indigna per la corruzione di un politico, ma che è incapace di rispettare anche la più elementare norma del codice stradale. Un paese che dona soldi in beneficenza, ma che è capace di lasciare ammazzare un proprio concittadino in mezzo alla strada, senza che nessuno intervenga. Un paese che si indigna per una prostituta in mezzo alla strada, ma che lascia che una bambina sia violentata in una scuola. Un paese che ha scritto nella propria costituzione di essere fondato sul lavoro e che tuttavia permette la morte di migliaia di lavoratori nelle proprie fabbriche e nei propri cantieri. Un paese che si vanta di essere accogliente e che rinchiude gli immigrati in campi di internamento.
Queste contraddizioni tra una morale pubblica ufficiale e le prassi effettiva della vita quotidiana, sono inscritte nello stesso modus vivendi dell'italiano medio.
Questo italiano ha due punti di osservazione: da una parte la società, l'istituzione, la legge, un insieme astratto avvertito come qualcosa di impersonale e distante, che accetta per necessità, per abitudine, per conformismo; dall'altra gli individui con cui egli si rapporta quotidianamente durante la propria vita e che a lui sono legati da rapporti di collaborazione professionale, di amicizia o di parentela.
Mentre nei momenti solenni e ufficiali viene privilegiato il primo, con grande sfarzo e in pompa magna, con un uso spropositato della retorica, nella vita di tutti i giorni prevale decisamente il secondo e si annienta quasi del tutto il primo. Ad avere la meglio cioè, nella pratica, invece che nei discorsi, sono le relazioni personali dell'individuo. E con personale non è da intendersi meramente individuali, ma anche familiari, associative e corporative. Siccome il momento ufficiale e istituzionale, per arrivare al singolo, deve passare inevitabilmente per una qualche forma di relazione tra individui, è quest'ultima a prevalere nella sua singolarità, venendo del tutto a mancare invece la coscienza dell'universale, la presenza nel proprio modo di agire di un'idea, un'attitudine, un abito mentale che trascende la relazione personale pura e semplice che avviene in quel momento, in sostanza, una morale pubblica. Non si tratta di un atteggiamento immorale e nemmeno antagonistico. In entrambi questi casi, infatti, ci sarebbe comunque una consapevolezza e un sentimento della presenza di questa coscienza, seppure in negativo. Si tratta invece dell'assenza di qualsiasi riferimento ad essa, se non in modo molto flebile e superficiale, nelle normali relazioni tra individui o gruppi di individui. Indifferenza.
Persino il momento che dovrebbe essere di massima espressione di quella coscienza, di quella morale, la partecipazione politica attraverso il voto, finisce spesso per essere annientato nella comunanza di interessi e di rapporti personali.
Alle elezioni, quelle locali soprattutto, si vota il parente, il cugino, lo zio, oppure il conoscente che ci chiede il voto. Non c'è alcun riguardo per le idee politiche di ognuno e nessuno ne ha per le proprie. Bisogna votare per i membri della famiglia o del gruppo di persone con cui si ha una qualche relazione personale, anche se hanno idee politiche opposte alle nostre. Ci si candida con liste che diversamente non si sarebbero mai votate e si chiede di votarle a chi non lo avrebbe mai fatto. Ma il voto è un dovere, in ambito familiare, o tribale, magari corporativo, perché il nostro collega ottenga un taglio delle tasse per la nostra categoria. Si vota il vicino che ci ha promesso di farci ottenere i finanziamenti dalla regione per un alluvione che non ci ha mai colpito, si vota qualcuno che poi dovrà restituirci il favore quando saremo noi a candidarci, magari con una lista avversaria. Tutto ciò favorisce il venir meno dei propri ideali, annacquati in un guazzabuglio di compromessi e di interessi del microsistema in cui viviamo. Se la crisi delle ideologie e dei partiti politici si fa sentire nel nostro paese più che negli altri questa è una delle ragioni. Bisogna portare avanti gli interessi della famiglia, della tribù, del clan. Anche allo scopo di scavalcare quelli collettivi, i principi di una morale dichiarata e sempre sistematicamente tradita nei fatti. Ci si scandalizza quando i politici usano il proprio ufficio per perpetuare questi comportamenti, i quali non sono in realtà nient'altro che la prosecuzione della logica familistica con altri mezzi. Il do ut des regna nel nostro paese da tempi immemorabili. Vota per me che io voterò per te. Fai qualcosa per me che io ricambierò il favore. Il gruppo protegge i propri membri, che fuori da questo gruppo non sono più nessuno. Siamo il paese dei piccoli comuni, che durante il Medioevo riuscirono a dare seri grattacapi ai sovrani, siamo il paese delle corporazioni, che continuano a resistere alla storia e ai cambiamenti e perpetuano testardamente i privilegi dei propri appartenenti. Siamo il paese che è stato dilaniato dalle signorie, dagli staterelli tanto piccoli quanto arroccati e l'un contro l'altro armati, che per spuntarla in questa guerra intestina andavano a chiedere sempre aiuto al Papa o alle monarchie europee. Un paese che godeva di uno sviluppo economico e industriale di primo livello che è stato vanificato dalla litigiosità politica, dalle tante tribù allargate che pretendevano di fare stato a se. La Spagna senza avere un'economia florida, aveva uno stato potente e con esso riuscì a dominare a lungo la scena internazionale, l'Italia, al contrario, aveva un'economia florida ma neanche uno straccio di stato e la qual cosa finì per compromettere anche la sua economia.
Siamo il paese in cui, nei tempi della globalizzazione, continuano a resistere e a diffondersi le tante piccole imprese a conduzione familiare, coccolate dai politici e dagli economisti, nonostante ci stiano portando sull'orlo della catastrofe economica. Continua a resistere il mito della fattoria, del falansterio dove la famiglia vive e produce, condotta da un padre padrone benevolo e da laboriosi figli dipendenti. È la struttura familiare che viene trasferita all'industria. Questa mitizzazione della piccola impresa stenta a scomparire, eppure è tra le maggiori cause della spropositata diffusione del lavoro nero o sottopagato e dell'evasione fiscale delle imprese. I Comuni, le Regioni, e infine lo Stato che ne è succube, sono tutti protesi verso di loro, nonostante siano incapaci di stare sul mercato, causando periodicamente la rovina di migliaia di persone, assolutamente inadeguate a reggere durante i periodi di crisi. Le corporazioni della arti e dei mestieri hanno sempre tenuto un alto steccato attorno al proprio territorio, perché nessun altro vi entrasse, formando una setta professionale selezionatissima, impossibile da penetrare. Anche in economia vige la legge del clan.
Avvocati, magistrati, commercialisti, notai, commercianti, artigiani, imprenditori e banchieri, tutti formano le loro congreghe e le loro sottocongreghe per trasmettere il loro mestiere di padre in figlio e per impedire la contaminazione con gli individui provenienti da altre famiglie. Né imperatori, né parlamenti eletti hanno mai potuto far nulla contro di loro, perché il familismo contagia tutti e raggiunge chiunque, anche ai livelli più alti. In questo è assolutamente egualitario, non c'è nessuno che possa sfuggire al suo controllo clanistico.
La famiglia allargata, la tribù, il clan, è solido come una roccia, ha un modo infallibile di proteggersi. Impone ai propri membri il silenzio, circa le proprie attività, se ne parla solo all'interno e mai all'esterno. Se un membro infrange le regole, viene punito solo se nuoce agli altri membri del gruppo e sempre e soltanto all'interno del gruppo e con la massima discrezione. Non per niente siamo il paese delle associazioni segrete, della massoneria, dei servizi deviati, dei gruppi terroristici, dei golpe tentati attraverso oscure trame in cui mai nessuno è riuscito a vedere a fondo. Delle sette sataniche e di quelle religiose, che abusano di donne e bambini, impenetrabili per decenni alle autorità e alla legge dello stato.
Nel nostro paese per millenni sono stati perpetrati gli abusi dei preti sui bambini, senza che nessuno dicesse nulla o lasciasse trapelare nulla. Chi sapeva taceva o fingeva di non sapere oppure si costringeva a dimenticare. I genitori si dicevano che erano fantasie infantili, per tranquillizzarsi, i compaesani respingevano le parole di qualche fanciullo, o che qualche parrocchiano più ingenuo si è lasciato sfuggire, come un'impertinenza, una maldicenza. La Chiesa ha sempre fatto di tutto per nascondere i propri scheletri nell'armadio, coprendo le nefandezze dei propri “pastori”. Ma neanche i laici e le persone ostili alla Chiesa hanno avuto l'ardire di denunciare quanto accadeva. Nessuno scrittore, intellettuale, politico. La famiglia non si tocca, neanche quella degli altri, perché altrimenti questa poi potrebbe rivalersi sulla propria. C'è voluta la potenza della televisione e le denunce, da altre nazioni, perché si aprisse uno squarcio di verità.
Questa omertà non è qualcosa di perfettamente cosciente, ma che impregna la vita dei paesini, quei paesini microscopici, che resistono ancora nonostante tutto, la vita delle contrade, di cui le città italiane più cosmopolite vanno orgogliosamente fiere, e finisce per raggiungere le metropoli e i palazzi del potere.
Non per niente siamo il paese della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, della sacra corona unita, della mafia del brenta. Una mafia che nessun governo sembra mai potere e volere distruggere. Una mafia che è nata come modesta milizia di ladri di polli e di pastori e che è diventata una delle più grandi organizzazioni criminali al mondo e uno gruppo di potere capace di infiltrarsi ovunque. Senza mai perdere la propria struttura, anzi rafforzandola, assieme ai propri riti e alle proprie cerimonie arcaiche, ai propri linguaggi cifrati, a sigillare ogni nuovo patto d'affari.
Siamo un paese che è dominato da quello che il sociologo americano Edward Banfield definiva familismo amorale, la presenza ossessiva e pervasiva del retaggio familiare, l'assenza di regole se non all'interno della struttura parentale.
Così onoriamo un impegno con un parente in modo molto più scrupoloso che una legge o una norma etica. Un divieto stradale si può infrangere, le tasse si possono evadere, le file alla cassa si possono superare, ma non si può mai tradire la fiducia di un parente o di un amico, un nipote deve essere raccomandato, per fargli ottenere un posto o una promozione, un cognato potrà grazie a noi passare attraverso corsie preferenziali per sbrigare una pratica in poco tempo evitando le lungaggini burocratiche.
La famiglia viene prima della legge dello stato e della morale pubblica.
Questo paese è stato così bene descritto da Federico De Roberto nei Viceré, un romanzo troppo spesso ignorato, e a cui nelle scuole viene preferita l'operetta morelaggiante dei Promessi Sposi, e che narra le vicende di una famiglia aristocratica, che attraverso varie traversie, finisce sempre per conservare la propria posizione di potere, sotto i Borboni, come durante l'Italia unita. Tutti possono fare qualsiasi cosa, prendere parte a qualunque azione e a qualunque guerra, stare dalla parte dei Borboni, o da quella di Garibaldi, nella destra o nella sinistra, purché ad essere portati avanti siano sempre gli interessi della famiglia e del clan. Secondo la massima di Gaspare Uzeda, parodia della celebre frase di Massimo D'Azeglio, fatta l'Italia dobbiamo fare gli affari nostri.
Siamo inflessibili, nelle prese di posizione ufficiali, ma le trasgrediamo volentieri nella pratica. Non siamo capaci di tenere uniti i due piani, quello etico e quello personale, cosicché il primo vive solo nei bei discorsi e rimane del tutto distaccato dal secondo, che invece si autogoverna secondo proprie leggi, le leggi dell'interesse reciproco, la legge del clan, della congrega.
Non a caso tutte le ideologie universalistiche, che cercavano di realizzare un ideale di società fondato su leggi universali e uguali per tutti, nel nostro paese sono miseramente fallite, laiche o religiose che fossero.
Il cristianesimo delle origini, che asseriva l'uguaglianza di tutti gli uomini, sarebbe stato piegato e manipolato secondo le esigenze egemoniche e settarie del cattolicesimo. L'umanesimo, doveva schiantarsi contro il muro degli interessi corporativi ed ecclesiastici. L'illuminismo non ha mai attecchito veramente nel nostro paese, come dimostra la persistenza della superstizione, delle sette religiose, di tradizioni arcaiche e anacronistiche, delle statue dei santi di paese portate a spasso per le piazze, della fede irrazionale nei miracoli e nella sua traduzione moderna, ovvero le lotterie e i gratta e vinci che invadono l'Italia, come dei giri di scommesse sportive. Il repubblicanesimo risorgimentale, che voleva unificare l'Italia, riuscì a farlo solo ufficialmente, lasciandola però intatta nelle sue disparità, economiche, linguistiche e culturali. Perché i clan hanno proprie lingue e proprie tradizioni. L'antifascismo e la Resistenza, che volevano costruire un'Italia su nuove basi di giustizia e libertà e che lo dichiararono in una delle costituzioni più avanzate al mondo, non poterono nulla contro il potere della famiglia. Il marxismo, infine, ultimo di una lunga serie, che voleva unire la classe operaia per riscattarla, doveva infrangersi contro la diffusione delle parrocchie e la fede dei parrocchiani, tutti stretti attorno al loro sacerdote che dice loro come votare.
La scissione dei lavoratori, poi, in tempi più recenti, in varie conventicole, ognuna legata al proprio padrone, ai propri capetti aziendali finendo ognuno per imitarne gli atteggiamenti servili, avrebbe finito per dare il colpo di grazia agli ideali di riscossa sociale.
Anche oggi, ai tempi del liberismo sfrenato e del dio mercato, l'unica ideologia che gli italiani hanno abbracciato tutti quanti insieme ripudiando le altre, il Capitale internazionale non ha annullato i clan medievali, semmai li ha convertiti al proprio credo, li ha resi suoi servitori, ma questi continuano a resistere e a prosperare. Le aziende, anche le più grandi e moderne, continuano ad assumere i figli dei propri dipendenti; le pubblicità idealizzano la famiglia e il ruolo della donna al suo interno, bellissima, curatissima e all'ultima moda, è sempre subalterno.
Sembriamo conquistati da una nuova moda politica, come ne abbiamo vissute tante, quella dell'unico partito dell'estrema destra d'Europa che sia regionale e autonomista, che chiede a gran voce il federalismo, diventato un mantra per tutta la classe dirigente. In questo modo si disintegra ciò che rimane dello Stato, per tornare al “territorio”, alle regioni, ai comuni microscopici e alle province. Teniamo fuori tutti quelli che non sono nati nel nostro villaggio insignificante e restiamo arroccati alla nostra cultura, alla nostra tradizione, alla nostra etnia. Diamo più potere ai sindaci, diamo alle regioni l'autonomia fiscale. Rinchiudiamoci nei nostri clan, nelle nostre famiglie allargate, mentre il mercato spregiudicato intanto ci lascia fare, ma prima o poi ci travolgerà.
Noi italiani siamo impotenti di fronte al familismo, perché esso è parte integrante della nostra “italianità”. Ecco perché invece che arroccarci, dovremmo cambiare l'aria, aprire le porte e far entrare aria fresca da tutto il mondo, e lasciare che gli immigrati aboliscano i nostri clan e le nostre connivenze. Sono loro, gli unici che possono salvarci. Non è per umanitarismo che dobbiamo favorire l'immigrazione. È per noi stessi, perché quello che siamo, ci sta portando alla rovina. Perché l'italiano così come è oggi non è in grado di cambiare e deve perciò contaminarsi con altre popolazioni e altre culture.

