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venerdì 2 aprile 2010

Ovvietà

A quanto pare mi tocca ancora perdere tempo su questa storia delle elezioni pseudo-democratiche che si sono appena svolte, perché a molti ancora entra bene nella testolina come stanno veramente le cose. Lo faccio soprattutto perché è l'unica occasione che ho per cercare di far capire a quanti sono di sinistra, della sinistra vera, non quella farlocca piddina o dipietrista, a non farsi ingannare da questi sedicenti progressisti. Esistono molti anche tra quelli che votano Pd e IdV che sono di sinistra, e che votano questi partiti, da un lato perché non vedono alternative, dall'altro perché abbagliati dalla retorica berluscocentrica dei Travaglio e dei Di Pietro.
Innanzitutto una domanda che si sono posti tutti. Chi ha vinto le elezioni? È stato detto di tutto, che le elezioni le ha vinte Berlusconi, che le ha vinte la Lega, che le ha vinte Grillo, che le ha vinte Vendola, e così via. L'unica cosa chiara e lampante a tutti, organi di stampa e blog, e che evidentemente solo Bersani e D'Alema non hanno capito, è che il Pd le ha perse e le ha perse alla grande. Ha perso su tutti i fronti: in termini percentuali, in termini di voti assoluti e in termini geografici, perdendo importanti regioni come il Piemonte, il Lazio, la Calabria e la Campania. Una disfatta nera in cui il Pd scende al suo minimo storico. Eppure la segreteria del Pd si ostina a dire che queste elezioni non le hanno perse. Agli sciocchi e ai pazzi bisogna dare sempre ragione e allora io dico a Bersani, si, caro segretario, sai che c'è? Le elezioni le hai vinte alla grande, il popolo vi acclama, il Pd prenderà alle prossime politiche il 51% e tu diventerai presidente del consiglio in un governo monocolore.
Comunque a parte le ovvietà e i negatori dell'ovvietà, resta la domanda su chi abbia vinto le elezioni. Bè ancora una volta questa domanda ha una risposta semplice, di una semplicità imbarazzante, ma a quanto pare come sempre avviene in Italia siamo riusciti a complicarci la vita con una marea di chiacchiere inutili. Le elezioni le hanno vinte gli astensionisti. Non lo dico io, non ho fatto nessuna analisi particolarmente accurata. Basta guardare i dati che dicono che essi hanno la percentuale più alta in termini di voti, molto più del PdL, doppiano quasi il Pd e aumentano il numero dei loro “non voti” assoluti.
Ma c'è mai stato qualcuno di questi eminenti politologi ed esperiti di strategie che sui giornali e sulle televisioni si sia accorto di questa cosa? Qualcuno ha accennato al dato “significativo” delle astensioni (cui bisogna aggiungere le schede nulle e quelle bianche). Avesse ottenuto Berlusconi o Bersani un simile risultato tutti sarebbero stati lì a gridare alla grande vittoria, titoli in prima pagina su tutti i giornali, e cose di questo tipo.
Tutti i partiti perdono voti, aumentano quelli che non sono andati a votare. Bé, io me la porrei la questione. Mi sembra chiara una cosa. Che la gente non è soddisfatta di come è amministrato questo paese e di come vanno le cose in Italia da parecchi anni. Ovvio, vero? Eppure nessuno lo dice.
Dopo gli astensionisti il dato più rilevante è quello della Lega che avanza non solo nelle “regioni verdi” come Lombardia e Veneto, ma anche nelle “regioni rosse” i feudi del Pd, come Emilia Romagna e Toscana. Inoltre ha ora due presidenti di regione, in Piemonte e in Veneto.
Per il resto praticamente il nulla. Il Pd straperde, lo si diceva prima, l'Idv, ha una sostanziale tenuta in termini percentuali, ma non c'è stato quello sfondamento che molti si aspettavano e che dimostra che è un partito destinato a rimanere nella nicchia che si è scavato.
La sinistra, Rifondazione e Sinistra Ecologia, se si esclude il risultato della Puglia e la vittoria importante di Vendola, perde ancora e giace in come profondo, non riesce a iniziare quella rimonta, in cui molti speravano e auspicavano dopo la disfatta delle politiche.
Poi c'è il movimento cinque stelle di Grillo, che ottiene 400000 voti la prima volta che si presenta e raggiunge percentuali alte in regioni come l'Emilia o il Piemonte. Tuttavia mi pare sia ancora presto per questo movimento per gridare alla vittoria. Prima di affermarsi come forza politica nazionale occorrerebbero ulteriori conferme.
A questo punto, visto che gli unici veri vincitori sono gli astenuti e la Lega, sarebbe necessaria una riflessione sul perché la gente o non è andata a votare o ha votato Lega.
Prima di tutto un dato sugli astenuti. Le regioni in cui la percentuale di chi non si è recato alla urne è maggiore sono quelle che venivano da amministrazioni di centrosinistra, Lazio, Emilia, Toscana, Piemonte.
Mi pare chiaro che, visto anche il pessimo risultato dei partiti di centrosinistra, se è vero che ad essersi astenuti sono gli elettori di tutti gli schieramenti, è anche vero d'altra parte che quelli di sinistra sono la maggioranza.
Inoltre anche tra chi è andato a votare, basta sentire un po' cosa si dice in giro, lo ha fatto turandosi il naso, con la sola ragione di non far vincere la destra, quindi tutt'altro che per adesioni alla linea di quei partiti.
Dunque, la gente di sinistra non condivide le politiche e i programmi che esprime chi vorrebbe rappresentarli. Elementare, Watson.
Questa cosa non sembra ancora entrata in testa a certi professori e professoresse della minchiata televisiva che popolano i palinsesti. La Annunziata, ieri, ad Annozero, non voleva capacitarsi di come mai quelli di sinistra, che lei chiamava “moderati” non sono andati a votare il Pd.
Qualcuno glielo ha cercato di dire, ma lei niente, continuava a ripetere questa litania.
Nemmeno un servizio su un cantiere dove gli operai salivano sulla gru perché non erano pagati dai caporali è riuscito a far entrare nella testa dell'Annunziata l'idea che la sinistra non si occupa più dei temi sociali, e quindi perde. Il motivo per cui la gente avrebbe dovuto votare i caniddati di Bersani and CO. sarebbe la sospensione dei talksow. Ora voi ve lo immaginate l'operaio che torna dopo 12 ore di lavoro in fabbrica, magari rischiando il licenziamento o la cassa integrazione, con la bolletta da pagare e i figli da sfamare, che si preoccupa perché Annozero o Ballarò non vanno più in onda?
Io sinceramente no. Il problema suo non è il palinsesto rai, è il salario basso, il rischio di morire sul lavoro, la scuola dei figli, la luce e il gas troppo alti, l'affitto o il mutuo per la casa da pagare. Cosa gliene può fregare del palinsesto rai? Eppure questi giornalisti come la Annunziata o Gian Antonio Stella, che si lamentava dei costi e degli sprechi della politica nel libro “La casta” non sembrano ancora avere afferrato il concetto. Ieri, da Santoro, è stato rispolverata una categoria mitologica, creata dai politologi come Panebianco o Sartori che ci hanno ammorbato con le loro chiacchiere insulse sulla politica delle alleanze, e diffusa da giornalisti come Gian Paolo Pansa. Questa categoria è quella degli “elettori moderati”, o più semplicemente “i moderati”. Un concetto utilizzato anche nella pratica politica fin dai tempi del primo governo Prodi, con i risultati che conosciamo. Ebbene, secondo la profonda disamina di questi grandi analisti l'astensione sarebbe quella dei moderati, che si astengono non si capisce per quale motivo. Di partiti “moderati” se ne trovano in quantità eppure i maggiori rappresentanti di questa creatura mitologica che sono Pd e Udc hanno ottenuto risultati miserevoli.
Non c'è verso di far capire che non sono i moderati quelli che non vanno a votare. I moderati sono quelli soddisfatti della situazione attuale, dello stato di cose, quelli che non hanno problemi con il mutuo da pagare, “gli imprenditori onesti” tanto cari al Pd, e all'IdV, i liberi professionisti e i commercianti che con questo sistema evadono le tasse e infine i giornalisti come Stella e la Annunziata che guadagnano milioni di euro e i politologi come Sartori o Panebianco che fanno conferenze in tutto il mondo.
Quelli che non vanno a votare, invece, non sono i moderati, sono gli incazzati, e incazzati neri, quelli, per esempio, che salgono sui tetti, che occupano le aziende, che sequestrano i manager, tra la disapprovazione perbenista dei “moderati”, quelli che sono ignorati da tutti coloro che gridano alla “casta”, senza accorgersi che sono loro stessi a far parte di una casta. Costoro, non sanno nulla dei problemi della gente, perché non li vivono. La massima preoccupazione per questi signori è il processo Mills oppure la sospensione delle tribune politiche. Da ciò deriva la loro incapacità congenita a capire la situazione.
Cara Annunziata, bisogna dirtelo in arabo? Il centrosinistra perde perché nessuno dei suoi dirigenti va nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nessuno si preoccupa dei mali che li affliggono, nessuno fa niente contro la precarietà dei giovani o contro le basse pensioni degli anziani. Il centrosinistra perde perché può annoverare politici come Ichino che vuole abolire lo statuto dei lavoratori come Sacconi, gente come Calearo, che sfrutta i lavoratori nelle sue aziende, gente come Tiziano Treu, che ha introdotto per la prima volta in Italia, prima di Berlusconi, una legge che legalizza la precarietà e che vuole alzare l'età pensionabile come Brunetta.
Che diamine centrano i moderati? I moderati sono quelli che hanno fallito, sono quelli come te che in cinquant'anni non hanno ancora capito niente di come va l'Italia e il mondo, perché a quel mondo non appartengono, ma vivono nei salotti, nei talk show, o nelle redazioni dei quotidiani.
A causa di questa gente le persone non vanno a votare, o peggio, votano Lega, che ha una politica razzista, fascista e populista, però risponde alle esigenze della gente, offre una “protezione”, per quanto di stampo decisamente meschino, è vicina tutti i giorni e si occupa tutti i giorni delle vicende quotidiane dei comuni mortali, ignorando quelle degli illuminati difensori delle libertà di spettacolo. La Lega, ovviamente, fa il gioco dei padroni. Però intanto conosce anche il mondo popolare, perché lo vive tutti i giorni, e quindi sa anche come usarlo a proprio vantaggio.
Infine vorrei dire una cosa sul partito che fa capo a Grillo, a Travaglio, a Di Pietro e al cosiddetto “popolo viola”, quelli il cui problema più grande sono i finanziamenti ai partiti o ai giornali e che si dimenticano delle ingentissime spese militari.
Io non mi preoccuperei dell'Italia dei Valori, che esaurendosi nell'analisi al microscopio della fedina penale di Berlusconi, ha esaurito anche la propria capacità di espandersi.
Mi preoccupo invece e molto di questi capipopolo come Grillo e Travaglio, gente che non è di sinistra e non lo è mai stata, ed anzi è un serio ostacolo alla costruzione di qualsiasi vero partito di sinistra anticapitalista. Concentrano l'attenzione su cose di secondaria importanza, come la terza candidatura di Errani e si dimenticano, anche loro, perché anche loro appartengono alla “casta”, dei veri problemi. Vorrebbero introdurre un modello di società di destra, soltanto più efficiente. Vogliono gli Stati Uniti, vogliono Obama, vogliono il mercato il cui solo problema sarebbe di non essere abbastanza “libero”, vogliono la stessa società che vogliono anche i loro avversari, ma senza i mali che inevitabilmente la affliggono, insomma:
“...vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazione fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato [...] pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa si è fatto”.
Chi diceva queste cose si chiamava Karl Marx, quando Grillo ancora non esisteva. Ma adesso ci viene un comico a dire che destra e sinistra non esistono più e noi gli crediamo.

martedì 1 settembre 2009

Criminali di Stato


ROMA
Nel giorno della visita a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, il governo italiano decide un nuovo respingimento in Libia: 75 migranti, tra loro 15 donne e 3 minori, intercettati stamattina a circa 24 miglia a sud di Capo Passero - in un’area al limite della competenza italiana per quanto riguarda il soccorso in mare - sono stati trasbordati su un pattugliatore d’altura della Guardia di finanza per essere condotti nel paese nordafricano.