lunedì 25 gennaio 2010

Alieni e immigrati

Un saluto a tutti e ben ritrovati dopo questo mio lungo periodo di assenza e questa lunga vacanza di Eresia rossa (non del suo autore però!). Molti di voi forse mi avranno, comprensibilmente, abbandonato, data la mia prolungata assenza, ma spero possiate tornare numerosi. Devo dire che ci sono tanti argomenti con cui avrei voluto ricominciare. Ma probabilmente già se ne occupano, ed esaustivamente, altri blog. Perciò desidero parlarvi di un film, che consiglio caldamente di vedere. Si chiama District 9, uscito qualche mese fa, e forse alcuni di voi l'hanno già visto. È una intelligente satira sociale (anche se drammatica) di genere fantascientifico. Una nave aliena sbarca a Johannesburg (tra le righe si legge un riferimento all'apartheid) e resta ferma a causa di un guasto. La popolazione aliena della nave viene rinchiusa in un campo chiamato appunto “Distretto 9”. Gli alieni (soprannominati spregiativamente “gamberoni”) sono così costretti a vivere in una specie di “bidonville”. A seguito della crescente tensione con gli umani il governo sudafricano decide di trasferire gli alieni in un nuovo campo e incarica di farlo l'agenzia MNU rappresentata da Wikus Van De Merwe, il quale tratta gli alieni senza troppi riguardi. Tuttavia dovrà presto ricredersi a seguito di un inspiegabile evento che lo trasforma da carnefice a vittima. Mi fermo qui, nel caso non l'abbiate visto e vogliate farlo (e ve lo consiglio).
La pellicola riesce ad essere molto efficace nel rappresentare la situazione inizialmente dalla parte degli uomini, i quali non hanno molte preoccupazioni per la sorte toccata agli alieni, esseri mostruosi e orripilanti, che possono anche essere uccisi senza pietà alla minima infrazione. In seguito c'è un capovolgimento e il punto di vista diventa quello degli alieni costretti a sopravvivere duramente su un pianeta ostile.
Pensate anche voi quello che penso io? Sostituite “alieni” con “immigrati”, l'appellativo “gamberoni” con “negri”, “Distretto 9” con “Centro di Identificazione” e otterrete non la trama di un film di fantascienza, ma la realtà. Una realtà che sembra tra l'altro replicarsi periodicamente, come già è successo giorni fa nell'“accogliente” Rosarno. Questa associazione io l'ho fatta subito. È inevitabile. Non è provincialismo, il voler ricondurre tutto al cortile di casa propria. La vicenda di Rosarno è sintomatica di un fenomeno mondiale, che coinvolge la specie umana in quanto tale e la sua organizzazione sociale.
L'aspetto che la pellicola centra in pieno è la segregazione come fenomeno profondamente moderno, talmente moderno da essere trasponibile in un'opera di fantascienza. Fenomeno, purtroppo, assai sottovalutato, oggi. Si pensa alla segregazione come a qualcosa che avvenne in passato, la cui ultima e tragica apparizione fu proprio quella sudafricana. Eppure essa è sempre presente, magari sotto nuove forme. Ovunque nel mondo si trovano situazioni come queste. Basta andare in Palestina e vedere come il governo israeliano tratta i palestinesi, oppure in Cecenia, o nelle prigioni della Libia, a seguito dell'accordo col nostro governo, o nella stessa Italia. I fenomeni migratori si rafforzano, perché si inaspriscono guerre, carestie e miseria. Alle migrazioni i governi rispondono con un rifiuto oppure con la segregazione, scoraggiando in tutti i modi la mescolanza e costruendo muri, compartimenti stagni.
La caccia al negro di Rosarno non è un episodio di cronaca locale o nazionale. È una questione che sta assumendo proporzioni gigantesche e che le azioni dei governi e dei potentati economici aggravano costantemente.
La segregazione non è l'apartheid di un paio di decenni fa, il razzismo non è il lascito di un passato barbarico. È qui e ora. È questo il senso del film: è qualcosa di profondamente moderno, radicato nelle nostre società e che riaffiora non appena qualcosa di inaspettato e di diverso infrange il precario equilibrio delle nostre metropoli, o delle nostre province, che ci illudiamo di poter conservare. Non a caso il film è ambientato nel 1982. Il passato è presente. Probabilmente possiamo rassicurarci con l“'uguaglianza formale” scritta sulle leggi, o con l'apparente noncuranza che ostentiamo di fronte alla diversità, ma ciò non cancella una caratteristica profonda della nostra società. Essa è razzista strutturalmente e per costituzione: una verità sconcertante, certo, ma pur sempre una verità, come l'“esperimento virtuale” di District 9 dimostra ampiamente.

lunedì 7 dicembre 2009

Perché vi odiano



Caro Segretario di Stato Hillary Clinton, a seguito della sentenza sull'omicidio Kercher che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e a 25 anni di reclusione, i giornali americani hanno sollevato uno scandalo incomprensibile. Premetto che non sono accusabile di nazionalismo né di difendere ad oltranza la magistratura italiana e chi segue ciò che scrivo lo sa. Però, questa volta, caro Segretario di Stato, avete torto marcio. Voi, i vostri giornali e i vostri politici. A cominciare dalla senatrice Maria Cantwell del suo stesso partito, che crede evidentemente di sapere meglio dei giudici che si sono occupati del caso e che lo hanno studiato, quale sia la verità, per finire a tutti quelli secondo cui la sentenza sarebbe stata dettata da “antiamericanismo”. Un idea davvero demenziale, perché solo un demente potrebbe pensare che un giudice emette una sentenza che condanna un americana perché gli sono antipatici gli americani. Un'idea che denota tutta l'ignoranza e la superficialità di chi la esprime e che mi rattrista non sia stata censurata dal suo partito. Mi rattrista anche che lei, Signor Segretario di Stato, invece di prenderne le distanze e di dire se non di condividere, quanto meno di rispettare la sentenza della magistratura italiana, ha detto di essere pronta ad ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire sul caso, come se il compito di un politico non fosse quello di occuparsi dei problemi del proprio paese, ma di mettere il naso in faccende che non li riguardano, come le sentenze emesse da giudici di altre nazioni, che in quanto a diritto, onestamente, non hanno nulla da imparare dal vostro sistema. Anzi, se c'è qualcuno che dovrebbe imparare quelli siete voi. Ho già detto che sono quanto di più lontano ci sia da un nazionalista. Però, come diceva un vecchio cantautore italiano:

“...ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono”

Allora mi permetta di sbatterle in faccia i nostri oltre duemila anni di civiltà giuridica. Mi permetta di sbatterle in faccia che noi di diritto ci occupiamo da molti secoli prima che gli Stati Uniti nascessero. Mi permetta di sbatterle in faccia che senza il diritto romano la civiltà giuridica occidentale non esisterebbe nemmeno. Mi permetta di sbatterle in faccia chi fu Cesare Beccaria che scriveva contro la tortura e la pena di morte quando voi sfruttavate ancora gli schiavi nelle piantagioni. Mi permetta di sbatterle in faccia la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza contro l'oppressore, e di fronte alla quale dovreste togliervi il cappello. In tutto questo tempo, qualcosa lo avremmo pure imparato, non le pare?
Ma potevo pure accettare questa lezione di diritto da un francese, o da un brasiliano, soprattutto dopo la vicenda Battisti in cui i giudici di questi altri paesi hanno effettivamente mostrato di essersi comportati meglio dei nostri. Del resto nessun sistema è perfetto. Ma non posso accettarlo in nessun modo dal vostro paese. Mi pare che non sia il caso di ricordarle, Signor Segretario di Stato, il disastro del Cermis in cui, a causa di piloti americani, che con un eufemismo molto generoso si possono definire scellerati, perirono venti miei concittadini, i quali, a causa degli impedimenti frapposti dal vostro paese, non poterono avere mai giustizia. Non mi pare sia il caso di ricordarle, per andare ancora più a ritroso nel tempo, il caso dei due anarchici italiani, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, che, innocenti, furono condannati dai vostri giudici alla sedia elettrica. Alla sedia elettrica, Signor Segretario, non a 26 anni (che in Italia possono essere ridotti nel corso della pena).
Mi preme invece farle notare, come i vostri “censori” prima di giudicare cose che non conoscono nemmeno dovrebbero pensare alla trave negli occhi del paese a cui appartengono. Alla giustizia italiana si possono fare tante accuse. Ad esempio quella della lunghezza dei processi. Ma non si può fare per nulla al mondo l'accusa di mancanza di garantismo. I vostri giornali, Signor Segretario, stanno tentando di far passare ai loro lettori un'immagine dell'Italia come quella di un paese barbaro, forcaiolo, “giustizialista” come si dice, dove si verrebbe condannati dopo processi sommari. Mi dispiace, Signor Segretario di Stato, ma non siamo noi i forcaioli, non siamo noi i barbari, non siamo noi i giustizialisti. Non lo siamo, quantomeno, rispetto a voi. Noi, ad esempio, non abbiamo la pena di morte. Salvo durante il fascismo (e per prevenire vostre probabili osservazioni aggiungo che voi avete contribuito a sostenerlo) in Italia la pena di morte non è mai esistita. I nostri “padri nazionali” hanno sempre assunto una posizione di rifiuto verso, questa volta sì, un tale barbaro strumento. Giuseppe Mazzini, celebre rivoluzionario e patriota italiano, aveva sempre espresso il suo giudizio fortemente contrario nei confronti della pena capitale. Altrettanto fece il neonato stato italiano nel 1861. Nel 1946 nacque la Repubblica e i padri costituenti furono praticamente all'unanimità d'accordo nell'escluderlo dal nostro ordinamento. Voi, invece, lo avete sempre avuto. Come una macchia indelebile sul vostro sistema, la pena di morte non ha mai smesso (e io spero che lo faccia presto) di accompagnarvi. Avete avuto prima l'impiccagione. Poi siete passati alla sedia elettrica. Fino a ieri avevate persino la camera a gas. Non starò qui a enumerare tutti i trattati internazionali sui diritti umani che non avete firmato. E quelli che avete firmato violandoli, come dimostrano le torture praticate dai vostri soldati a Guantanamo. Ma voi, Signor Segretario, non potete proprio permettervi il lusso di dare lezioni di garantismo a noi italiani. Questo proprio mai. Forse dovrebbe dire alla sua collega Maria Cantwell di informarsi, e vedrà che l'ordinamento italiano possiede non uno, ma tre gradi di giudizio. Al contrario degli Stati Uniti in cui si accettano casi di ricorso alla Corte Suprema solo in via eccezionale. Dovrebbe dirle inoltre che da noi le indagini le fa il Pubblico Ministero, un magistrato, non un comune agente di polizia. Dovrebbe dire alla senatrice ignorante che un caso del genere, fossimo stati in America, ci sarebbe stata una condanna come minimo all'ergastolo, se non addirittura a morte, quindi è inutile che si lamentano coloro che giudicavano eccessiva la pena. Il nostro ordinamento prevede che la pena tenda alla rieducazione del condannato. Per cui può darsi che Amanda Knox e Raffaele Sollecito (quest'ultimo se fosse stato da solo nessuno di voi bravi americani garantisti se ne sarebbe occupato perché non è nato in America) non scontino per intero la loro condanna. Infatti, in Italia viene applicato un principio in linea con i più avanzati sistemi penali (tra cui, mi duole dirlo, non figura il vostro!) secondo cui, prove statistiche alla mano, i detenuti che escono prima della scadenza della loro condanna è assai probabile che non reiterino il reato.
Dica anche alla senatrice Cantwell che, da noi, non si finisce in galera per non aver pagato delle contravvenzioni. È vero, anche da noi, purtroppo, talvolta (sempre troppo spesso) i detenuti vengono maltrattati e a volte uccisi. Ma cosa dire allora dei cittadini di colore che negli Stati Uniti subiscono costantemente violenza da parte delle vostre forze dell'ordine? Vogliamo vedere, in proporzione, quanti episodi di violenza accadono nelle vostre carceri (soprattutto quelle di massima sicurezza!) e quanti nelle nostre? Basti sapere che in Italia i detenuti sono lo 0,1% della popolazione, in America si arriva all'1%, dieci volte tanto!
Fossi Amanda Knox, mi riterrei fortunato, dopotutto, di scontare la pena in Italia e non negli Usa (dove avrebbe potuto costargli anche la vita). Mi riterrei fortunato di essere stato giudicato da un tribunale italiano e non da uno americano. Il nostro sistema, Signor Segretario, permetterà ad Amanda Knox, che ha commesso un gesto ingiustificabile checché ne dicano i sui genitori e la senatrice Cantwell, il più grave dei delitti, quello di sopprimere una vita umana, di scontare la pena, comprendere, forse, il suo tragico errore, e, una volta fuori di prigione, ricostruirsi una vita normale e rispettosa degli altri esseri umani. Certo, non è detto che comprenderà il suo errore, che si pentirà per quello che ha fatto. Soprattutto se è circondata da persone, come i suoi genitori, ma anche certi giornalisti, e certi politici, che giustificano il suo gesto.
I genitori, per primi, per quanto questo possa essere doloroso, dovrebbero rendersi conto del male che ha fatto la loro figlia a una sua coetanea, una sua concittadina e soprattutto una persona. Del male che ha fatto ai familiari di Meredith Kercher, cui il nostro tribunale ha reso quantomeno giustizia. Dovrebbero rendersi conto che quei familiari hanno subito una perdita molto più grave della loro. Perché in Italia non vige la legge del taglione.
In secondo luogo, i giornalisti americani, che non so se si rendono conto della quantità di menzogne che stanno raccontando ai loro concittadini, danno un'immagine falsata di un paese, il mio, che non gode di buna reputazione, ma che in realtà non conoscono.
The last but not the least, come dite voi, i politici – a cominciare da lei Signor Segretario – che non si rendono conto dell'ingiustizia che fanno all'Italia che ha sempre mostrato lealtà nei vostri confronti, spesso immeritata. L'Italia, che ha offerto il sacrificio dei propri soldati per guerre che non condivideva (cioè il popolo non le condivideva, i governanti e le multinazionali sì) sopportando servitù militari quantomai anacronistiche, non merita tutto questo.
Voi, occupate incarichi di responsabilità, dovreste sapere allora quali problemi le posizioni di certi vostri senatori e senatrici possono provocare a noi. In Italia infatti è in corso un'opera di delegittimazione dell'apparato giudiziario, da parte dell'esecutivo, opera che avrà dalla sua, ora, il contributo di un alleato insperato e quanto mai inopportuno.
Dopotutto, Signor Segretario di Stato, questa vicenda potrebbe apparire secondaria alla luce degli eventi che il mondo intero si trova ad affrontare. Ma se si vede la questione da un altro punto di vista si può scorgere un significato più profondo e fondamentale.
L'atteggiamento che il vostro paese ha tenuto nei confronti del nostro paese, è indice, infatti, caro Signor Segretario, di un'arroganza e di una spocchia che non può non risultare insopportabile a chi non è vostro connazionale. Un imperialismo culturale, oltre che economico e politico, che vi accompagna in ogni vostro ingresso, certo mai discreto, sulla scena internazionale. Avete dominato e continuate da molti anni a dominare il mondo, non c'è che dire. Non solo conservate questo vostro dominio con metodi assai sconvolgenti dal punto di vista etico (e non c'è bisogno che ricordi proprio a lei la miriade di colpi di stato che avete organizzato e concluso spesso con successo in tutto il mondo) non solo esercitate sul mondo intero un potere che è quanto di più lontano ci possa essere dalla democrazia di cui vi ergete a evangelizzatori, ma accompagnate per di più queste vostre mirabili gesta a una spocchia che si fa accondiscendenza nel migliore dei casi e aggressiva pretesa nel peggiore, una presunta superiorità culturale e civile con cui vi arrogate il diritto di giudicare tutto e tutti, pretendendo di non essere giudicati da nessuno. Come potete allora, con il candore immacolato della vostra falsa coscienza, chiedervi perché in molte parti del mondo siete odiati? Non mancate di manifestare la vostra superbia e la vostra impudenza persino con un paese che, nonostante tutto, non vi ha ancora negato la propria alleanza, come potete allora chiedere di essere trattati con riguardo finanche dai vostri nemici?
Probabilmente appartengo a quella schiera di persone che i bravi giornalisti che ci danno lezioni di diritto definirebbero “antiamericani”. Ma ciò non deriva da un qualche fanatismo, estremismo, o terrorismo. Io odio il vostro sistema. Non odio il vostro popolo, la vostra gente. Credo nel principio sancito da ambedue le nostre Costituzioni (e tanto spesso, ahimé, inapplicato!) che sancisce l'uguaglianza di tutti gli uomini senza distinzione di razza, sesso, o religione. Come potrei allora odiare una persona per la sua nazionalità? Odio, invece, il vostro sistema di potere. Quel sistema di potere cui avete assuefatto il mondo intero e il vostro stesso paese. Quel sistema di potere che a parole proclama libertà e democrazia e nei fatti opprime le altre culture e chiunque non si adatti ai vostri interessi. È facile accusare chi non la pensa come voi, chi antepone il valore dell'uomo al mercato, chi cerca di realizzare un mondo più giusto di quello attuale (come delineato, quasi poeticamente, nella Costituzione italiana) chi è in disaccordo col vostro modo di intendere la società, o che semplicemente si limita a fare il proprio mestiere in un'altra società, di essere un terrorista, un estremista o un antiamericano. Meno facile è comprenderne le ragioni, le motivazioni e le cause di quello che voi definite sbrigativamente antiamericanismo.
Non voglio difendere, Signor Segretario di Stato tutto quello che appartiene al mio Paese. Sono perfettamente cosciente dei numerosi mali che lo affliggono. Né tanto meno voglio difenderlo per un puro patriottismo. Ma nello stesso tempo mi sento solidale con le vittime delle vostre, e purtroppo tante, prepotenze. So che c'è chi ha sofferto pene assai peggiori a causa vostra, per questo, quando ho saputo dell'offesa che certi suoi concittadini, Signor Segretario, hanno rivolto ai miei concittadini, come sono i giudici che hanno redatto quella sentenza, alla mia cultura, e ai miei ideali riflessi in quella Costituzione, riconosciuta a livello internazionale come una delle più avanzate al mondo, mi sono sentito offeso io stesso. Quei valori e quegli ideali nei quali io credo, sui quali la Repubblica italiana è stata fondata e che spesso, lo ammetto, vengono dimenticati, vengono calpestati quotidianamente da voi, tanto metaforicamente (come nel caso in questione) quanto, e in modo ben più grave, materialmente, come accade nelle numerose guerre da voi provocate.
Se voi volete sostenere un sistema che discrimina tra il ricco e il povero, il cristiano e il mussulmano, noi certo non possiamo impedirvelo. Nessuno verrà a invadervi, con la cultura o con l'esercito, almeno non fino a quando sarete così potenti (ma il potere spesso tradisce).
Ma nessuno vi dà il diritto di andare in giro per il mondo a “esportare” una qualche idea di civiltà, maschera di interessi assai più prosaici e inconfessabili. Né con la forza, a suon di bombe, né con l'inganno, serviti da falsi profeti che diffondono menzogne.
Quando vedo la mia Patria trasformarsi fino a smarrire se stessa, non solo la propria cultura, che di per sé potrebbe non essere un gran danno, ma quei principi di giustizia sociale, di solidarietà e di uguaglianza con cui poteva orgogliosamente distinguersi da voi, quando vedo la privatizzazione dei servizi essenziali, dell'acqua, della sanità (che il vostro Presidente dice adesso di volere universale, sarà vero?) quando vedo lo Stato e il servizio pubblico che arretra di fronte a un privato sempre più aggressivo e spregiudicato, quando vedo quell'insieme di tutele sociali e di diritti, faticosamente conquistati dalla mia gente, svanire, per far posto alle magnifiche sorti e progressive del mercato, quando vedo quella che è la mia civiltà giuridica e sociale che permise al popolo di elevarsi fin quasi – forse fu un illusione – a contendere il diritto di governare col potere costituito, ridursi alla pallida ombra di se stessa per far posto alle fanfare del progresso dell'americanizzazione trionfante, quando vedo i miei concittadini abbagliati dal consumismo e dall'industria culturale che voi ci avete imposto per dominarci meglio, allora sento una rabbia profonda che mi costringe a odiarvi. A odiare il vostro sistema. Non la vostra gente che come noi ne è vittima.
Per questo, Signor Segretario di Stato, io chiedo, pretendo, che quella senatrice che ha scagliato deliranti accuse contro i magistrati italiani e la civiltà giuridica del mio paese ci rivolga le sue scuse. Chiedo che anche lei, Signor Segretario di Stato, e il suo Presidente, rivolgiate le vostre scuse al popolo italiano, in nome del quale è amministrata quella giustizia che ha condannato una vostra concittadina, e reso giustizia a un'altra. Chiedo che la finiate con la vostra prepotenza, morale e materiale, col vostro imperialismo culturale ed economico.
Chiedo che solleviate il Mondo dalla vostra inquietante e ubiqua presenza. Chiedo, anche se so che non lo farete, tanti e tali sono gli interessi che tengono avvinti voi stessi, come una macchina infernale che è diventata impossibile controllare.
Ma le macchine, Signor Segretario, sono create dagli uomini, che così come le hanno create possono anche distruggerle. Allora, finalmente, smetteremo di odiarvi.