Da poco atterrato a Tripoli, il premier dice di non essere al corrente dell’accaduto, ma spiega: se vogliamo procedere ad una politica di vera integrazione dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque. Arriva a stretto giro la replica Pd. Berlusconi -dice Dario Franceschini- oltre a guardare le Frecce farebbe bene a vedere cosa succede in Libia nei campi in cui si accolgono gli immigrati. «Ancora una volta -aggiunge Felice Belisario (Idv)- il premier è forte con i deboli e debole con i forti. I respingimenti preoccupano l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, invece di arginare il fenomeno dell’immigrazione si penalizzano i richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto a ottenere protezione.

La Stampa, 30 agosto 2009


Bisogna dirlo chiaramente senza troppi giri di parole. A capo del nostro governo ci sono dei criminali veri e propri, degli assassini, dei macellai che barattano la vita delle persone per fare affari e guadagnare qualche voto in più dagli ignoranti chi li hanno eletti.
Lasciamo perdere il solito anatema qualunquista “governo ladro”, questo non è solo un governo ladro, è un governo assassino.
Come si potrebbe definire altrimenti chi respinge dei disperati venuti per terra e per mare, attraverso trabiccoli galleggianti sovraffollati di gente affamata e terrorizzata per condannarli a una sorte senza scampo? Il Delinquente del Consiglio a capo di una coalizione di affaristi, fascisti e criminali della peggior specie, unisce tutta la bestialità di cui è capace con un'ipocrisia filistea. Finge di ignorare il fatto che i “clandestini”, che altro non sono che esseri umani nascosti dietro le cifre che il Ministero degli Internamenti snocciola con macabra freddezza, una volta respinti andranno a popolare le carceri libiche dove saranno pestati dalle guardie, torturati e maltrattati, quando non abbandonati nel deserto libico a morire di fame e di sete. Come si può definire chi è complice di azioni simili? È forse eccessivo paragonare una simile deportazione e un simile massacro all'olocausto ebreo della Seconda Guerra Mondiale? Non si dica che loro “non sanno”, patetica scusa accampata da tutti i criminali nazisti. Se i giornalisti sono in grado di conoscere il destino di migliaia di profughi che cercano disperatamente di entrare in Italia per fuggire alla guerra, alle persecuzioni o alla fame, a fortiori è in grado di venirne a conoscenza un governo che dispone di un apparato di servizi segreti. Ma non conviene agli imprenditori della morte mostrare gli scheletri nell'armadio di un regime tirannico. Con la Libia vige un accordo che permette ai sicari al potere di provvedere grandi appalti all'industria nazionale e oliare la macchina della propaganda razzista e fascista che si vanta dei respingimenti come di una grande risultato della biopolitica, anzi della “tanatopolitica”.
Il governo sa e quasi lo ammette esplicitamente quando Roberto “Zanna Verde” Maroni (il “moderato” della Lega, lo stesso che morse un poliziotto e che disse che con i clandestini bisogna essere “cattivi”) risponde a chi lo accusa di violare i diritti umani con la riduzione del numero di sbarchi. Come dire: se questi sono i risultati, ben venga anche violare i diritti umani, negare il diritto di asilo, mandare a morte nelle carceri libiche migliaia di disperati colpevoli solo della loro condizione. In cambio, in un perfetto mercato di bieca propaganda di regime, la Banda Berlusconi che governa l'Italia manda all'anniversario del governo fascista di Gheddafi le frecce tricolore. Cioè manda il fior fiore della nostra aviazione a festeggiare l'inizio di una dittatura, a spese ovviamente del contribuente. Come se durante il Ventennio la Gran Bretagna avesse mandato la RAF in Italia per celebrare la marcia su Roma.
Finiamola anche con la favola, sentita ripetere dalle canaglie leghiste, che “bisogna aiutarli a casa loro”. Se ogni immigrato dovesse aspettare gli aiuti del governo italiano farebbe in tempo a morire, assieme ai suoi figli, ai suoi nipoti e a tutta la sua stirpe. Per non smentirsi gli aiuti alla Cooperazione e allo sviluppo sono stati, ancora una volta, tagliati. Come “Aspettando Godot” questi aiuti “a casa loro” si aspettano sempre ma non arriveranno mai.
Ma poi è un ragionamento da testa di Cota: se un clandestino bussa alla porta di casa mia per chiedermi due spiccioli, io glieli do, non dico “non te li posso dare perché bisogna aiutarti a casa tua” bell'aiuto! Che bontà! Ci sono migliaia di esseri umani che lottano sul filo del rasoio, spesso tra la vita e la morte e certo non possono aspettare che venga varata la prossima finanziaria, ammesso, per pura fantasia, che venga fatto qualcosa. Per loro bisogna agire subito, adesso, senza perdere tempo perché ogni giorno in più può costare la vita ad altri.
Ma non si spreca nemmeno lo humor nero che possiedono Popolo delle Impunità e la Lega dei Fasci. Infatti vorrebbero anche praticare la cristiana virtù del perdono con la sanatoria (quasi fosse un condono edilizio, come se si stesse parlando di cose e non di persone) per regolarizzare colf e badanti. A parte il fatto che è un provvedimento fortemente classista, che andrà a vantaggio dei soliti ricchi che possono permettersi di pagare 500 euro solo per regolarizzare la propria cameriera. Ma ne emerge tutto il bieco cinismo spacciato per umanitarsimo. Gli stranieri vanno bene solo quando servono ai nostri scopi. Se si tratta di pulire le nostre case o il culo dei nostri anziani affetti da Alzehimer, allora gli stranieri vanno bene. Salvo poi rimandarli nella tana del lupo quando fa comodo. Certo questo atteggiamento riflette quello di molti italiani, cinici, ipocriti, rozzi e ignoranti, che considerano le persone di un altro paese niente più che dei servi.
E allora “bisogna rispedirli a casa loro” (perché essendo dei pacchi postali li si spedisce) ma non la colf che mi pulisce la casa. Questo è il modo di pensare del leghista tipo (e non solo).
Quindi smettiamola con questo falso fairplay che molti dell'opposizione sperano di portare avanti. Quei beceri palloni gonfiati ignoranti della Lega non si fanno certo problemi a definire i gay “froci”, i meridionali “terroni” e quelli che hanno la pelle un po' più scura della loro “negri”. E allora perché dovrei pormi io il problema di chiamare loro teste di cazzo? “Quanno ce vo', ce vo'” dicono a Roma ladrona. Tra l'altro è la pura verità. Anche se li chiamassi teste di organo sessuale maschile o teste di augello, il concetto sarebbe sempre lo stesso. Come del resto non c'è da censurarsi nel definire assassino un capo di governo che firma un accordo per avere appalti sulla pelle di esseri umani.
Per cui finiamola con questo timore reverenziale dell'opposizione, con la panzana veltroniana che se ti azzardi a dire troppo male dell'avversario, anzi del nemico (perché gli assassini e i razzisti sono miei nemici, non “avversari politici”) perdi le elezioni. I fatti dimostrano il contrario. Non mi pare che Berlusconi sia stato molto tenero con i suoi oppositori. E allora perché non ha perso?
Quindi diciamolo chiaramente: Berlusconi è un affarista e un criminale, Maroni un fascista manganellatore, Calderoli un porco che fa vergogna ai porci, Bossi un ignorante, Gentilini un nazista.
Se volete contribuire anche voi alla ricerca della migliore definizione per questa gente, fatevi avanti.

mercoledì 22 luglio 2009

Il ras è nudo




Tutta la verità su Di Pietro, quella nascosta anche dall'informazione considerata indipendente