Un cittadino dell'Italia e del Mondo


AGGIORNAMENTO, 8 dicembre:

Non ci sono irregolarità nella condanna della studentessa americana Amanda Knox per l'omicidio di Meredith. Lo sostiene il Dipartimento di Stato americano. "Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata", ha detto il Ian Kelly. Il portavoce ha annunciato che il segretario di Stato Hillary Clinton incontrerà la senatrice Maria Cantwell, che aveva parlato di "sentimenti anti-americani" nella sentenza.
"Il governo italiano ha autorizzato il nostro personale consolare ad assistere al processo - ha detto Kelly - Abbiano inoltre potuto visitare periodicamente Amanda Knox e continueremo ad avere questo ruolo di verifica e sostegno.


Faccio notare, non hanno detto: la legge italiana è stata rispettata, non c'è nessun antiamericanismo, ma "Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata" cioè: noi ce ne laviamo le mani.
Una dichiarazione comunque tardiva e decisamente inopportuno tutto questo interesse del Dipartimento di Stato per una criminale e per un'idiozia stratosferica come quella sul presunto "antiamericanismo" dei giudici. Evidentemente la Cantwell deve contare molto nel suo partito per aver tanto seguito dopo la figura decisamente meschina che ha fatto.

martedì 8 settembre 2009

Le radici del razzista


BRUXELLES - Come si direbbe in Italia: «Chi la fa l’aspetti». O meglio: «Il bue non chiami cornuto l’asino». Come si direbbe in Italia, si dice oggi in Olanda: dove il bue del proverbio, con rispetto parlando, sarebbe Geert Wilders; e l’asino, gli immigrati turchi o nordafricani. Perché Wilders, il deputato dal ciuffo giallissimo e dal l’occhio ceruleo finito sotto processo per incitamento alla discriminazione e al l’odio religioso, l’uomo che vince le elezioni gridando «No all’Eurarabia» o «l’Olanda agli olandesi», e invocando la cacciata di tutti gli im migrati musulmani «che non rispettano la nostra cultura», lo stesso che per le sue idee viene espulso dalla Gran Bretagna e che i nemici bef fardi chiamano «il più bianco dei bianchi», insomma proprio lui sarebbe in qualche modo «nero»: figlio e nipote di immigrati dall’Asia, pronipote di meticci dalla pelle scura, discen dente di musulmani.
In altre parole un «indo», come nella lingua di tutti i giorni molti olandesi chiamano que sti cittadini. Parentele neppure trop po lontane, poi: già la nonna materna di Wilders, Johanna Ording-Meijere, moglie di un colono olandese nelle ex-Indie Orientali (l’attuale Indonesia, il più grande paese a maggioranza musulmana nel mondo) avrebbe avuto, come si usa dire, sangue misto. Tutto questo ha rivelato un esperto di genealogia, ricostruendo l’«albero» dei Wilders, e ora lo conferma - con uno studio di sei pagine appena pubblicato sul settimanale dei Verdi di Amsterdam - un’antropologa culturale, Lizzy van Leeuwen, che ha svolto lunghe ricerche negli archivi nazionali e che aggiunge un pizzico velenosetto della sua scienza alla zuppa già piccante delle polemiche: an che il ciuffo quasi albino e clamorosa mente ritinto di Wilders, dice infatti la studiosa, si può spiegare con la vo lontà di nascondere certe radici, di fuggire da un passato familiare che Wilders avrebbe sempre nascosto o dimenticato, tant’è che non lo cita nel le sue biografie. E anche le sue idee sarebbero così radicali, proprio per il desiderio di chiudere certe pagine.
Secondo la ricostruzione fatta ora, Johann Ording, il nonno materno di Wilders, proveniva da un’antica fami glia ebrea della madrepatria e si era trapiantato nell’isola di Giava, in Indo nesia, come direttore dell’amministra zione finanziaria. Sua moglie, Johanna, era una di quelle bellezze euro-asiatiche che così spesso si incontravano nelle famiglie dei coloni: e aveva, ovviamente, dei parenti musulmani. Gli Ording erano benestanti, avevano una numerosa servitù. Ma in torno al 1930, Johann fu colpito da un dissesto finanziario, e mentre era in vacanza in Olanda scoprì di essere sta to licenziato. Seguirono periodi di cri si e di frustrazione, anche perché nel 1949 l’Indonesia divenne indipenden te e molti altri coloni rimpatriarono. Negli anni '70, con l’esplodere dell’immigrazione dal Nordafrica e dalla Turchia, crebbero le difficoltà per gli «indi », in un mercato del lavoro sempre più ristretto (molti di loro, ricordano gli storici locali, militavano nei partiti di estrema destra). E nacquero i primi attriti con gli «altri», i musulmani: an che questo sfondo avrebbe contribui to al germogliare delle idee di Wilders. Il quale, finora, non ha replicato alle ricostruzioni: lavora a preparare le prossime elezioni a L’Aja, distribuisce vignette satiriche su Maometto, ripete che «non ho nulla contro i musulmani come persone» e nel frattempo auspica che Romania e Bulgaria «lascino l’Unione Europea». Chissà se qualcuno sta già cercando un bisnonno romeno, in quello stesso albero genealogico.


Corriere della Sera, 07 settembre 2009


Ora non so voi, ma io farei un monumento a questa antropologa. Propongo che l'antropologa Lizzy van Leeuwen venga in Italia a condurre una ricerca su tutti i leghisti. Magari si scopre che Borghezio aveva un prozio arabo o che Calderoli discende da una famiglia calabrese.
Chi pensasse che si tratta di un semplice problema individuale si sbaglia di grosso; è l'espressione, invece, di un'intera società. Il razzista che grida di voler cacciare “lo straniero”, l'esponente di una cultura e di un'etnia diverse, in realtà si tinge i capelli per mascherare i caratteri di quell'etnia e rinnega i suoi antenati per cancellare ogni segno di quella cultura su di sé. È un processo tipico dello xenofobo. Nell'uomo Mosè e la religione monoteistica Sigmund Freud attacca il nazismo (proprio nel momento della sua ascesa) che parlava di razza ariana e identità tedesca e accusava gli ebrei di tutti i mali possibili. Gli ebrei sono stati un popolo tradizionalmente discriminato, anche prima del nazismo. Contro di loro veniva lanciata l'accusa pretestuosa di essere i carnefici di Cristo. Tanto è demenziale il razzismo che si fingeva di ignorare che Cristo stesso era ebreo e che il cristianesimo ha le sue origini nell'ebraismo. Il nazismo utilizzò questo vecchio pregiudizio (ma basta vedere anche la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica su questo punto fino a non molto tempo fa) per criminalizzare il popolo ebraico ed erigere la “razza ariana”, germanica e cristiana, a popolo eletto (tra l'altro condividendo proprio con l'ebraismo la credenza del “popolo eletto” appunto). Freud ridicolizzava proprio questa concezione, mostrando come in realtà ogni cultura, ogni società, non è mai un blocco granitico, un monolite uniforme e sempre uguale, ma un incontro e un insieme polimorfo di altre culture e altre società. La propria religione non esisterebbe senza l'apporto di altre religioni, anche quelle che vengono rifiutate.
Non solo, ma spesso capita che le culture che vengono respinte, sono proprio quelle che compongono la nostra. Mosè in realtà era egizio. La religione ebraica ha molte affinità con quella egizia. Proprio in coloro che sono accusati dagli ebrei per il loro culto “demoniaco” e da cui essi vogliono liberarsi, risiede l'origine del “popolo eletto”.
Era un'accusa potente, e neanche troppo velata, contro i nazisti. Proprio con le società che si vogliono cacciare o eliminare si condividono caratteri culturali fondamentali. Respingere le altre culture, quindi, significa rinnegare noi stessi, perché noi non siamo che il risultato di un processo di ibridazione e di mescolamento delle razze, delle culture e delle religioni. Siamo tutti meticci, potremmo dire.
Se volessimo dare una spiegazione psicologica al fenomeno che stiamo vivendo e di cui quel politico olandese è l'espressione lampante potremmo dire che il razzista proietta se stesso e la parte di sé che non riesce a controllare e di cui ha paura, su qualcun'altro, illudendosi così di poterla controllare meglio. Egli ha una personalità scissa e questa scissione lo porta a distruggere gli altri e se stesso.
Da un punto di vista antropologico cancellare le altre culture significa cancellare la nostra, poiché questa si è formata, e continua a formarsi e a vivere, solo in rapporto con le altre. Anche se questo rapporto fosse meramente conflittuale, finiremmo comunque per subire l'influenza del “nemico”, anche se in modo negativo. L'eliminazione del “nemico” non significa la nostra vittoria, ma il nostro suicidio.
Insomma, il razzismo rivela un rapporto insano con le proprie origini, i propri antenati e infine con se stessi. Rivela che c'è una parte di noi che non conosciamo e che vogliamo rinnegare e per questo la attribuiamo a qualcun'altro dicendo che non ci appartiene. Come è il caso di Wilders che si tinge i capelli o che rimuove la sua discendenza meticcia e islamica.
C'è chi parla di “radici cristiane” dell'Occidente. Ma l'Occidente possiede radici non solo cirstiane e giudaiche, ma anche islamiche, pagane, orfico-orientali, arabe, mistiche, animiste, deiste, atee, agnostiche e quant'altro.
Proprio coloro che parlano di “difesa della nostra identità” in realtà sono quelli che l'identità rischiano di distruggerla, perché in realtà non la conoscono e non la conoscono perché ne hanno paura, perché temono che riveli qualcosa di loro stessi che non vorrebbero scoprire.

mercoledì 2 settembre 2009

L'Italia oggi

Vorrei proporvi questo video che ho fatto montando delle immagini che credo rispecchino la realtà italiana su una canzone di qualche anno fa ma ancora attualissima.

Buona visione.


mercoledì 26 agosto 2009

Sulla sessualità

Premetto che faccio riferimento ai seguenti articoli:

Ho letto il dibattito su comedonchisciotte e, mi dispiace dirlo, ma sono leggermente disgustato. Ne emerge il più bieco e il più cinico "materialismo" (nel senso peggiore del termine, essendo io un materialista convinto sul piano filosofico e politico) una volgarità e una "bestialità" degne del tempo che stiamo vivendo. L'articolo di Paolo Barnard trovo sia un concentrato di pregiudizi, luoghi comuni, "machismo" camuffato della peggior specie. Prima di tutto "andare a puttane" la trovo una cosa degradante per lo stesso uomo che vi partecipa e non solo per la donna che lo subisce. E poi, sia detto per inciso, finiamola di chiamare "puttane" le prostitute. Sarebbe come chiamare "masochisti" i braccianti che lavorano da schiavi nelle campagne. La prostituta fa quel lavoro per la sola ragione che ne ha bisogno per vivere, non perché "le piace". Le puttane sono altre e sono donne che fanno sesso per puro piacere fisico, estromettendo del tutto l'affettività dal rapporto sessuale. Le puttane, come i "puttani" (il linguaggio maschilista non contempla declinazione di genere) sono degli anaffettivi, delle persone che vivono la sessualità in maniera alienante. Il "sesso veloce" secondo l'espressione usata da Paolo Barnard (erroneamente assimilato al momento ludico della sessualità), è una forma di alienazione tipica della società capitalistica avanzata che negli ultimi anni ha raggiunto picchi mai realizzati. Come nel lavoro, nella religione, nella politica, anche nella sessualità l'essere umano dell'era capitalistica sperimenta un'alienazione in cui diventa oggetto, così come il lavoratore diventa merce. Come il lavoratore è espropriato del prodotto del proprio lavoro, così nel sesso uomini e donne sono espropriati della loro affettività e individualità e sono costretti a "vendere" (non per forza per denaro ma anche in cambio del solo piacere fisico) il loro corpo. Il "sesso veloce", non è una condizione di libertà, la puttana, o il suo omologo maschile, non sono liberi, perché operano una "scelta" imposta da questa società consumistica che mercifica il corpo ed elide i sentimenti, l'affettività.
Questa scissione provoca, da un lato, un moralismo bigotto da parte di chi si rinchiude nel mito del “rapporto matrimoniale” e della sessualità finalizzata alla procreazione che esclude qualsiasi piacere; dall'altro la mercificazione del corpo e del rapporto ridotto a semplice scambio, alienando così la dimensione affettiva. Come diceva Marcuse, si fa sesso come si prova un'auto da corsa.
Nell'un caso, quindi, il corpo viene privato del piacere fisico, nell'altro dell'affetto, in entrambi i casi esso subisce lo stesso destino, cioè viene mutilato.

Neanche l'articolo di Nicoletta Forcheri ho potuto condividere, che non è nient'altro che la riproposizione speculare del primo, solo che in questo caso anziché vittimizzare il maschio si vittimizza la femmina (e parlo a ragion veduta di maschio e di femmina anziché di uomo e di donna). In entrambi è riscontrabile una gara tra generi a chi è più “facile”, ovvero chi si fa meno domande sulla personalità del proprio partner prima di farci sesso.
Anche in questo caso manca qualsiasi significativo e non marginale riferimento alla sfera affettiva riducendo il sesso a una mera questione biologica, “scambio di umori e di liquidi” come si è espressa l'autrice mentre stigmatizzava il preservativo, assieme ai suoi avversari reazionari. La differenza è solo che in questo caso la prospettiva è rovesciata: anziché su Eva, la colpa pesa su Adamo, ma la forma mentis rimane immutata.
La falsa coscienza borghese induce a scaricare la responsabilità della frustrazione sessuale sul genere opposto, mascherando così quelli che sono la vera causa del male, ovvero i rapporti sociali. Non è un problema psicologico, né tantomeno biologico, perché affonda le radici nella struttura stessa della società, nei rapporti di produzione.

La società capitalistica, man mano che si evolve, tende a ridurre tutto a merce, a oggetto di scambio, anche le persone e i rapporti umani e la sessualità non fa eccezione.
Così si cerca “sesso veloce”, perché lo scambio è veloce, un “do ut des” senza riflessione. Lo scambio è privo della sfera affettiva. Ciò che è scambiato non può avere una valore affettivo, altrimenti non sarebbe inserito nel circuito di acquisto-vendita della società di mercato. La merce è in un certo senso un prodotto della creatività umana ma “disumanizzato”, alienato da qualsiasi valore che non sia quello di scambio. Ogni merce si equivale. Una certa quantità di una merce equivale a un'altra quantità di un'altra merce. La quantificazione è propria di un oggetto spersonalizzato, sottratto alla creatività e alla emozionalità umana. La merce non conosce altra legge che quella della ragion calcolante.
Riducendo perciò il sesso a uno scambio di organi sessuali, o di liquidi, se ne elide la dimensione affettiva, che non può essere quantificata, misurata, comparata. La sessualità realizzata, non alienante, liberata, non può essere né “veloce” né “lenta”, perché non è misurabile.
Per gli individui anaffettivi, le donne o gli uomini facili, i partner sono interscambiabili, perché ogni scambio è un momento a se, che non coinvolge la sfera affettiva. Ci si trova di fronte a degli agenti di commercio che pubblicizzano la loro merce e cercano di renderla attraente. Un'aspirapolvere che riscuote poco successo presso la clientela lo si modifica. Così gli agenti del sesso modificano chirurgicamente il loro corpo, per renderlo più appetibile agli “acquirenti”. Ma una volta ridotto a mero scambio di merci il sesso aliena la propria funzione essenziale, che non è né il piacere fisico fine a se stesso, né la procreazione e la famiglia, ma l'armonia sociale. Naturalmente in una società conflittuale e alienante anche il sesso viene vissuto in maniera conflittuale e alienante.
È in voga una concezione di cui ci si deve sbarazzare. E cioè che il sesso deve essere ricondotto alle sue categorie elementari biologiche, deve essere, insomma, lo stesso degli animali, per essere soddisfacente. Questa è una visione astratta perché nella sessualità umana non può essere scisso l'elemento biologico da quello culturale. Anche il piacere meramente fisico, l'orgasmo fine a se stesso è debitore alla cultura. L'immagine del corpo, essenziale nella sessualità, non può prescindere dall'elaborazione culturale. Non può farlo nemmeno l'orgasmo. Analogamente, anche il rapporto più sublimato non può fare a meno di una base fisiologica. Il sesso meramente biologico, quello del bonobo che si accoppia continuamente, per far riferimento a un'immagine utilizzata, è un'illusione, perché la sessualità non è un fattore immutabile, ma un fenomeno storico, soggetto a mutamenti.
Ci si è illusi, e questo dibattito mi fa concludere che ci si continua a illudere, che l'elisione netta del retaggio culturale possa portare a una liberazione sessuale dell'uomo o della donna o di entrambi. Basta che la donna si liberi dell'etichetta di “puttana” quando le va di fare sesso e che l'uomo faccia a meno di sentirsi il “cacciatore” che deve catturare una preda. Una concezione meramente negativa, quindi, che si limita a negare il passato, finendo poi però, involontariamente, per riproporlo sotto altre vesti.
In realtà ciò non basta. E la cosiddetta “rivoluzione sessuale” doveva avercelo dimostrato ampiamente. Il venir meno delle inibizioni non è sufficiente di per sé a consentire una realizzazione piena del desiderio dei due sessi. È quello che aveva cercato, inascoltato dopotutto, di dirci Marcuse parlandoci di “desublimazione repressiva”. L'idea ingenua che il mondo possa essere meno conflittuale una volta abbattute le inibizioni circa il sesso e quindi che l'armonia dei rapporti sociali sia direttamente proporzionale alla facilità delle relazioni sessuali e alla mancanza di divieti non corrisponde necessariamente al vero. Questo perché si è avuta una “deerotizzazione” dell'ambiente in seguito alla desublimazione che ha permesso di integrare il sesso nella sfera pubblica. Ma è una soddisfazione locale, che non abolisce, ma anzi esalta, la frustrazione globale, pur dando all'individuo l'impressione di appagamento. “Il sesso è integrato nelle relazioni di lavoro così come nelle relazioni pubbliche, e per tal via gli si permette di trovare più facilmente soddisfazione (controllata). Il progresso tecnico ed una vita più confortevole permettono di includere sistematicamente certe componenti libidiche nel regno della produzione e dello scambio di merci. Ma per quanto possa essere controllata la mobilitazione dell'energia istintuale (in certi casi si tratta di “organizzazione scientifica del lavoro” applicata alla libido) per quanto possa servire a sostenere lo status quo, essa rappresenta pur sempre una gratificazione per gli individui amministrati, così come li diverte far scattare il fuoribordo, spingere sull'aiuola la falciatrice a motore e guidare l'auto ad alta velocità” (da L'uomo a una dimensione).

lunedì 24 agosto 2009

Superenastolto


Televisione e stampa ci stanno massacrando con questa storia del superenalotto, il montepremi sempre più grande, le vincite, le interviste idiote ai tabaccai e alle persone che giocano; hai giocato? Quante volte giochi? Cosa faresti se vincessi? E via di questo passo. Cosa può fregarmene quello che ci farà il Sig. Rossi con i suoi 100 milioni di euro? Cosa può fregarmene di chi sia questo Sig. Rossi? Cosa può fregarmene del superenalotto?
Io non gioco a queste lotterie demenziali pubblicizzate dallo Stato e dalla televisione pubblica che paghiamo con il canone e con le tasse. Non partecipo per due ragioni; una perché non voglio diventare ricco: non ho l'ambizione di vivere in una villa di 500 mq con piscina, di girare con un mercedes coupé o con un Suv per le strade del centro e vestire capi da 1000 euro ma prodotti a 5. Chiamatemi pure scemo. Ma a me certi prodotti di lusso hanno da sempre dato allo stomaco. Per dare ai ricchi la villa da 500 mq, il mercedes e il Suv, il capo da 1000 euro ci sono i poveri che devono sgobbare tutto il giorno per 800 euro al mese. E non venitemi a dire che il ricco se li è sudati. Giocare in borsa non è sudare, speculare sugli immobili non è sudare, sfruttare manodopera non è sudare, evadere il fisco non è sudare. E non è sudare neanche vincere al superenalotto.
In secondo luogo non partecipo a questa febbre collettiva perché sono contrario a questa istigazione allo sperpero che lo stato continua a perpetuare servendosi della tv pubblica. Il tg1 di ieri è stato qualcosa di scandaloso, praticamente tutto dedicato a questa faccenda della vincita “storica”, con la complicità dell'imbecillità della gente che si presta a queste strumentalizzazioni. I servizi a raffica hanno anticipato la situazione in Afghanistan, il pestaggio di un ragazzo omosessuale e persino la mano del Papa! (e sappiamo quanto sia attenta la rai quando c'è di mezzo la bianca tonaca). Ma non si rende conto nessuno di come lo stato specula su quella che in molti casi, per molte persone, è una droga vera e propria? Lo stato ha privatizzato i treni, le autostrade e persino l'acqua potabile, ma continua a gestire quello che è a tutti gli effetti gioco d'azzardo, ha senso tutto questo?
Per questo io al superenalotto non gioco e spingo tutti a non giocarci e la stessa cosa vale per lotterie varie, scommesse sportive e quant'altro.
Questa nostra società continua ad alimentare il sogno di Cenerentola, “non preoccupatevi se avete un salario da fame, se il vostro padrone vi sfrutta e se non potete permettere a vostro figlio di andare all'università, tanto potete giocare alla lotteria e sperare di diventare ricchi, c'è sempre un principe azzurro che potrebbe bussare alla vostra porta”.
Le probabilità di vincere, si sa, sono bassissime, talmente basse che è come dire nulle. Eppure tanta gente si illude ogni volta, diventa ossessionata da questa mania, aizzata dalla televisione pubblica, da direttori di testata che offendono la categoria e che dovrebbero solo essere espulsi immediatamente dall'albo se esistesse un minimo di etica professionale in questo paese.
State tranquilli: non vincerete mai la lotteria, se non cifre ridicole dopo averne speso il doppio per giocarci durante l'anno. Fate meglio a risparmiare quei soldi, o magari a darli in benficenza.

mercoledì 5 agosto 2009

Spugne e api operaie




Da questa mattina la polizia sta procedendo allo sgombero della Innse in via Rubattino a Milano, lo stabilimento presidiato da mesi da una quarantina di operai che si oppongono alla chiusra della fabbrica. La situazione, secondo la Questura, per ora è sotto controllo e sul posto sono arrivati alcuni giovani dei centri sociali per dare solidarietà agli operai. Allontanati dai cancelli, i lavoratori hanno tentato di bloccare la vicina Tangenziale Est ma sono stati respinti da una carica della polizia al termine della quale due operai sono rimasti contusi. Ma il presidio non si è sciolto ed è stato riformato in via Rubattino a qualche metro dai cancelli della fabbrica dove sarebbero già iniziate le operazioni di smantellamento dei macchinari ceduti dalla Innse a un'altra azienda. Secondo quanto è stato riferito, le forze dell'ordine stanno eseguendo un provvedimento con cui la magistratura ha disposto la riconsegna dei macchinari e del sito industriale. Pertanto le operazioni dureranno circa una settimana, tempo necessario alle ditte interpellate per entrare nella fabbrica e smontare i macchinari. La vicenda della Innse si trascina dalla fine del maggio dell'anno scorso, quando l'imprenditore Silvano Genta comunicò ai dipendenti con un telegramma di aver avviato la procedura di mobilità. Da allora la fabbrica è stata autogestita dagli operai che hanno continuato a produrre. Poco meno di un anno fa lo stabilimento è stato messo sotto sequestro dall'autorità giudiziaria, infine dissequestrato e da allora vigilato giorno e notte da un gruppo di operai.
Osservatorio sulla repressione, 2 agosto 2009

PANAREA - Sta meglio, parla, ed è fuori pericolo anche se rimane ricoverata in rianimazione la ragazza di 18 anni, veneta, finita in coma etilico dopo aver partecipato ad una festa in barca al largo di Panarea.
LA DINAMICA - La ragazza era lunedì sera assieme a un centinaio di altri giovani che a bordo di diverse imbarcazioni avevano raggiunto lo scoglio di Lisca Bianca, improvvisando lì una sorta di rave party marino, con musica a tutto volume e bevande alcoliche. Improvvisamente la diciottenne ha perso i sensi e gli amici con un gommone l'hanno trasportata al porto di Panarea. Qui la guardia medica, che ha riscontrato un coma etilico e riscontrato le gravi condizioni, ha richiesto l'intervento dell'elisoccorso del 118 per il trasferimento al Papardo.