Si propone come il difensore della legalità, il garante dell'etica nella politica, attacca Berlusconi e le sue vicende giudiziarie, critica il Pd per un'opposizione non abbastanza intransigente, si presenta come la vera alternativa alla destra e mira a conquistare l'elettorato di sinistra deluso.
Vorrebbe passare come integerrimo paladino delle istituzioni, ma, Antonio Di Pietro non si può certo dire estraneo al sistema che egli dice di voler denunciare.
Il nemico ufficiale dovrebbe essere Silvio Berlusconi, ma con quest'ultimo Antonio “Che c'azzecca” Di Pietro può vantare diverse somiglianze.
Innanzitutto la gestione del partito, o per meglio dire della corte al suo servizio. Esistono due “Italia dei Valori”: una è che quella ufficiale, composta da iscritti e militanti. L'altra è l'Associazione Italia dei Valori, che invece è composta da tre persone, come la Santissima Trinità: Di Pietro stesso, sua moglie Susanna Mazzoleni e l'amica di famiglia Silvana Mura. Una gestione familistica che stride fortemente con le ostentate dichiarazioni in merito a queste questioni. Una gestione autoritaria, poiché Di Pietro a capo di entrambi i partiti cloni ha i poteri di un monarca assoluto, che contrasta con l'immagine di chi grida ai quattro venti di voler difendere la democrazia.
Ma ciò appare una sciocchezza a confronto della gestione alquanto disinvolta del bilancio del partito a due facce, che riscuote i finanziamenti pubblici dei rimborsi elettorali per comprare immobili, attraverso la società immobiliare di famiglia Antocri.
Anche questo fatto sembra tuttavia una sciocchezza di fronte alle alleanze politiche a livello locale, dove l'IdV è vicina a personaggi alquanto discutibili, come l'amministrazione Del Turco che egli ha pure denunciato, ma soltanto una volta che è partita l'inchiesta della magistrature e che è scoppiato lo scandalo della sanità, dopo aver partecipato alla giunta senza mai battere ciglio.
Ma, si dirà, almeno a livello nazionale Di Pietro conduce un'opposizione dura, intransigente, ben lungi da ogni possibile intrigo politico. Falso.
Di Pietro è stato lo stesso che ha votato contro l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova, quando morì un ragazzo di nome Carlo Giuliani e i manifestanti furono barbaramente pestati dalla polizia.
Di Pietro è un uomo d'ordine, si sa, e in quanto uomo d'ordine, difende la polizia anche nei casi in cui questa si macchia di gravissimi reati e infrange quelle stesse leggi di cui Di Pietro si dice tutore.
Egli sostiene che una commissione sarebbe inutile perché non farebbe che raddoppiare i compiti della magistratura. Ora appare ben strano che Di Pietro, che conosce sia il mondo della giustizia che quello della politica, non sappia distinguere tra responsabilità penali, che è compito proprio dei magistrati accertare, e responsabilità politiche, che invece non spetta chiarire alla giustizia, ma alla politica, e quindi a una commissione parlamentare, che approfondisca ad esempio il ruolo del Ministro degli Interni o del Vice Presidente del Consiglio e dello stesso Capo di Governo nello svolgimento dei fatti.
Ma Di Pietro è anche lo stesso che ha votato a favore della TAV, del Ponte sullo Stretto, affare per la tanto criticata monopolista Impregilo, e del Mose a Venezia, a cui si è detto contrario anche il Sindaco Cacciari, mostrando così il rispetto che ha nei confronti della popolazione locale e della sua volontà.
Queste e altre amenità sono riassunte ottimamente
in questo articolo.
“L'uomo d'ordine” può vantare anche rapporti con personaggi di chiara fama complottista e stragista, come sono pezzi della massoneria e della mafia. Esistono diversi iscritti all'Italia dei Valori, con cui Di Pietro ama presentarsi in pubblico che risultano anche sulla lista della P2 di Licio Gelli, nonostante nello statuto del partito ci sia scritto che esso si oppone alle organizzazioni eversive come appunto quella della nota loggia massonica. Senza contare gli esponenti e gli imprenditori vicini alla mafia (
Casa della legalità).
Di queste notizie si trova ampia documentazione in rete e per chi volesse saperne di più non avrebbe difficoltà a trovarne.
In questa sede invece ci soffermeremo su un caso particolare della doppia morale dipietrista, ovvero della sua spregiudicata politica nella propria terra d'origine.
Il Molise, regione di provenienza dell'ex magistrato, nonché ex democristiano e anticomunista, è feudo ormai dell'IdV, dove questo ha riscosso un successo straordinario alle ultime elezioni amministrative ed europee.
Per la sua regione Di Pietro ha fatto tanto. E per farlo non ha guardato in faccia a nessuno. Questa è quella che, tanto i berlusconiani doc, quanto i dipietristi doc chiamano “politica del fare”.
Non si è fatto scrupolo di allearsi con quello che doveva essere il suo avversario, ovvero il Presidente della Regione Molise, nonché capo del centrodestra molisano, Michele Iorio, altro feudatario della zona, come è stato denunciato con un articolo apparso sul Giornale da Filippo Facci (
Il Giornale).
In rispetto del più smaccato consociativismo in Molise Italia dei Valori e parte Popolo della Libertà (assieme a pezzi del Pd) hanno costituito un'alleanza allargata per contrastare il nuovo “astro nascente” della classe dirigente molisana: l'europarlamentare del PdL ed ex UDC Aldo Patriciello, altro bel personaggio.
Nel comune di Venafro il difensore della legalità partecipa a una giunta di centrodestra. Ma non era proprio lui quello che doveva scongiurare qualsiasi possibile inciucio tra i due schieramenti?
Eppure in nome degli interessi localistici e familistici Di Pietro è disposto con eroico spirito di sacrificio a penalizzare anche i suoi conclamati “principi”. Così non si fa scrupolo di partecipare alla gestione delle autostrade molisane assieme al capo locale dell'arcinemico PdL, come denuncia lo stesso Giornale.
Gli accordi per la costruzione della Termoli-San Vittore risalgono all'epoca in cui Di Pietro era Ministro delle Infrastrutture ed elogiato dal suo presunto avversario Iorio. (
Primapaginamolise). Di Pietro disse che per fare l'interesse dei molisani bisogna prescindere dalle appartenenze politiche; si deve dire che è stato fedele a questa linea fino alla fine, poiché ha guardato molto agli interessi dei molisani, soprattutto di certi molisani, e per nulla alla ostentata presunta differenza politica. Alla costruzione della Termoli-San Vittore si era deciso dovesse partecipare l'ATI, che è una società di proprietà al 55% della impresa Falcione vicina a Iorio (mytermoli.com).
Tra Di Pietro e Iorio sembra esserci un rapporto inscindibile, come provano le numerose manifestazioni di stima, come quella di cui sopra, e le numerose “amnesie” dell'IdV circa gli affari dei suoi avversari ufficiali che spesso omette di denunciare. Ha omesso di denunciare il buco di bilancio della sanità prodotto dall'amministrazione Iorio, la vicenda degli appalti per la ricostruzione a seguito del terremoto, nonostante a San Giuliano le vere vittime della calamità vivano ancora nei container. Non ha detto nulla Di Pietro della doppia carica che ricopriva Iorio, di presidente della Regione e parlamentare, come non ha detto nulla di un altro conflitto di interessi dei due fedeli di Iorio, Di Giacomo e De Camillis, presenti sia in Consiglio regionale che al Parlamento nazionale (
altromolise.it). Ma su questa faccenda Di Pietro fa orecchie da mercante, nonostante egli sia stato in altre occasione sempre in prima fila contro il conflitto di interessi e i molteplici incarichi pubblici, quando questi però non riguardavano i suoi amici-nemici.
Politica, Sanità, Infrastrutture, ma anche Servizi, sono di competenza dell'Amministrazione de facto Di Pietro-Iorio, come prova l'accordo ufficiale che al tempo del governo Prodi, quando Di Pietro era Ministro, fu ratificato dai due amici molisani assieme all'allora Presidente abruzzese Del Turco (lo stesso che face scandalizzare Di Pietro ma a scandalo già avvenuto) per la diga di Chiauci e la spartizione delle acque tra Abruzzo e Molise (
altromolise.it).
Queste sono notizie facilmente reperibili e, per chi abbia una qualche dimestichezza con gli affari politici e gli intrighi molisani, ampiamente conosciuti.
Ma come mai a questi fatti non è stato dato il giusto rilievo nazionale tanto che la maggioranza dell'opinione pubblica, anche quella più informata e che, ingannata, spesso finisce per votare IdV, ne è all'oscuro? Perché il grande Tonino gode di una copertura informativa assai solida.
I mezzi di informazione vicini al Pd non osano mettere il dito nella piaga, visto che anche loro non è che siano proprio immuni da colpe come testimoniano i rapporti che l'ex Presidente della Provincia di Campobasso D'Ascanio, in quota Pd appunto, intrattiene con la coppia perfetta degli amiconi Antonio e Michele (
altromolise.it).
La stampa di destra fa lo stesso, data l'influenza di Iorio e dei suoi uomini nel PdL.
Ma fa lo stesso anche la spregiudicata informazione dei “duri e puri” del giornalismo nostrano che non si lasciano intimorire da nessun potere, quella guidata da Marco Travaglio.
Sulle ambiguità di Di Pietro non si è interessato altrimenti che con il silenzio più totale, tradendo il suo consueto scrupolo giornalistico. Ha denunciato l'affare, oggetto di un'indagine della magistratura, dell'appalto della variante autostradale di Venafro che vedeva coinvolto Aldo Patriciello, ma ha taciuto circa la gestione molto discutibile Iorio-Di Pietro di un altro appalto autostradale, quello della Termoli-San Vittore. Evidentemente ha deciso di accantonare il metodo rigoroso che adotta per smascherare i nemici dell'amico Tonino.
Basta vedere come Travaglio prima delle elezioni europee e amministrative scendesse negli scomodi particolari di tutti i partiti, tranne quello del suo compagno e capo di partito, dove si limitava a parlare della candidatura di un trasformista passato in vari gruppi, attribuendone peraltro la responsabilità a una semplice “svista” (
voglioscendere). Perché dovrebbe trattarsi di una semplice svista? Perché non potrebbe trattarsi di una decisione dello stesso ex magistrato dato che tutto quello che avviene nel partito (tanto più le candidature a livello europeo) non passa senza la sua approvazione e dato che all'interno dell'IdV ha un potere pressoché assoluto? Non potrebbe essere stato lo stesso Di Pietro ad aver voluto questa candidatura, sicuro che sarebbe passata inosservata o giustificata come semplice “svista”? Ma Travaglio omette anche di parlare di tutti i massoni e i collusi con la mafia presenti nell'Italia dei Valori.
Dove finisce in questi casi il rinomato acume del castigatore nazionale? Scompare di fronte all'ammirazione incondizionata per il suo capo di partito? O c'è qualcosa di più? Un accordo di reciproca protezione? Come possono a un giornalista abile e smaliziato come Travaglio sfuggire certe frequentazioni quantomeno imbarazzanti dell'amico?
Egli era l'allievo stimato del grande Indro Montanelli. Ci domandiamo se quest'ultimo, che non aveva mai risparmiato critiche a nessuno, avrebbe approvato un simile comportamento e una simile iniquità nei giudizi.
Per concludere vorremo mettere in guardia tutti coloro che, soprattutto a sinistra, si stanno lasciando sedurre dal “grande moralizzatore” che vorrebbe apparire come estraneo alle logiche lobbistiche di gestione del potere.
Di Pietro non è di sinistra, tanto meno di una sinistra “radicale” come spesso viene dipinto dalla stampa. Al parlamento europeo partecipa ad un gruppo centrista, quello dei liberali ed ha votato a favore della Direttiva Bolkenstein per la privatizzazione dei servizi e in favore dell'innalzamento dell'orario di lavoro a 65 ore.
Ha taciuto sulla missione italiana in Afghanistan e sul rifinanziamento che ha votato, come ha taciuto sull'aumento della spesa militare.
Potrebbe trarre in inganno l'abile “campagna acquisti” che ha potato nel suo partito personaggi della sinistra, anche considerati comunisti, come Zipponi proveniente da Rifondazione o come il filosofo Gianni Vattimo. Lasciando ai lettori ogni riflessione sulla dubbia “moralità” di costoro che abbandonano i loro partiti proprio nel momento del bisogno (e proprio guarda caso quando la sinistra non entra in parlamento e l'IdV è in chiara crescita) la linea di Di Pietro non è quella di proporsi come alternativo a Berlusconi e alla destra, ma di attrarre tutti i “delusi” di sinistra per trattenerli all'interno dell'asse bipolare PdL/Lega-Pd/IdV. Non, quindi, elemento antisistema, ma pedina contigua e interna al sistema che ha il compito di tapparne le falle con la sua immagine “pulita”.

martedì 14 luglio 2009

L'étendard sanglant est levé!

Eresia rossa non aderisce allo “sciopero” dei bloggers, ritenendo che contro la limitazione della libertà di parola si debba esercitare quest'ultima con ancor più convinzione. Tacere significa cedere alle pretese dei tiranni.

Ci sono tanti che si riempiono la bocca con parole come “libertà” e “giustizia”, fondano persino partiti che portano nel nome questo riferimento. Eppure sono proprio costoro che ne fanno scempio.
Deve essere un blog comunista a ricordare ai “liberali” i principi del liberalismo.
Nel giorno dell'anniversario della Rivoluzione francese, che sancisce l'inizio della società moderna, bisogna ricordarne i principi ispiratori che vengono violati.
L'antifascismo ha dovuto salvare la nazione dai nazionalisti. Adesso deve salvare la libertà dai liberali.

Liberté, Egalité, Fraternité

domenica 12 luglio 2009

Berlusconi mente al G8


È stato un patetico tentativo di rilanciare l'immagine di un governo che comincia a calare nei consensi, lo sappiamo.
È stata una sequela di promesse che non verranno mantenute come al solito, salutate dalla disinformazione italiana come chissà quale successo del governo.
Berlusconi ha voluto per qualche giorno dismettere i panni del cialtrone corrotto e puttaniere per indossare quelli improbabili dello statista consumato.
Ha voluto rappresentare l'Italia come in sintonia con le altre nazioni e concorde con gli obiettivi fissati dalla comunità internazionale e persino all'avanguardia nel deciderli.
Ma è un'immagine puramente propagandistica, che mistifica la realtà.
Eresia rossa ha già denunciato la nullità di questo G8 e il ruolo insignificante dell'Italia. Ma ciò non è sufficiente. Perché il tentativo del governo in carica di annoverarsi in sintonia con le politiche degli altri governi è anch'esso fasullo.
Berlusconi si dice concorde con le scelte di Obama. In particolare sul clima, una questione decisiva ed epocale, ha dichiarato il totale accordo con la politica della Casa Bianca (
Libero).
Ma l'Italia è davvero intenzionata a perseguire una politica di drastica riduzione delle emissioni inquinanti come sembrano orientate, almeno negli intenti, la comunità internazionale e la stessa amministrazione americana?
Pochi sanno che circa tre mesi fa il Senato ha approvato una mozione sul clima (
asca) che va in netta controtendenza rispetto a quanto sostenuto dall'Italia in sede internazionale. Il testo della mozione nega l'attribuzione della responsabilità del cambiamento climatico alle attività umane (mozione clima). In modo del tutto tendenzioso sostiene che la comunità scientifica non sarebbe concorde nell'attribuire le cause degli sconvolgimenti climatici all'uomo. La cosa è passata inosservata presso i media, data l'impresentabilità di simili affermazioni, ma ha suscitato la reazione indignata di tante associazioni ambientaliste, da Legambiente al WWF, che ricordano come gli scienziati dell'ONU affermino che il cambiamento climatico derivi per il 90% dall'attività antropica (WWF). Anche l'opposizione aveva protestato definendo dannosa la mozione del PdL (La nuova ecologia).
Invece il Presidente della commissione Ambiente del Senato Antonio D'Alì aveva dichiarato: “È dimostrato che l’aumento delle quantità di CO2 non è altissimo come avevano previsto i catastrofisti e che nel mondo esistono anche altre posizioni che non siano quelle del fondamentalismo ambientalista che riconducono tutto all’attività antropica. Molte cause sono anche di origine naturale. Ma visto che da questi elementi dipendono scelte per miliardi di euro bisogna essere sicuri” (
Messinanotizie). Non si capisce con quale autorità e sulla base di quali fonti vengano smentite le conclusione della quasi totalità della comunità scientifica di tutto il mondo.
A farci comprendere quanto questa posizione sia in netta divergenza con quella degli altri paesi del G8 che il governo italiano sostiene invece di condividere basta dare uno sguardo agli obiettivi fissati dal vertice. Riduzione dell'80% delle emissioni entro il 2050 (
qualenergia) e l'impegno che l'incremento della temperatura media rispetto ai livelli precedenti all'industrializzazione non vada oltre i due gradi (AGI). Inoltre negli ultimi anni gli scienziati hanno rivisto le proprie stime, ma non in senso “ottimistico” ma “pessimistico”. Il New Scientist critica anche gli obiettivi del G8 perché troppo poco ambiziosi (qualenergia). Le critiche sono arrivate anche dal segretario ONU Ban ki-moon che ha detto “Il problema del clima è una responsabilità imperativa e storica per il futuro dell'umanità e del nostro pianeta” (ANSA). Insomma le critiche, quando sono arrivate, accusano il vertice di una carenza di “catastrofismo”, come lo definisce D'Alì, e non di un eccesso. Figuriamoci allora quanto possa essere anacronistica la posizione della maggioranza che è anche meno “catastrofista” del G8.
Anche rispetto agli Stati Uniti la posizione del Senato italiano è assai divergente. La Camera Usa infatti a gennaio aveva approvato l'impegno nella riduzione dell'83% delle emissioni inquinanti entro il 2050 (
Corsera) uguale sostanzialmente a quanto stabilito a L'Aquila.
Berlusconi si è detto d'accordo con gli altri governi. Eppure i senatori della sua maggioranza chiedevano al governo un impegno “ad intervenire con urgenza presso la Commissione europea e anticipatamente presso i paesi partecipanti al G8” per “segnalare come una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non creda che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell’atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all’anidride carbonica di emissione antropica” (
METEOWEB). Evidentemente Berlusconi non se l'è sentita di “intervenire con urgenza” per contraddire i sette paesi del vertice ed esporsi alle loro critiche in un momento non certo ottimale per la sua immagine. Gli avrebbero fatto fare una pessima figura e compromesso la sua nuova immagine di statista.
Tuttavia questo ci fa capire quanto siano reali le intenzioni dichiarate del Presidente del Consiglio, e quanto sia reale l'impegno che il governo possa mettere nel raggiungimento dei traguardi stabiliti.

sabato 4 luglio 2009

Le leggi razziali


Il razzismo programmatico del governo è reso possibile dalla mancanza di coscienza di classe dei lavoratori italiani aizzati dai media contro lo straniero.



Il decreto in materia di ordine pubblico – impropriamente definito “sicurezza” – segna una vittoria per le forze retrograde e xenofobe. Il decreto provvede, coma mai prima d'ora, a criminalizzare lo straniero. Innanzitutto con l'introduzione del reato di “clandestinità”. Ciò determinerà la condanna penale e la reclusione per gli stranieri che si trovano irregolarmente in Italia. Se si considera che praticamente tutti gli immigrati, in Italia, a causa della legge vigente, sono costretti a passare per un periodo di irregolarità (perché non si può ottenere permesso di soggiorno senza contratto lavorativo) ci si accorge che la criminalizzazione non riguarda solo l'immigrato irregolare, ma lo straniero in generale additato come nemico o minaccia da cui bisogna difendersi.
In secondo luogo ciò comporterà la privazione, di fatto, delle cure mediche per gli irregolari, dato che il personale medico viene costretto a denunciare alle autorità la situazione di irregolarità dell'immigrato che ricorre alle sue cure.
In terzo luogo priva i “clandestini” anche dell'alloggio, perché vieta ai proprietari di affittare agli extracomunitari senza permesso di soggiorno.
In quarto luogo aizza una vera e propria “caccia alle streghe” delegando il mantenimento dell'ordine pubblico a delle ronde di privati cittadini, inesperti e non addestrati alla responsabilità che viene loro affidata e per giunta vicini a gruppi politici dichiaratamente razzisti, quando non addirittura fascisti.
In quinto luogo, aumenta il periodo di detenzione degli immigrati nei centri di identificazione, dei veri e propri lager, per le pessime condizioni igieniche e sanitarie, delle strutture detentive peggiori dei carceri per persone che si sono macchiate del solo delitto di essere nate in un paese in cui si muore per la guerra o per la fame.
Tutto questo ci fa concludere che è in atto in Italia una vera e propria persecuzione ai danni degli extracomunitari, essi vengono privati di:


  • diritti civili (mancato riconoscimento del permesso di soggiorno per cercare lavoro)
  • cure mediche
  • alloggio
  • libertà di movimento (la presenza delle ronde ne limiterà gli spostamenti)
  • habeas corpus (vengono incarcerati in strutture detentive per l'identificazione senza un processo, senza essere stati incriminati e senza potersi difendere in sede civile o penale).