Il Corriere della Sera, 4 agosto 2009


Storie di ordinaria follia, direte voi. Eppure sono storie che riguardano tutti.
Certamente, se vuoi trascorrere una vacanza in un certo modo sono affari tuoi. Però non lamentarti se ti capita una cosa de genere. Hai voluto fare la tua fottutissima vacanza da ricca, sopra una barca con gente che neanche conosci, a sbronzarti come una spugna, fino a perdere quei pochi neuroni che hai e quel poco di dignità che ancora ti rimane. Una tua scelta. Hai voluto provare l'ultima moda creata appositamente per i citrulli come te, nell'isola dei vip, imitando le ostentazioni di gente che ha anche più soldi di te, guadagnati in modo non certo cristallino. Una tua scelta. Hai voluto sguazzare nella melma del lusso lontana (ti illudi) dalla miseria, lontana dalla merda su cui è costruito lo spreco di denaro, di energie e di corpi umani. Non ti sei voluta porre nessuna domanda. Non ti sei chiesta chi è quel ragazzo carino che hai visto, e con cui più tardi hai fatto sesso, se sia un cretino qualunque o un mafioso qualunque, anche se la differenza è minima, non ti sei chiesta chi è che produce quel marciume che tu chiami “vita” e quella manipolazione che tu chiami “festino”, “party” e perché lo produce. Una tua scelta. Dici che lo scopo è divertirti. Ma ignori o fingi di ignorare che quel “divertimento” è fabbricato dai padroni della tua vita, del tuo cervello e persino del tuo corpo, attraverso il quale ingrandiscono il Capitale. Non solo il loro capitale, ma il Capitale in generale. E controllando voi, servi del sistema, sguatteri volontari del profitto, prostituti della grande industria culturale, controllano anche noi, che quel sistema, quel profitto e quell'industria culturale la odiamo e la respingiamo. Una tua scelta, ma una scelta che imponi a noi tutti, perché a noi tutti imponi di vivere in questo paese e in questo mondo, che noi non abbiamo scelto e che tu ti illudi di scegliere.
Con la tua scelta eterodiretta ci hai imposto la tua società di spugne, di amebe, di lobotomizzati e anche di parassiti. E quando parlo di parassiti non mi riferisco a te. Tu non sei una parassita, ma l'essere parassitato, quello da cui i pidocchi succhiano tutto il nutrimento, anche a costo di mandarti in coma, che poi fanno passare per una tua libera scelta. I parassiti occupano il posto più alto nella scala gerarchica. Le spugne quello più basso. Anzi, il penultimo, perché sotto di loro ci sono le api operaie. Le spugne sgobbano per i parassiti. Ma lo fanno in un modo diverso. Lo fanno in un modo diverso dalle api operaie, che sono costrette a lavorare e quello che fanno non amano farlo. Non amano il sistema, le api operaie. Le api operaie, quando si incazzano, fanno vedere i sorci verdi ai coltivatori di miele. Bisogna avere il massimo rispetto per le api operaie. Soprattutto quando si incazzano.
Le spugne invece no. Loro assorbono tutto quello che gli viene buttato giù. Non solo alcool. Anche cultura commerciale, robaccia fatta passare per arte, magari arte “postmoderna”; kitsch, divertimenti prefabbricati, omologazione di massa, spersonalizzazione, assuefazione alla follia del sistema, persino gradimento di esso, individualismo senza l'individuo “alternativismo” senza alternativa, “trasgressione” senza contestazione. Assorbono tutto questo e lo rendono ai parassiti sotto forma di oro.
Le spugne amano il loro sfruttamento, amano le loro catene e non vogliono minimamente spezzarle. Le spugne non si incazzano. Non sono come le api operaie. Le spugne, quando anche si incazzano, lo fanno contro coloro che vogliono rompere quelle catene ricoperte di fiori, oppure contro coloro che sopra le catene non hanno nessun fiore, i diseredati, i barboni, gli accattoni che chiedono loro qualcuno di quegli spiccioli che loro preferiscono sprecare, i clandestini che rubano loro il paese che non sono capaci di costruire.
Le spugne non si ribellano. Credono di farlo, ma in questo modo non eseguono altro che ordini impartiti dai parassiti. Una ribellione che non sia contro il potere non è una ribellione. Una ribellione fatta in nome del potere non è una ribellione. Eppure questo non lo capiscono. E allora si ribellano contro le api operaie. Formano le loro maggioranze silenziose che diventano rumorose soltanto nelle loro villette o nelle discoteche dei parassiti, durante i loro festini, durante una sbronza o dopo una sniffata di coca.
Le spugne, sopra ogni altra cosa, amano i parassiti. Quegli stessi parassiti che nutrono col proprio sangue. Li amano perché sperano di diventare, un giorno, come loro. Per questo li imitano. Per questo si indebitano per comprare una casa enorme, come fanno le spugne americane, o rischiano la vita per fare una vacanza esotica, o magari si ubriacano fino a restarci secche. Assorbono fino a scoppiare e poi si strizzano fino a disidratarsi. In questo credono di imitare i parassiti. Ma i parassiti non scoppiano e non si disidratano. Solo le api operaie possono far scoppiare i parassiti. Ma sono ormai ridotte in miseria e odiate da tutti. Per questo molte di loro cercano di diventare spugne, ma è tutto inutile. Loro sono e resteranno sempre delle api operaie. Solo una rivoluzione potrebbe farle diventare qualcos'altro. Magari delle farfalle, che volano libere dai coltivatori di miele, dai parassiti e dalle spugne e si posano sul fiore che vogliono, quando vogliono e come vogliono. Ma la rivoluzione hanno tentato di farla una volta e non ci sono riuscite. E adesso non la possono fare perché hanno pagato caro la loro sconfitta e hanno negoziato delle terribili condizioni di pace. Una pace persino peggiore della guerra, sotto molti aspetti. Le spugne la rivoluzione non l'hanno mai fatta e non la faranno mai tantomeno ora che sono in gran numero. Loro odiano tutte le rivoluzioni, anche quella che, a suo tempo, fecero i parassiti contro i parassiti dei parassiti. Perché odiano le farfalle, perché odiano la libertà.
Ragazza in coma etilico, tu sei una spugna. Se una spugna muore non è una gran perdita, perciò non lo sarebbe se tu morissi. È cinico? È crudele? Non è colpa mia, prenditela col tuo sistema che ti ha reso spugna e che tu difendi con tutte le tue forze. Prenditela coi parassiti. Ma tu non puoi farlo. Perché una spugna non può andare contro la sua natura di spugna. Ci vorrebbe una mutazione genetica.
Ma quando a morire è un'ape operaia, quella è una perdita gravissima. Perché per ogni ape operaia che muore o che smette di lottare o che vuole diventare spugna, c'è un sogno che muore. Il sogno di un mondo dove le api operaie decidono cosa fare. Un mondo di sole api operaie, senza parassiti né spugne. Senza nemmeno l'ape regina, che nei fatti ormai non conta più niente. O magari, addirittura, il sogno di un mondo di farfalle, che possano la mattina impollinare un fiore, il pomeriggio succhiare il nettare, la sera allevare un bruco, dopo pranzo svolazzare, quando e come vogliono, senza diventare né impollinatrici, né succhiatrici, né allevatrici, né svolazzatrici.

sabato 25 luglio 2009

La società dei pericoli


Premetto che quanto sto per dire potrebbe generare reazioni emotive contro il sottoscritto. Alcune persone non sono capaci di affrontare certe questioni con la dovuta serenità, e, quando ci si permette di mettere in discussione certi dogmi sociali, più che difendere la propria posizione insultano l'avversario. Se siete tra queste vi avviso che qualunque commento possa costituire insulto o offesa verso il sottoscritto o verso altri che partecipano alla discussione sarà cancellato. Questo per evitare che il discorso possa essere fatto deviare producendo un clima di tensione inadatto a qualsiasi riflessione lucida.
Prendo le mosse da una notizia che lessi per la prima volta qui qualche giorno fa.
Riporto di seguito il fatto:


“MILANO - Un'assistente sociale di 30 anni è stata arrestata dai carabinieri di Milano con l'accusa di violenza sessuale: ha intrattenuto rapporti sessuali con un ragazzino di 13 anni, che doveva seguire negli studi. A denunciare la donna è stata la madre del ragazzino, che aveva intuito grazie ad alcuni sms come il rapporto tra l'insegnante e l'allievo si fosse trasformato in una relazione. I carabinieri hanno scoperto i due in intimità nell'abitazione del ragazzo. Il Comune di Milano, appresa la vicenda, ha sospeso in via cautelare i rapporti con la cooperativa per la quale lavorava l'educatrice in questione. Il contratto riguardava l'assistenza domiciliare dei minori con disagio psichico.
L'ETA' DEL CONSENSO - Ai carabinieri l'adolescente, che fra poco compirà 14 anni, ha spiegato che i rapporti sessuali avvenivano col suo consenso. La donna però è stata arrestata lo stesso: anche se il minore è consenziente, la legge ritiene violenza sessuale i rapporti con adolescenti che non hanno ancora compiuto 14 anni, e per di più l'età del consenso sale a 16 anni se la persona adulta in causa ha qualche forma di autorità sul minore oppure vive nella stessa casa. Questa norma si applica per esempio a insegnanti, catechisti, educatori, fratelli maggiori, assistenti sociali (come appunto in questo caso), medici, pubblici ufficiali. L'età del consenso sale ulteriormente a 18 anni se il fatto è commesso da un genitore (anche adottivo), da un ascendente, da un convivente di questi ultimi o dal tutore.
SMS RIVELATORI - E' stata la madre dell'adolescente, afflitto da problemi di adattamento, a insospettirsi: ha infatti trovato sul telefonino cellulare del figlio alcuni messaggi sms che inequivocabilmente lasciavano intendere una relazione intima tra lui e l'assistente sociale. Nella giornata di martedì, mentre l'educatrice era nella casa del suo assistito, è così scattato il blitz dei carabinieri, che hanno bloccato la donna in atteggiamenti sconvenienti con il minore.
SOSPESA LA COOPERATIVA - Il Comune di Milano ha deciso di sospendere cautelarmente il contratto di affidamento ai servizi di assistenza domiciliare alla cooperativa Diapason, e ha già annunciato di volersi costituire parte civile nel procedimento che sarà istruito. La cooperativa da anni aveva una convenzione con il Comune di Milano per l'affidamento dei servizi di assistenza domiciliare e recentemente aveva ottenuto l'accreditamento dal settore Politiche Sociali di Palazzo Marino. «Sono sconvolta e addolorata - ha affermato l'assessore alle Politiche Sociali Mariolina Moioli - e ho già dato mandato ai miei direttori di rescindere ogni contratto con la cooperativa, visto che è la cooperativa che fornisce al Comune ogni garanzia sui propri operatori». L'assessore ha inoltre annunciato di essersi già messa in contatto con l'avvocatura di Palazzo Marino per far sì che l'amministrazione possa figurare come parte lesa nel procedimento giudiziario aperto contro l'assistente sociale. «Ho già attivato i servizi sociali - ha concluso Mariolina Moioli - per dare tutto il supporto psicologico alla famiglia del ragazzo».
22 luglio 2009”
(
Corriere della Sera).