La situazione degli extracomunitari oggi presenti in Italia non è molto diversa da quella degli ebrei durante il fascismo, e ciò non dovrebbe farci esitare nel concludere che il parlamento ha approvato delle vere e proprie leggi razziali.
Di fronte alla gravità della situazione non sembra ci sia una adeguata reazione da parte non solo dell'opposizione politica, ma della stessa società civile, che anzi in molti casi sembra approvare le misure liberticide e discriminatorie della maggioranza.
Il consenso di questo governo, d'altronde, è stato costruito anche su una forte componente xenofoba della sua azione politica, che mira a dividere le classi deboli tra italiani e stranieri.
La destra sta perseguendo una politica in favore della elite dominante e fortemente penalizzante nei confronti della classe lavoratrice. Queste misure antipopolari, anche se spesso non impopolari, sono state giustificate scaricando la responsabilità della questione sociale sugli immigrati, anziché sulla sregolatezza economica della classe dominante.
Ma il consenso della destra più reazionaria che sia mai stata al governo da diversi decenni non va attribuito soltanto a una propaganda ideologica martellante e sistematica degli ultimi mesi.
Né può bastare, per comprendere fino in fondo il fenomeno, appellarsi all'incapacità dell'opposizione e della sinistra (senza dubbio reale) di proporre una alternativa al modello liberista e autoritario imposto dalle forze conservatrici.
La maggioranza di destra, soprattutto la sua parte più xenofoba ed esagitata, ottiene un consenso senza precedenti non solo tra la ricca borghesia o tra i ceti piccolo-borghesi arricchiti, ma proprio tra quegli strati che maggiormente hanno pagato per la sua gestione della situazione sociale, vale a dire i lavoratori.
Tanto più sembra stupefacente questo consenso se si considera la forte presenza in passato, in Italia, di partiti politici che hanno a lungo, e spesso con successo, portato avanti gli interessi della classe lavoratrice.
Il loro forte radicamento ha condizionato la vita non solo economica ma anche culturale del Paese, contribuendo a una forte consapevolezza dei lavoratori circa le loro condizione e le dinamiche strutturali responsabili del loro sfruttamento, nonché delle possibilità reali di emancipazione.
Non basta liquidare questo incredibile mutamento con la storia, pur vera, della crisi della sinistra. Senza dubbio la sinistra negli ultimi anni non è stata abbastanza efficace nel porsi come alternativa al modello che fa comodo all'industria e alla finanza.
Senza dubbio ha perso radicamento sul territorio, permettendo la nascita di forti pulsioni eversive e addirittura, anche se a intermittenza, “secessioniste”. Ma non si spiega come il proletariato più avanzato dell'Europa occidentale possa essere diventato nel giro di pochi anni quello più arretrato e maggiormente in ostaggio di una borghesia tutt'altro che illuminata.
Come è possibile che sia passato da “avanguardia rivoluzionaria” dell'Europa a baluardo della conservazione? Certo, la situazione è molto più complessa di ciò che possa rendere ogni schematizzazione. Senza dubbio persistono diversi momenti all'interno della classe lavoratrice italiana, alternativamente emancipativi e recessivi, si fronteggiano istanze progressive e regressive all'interno di un medesimo comparto produttivo.
Ma è innegabile il “voltafaccia”, l'inversione di tendenza che ha accompagnato i lavoratori italiani negli ultimi tempi.
Per capire ciò che sta succedendo e il profondo mutamento avvenuto nella società italiana dobbiamo risalire a un momento storico essenziale nella società italiana, e occidentale in genere.
Dobbiamo tornare agli anni '80 del Novecento, il periodo della grande Restaurazione borghese.
Siamo alla fine dei movimenti di emancipazione che hanno sconvolto l'Italia e il Mondo culminati negli anni '60 e '70. Ora questi movimenti, che vedono la classe operaia in testa, arrancano, si ripiegano su se stessi.
Sono gli anni della “rivoluzione conservatrice” di Reagan e della Thatcher, e in Italia quelli del craxismo.
È il momento colto dalla ricca borghesia per mettere in atto un grande piano di ristrutturazione dell'ordine capitalistico internazionale messo in crisi nei decenni passati.
Questo piano comprende i seguenti punti: abbandono della linea “moderata” e di compromesso che a livello politico le classi dominanti avevano intrapreso, per mezzo, in particolare, della Democrazia Cristiana e della Chiesa; aggressione diretta e dichiarata alla classe operaia che va a colpire importanti diritti sociali conquistati con decenni di lotte; campagna di delegittimazione ideologica attraverso stampa e televisioni delle lotte sociali; conquista del consenso tra la piccola borghesia conservatrice (commercianti, artigiani, liberi professionisti) attraverso la medesima campagna; estensione di tale consenso (nel corso degli anni Novanta soprattutto) a settori della classe lavoratrice stessa, convinti dalla promessa della “scalata sociale”.
Si è trattato quindi di un disegno politico che la borghesia industriale e finanziaria ha abilmente saputo mettere in atto per erodere i presupposti sociali di ogni possibilità di trasformazione strutturale.
Questo disegno, abbiamo detto, poggia su due pilastri: l'attacco politico contro i lavoratori e la deregolamentazione in ambito economico e giuslavorista da un lato e la campagna mediatica di sostegno ideologico a tale deregolamentazione dall'altro.
Nel primo caso si è proceduti al progressivo smantellamento della scala mobile, per arrivare alla precarizzazione dei contratti di lavoro, alla erosione del salario, alla derubricazione della contrattazione nazionale a livello sindacale che hanno causato la perdita di potere contrattuale per il lavoro.
Nel secondo caso ci si è avvalsi di un avamposto senza precedenti, quello della televisione commerciale e privata. L'apertura del governo Craxi alla monopolizzazione della cultura da parte di Berlusconi, soprattutto attraverso l'affermazione di mediaset, fu il passo politico necessario per portare a compimento questo disegno.
Da allora la propaganda di mediaset, che ha contagiato anche la rai, ha formato e forgiato la coscienza delle masse, facendola regredire attraverso l'imbonimento della pubblicità e di prodotti culturali artisticamente scadenti ma promotori di un edonismo individualista e cinico, che ha progressivamente cancellato la coscienza di classe dei lavoratori italiani, ipnotizzati dalle promesse del mercato decantato dai media. A questo naturalmente va aggiunto il controllo, diretto o indiretto, dell'informazione, orientata al sostegno di questa strategia.
Tutto ciò è quanto si intende con l'espressione berlusconismo che sta a significare non tanto la gestione del potere di un singolo individuo, quanto la strategia attuata in Italia dalle classi dominanti che hanno trovato un valido “cavallo di Troia” nella persona e nei mezzi di Silvio Berlusconi.
Alla luce di questo rapido excursus è possibile individuare le radici di un tale collasso della coscienza delle classi povere italiane che ha spianato la strada alla destra e alla sua politica razzista e persecutoria.
Negli anni '80 l'arma politica era il craxismo, ovvero un liberismo travestito “da sinistra” che serviva per ampliare il consenso tra la piccola borghesia e metterla contro i lavoratori.
Oggi il bastione politico della Restaurazione è la Lega, utile a conquistare gli stessi strati della classe lavoratrice italiana per metterla contro quella straniera e coprire con la “guerra tra poveri” il consolidamento dell'egemonia dell'elite al potere.

venerdì 3 luglio 2009

Toghe azzurre


Immaginate che sia l'anno 2007. Immaginate che Romano Prodi, da poco più di un anno Presidente del Consiglio, si rechi, assieme al suo sottosegretario, al Ministro della Giustizia, al Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, nella casa di un importante giudice. Immaginate che questo giudice sia membro della Corte Costituzionale. Immaginate che tra i convitati ci sia un altro giudice, anche lui della Corte Costituzionale. E ora immaginate che durante questo incontro si discuta di una legge sul conflitto di interessi. Lo so, quest'ultima circostanza, soprattutto, è assai improbabile, ma fate uno sforzo. Immaginate, adesso, la reazione di televisioni e stampa una volta venutasi a sapere la notizia dell'incontro. Quale sarebbe l'apertura dei telegiornali? Cosa direbbe il tg1? il tg2? Il tg5? E il tg4 di Emilio Fede? Probabilmente darebbero ampio risalto alla vicenda. La notizia occuperebbe ampio spazio e sarebbe commentata da decine di parlamentari. Dell'opposizione, soprattutto. Interminabili puntate di Porta a Porta completerebbero la meticolosissima copertura giornalistica della notizia. E i giornali? Libero, il Giornale, la Padania, il Messaggero, Panorama, il Corriere della Sera, e probabilmente anche giornali più vicini alla maggioranza non potrebbero non occuparsi del caso, come Repubblica, l'Unità, l'Espresso. I giornali del centrodestra griderebbero allo scandalo con titoli sensazionali a tutta pagina e i giornali del centrosinistra ammonirebbero per il passo falso del governo; una mossa avventata.
Le riviste scandalistiche, tutte della famiglia Berlusconi, non farebbero altro che fornire dettagli sull'incontro di Prodi a casa di un membro importante della Consulta, offrendo le indiscrezioni dei vicini.
Per giorni e giorni non si parlerebbe di altro. I parlamentari dell'opposizione chiederebbero a gran voce le dimissioni del Presidente del Consiglio. Il capo dell'opposizione, Silvio Berlusconi, parlerebbe per l'ennesima volta di “toghe rosse”, e della sua tesi “complottistica” sulla vicinanza della magistratura ai partiti di sinistra. Denuncerebbe il caso come una prova inconfutabile di ciò che egli sostiene da tempo.
Il governo dal canto suo arrancherebbe. Assediato dalla stampa, quella di destra e quella cosiddetta indipendente, verrebbe lasciato solo. I telegiornali martellerebbero la notizia tutto il santo giorno, senza dare un attimo di tregua agli ascoltatori. E così comincerebbe a perdere drammaticamente consensi. Una emorragia inarrestabile. Fatale. Alcuni parlamentari di maggioranza coglierebbero la palla al balzo per passare dall'altra parte, dalla parte da cui ormai il vento del consenso è girato, col pretesto dello “scandalo della consulta rossa” (così ormai lo chiamano i giornali). E farebbero anche la parte degli uomini tutti d'un pezzo. Trasformisti senza perdere la faccia, ma anzi passando per eroi della patria. Così il governo non otterrebbe la fiducia. Si andrebbe a nuove elezioni che segnerebbero un cambio di maggioranza e un nuovo esecutivo.
Tutto normale, dite? Forse. Ora però fate un passo indietro e ricominciate daccapo a immiginare. Ma questa volta cambiando alcune carte in tavola.
Immaginate che nella casa della toga rossa della consulta non si discuta di conflitto di interessi ma della legittimità di un provvedimento volto a garantire l'immunità assoluta alle massime cariche dello Stato, compresa, naturalmente, quella di Presidente del Consiglio, e l'abolizione della figura dei Pubblici Ministeri.
Immaginate che giornali e televisioni invece di strapparsi i capelli e urlare allo scandalo, come fanno nell'ipotesi precedente, lascino cadere un silenzio assoluto sul caso, rotto soltanto da qualche lamento dei giornali dell'opposizione. Che i telegiornali non dedichino neanche un minuto a quello che nell'ipotesi precedente suscitava tanta indignazione. Che i parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione releghino la vicenda a un fatto secondario, in nome dell'appello del Presidente della Repubblica ad evitare le polemiche. Tranne forse qualche voce fuori dal coro che tenta di denunciare l'accaduto, subito sopita dallo sdegno generale.
Lungi da una improbabile crisi, la maggioranza addirittura guadagna nuovi seggi. Il governo è forte più che mai.
Adesso aggiungete qualche particolare. Innanzitutto il fatto che il capo del governo continua a trovarsi in una posizione di palese conflitto di interessi, essendo proprietario di tre emittenti televisive e di buona parte degli organi di stampa. Aggiungeteci che una sentenza ha dichiarato colpevole un suo avvocato di avere accettato dei soldi dal suo cliente per giurare il falso. Aggiungeteci che proprio in quei giorni la Procura indaga per un caso di prostituzione che vede coinvolto lo stesso Presidente del Consiglio, ma come, secondo il suo avvocato, “utilizzatore finale” . Credete che tutto questo sia improbabile e irrealistico? Che queste circostanze non si verificherebbero mai in una democrazia e in un paese civile? Avete ragione.
Adesso però, per completare il quadro, aggiungete gli ultimi due particolari. Corre l'anno 2009 e non 2007. E il Presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi, a capo di una maggioranza di centrodestra.
Pensate ancora che tutto ciò sia irrealistico?
Link:

giovedì 25 giugno 2009

La censura informatica del governo

Giampiero D'Alia
Tra l'indifferenza generale di tv e stampa si profila sempre più il tentativo di imbavagliare l'informazione, questa volta non solo di televisione e giornali, ma anche della Rete. Con un emendamento al pacchetto sicurezza – che già ledeva di per sé diritti fondamentali come quello alle cure per gli immigrati irregolari – del senatore D'Alia dell'UDC (cioè di un partito che in teoria dovrebbe fare opposizione al governo) approvato al Senato, si prevede la possibilità da parte di un provider di oscurare un blog se questo è dedito ad “attività di apologia o di istigazione a delinquere” cioè all'invito a disobbedire a una legge. Quella che in altri tempi (migliori) si chiamava “disobbedienza civile”. Se io voglio oppormi a una legge ingiusta ho il diritto di farlo anche non rispettandola.
Secondo la norma il Ministro dell'Interno può imporre ai provider l'interruzione del blog.
La violazione prevede una sanzione amministrativa da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Pene, quindi, severissime.
Questo provvedimento va a colpire proprio l'unico media non sottoposto al controllo del governo.
Un fatto veramente sospetto, se si pensa che questa mannaia sull'informazione in internet avviene proprio in seguito allo scandalo che vede coinvolto il Presidente del Consiglio e che aveva trovato nella Rete un'ampia cassa di risonanza, anzi, forse l'unica possibile. E, in particolare, arriva contemporaneamente alle norme che costringono il personale medico e sanitario a denunciare gli immigrati irregolari che ricorrono alle cure ospedaliere, contenute nello stesso pacchetto sicurezza, e che molti medici e infermieri hanno dichiarato di non voler rispettare. La protesta ha avuto diffusione su numerosi blog e siti internet. Una protesta evidentemente pericolosa per un governo razzista e autoriatario, che ha deciso di ricorrere in questo modo ai ripari.
Si tratta di qualcosa da non sottovalutare, dato che la mannaia governativa si abbatterebbe proprio sull'unico mezzo di informazione non sottoposto a censura.
Tuttavia le potenzialità di internet sono diverse, e per certi versi superiori, a quelle dei media tradizionali. Un conto è tenere sotto controllo una decina di giornali o sei reti televisive. Altro discorso è invece avere a che fare con centinaia di migliaia di blog.
Per aprire un giornale o fondare una televisione sono necessarie ingenti risorse. Per aprire un blog serve soltanto la volontà di farlo ed è possibile in modo del tutto gratuito diffonderne in contenuti presso un pubblico potenzialmente illimitato.
Contro la nuova versione del Minculpop per i bloggers italiani che si occupano di controinformazione è necessario restare uniti a difendere la libertà di espressione senza lasciarsi intimidire dalla campagna repressiva di personaggi magari avvezzi all'esercizio del potere e all'applicazione di metodi coercitivi, ma che non hanno certo dimostrato di essere dei grandi conoscitori del mezzo informatico.
La resistenza della Rete può essere molto più efficace di quello che si possa pensare.

martedì 23 giugno 2009

La scuola della Gelmini: privata e autoritaria


Il Ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini continua nel suo disegno di destrutturazione della scuola pubblica.
Tutto è cominciato con una riforma sciagurata che taglia i posti di lavoro diminuendo il numero dei docenti, riduce drasticamente i finanziamenti all'istruzione pubblica e permette la privatizzazione delle università.
Qualche giorno fa il Ministro ha dichiarato: “voglio che tutti abbiano il diritto di scegliere se andare alla scuola pubblica o alla scuola paritaria. Quindi, siccome le scuole paritarie costano, sto pensando a una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus a chi vuole frequentarle” (
asca). L'intento quindi è quello di trasferire risorse dalle strutture dello Stato a quello private, andando così verso una sostanziale privatizzazione dell'istruzione.
Tutto questo viene coniugato con una buona dose di autoritarismo gentiliano. Innanzitutto c'è stata la riduzione dei maestri elementari e la reintroduzione del maestro unico, un provvedimento biasimato da qualsiasi pedagogista e che va a colpire proprio il fiore all'occhiello della scuola italiana, cioè l'istruzione elementare. Un provvedimento frutto di un'ideologia paternalistica, che considera l'educazione tutta incentrato sulla figura autoritaria del maestro unico.
A questo bisogna aggiungere le decisioni sul voto in condotta, che se insufficiente può portare alla bocciatura dello studente. Ciò viene giustificato con il contrasto al “bullismo”. Ma più che ai bulli andrà a colpire quei ragazzi esuberanti che si trovano in ogni classe. Anche lo studente più brillante potrebbe essere bocciato per qualche irrequietezza di troppo. Un chiaro segnale da parte del governo, che vuole tutti sull'attenti, a cominciare dai ragazzi nelle scuole.
Già col Decreto Gelmini che tagliava consistentemente le risorse alla scuola pubblica, in maniera forse senza precedenti nella scuola repubblicana, veniva risparmiata da questi tagli l'istruzione privata. Il governo ha fatto finta di intervenire anche su quella, ma dopo il diktat dei vescovi ha fatto subito marcia indietro. Un comportamento che ha mostrato subito la fedeltà e la subalternità che questo governo ha nei confronti del Vaticano, e la totale mancanza di rispetto per il volere popolare. Non è bastata, infatti, una protesta studentesca, come non si era mai vista dal '68, a far retrocedere il Ministro. È bastato invece un colpo di tosse dell corpo ecclesiastico perché abbandonasse l'idea di intaccare anche solo impercettibilmente i privilegi della Curia.
Poi, negli ultimi giorni, la stangata finale, l'annuncio dell'incremento ulteriore dei finanziamenti alla scuola privata. In un modo indiretto, cioè incentivando chi decide di frequentarla, ma molto efficace, perché ciò farà aumentare le iscrizioni e quindi anche le rette. Quindi i profitti per l'apparato capitalistico del Vaticano.
La Gelmini utilizza le pessime condizioni della scuola pubblica per giustificare il finanziamento a quella privata (che comunque nonostante tutto non offre un'istruzione migliore). Ma a queste pessime condizioni ha provveduto il suo stesso governo, assieme a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni e che hanno sostenuto tagli consistenti all'istruzione statale.
La Costituzione stabilisce il diritto di tutti, indistintamente, all'istruzione. Invece, quella che si vuole creare oggi è una scuola di classe, per soli ricchi, lasciando le briciole ai ceti più poveri.
La Gelmini dice di voler dare “il diritto di scegliere” con questo “bonus” alla scuola privata. Ma questo diritto è cancellato dalle sue stesse decisioni, dalla scelta di penalizzare l'istruzione dello Stato, e quindi del popolo italiano, a scapito dell'educazione della classe dominante, della ricca borghesia. Sarebbe stato assicurato, al contrario, dal potenziamento delle strutture pubbliche e dalla polivalenza della scelta formativa all'interno di queste stesse strutture pubbliche. Invece si è andati nella direzione esattamente opposta. Si è colpita l'istruzione pubblica e si è imposto un modello autoritario e fisso di formazione, rendendo impossibile di fatto allo studente scegliere tra diversi percorsi formativi.
Incentivando la frequentazione di istituti privati non si dà nessun diritto di scegliere. Per una elementare legge del mercato, se si fa aumentare la domanda di un servizio, il costo di quel servizio sale. Proprio ciò che si è fatto, sia penalizzando il modello universalistico dell'istruzione, sia privilegiando quello classista. Non appena le scuole private, spesso cattoliche, vedranno aumentare le iscrizioni, aumenteranno le rette. Questo modello tende quindi sempre più ad escludere la classe media da una adeguata educazione, laddove le classi più povere erano già da tempo penalizzate, e riconvertendo un diritto generalizzato di qualsiasi studente, in un privilegio di elite. Ne viene fuori una scuola che discrimina tra studenti ricchi e studenti poveri, studenti più capaci e studenti meno capaci, studenti disagiati e studenti integrati.
Ciò ubbidisce a un chiaro disegno egemonico dei poteri economici ed ecclesiastici: estendere il loro controllo sull'apparato educativo espropriando i figli della classe lavoratrice e degli strati più poveri del diritto all'istruzione, per renderlo monopolio esclusivo dei ricchi e dei potenti.

domenica 21 giugno 2009

Contro il referendum fascista


Il referendum che si tiene oggi e domani propone di modificare la legge elettorale attualmente in vigore. Quest'ultima prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per la coalizione che ha ottenuto più voti.
Se vincessero i sì la legge verrebbe cambiata e il premio di maggioranza anziché alla coalizione verrebbe assegnato alla lista con più voti.
Questo è un sistema illegittimo e anti-democratico per tutta una serie di ragioni:




  1. Essendo il premio di maggioranza assegnato alla lista e non più alla colazione, un partito senza avere la maggioranza assoluta potrebbe ottenere il 55% dei seggi. Cioè se il partito più grande ottenesse il 35% dei voti, non otterrebbe il 35% dei seggi, come prevede l'attuale legge (più, ovviamente, il premio di maggioranza, se la sua coalizione vincesse, ripartito tra tutti i partiti della coalizione) ma la maggioranza assoluta. È come se il 20% dei voti fosse trasferito dalle altre liste a quella maggiore.
    Questo significa che a governare sarebbe una minoranza, per la prima volta dal dopoguerra ad oggi.


  2. Il sistema che ne verrebbe fuori rischierebbe fortemente di non rappresentare gli effettivi rapporti di forza: infatti basterebbe che un partito ottenesse la maggioranza relativa, superando anche di pochi voti il rivale più competitivo, che scatterebbe la regola che gli permetterebbe di conquistare il 55% dei seggi. Se ad esempio il primo partito ottenesse il 35% e il secondo il 34, con un divario così piccolo, il primo otterrebbe la maggioranza assoluta, prendendo il 21% di seggi in più del suo avversario, pur avendo preso appena l'1% in più di voti.


  3. Poiché è la lista singola che può governare, senza rendere possibili coalizioni, sarebbero favoriti i due partiti più grandi, cioè gli unici che di fatto possono aspirare al premio di maggioranza. Al contrario gli altri verrebbero penalizzati. Se si considera infatti che il 55% dei seggi spetterebbe di diritto ad un solo partito, resterebbe un 45% di seggi da ripartire tra tutte le altre forze d'opposizione. Di questo 45%, si può pensare, stando ai risultati delle ultime elezioni europee, che un 26% andrebbe al primo partito d'opposizione. Alle altre liste toccherebbe spartirsi il rimanente misero 19. Se si considera che esiste una soglia di sbarramento al 4% ne risulta che le opposizioni sarebbero fortemente penalizzate.


  4. È ipotizzabile che l'effetto politico di questo referendum, se avesse successo, sarebbe quello di rafforzare, anche in termini di voti, i due partiti maggiori. Gli elettori infatti tenderebbero a far convergere il loro voto sui due partiti, l'uno di centrodestra l'altro di centrosinistra, che avrebbero maggiori possibilità di raggiungere il premio di maggioranza, essendo tutti gli altri, di fatto, tagliati fuori. Il sistema quindi tenderebbe a diventare bipartitico, ma non per una preferenza degli elettori, bensì come conseguenza politica, non voluta dall'elettorato, del metodo di assegnazione dei seggi.