Si noti che il ragazzo era consenziente, quindi ha partecipato al rapporto di sua volontà senza subire costrizioni o violenze.
L'assistente sociale però è stata arrestata, perché per la legge italiana il rapporto sessuale di un adulto con un minore è sempre reato se il minore ha un'età inferiore ai 14 anni, indipendentemente se questi è consenziente o meno (
wikipedia).
Ora mi pare che quella sul consenso sia una legge alquanto discutibile. C'è da chiedersi innanzitutto perché l'età sia stata fissata proprio a 14 anni. Sappiamo tutti che oggi gli adolescenti sono molto meno “ingenui” di quello che erano qualche decennio fa ed è veramente difficile pensare che fino a 14 anni non si sia in grado di decidere cosa si voglia e perché, almeno per quanto riguarda le scelte immediate, come il rapporto con un'altra persona. Se a un tredicenne viene chiesto da un adulto di avere un rapporto sessuale, questi può avere due reazioni: accettare o rifiutare. Entrambe queste scelte sono legittime per ciò che concerne egli solo e non coinvolge altri individui (per cui potrebbe non essere in grado di valutare eventuali danni su altre persone). Se vuole un gelato, sarà libero di comprarlo, certo non si può dire che egli non sia in grado di decidere se vuole o no mangiare un gelato. Né che il gelataio lo abbia plagiato per indurlo a comprare il gelato. La madre potrebbe non approvare questa sua scelta e proibirgli di mangiare il gelato perché sa che gli fa male. Ma questo riguarda solo lui e sua madre, non il gelataio. Se il ragazzino va a comprarsi il gelato, la madre non può andare dai carabinieri e pretendere che questi arrestino il gelataio, anche se questi sapeva del divieto della madre.
Certo, la sessualità è una questione molto più delicata di un gelato. Ma il principio è lo stesso. La madre non può pretendere nemmeno che al gelataio venga fatta una semplice multa. Perché dovrebbe pretendere, allora, che la partner sessuale adulta di suo figlio vada in prigione, malgrado questa non abbia commesso violenza alcuna?
Ma, dicevo, della questione anagrafica. Mettevo in dubbio l'età del consenso (cioè “l'età a cui una persona è considerata capace di dare un consenso informato a comportamenti regolati dalla legge, in particolare i rapporti sessuali” (
ibid.) stabilita in Italia a 14 anni. Non in tutti i paesi è uguale. Ad esempio in Francia è 15, in Canada 16, in alcuni zone degli Usa 18, in Tunisia 20. Del resto in Brasile è 13, in Spagna e in Argentina 12, nello Yemen 9 e in alcuni paesi, pochi, non esiste affatto (ivi).
Sia detto en passant che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, in genere l'età è più alta negli stati considerati più “liberali” su queste questioni, come Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Olanda e Francia.
In altre parole, quest'assistente sociale, se fosse vissuta in Brasile, in Spagna, in Argentina, nello Yemen o in molti altri paesi non sarebbe stata arrestata.
Allora mi chiedo: sulla base di quale principio noi stabiliamo che l'età minima del consenso debba essere di 9, 12, 13, 14, 15, 16, 18, 19 o 20 anni? Ci sono naturalmente ricerche in ambito psichiatrico e psicologico che supportano simili decisioni legislative. Ma evidentemente se le decisioni legislative sono diverse, queste ricerche hanno dato esito diverso a seconda di chi le ha condotte (e, presumibilmente, dell'interesse che aveva chi le ha condotte). Quindi questi studi non dovrebbero essere considerati attendibili. A quali di essi dovremmo dare ragione? Certo, i risultati possono variare a seconda dei diversi contesti nazionali. Ma non così tanto, non da 9 a 20 anni, a meno che non si dica che nello Yemen un bambino di 9 anni sia maturo quanto un uomo tunisino di 20 anni, o che un bambino spagnolo di 12 sia più maturo di un diciassettenne della Florida! Viceversa, se le legislazioni non sono supportate da una qualche teoria scientifica, o semplicemente logica, che legittimità possono avere? Non sarebbero giustificate da altro che dalla pura arbitrarietà dei legislatori stessi.
Ma se non si è in grado di stabilire con sicurezza quest'età minima, si ammette implicitamente che la legge possa sbagliare, ovvero che possa mandare in galera un innocente. Eppure uno dei principi fondanti di uno stato di diritto è che tra condannare un innocente e assolvere un colpevole è preferibile quest'ultima eventualità. Nel nostro caso, invece, si fa il contrario: si preferisce condannare un innocente.
Tuttavia non solo è discutibile l'età al di sotto della quale l'espressione del consenso non può essere ritenuta legalmente valida, ma l'esistenza stessa di un'età, quale essa sia, del consenso.
In Italia questa è fissata a 14 anni. Perché allora i ragazzini di 13, 12, 11, 10 anni e via dicendo non possono esprimere un consenso accettato dalla legge? Forse perché non li si ritiene in grado di capire cosa vogliono?
Ma a ben vedere questa è una posizione paradossale e anche pericolosa. Se i minori non sono in grado di capire cosa vogliono, non sono in grado di capire neanche cosa non vogliono. Se non sono in grado di capire se vogliono accettare un rapporto sessuale, non sono neanche in grado di capire se non lo vogliono accettare. Così, non solo la loro dichiarazione dovrebbe essere inutile nel caso in cui dicano di essere consenzienti, ma anche nel caso in cui dicano di non esserlo. Ovvero, se un minore che non abbia ancora raggiunto l'età del consenso dichiara di aver subito violenze sessuali, la sua affermazione non potrebbe essere ritenuta, se vogliamo essere coerenti col principio della legge in questione, legalmente valida, che mi pare un'aberrazione. Lo stupratore verrebbe perseguito comunque, perché per la legge è comunque reato, ma non ci sarebbe alcuna differenza sul piano legale tra uno stupratore e un adulto che ha avuto rapporti con un minore consenziente.
Ipotizziamo che sia stato il minore a sedurre l'adulto; se consideriamo la malizia di molti adolescenti di oggi e il precoce sviluppo fisico non è un'ipotesi del tutto peregrina. Ipotizziamo che l'adulto sedotto sia un insegnante, o come nel caso che abbiamo visto, un assistente sociale. La legge prevede che quando l'adulto ha una qualche autorità sul minore l'età del consenso salga a 16 anni (
wikipedia). Ora immaginiamo una ragazzina di 15 anni fisicamente abbastanza sviluppata, come spesso sono le ragazzine di quest'età, e abbastanza maliziosa, nell'era della televisione e di internet, da fare proposte sessuali. Diciamo che si innamori del suo insegnate e lo induca ad un rapporto sessuale e che l'insegnate accetti. In questo caso entrambi i partner sono consenzienti, entrambi consapevoli di aver dato l'assenso al rapporto sessuale, eppure per la legge l'insegnante andrebbe in prigione.
Ora facciamo un altro esempio. Diciamo che un uomo adulto commetta violenza sessuale su un bambino di 8 anni. Ovvero costringa, o con la forza o col ricatto, il bambino ad avere un rapporto sessuale con lui. In questo caso il bambino rifiuta l'assenso al rapporto sessuale, contrariamente al caso precedente. A qualunque persona di buon senso quest'ultimo caso apparirebbe quantomeno assai più grave del primo, il quale risulta invece quantomeno dubbio.
Eppure per la legge, se vogliamo essere coerenti col suo spirito, i due casi si equivarrebbero. Avendo infatti ambedue i minori un'età inferiore a quella stabilita perché il consenso sia valido, la loro parola non conta. Non conta cioè che abbiano detto di essere favorevoli o contrari all'atto sessuale. Non conta che vi siano stati costretti o che lo abbiano scelto volontariamente. Dunque, legalmente, entrambi gli adulti, a parità di altre condizioni contingenti, attenuanti, aggravanti, ecc., dovrebbero ricevere la stessa identica condanna. Potrebbe valere il principio che nel secondo caso essendo l'età del bambino inferiore al primo caso il reato è più grave. Ma sarebbe un principio estrinseco alla norma che stiamo analizzando. Se entrambi i minori avessero 13 anni, un giudice scrupoloso non potrebbe che condannare entrambi gli adulti, lo stupratore e l'insegnante, alla stessa pena. Anzi, il primo, a seguire la legge, dovrebbe avere una pena maggiorata, perché aveva un'autorità sul minore, quella di essere suo insegnante. Non è che ci voglia molto a capire la paradossale ingiustizia di questa situazione, a causa di una legge del tutto errata.
Si potrebbe pensare che l'età del consenso sia troppo alta e che dovrebbe essere abbassata. Ma non è questo il punto, anche se fosse a 9 anni, il problema rimarrebbe, poiché rimarrebbe l'equiparazione legale tra stupratori e semplici partners sessuali qualora il minore non avesse ancora compiuto i 9 anni.
Obiezioni a questo modo di intendere la questione sono state sollevate già in passato.
In Francia nel 1977 alcuni intellettuali, come Michel Foucault, Louis Althusser e Jacques Derrida hanno sottoscritto una petizione che chiedeva al Parlamento di rivedere le norme su questa materia.
Nel 1978 Michel Foucault, Jean Danet e Guy Hocquenghem parteciparono a un'interessante conversazione radiofonica conosciuta con il titolo “La legge del pudore” (
legge del pudore - wikipedia).
Secondo Foucault sarebbe cominciata nell'800 e proseguita nel '900 una progressiva “psichiatrizzazione della società”, che avrebbe portato a creare e a stigmatizzare la figura dei “pervertiti” (
ibid.).
A ciò corrisponderebbe l'intervento della legge che acquisirebbe così lo scopo non più di condannare l'infrazione della legge, ma colui che la infrange, o per meglio dire, il criminale non è più tale perché infrange la legge, ma infrange la legge perché è criminale. Si va a colpire, quindi, una categoria di persone, il loro stesso modo di essere, e non le azioni, indipendentemente da chi le compia.
Secondo le parole di Hocquenghem: “Nel caso di un “attentat sans violence” [crimine senza violenza], il delitto nel quale la polizia non è riuscita a rintracciare alcun reato, il criminale è un criminale solo perché è un criminale, perché ha questo tipo di tendenze. Si tratta di quello che veniva comunemente definito delitto di opinione. (...) Il delitto scompare, da lungo tempo a nessuno interessa sapere se esso è stato effettivamente commesso, se qualcuno è stato ferito o meno. A nessuno inoltre importa di sapere se c’era veramente una vittima o meno” (
ibid.).
Si viene così a creare quella che Foucault definisce una “società dei pericoli” fondata sulla paura della sessualità, in particolare della sessualità del bambino “il legislatore non giustificherà le misure proposte dichiarando che la moralità universale dell’umanità deve essere difesa. Dirà invece che esistono delle persone per le quali la sessualità altrui è un pericolo permanente” (
ibid.).
In questa società avrà un ruolo decisivo il potere degli psichiatri e le tecniche manipolatorie da loro adottate sulle dichiarazioni del bambino: “Può essere che il bambino, con la sua sessualità, abbia desiderato l’adulto, può altresì avere acconsentito o addirittura fatto il primo passo. Possiamo anche giungere ad ammettere che è stato lui a sedurre l’adulto, ma noi specialisti, forti delle nostre conoscenze in psicologia, sappiamo perfettamente che anche il bambino che seduce corre il rischio di rimanere ferito e traumatizzato. (...) Conseguentemente, il bambino deve essere ‘protetto dai suoi stessi desideri’, anche se questi desideri lo indirizzano verso un adulto” (
ibid.).
Gli psichiatri, dunque, ritengo, si ergono a interpreti delle parole del bambino, ovvero ne rigettano il significato letterale, per giungere ad uno “più profondo”, “nascosto”. Ma chi ci dice che questo secondo significato sia quello oggettivo, quello che effettivamente il bambino è intenzionato a comunicarci? L'interpretazione delle parole del minore si fonda su un assunto dogmatico: che il bambino non sia capace di esprimere la propria volontà o addirittura di comprenderla. Un assunto, se non supportato da sufficienti prove, indimostrato, e perciò puramente ideologico.