  5. Per sperare di raggiungere il premio di maggioranza, superando l'avversario anche solo di una manciata di voti, che consentirebbe di avere comunque una maggioranza stabile, tutti i partiti avrebbero l'interesse ad unirsi in due sole liste contrapposte. In questo modo potrebbero evitare, da un lato le liste minori, di essere esautorate, dall'altro consentirebbe a quelle maggiori di aspirare alla vittoria e anche in caso di sconfitta di ottenere comunque il 45% dei seggi come opposizione.
    Questo spingerebbe tutti a creare due listoni, disomogenei e senza alcuna coerenza interna. Non solo, ma questo permetterebbe anche a partiti che ora non superano la soglia di sbarramento, di rientrare, di fatto, anche se sotto un altro simbolo, in parlamento. In altre parole ci sarebbero tanti partiti confusi all'interno di due soli gruppi parlamentari.


  6. Se si considerano le elezioni europee come riferimento cronologicamente più attendibile per valutare i rapporti di forza, se vincessero i sì, si creerebbe una situazione del tutto anomala, nella storia dell'Italia repubblicana. Infatti il Pdl, otterrebbe il 55% dei seggi, per il meccanismo del premio di maggioranza. La Lega il 10. Ovvero l'attuale maggioranza di governo avrebbe in totale il 65% dei seggi, poco meno dei due terzi, monopolizzando così l'assemblea, pur rappresentando meno del 50% dei votanti. Se si considera anche che i due terzi sono il quorum necessario in parlamento per cambiare la Costituzione, ci si può rendere conto facilmente che una sola parte politica, e per giunta una minoranza, avrebbe il potere e la facoltà di cambiare la Carta Costituzionale, le regole fondanti del nostro Paese.
    Nel 1923 la legge Acerbo assegnava alla lista maggiore il 66% dei seggi. Il listone a cui, oltre ai fascisti, aderivano liberali e popolari, ottenne questa amplissima maggioranza. Da questo avvenimento cominciò l'ascesa del fascismo e la deriva autoritaria dello stato.
    Quella promossa dal referendum è una legge simile, che così stando le cose, assegnerebbe il 65% dei seggi alla attuale maggioranza di governo, solo l'1% in meno della Legge Acerbo. Ma in teoria potrebbero anche essere di più se i partiti alleati con quello maggiore (in questo caso la Lega) ottenessero un risultato nel complesso superiore all'11%.
    In altre parole ci sarebbero tutte le premesse istituzionali per una dittatura vera e propria.

Ma perché allora i referendari sostengono questa proposta? Le loro argomentazioni prendono le mosse dall'intento di assicurare alcuni obiettivi. Essi sono: la stabilità della maggioranza di governo; l'eliminazione della frammentazione dei partiti; Il maggior controllo dell'elettore sui propri candidati.




  1. Per quanto riguarda il primo punto, il tentativo di assicurare maggioranze stabili, c'è da dire che la proposta dei referendari arriva in ritardo. Nata in un momento politico di un governo traballante, giunge agli elettori in un momento in cui c'è un governo saldamente al potere, con una maggioranza solida, addirittura fin troppo solida. Dunque si può dire che questa esigenza sia ormai superata, e che semmai se nei crei una opposta: quella di limitare il potere dei governi ed evitare che questi prendano il sopravvento sul parlamento. Con la proposta referendaria la maggioranza ne uscirebbe ancor più rafforzata, abolendo di fatto la possibilità per il parlamento di sfiduciare il governo (dovrebbero dare il voto negativo il 15% dei parlamentari di maggioranza più tutta l'opposizione!) e venendo a mancare uno degli assi portanti dell'ordinamento costituzionale delle istituzioni.


  2. La frammentazione dei partiti che si dice di voler contrastare, in realtà è già stata eliminata dalla legge in vigore. Attualmente siedono in parlamento solo 5 gruppi parlamentari, un caso unico nella storia politica italiana (salvo durante il fascismo) come in Germania, meno che in Olanda e in Francia. Peraltro è abbastanza originale pensare di contrastare la frammentazione con un premio di maggioranza. Semmai lo si può fare con uno sbarramento, che è quanto ha fatto l'attuale legge elettorale, pur con tutti i suoi enormi limiti e con le sue palesi incongruità.


  3. I referendari dicono di voler limitare il controllo dei partiti e delle dirigenze politiche sui candidati e aumentare quello degli elettori. Eppure non c'è in nessuno dei tre quesiti la possibilità di reintrodurre l'unica cosa che avrebbe dato questo potere ai cittadini: la preferenza. L'unico modo per assicurare un rapporto chiaro tra elettori ed eletti è permettere agli elettori di scegliere il proprio candidato. L'attuale legge elettorale invece non lo consente, lasciando ai votanti la sola possibilità di scegliere la lista.
    Invece il referendum propone di eliminare le candidature multiple, cioè la possibilità per uno stesso candidato di presentarsi in più collegi. Che è un modo decisamente singolare per restituire al popolo la sua sovranità: se due votanti di diversi collegi volessero votare per lo stesso candidato, non si capisce perché non potrebbero farlo. Certo, perché ciò avvenisse dovrebbero potere esprimere almeno una preferenza.

Da quanto detto dovrebbe essere ormai chiaro che la proposta referendaria non solo non è in grado di raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati, ma genera degli effetti nefasti e persino fatali per le istituzioni democratiche, riducendo l'opposizione a un ruolo marginale, permettendo a una minoranza di governare e spianando la strada, se la storia non mente, a una dittatura.
Perché il referendum sia valido è necessario che votino almeno il 50% degli aventi diritto. Perciò è importante astenersi, per far fallire questa proposta sciagurata. Andando a votare invece, anche se si votasse no, si contribuirebbe al raggiungimento del quorum, favorendo la potenziale vittoria dei sì, sostenuti dai due partiti maggiori. Poiché l'affluenza dovrebbe essere in calo rispetto alle precedenti elezioni amministrative, è opportuno favorire questa tendenza e sbarrare la strada alla deriva fascistoide.
La legge ora in vigore è certo un pessima legge, ma sicuramente migliore di quella che verrebbe fuori da una vittoria dei referendari. Questo è un altro motivo per astenersi: votare sì significa firmare la condanna a morte per la già compromessa democrazia italiana. Votare no significa affermare che la legge vigente va bene così com'è, e neanche questo è utile. L'unica strada è l'astensione, per dichiarare la propria contrarietà ad entrambe, ma dando la precedenza al “male minore” ed escludendo l'eventualità di una riproposizione della legge Acerbo.

domenica 14 giugno 2009

Tornano le squadracce nere

Proprio così. Ieri a Milano il Movimento sociale, partito di estrema destra, ha presentato il proprio progetto di istituire una “Guardia nazionale” per partecipare alle ronde autorizzate dal ddl sulla sicurezza del governo. Il loro capo è Gaetano Saya, indagato per istigazione all'odio razziale. Intanto la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per apologia di fascismo.
Già sono immaginabili le loro intenzioni criminali, sotto la copertura di una legge infame. Gli immigrati, i barboni, le prostitute, gli omosessuali, sarebbero i primi ad essere presi di mira. Le ronde fasciste non farebbero che radicalizzare le già temibili ronde padane, che certo non si può dire vadano molto per il sottile.
Il loro equipaggiamento rivela già tutto: “elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero” (La Repubblica). Insomma da truppe paramilitari.
Ecco a cosa conduce una legge securitaria e liberticida, in cui la gestione dell'ordine pubblico vine tolta alle forze di polizia (composte da professionisti addestrati per questo) e affidata a dei dilettanti, degli inesperti che non sanno come bisogna comportarsi e per giunta di idee politiche eversive.
La situazione sembra analoga a quella dell'Italia pre-fascista e proto-fascista, quando lo squadrismo di Mussolini si diffondeva, favorito dai liberali allora al governo che vedevano in esso un mezzo per fermare l'avanzata dei socialisti e dei comunisti. Gli effetti sciagurati di questa politica si sono visti. Analogamente oggi il governo strizza l'occhio a quei gruppi incostituzionali di chiare idee razziste per fermare questa volta non i “rossi”, ma gli extracomunitari, soprattuto, ma anche tutti coloro che vivono ai margini della società, i senzatetto, i ladruncoli disperati, magari anche minorenni, i tossicomani. Contro tutti questi, che minacciano l'immagine di splendente ottimismo che dovrebbe irradiare dal suolo italico, si abbatterà la dura repressione del neo-squadrismo fascio-leghista.
Fascisti e leghisti li abbiamo già visti insieme. In Germania Borghezio manifestava contro la moschea assieme ai naziskin. In Italia sono numerosi i cortei, con tanto di spranghe e saluti romani, che vedono i leghisti uniti a quelli di Forza Nuova.
Già le telecamere nascoste delle Iene avevano immortalato le minacce subite dal reporter Paolo Calabresi, travestito da romeno, che stava rischiando il pestaggio dai rondisti.
Ecco il filmato:


Non ci dovrebbero essere più dubbi sulle reali intenzioni di questa gente.
Naturalmente nessun tg da spazio a queste notizie. Se una donna italiana viene violentata da un immigrato compare in prima pagina, ma se dei fascisti o dei leghisti picchiano un immigrato, nelle televisioni di pre-regime cala il silenzio assoluto.
Ricordate:

giovedì 11 giugno 2009

L'Asse Roma-Tripoli: un patto criminale tra due governi autoritari



Con l'accordo del governo italiano con la Libia sull'immigrazione la destra xenofoba e reazionaria ha raggiunto un picco di cinismo ineguagliato. Il dittatore libico Gheddafi, criminale internazionale e violatore dei diritti umani, viene ricevuto al Senato, accolto come un eroe dal Presidente Schifani, a Roma al Campidoglio dal sindaco Alemanno e alla Sapienza dal Rettore. Questo ha spinto gli studenti a mobilitarsi per protestare contro le persecuzioni nei confronti dei migranti cui collaborano Italia e Libia.
Pur di assicurarsi consensi sul tema dell'immigrazione soffiando sul razzismo Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia che garantisse alle multinazionali italiane ingenti profitti nella costruzione di opere pubbliche nel paese nordafricano.
Il governo italiano ha mostrato di condividere la linea libica di violazione sistematica dei diritti umani, come ha già dimostrato la vicenda dei respingimenti dei barconi a largo di Lampedusa, negando il diritto di asilo e violando i trattati internazionali. Di fronte agli immigrati che fuggono dalla miseria, dalle guerre e dalle persecuzioni di regimi sanguinari come quello di Gheddafi, Berlusconi e la Lega hanno pensato bene di lavarsene le mani: loro non c'entrano, la Libia facesse quello che gli pare. Affidare gli immigrati respinti alle autorità libiche significa consegnare centinaia di persone alla morte certa. Un modo per aggirare le norme nazionali e internazionali sul diritto d'asilo avallando la repressione e le torture della polizia nelle prigioni libiche. I migranti, la cui tragedia viene sfruttata dai trafficanti e dalle autorità colluse, vengono spesso abbandonati nel deserto a morire di fame e di sete.
Con questa associazione a delinquere di stato le multinazionali italiane si aggiudicano importanti profitti sul territorio libico e il governo potrà vantarsi di aver mandato a morire degli innocenti vittime delle persecuzioni, Ma come si sa Berlusconi ha detto che l'Italia non deve essere una società multietnica e quindi l'ideologia fascistoide del “Dio, Patria, Famiglia” è più importante della tutela dei diritti umani.
E su questo ha trovato una sponda persino in ambienti ecclesiastici: il segretario della CEI ha elogiato l'accordo stipulato dall'Italia. Smentendo la linea che la Chiesa aveva tenuto nei confronti dei respingimenti.
Ma c'è qualcuno che si ricorda dell'epoca in cui Gheddafi era demonizzato dai governi occidentali come terribile dittatore quando aveva sottratto i giacimenti petroliferi agli interessi euro-atlantici e cacciato le basi militari straniere? Tutto dimenticato. Da quando la Libia si è riavvicinata aquegli interessi da “Stato canaglia” è diventato un alleato nella lotta al terrorismo. Ma il terrorismo contro i migranti viene perpetrato dai governi stessi, che spingono le popolazioni locali contro i nuovi arrivati, in una guerra tra poveri in cui è lecito persino ammazzare bambini. Lo diceva il sindaco Gentilini: “bisogna eliminare i bambini zingari che vanno a rubare”. L'eliminatore che si sporca le mani al posto loro l'hanno trovato, il Colonnello Gheddafi.

lunedì 8 giugno 2009

Vince il populismo che cavalca lo scontento




Le elezioni europee si sono concluse con un risultato chiaro: i vincitori sono due: da una parte la Lega Nord che si attesta attorno al 10 % migliorando di 2 punti il risultato delle elezioni politiche precedenti, dall'altra l'Italia dei Valori che raddoppia rispetto alle politiche e raggiunge l'8 %.
Il PdL è ben lontano da quel successo clamoroso più volte annunciato, perdendo anche qualche voto. Perde 6 punti il Pd che scende al 26 %. Sostanzialmente invariati i rapporti di forza tra i due blocchi: PdL-Lega e Pd-Idv.
Non passa lo sbarramento nessuna delle due liste della sinistra pur registrando un miglioramento: i comunisti si attestano attorno al 3,4 %, Sinistra e Libertà al 3,1. Complessivamente raggiungono il 6,5 %, mentre alle elezioni politiche la Sinistra Arcobaleno toccò appena il 3 %. Un certo incremento ma insufficiente di fronte alla soglia falciatrice dello sbarramento al 4.
Il dato più significativo è l'avanzata dei due partiti che maggiormente hanno sfruttato lo scontento popolare.
Innanzitutto la Lega Nord, che è riuscita a catalizzare l'attenzione attorno a una serie di tematiche come l'immigrazione e l'ordine pubblico. Ha saputo sfruttare il disagio sociale delle masse che in questi anni hanno subito le politiche liberiste e la crisi internazionale. Ma questo disagio è stato convertito in un clima di diffidenza nei confronti dello straniero e del diverso in generale (barboni, prostitute ecc.) che ha molto giovato ai leghisti. Il partito regionalista ha poi saputo sfruttare il notevole radicamento territoriale che ha costruito in tutti questi anni. Un radicamento che non ha eguali in nessun altra forza politica attuale, nemmeno nei due partiti maggiori. Costituisce quello che una volta si chiamava un “partito di massa” e che contava sezioni ramificate sul territorio – e che allora era tradizionalmente espressione della sinistra, soprattutto il PCI: la Lega ha costruito una forte identità politica con un profilo molto netto e molto riconoscibile e diversificato rispetto agli altri partiti, anche del centrodestra, i cui confini ideologici sono sempre più sfumati. Questo notevole radicamento, che lo rende addirittura il primo partito in molte aree del nord fa sì che possa disporre di una notevole capacità di mobilitazione. La Lega ha uno “zoccolo duro” di elettorato che vota e continuerà a votare sempre Lega, forse per decenni, un elettorato che si riconosce fortemente in quei “valori”. Questa è stata una evoluzione notevole della Lega nel tempo. Mentre inizialmente era soltanto un partito “di protesta” (di che si sentiva deluso dalla Dc ma che era comunque ideologicamente e socialmente troppo lontano dal Partito Comunista) sostenuto soprattutto da imprenditori, commercianti e liberi professionisti, tutta quella piccola borghesia individualista e desiderosa di un minor controllo dello Stato nei suoi confronti (e magari maggiore sull'ordine pubblico), ha poi saputo conquistare anche i ceti meno abbienti, strappandoli alla sinistra via via che si disfaceva il PCI. Ha utilizzato abilmente la questione sociale non per indirizzare la sua azione politica verso un rovesciamento dei rapporti sociali (e quindi della lotta di classe come faceva la sinistra di un tempo) perché c'è un valore ideologico di stampo decisamente conservatore e liberista dovuto al forte sostegno che le è stato assicurato dalla ricca borghesia industriale e finanziaria del nord. Così il disagio delle classi popolari è stato colto ma non per cambiare la struttura economica, bensì per volgerne lo scontento da un lato in polemica con i dirigenti e i funzionari statali lontani dai loro interessi, soprattutto economici, dall'altro verso le fasce emarginate della società, quelle del sottoproletariato urbano costituito da immigrati, mendicanti, prostitute e disoccupati spesso coinvolti nella microcriminalità (e sfruttati spesso dalle grandi organizzazioni criminali). L'”anticentralismo” che si è tradotto in proposte di modifiche in senso federalistico dello stato, è stata utile per proporsi come alternativa alla classe dirigente dei “salotti romani” e alla ghettizzazione della periferia rispetto al centro (erano prima gli anni della “Milano da bere” poi la “stagione dei sindaci” delle grandi città mentre la periferia veniva dimenticata). La “guerra tra poveri” è stata usata efficacemente per conquistare consenso non solo presso l'elite dei piccoli imprenditori del nordest, ma anche presso gli stessi lavoratori di quelle zone, sfruttati dai primi. Ora la Lega ha un elettore “fedele” che difficilmente l'abbandonerà e che le consentirà di conservare una base sicura rilevante di consensi anche in momenti meno favorevoli.
Poi c'è l'Italia dei Valori, partito personale di Di Pietro, tutto incentrato sulla figura carismatica, e anche un po' folcloristica, del suo capo. Le ragioni del suo successo stanno tutte nel fallimento del PD. L'Idv è, al contrario della Lega, un partito senza un'identità e una simbologia precisa scarsamente rapportatosi col territorio (e ne è la prova che le differenze di consensi tra le diverse zone geografiche variano di poco) ma il cui capo ha avuto la capacità di sfruttare il mezzo mediatico e di comunicare a quella fascia di elettori scontenti dalla linea del Partito Democratico, giudicata troppo cauta e ambigua e poco incisiva. Anche l'Italia dei Valori come la Lega nord si è avvantaggiata del malcontento, ma lo ha diversamente indirizzato. Mentre il Carroccio lo ha sfruttato per colpire la vecchia classe dirigente e il sottoproletariato, sostituendo una nuova elite che spostasse l'asse geo-politico dal Centro Italia al Nord, e orientando i rapporti sociali in favore del profitto e a danno del salario, il partito di Di Pietro se ne è avvalso per polemizzare contro la corruzione del sistema politico, contro “la casta”, per costruirsi un'immagine di “cane sciolto” attraverso i media. L'Idv non ha una base solida, come invece la Lega. Non esiste in effetti l'elettore dell'Italia dei valori. Questi è piuttosto un elettore del Pd deluso o uno che votava per la sinistra prima che questa venisse esautorata dal parlamento italiano, e in conseguenza dai media, e perdesse così la propria visibilità. Egli si rivolge prevalentemente a quelle fasce piccolo-borghesi che si riconobbero nel periodo di “Mani pulite”. Nonostante il linguaggio incendiario, che ha lo scopo di catalizzare anche i settori più radicali di un elettorato tendenzialmente di sinistra, il suo scopo non è un ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi, una riforma radicale dello stato, un forte e deciso intervento legislativo (tipico dei movimenti politici più radicali) ma un perfezionamento delle istituzioni esistenti, una maggiore trasparenza di quest'ultime, un rinnovo (generazionale ma non sociale) della classe dirigente, un miglior equilibrio tra poteri statali. In questo senso l'azione di Di Pietro è perfettamente in linea con la tradizione liberale pur se mascherata nelle sembianze di movimento “anti-sistema”.
La retorica “politicamente scorretta” e aggressiva serve proprio a travestire l'assenza di un concreto e reale progetto di trasformazione della società, la mancanza di un progetto politico di difesa della classe lavoratrice (come era quello della sinistra socialista e comunista i cui elettori orfani offrono ampio terreno di raccolta per l'Idv).
La dottrina liberale classica è stata smentita dalla storia, screditata agli occhi dei suoi stessi adepti, soprattutto dalla crisi internazionale che ha rivelato le diseguaglianze sociali di classe che da tempo erano incubate ma che recentemente si sono manifestate nella loro massima virulenza e hanno persino avuto una rappresentazione, anche se parziale e distorta, nei media. Perciò quella dottrina, per decenni arma ideologica della classe dominante, non poteva essere riproposta “nuda e cruda”. Così Di Pietro, che non è certo un teorico capace di concepire una sistematizzazione intellettuale, ma un intuitivo, ha astutamente, seppur poco coerentemente, intrecciato il liberalismo di fondo con il populismo e l'antagonismo di facciata.
Non ci si faccia ingannare dall'immagine ideologico-mediatica sapientemente costruita: Di Pietro e il suo partito personale non sono una forza “anti-sistema”, ma la tendenza da parte del sistema stesso di volgere il dissenso a proprio vantaggio e ricondurlo entro i confini del mantenimento sostanziale dei rapporti di produzione vigenti. Il meccanismo, sia per la Lega che per Di Pietro, è lo stesso che ha portato all'ascesa del nazi-fascismo, seppure naturalmente in forme molto meno drammatiche: l'elite dirigente è in crisi, le masse danno segni di insofferenza, tutto questo potrebbe portare a uno sconvolgimento dei rapporti di forza tra classi se non addirittura al disfacimento dell'egemonia conquistata, così si favorisce l'ascesa di un movimento “di protesta” apparentemente rivoluzionario, ma in realtà fortemente conservatore e dopo averlo incentivato opportunamente (sia politicamente attraverso alleanze tattiche che economicamente attraverso ingenti finanziamenti) lo si utilizza per “ristabilire l'ordine” e rafforzare il dominio sociale ed economico che era in pericolo. Una volta raggiunto l'obiettivo ce ne si sbarazza, sempre che non finisca di per rivolgersi contro proprio coloro che lo hanno attizzato.
La Lega e l'Italia dei Valori hanno questa funzione in Italia. Ricondurre all'ovile le pecorelle smarrite. E la dimostrazione è che Berlusconi e i dirigenti del Pd, che servono gli interessi finanziari e industriali del capitalismo italiano, non li contrastano, ci si alleano e sperano così di recuperare attraverso di loro i consensi che perdono.