Dopotutto se le parole del bambino possono essere interpretate in un senso, possono esserlo anche in un altro. Se mettiamo in discussione l'attendibilità della lettera del messaggio che egli ci invia, dobbiamo farlo in ogni caso, anche quando parla di una violenza subita. Perché anche in questo caso il messaggio non dovrebbe necessitare di un'interpretazione? E se l'interpretazione non coincide con la lettera del messaggio perché non dovremmo dubitare di quest'ultima anche quando ci parla chiaramente di una violenza subita? È possibile, che il bambino stia mentendo, magari per vergogna, ma per capire se un bambino mente non bastano i suoi genitori, la polizia, i giudici, i tribunali, le altre testimonianze e le altre prove? Un bambino da solo potrebbe mai tenere in scacco l'intero apparato? Se fosse così facile potremmo chiudere tutti i tribunali per manifesta inutilità. Potrebbe essere, d'altro canto, che il bambino possa mentire inconsapevolmente, avendo rimosso la violenza subita. Ma ecco che qui entrano in scena gli psichiatri. Essi ci garantiscono un metodo infallibile per capirlo. E questo metodo passa per la loro autorità. Se il bambino dice che non è avvenuto alcun fatto potrebbe voler dire il contrario. Se lo ha voluto potrebbe non essere in grado di volerlo. I medici si fanno garanti della parola del bambino contro la sua stessa parola, della sua volontà contro la sua stessa volontà.
A supportare questo sistema interviene la legge, che lo dirige e ne è diretta, stabilendo che esiste un età al di sotto della quale il bambino non può volere e non può dire di volere, in tema di sessualità. Quando questo avviene neanche la madre, come abbiamo visto nel caso di cronaca, prende sul serio suo figlio.
Paradossalmente però può dire di non volere. In questo caso la sua parola è presa nella massima considerazione. Quando il messaggio del minore coincide con la tendenza “psichiatrica”, l'interpretazione non è più necessaria.
Rileverei del resto un'altra palese contraddizione. Che il bambino possa non sapere esprimere la propria volontà questo è coerente logicamente, anche se socialmente sospetto, come abbiamo visto. Ma che egli non sappia cosa volere sembra più che altro una contradictio. Il volere non è mai astratto, è sempre diretto verso un oggetto. Se egli ha voluto, non solo ha detto di volerlo, ma lo ha effettivamente voluto, ha desiderato una determinata situazione, non ha voluto quindi opporsi ad essa ma anzi l'ha gradita, come si può dire che egli in realtà non la voleva? A meno che il bambino non sia schizofrenico non può volere e non volere allo stesso tempo una cosa. Potrebbe essere indeciso. Ma è comunque diverso dall'essere contrario. Potrebbe volerlo e non volerlo nel senso che intendiamo quando diciamo “una parte di me lo voleva” nel senso che c'era qualcosa che ci faceva gradire una determinata situazione ma ad una ponderazione più attenta la respingevamo. In questo caso però vale la decisione definitiva. Se io ho scelto di avere un rapporto sessuale dopo essere stato a lungo indeciso, non si può dire, da questa mia indecisione, che io sia stato costretto a farlo. È possibile che io in seguito mi penta della mia decisione. Ma ciò non toglie che non ho subito violenza alcuna e che sono stato consenziente al rapporto.
Si potrebbe pensare che un minore, e questa forse è l'accezione più comune, non sia in grado di ponderare attentamente per fare una scelta oculata. Questa è la ragione per cui la legge fa valere l'autorità dei genitori. Ma tuttavia non giustifica l'intervento penale della legge. I genitori hanno il diritto formale di proibire al loro figlio minorenne di frequentare una data persona. Tuttavia non hanno il diritto di pretendere l'intervento della legge qualora loro figlio disobbedisca. Tantomeno possono pretendere l'arresto della persona che loro figlio ha deciso di frequentare disobbedendo al loro comando. La stessa cosa, per coerenza, dovrebbe valere per un rapporto sessuale.
Tuttavia c'è un'altra teoria che fa riferimento all'interpretazione psichiatrica precedente che sostiene che un atto sessuale tra un adulto e un bambino è sempre dannoso per quest'ultimo e per lo sviluppo della sua psiche. Ed era proprio questa concezione che Foucault criticava denunciando la tecnica manipolatoria della psichiatria. D'altra parte per quale ragione questo pericolo dovrebbe riguardare soltanto i minori di 14 anni? Perché non i ragazzi di età superiore? Del resto non sarebbe ammissibile per particolari individui uno sviluppo precoce o ritardato rispetto all'età anagrafica? E se ciò è vero, come vorrebbe il buon senso, come si farebbe a valutare questa differenza nei singoli individui e stabilire l'età esatta? Forse che la psichiatria ha a disposizione strumenti così raffinati da riuscire a compiere misurazioni con una precisione matematica? Abbiamo visto come varia l'età del consenso da paese a paese. Ciò ci fa concludere che la risposta a questa domanda è negativa.
Si tratta di una questione tutt'altro che marginale. Si tratta del controllo che la società esercita sul nostro corpo. Si tratta della criminalizzazione di una determinata categoria di persone. Come nel medioevo si perseguitavano le streghe per la loro “natura maligna”, così oggi si perseguitano i pedofili, gli incestuosi, i “perversi” in generale. Non si guarda all'effetto delle loro azioni, ma alla loro “natura”, alla loro “malattia”, “devianza”. Devono essere, per la società, necessariamente dei criminali. E ciò che li rende tali non sono le loro azioni, ma il loro stesso essere. Basta definirli per denunciarne i crimini. E questi crimini non sono violenze o atti contro altre persone, ma i loro stessi desideri, le loro stesse pulsioni, la loro stessa psiche: loro stessi. C'è in questo un'ascendenza lombrosiana, che vede il comportamento criminale connaturato alla “natura” di particolari individui.
Non è un problema d'età. Non esiste un'età anagrafica al di sotto della quale il soggetto sia incapace di intendere e di volere sessualmente.
I bambini hanno anche loro pulsioni sessuali. E ne hanno anche e principalmente nei confronti degli adulti. Questo doveva già essere chiaro dai tempi di Freud. Eppure una sedicente scienza pretende di decidere per i bambini cosa questi devono e non devono desiderare, cosa e quali rapporti debbano avere e con chi. Definisce i “perversi” e li sottopone alla propria macchina inquisitoria, così come la Chiesa definiva l'eresia e torturava le “anime deviate”. Definisce anche le “vittime” di questi perversi e i modi per salvarli dalla loro “pestilenza” che contagia l'anima, come la ciarlataneria medica del Seicento escogitava i metodi per tenersi lontani dal contagio degli “untori”.
Gli psichiatri e gli psicologi odierni ridono dei loro antenati quando questi definivano “perversioni” pratiche come l'omosessualità o la masturbazione; ma loro stessi fanno altrettanto con gli “orchi” che periodicamente contribuiscono a dare un'atmosfera horror agli organi di informazione.
I pedofili sono al centro di questa furia “medicalizzante”. La pedofilia, si ribadisce perennemente, è una malattia. I pedofili sono degli stupratori. Ciò che fanno è male. Anche se lo fanno con il consenso della loro “vittima”. Qualunque minore entri in contatto con loro è potenzialmente in pericolo. I pedofili devono essere scovati, rintracciati, pedinati, inseguiti, catturati e poi, eventualmente, curati, perché sono un pericolo per la società. La loro anima deve essere “redenta”. Nel medioevo i monaci detenevano una rozza tecnologia per farlo, una croce, una bibbia, e gli strumenti di tortura. I moderni psichiatri tutte le tecniche che secoli di ricerca scientifica hanno messo loro a disposizione.
Foucault negava la validità scientifica di quelle discipline che intendono scovare il “male dell'anima”. Probabilmente su questo si sbagliava. La malattia psichica non è un'invenzione moderna, esiste davvero. Un uomo che stupra una donna è probabilmente malato. Un adulto che compie violenza su un bambino è forse anch'egli malato.
Ma dobbiamo distinguere tra i casi in cui viene esercitata una violenza e quelli in cui l'atto sessuale avviene con il consenso di entrambe le parti. La pedofilia non è di per sé una patologia. Così come non lo sono l'omosessualità, l'onanismo, l'incesto, la zoofilia e l'eterosessualità stessa. Ciò, ovviamente, non significa che un omosessuale, un onanista, un incestuoso, uno zoofilo o un eterosessuale non possano compiere violenze. Una particolare preferenza sessuale non è di per sé un crimine o una malattia da combattere. Questo dovrebbero averci insegnato secoli di storia di persecuzioni contro i diversi. Di crimine, di malattia, si tratta, laddove subentra la violenza. Laddove per provare piacere si ricorre alla sofferenza di un'altra persona è lecito parlare, sia da un punto di vista giuridico che medico, di devianza. Laddove, invece, la società si accanisce contro l'essere stesso di una persona, qualunque esso sia, non fa che reiterare l'ennesima persecuzione.
Su questo punto ritengo che il discorso di Foucault e di altri filosofi sia perfettamente condivisibile. Il loro ragionamento ci induce a una semplice conclusione: se il bambino è consenziente non c'è né reato né “perversione” da parte dell'adulto. Questo è una conclusione logica, ragionevole, e che pure ha suscitato scomposte reazione di sdegno da parte di certi “scienziati” benpensanti. Così si è espresso il grande psicanalista Massimo Fagioli: “Foucault dice esplicitamente che è lecito violentare un bambino” (
Left) oppure “E allora ricordo il pensiero criminale di Foucault che ha avuto l’idea di una sessualità umana senza identità, e dice che violentare e quindi distruggere l’identità di un bambino, è libertà” (Left).
Falso! Foucault non ha mai detto che è lecito violentare un bambino né che distruggerne l'identità sia libertà! Questa è l'interpretazione tendenziosa di un ciarlatano a torto considerato un “guru” della sinistra, osannato da politici come Bertinotti, riverito da giornali come Left su cui scrive interminabili articoli di due pagine tutte le settimane!
Per far capire il soggetto cito altre delle sue “perle” di sapienza: “a me sembra evidente che ciò che può portare a morte la sinistra è il pensiero criminale di Foucault, le idee stupide di Basaglia, il discorso razionale di Freud” (
ibid.). E sì, meno male che c'è Fagioli ad aiutare la sinistra, mica uno come Foucault che ha scritto testi che continuano ad essere letti e studiati in tutto il mondo e che ha aperto un nuovo universo quello della biopolitica che si dimostra ancora oggi fruttuoso; mica “le idee stupide” di uno come Basaglia grazie al quale sono stati chiusi i manicomi; mica uno come Freud che ha fondato la psicanalisi, disciplina che permette di vivere agiatamente allo stesso Fagioli e che ha osato addirittura – orrore! – fare un “discorso razionale”. Molto meglio discutere nei salotti con Bertinotti per parlar male dei più grandi pensatori contemporanei.
“Anche se tanti, sempre, mi hanno detto che sono brutto e cattivo a rifiutare Freud, Heidegger, Binswanger, Foucault, Basaglia, io continuo a dire che i maestri della vita e del sapere sono stati quelli che parlavano per immagini. E i nomi belli sono Shakespeare, Caravaggio, Picasso, e anche Raffaello, Leonardo, e tanti. Ma soprattutto Omero che aveva capito la negazione, che non era desiderio” (
ivi). Qualcuno ha detto a Fagioli che Shakespeare, Caravaggio, Picasso Raffaello, Leonardo e Omero non sono né filosofi né scienziati ma artisti? Forse non ha ancora compreso la differenza.
Questo parentesi solo per offrire un esempio del dileggio cui va incontro, da parte di chi poi parla di sinistra e di trasformazione sociale, chi si permette di mettere in discussione certi dogmi sociali che fanno riempire le pagine dei giornali e i notiziari televisivi. “Il mostro in prima pagina” è qualcosa a cui ci siamo tutti malauguratamente assuefatti e che diamo ormai per scontato.