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domenica 6 giugno 2010

Il governo Bilderberg

Ci siamo già occupati delle oscure macchinazioni del gruppo Bilderberg in questo post.
Avevamo lì messo in luce come ci fosse l'intento da parte delle oligarchie mondiali di formare un ministero del tesoro globale.
Vi invito ora a leggere questo interessante post, sugli ultimi sviluppi e sulla prosecuzione di quel progetto.

IL CAOS EUROPEO E LA CONFERENZA DEL BILDERBERG

Il gruppo Bilderberg si riunirà dal 4 al 7 giugno a Sitges (nella foto), una località turistica a 30 km da Barcellona. Come al solito, le informazioni al riguardo ci vengono fornite da James Tucker e Daniel Estulin i quali hanno rivelato che in cima all’agenda del meeting di quest’anno c'è la recessione globale e le proposte per l’elaborazione di collassi economici che possano giustificare l’istituzione di una governance economica di portata mondiale.

Con l’intenzione di prolungare la crisi economica per almeno un altro anno, il gruppo Bilderberg spera di poter trarre vantaggio dalla situazione per poter formare un “ministero della finanza globale” all’interno dell’ONU. Sebbene la decisione fosse in realtà stata presa l’anno scorso nel meeting tenuto in Grecia, Tucker sostiene che il piano è stato affondato dai “nazionalisti statunitensi ed europei (il gruppo Bilderberg indica genericamente come “nazionalisti” tutte le forze con orientamenti nazionali che abbracciano l’idea di sovranità e indipendenza nazionale)

Per un anno intero, fin dall’ultimo incontro, i rappresentanti dell’esecutivo globale hanno cercato di convincere il pubblico del mondo ad accettare un “nuovo ordine finanziario”. L’idea è comparsa in dichiarazioni fatte da N.Sarkozy, G.Brown e dall’appena eletto Presidente del Consiglio europeo H. Van Rompuy, ma – sullo sfondo di una fase relativamente indolore della crisi – quest’attività è rimasta limitata a condizionamenti psicologici senza risvolti pratici. Come Jacques Attali ha, piuttosto ragionevolmente, descritto nel suo After the Crisis l’Europa non può pretendere di riformare l’architettura della finanza globale finché non si sarà fornita delle istituzioni necessarie per soddisfare i propri bisogni.

La crisi del debito greco che sta mettendo a repentaglio il sistema finanziario europeo fornisce un pretesto per misure drastiche, e sia la crisi che le misure illustrano chiaramente la strategia che ricorre al caos per riordinare gli accordi esistenti. Il caos generato in maniera deliberata è rigorosamente controllato da istituzioni finanziarie, le grandi banche e hedge funds e funziona come un efficiente meccanismo di governance e di ristrutturazione sociale.

L’attacco finanziaro alla Grecia si è prontamente trasformato in offensiva contro l’euro e, come è diventato via via più chiaro, gli sviluppi sono solo parzialmente correlati ai difetti dell’economia greca. L’intensità della crisi che ha momentaneamente costituito una minaccia per l’integrità economica e perfino politica della UE, non può essere spiegata esclusivamente dagli appetiti di sfacciati giocatori finanziari. Ci dovevano essere cause più serie dietro la situazione e in un certo qual modo gli obiettivi perseguiti da coloro che l’hanno creata possono essere capiti dalle dichiarazioni di G. Soros. In altre parole gli europei sono costretti a scegliere tra il collasso dell’eurozona e la centralizzazione della governance.

Jacques Attali ha delineato uno specifico piano di centralizzazione. In esso si suggerisce ai paesi della UE di creare istituzioni proprie per monitorare le attività degli operatori finanziari. Vi si propone anche l’istituzione di un ente di credito europeo di nuova formazione che non essendo legato alle banche centrali e di investimento europee né ai governi, garantirebbe assistenza a credibili istituzioni finanziarie locali, investirebbe nei loro fondi ed estendere i prestiti dietro specifiche condizioni. Attali inoltre invoca la formazione di un ministero di finanza europeo che dovrebbe avere fin da subito il potere di elargire prestiti a nome della UE e la creazione di un Fondo di Bilancio Europeo con il mandato di supervisionare i bilanci dei paesi il cui indebitamento progressivo costituisce l’85% del PIL. In altro modo, avverte Attali, ci si dovrebbe attendere una crisi più severa.

Sotto pressioni statunitensi, A. Merkel ha finalmente acconsentito a misure drastiche ( pare che Sarkozy abbia perfino minacciato di far tornare la Francia alla sua moneta nazionale in caso lei facesse lo stesso) e agli inizi di maggio i ministri della finanza ed economia della UE hanno firmato un accordo sui meccanismi di stabilizzazione dei bilanci nella Eurozona, che prevede l’istituzione di un cuscino di sicurezza di 60 miliardi di euro per riscattare con urgenza i paesi che lottano con le loro finanze pubbliche e l’allocazione di 400 miliardi di euro in prestiti garantiti. Il FMI ha inoltre promesso altri 250 miliardi in caso di necessità. Questo denaro deve servire come cauzione sul debito sovrano della Eurozona, una missione che per la prima volta nella sua storia, la Banca Centrale Europea si avvia a intraprendere. Misure atte a facilitare le transazioni finanziarie erano state annunciate dalle banche centrali di diverse parti del globo inclusa la Federal Reserve che sta per iniettare con urgenza dollari americani nella BCE così come nelle banche britanniche e svizzere.

Tutto questo può essere considerato come la prima fase verso l’amministrazione monetaria europea centralizzata. Non è chiaro ancora come i “grandi architetti” vedono la governance finanziaria globale e quale ruolo intendono assegnare alle istituzioni finanziarie esistenti come l’FMI. Le opzioni vanno dalla costituzione di istituzioni completamente nuove alla possibilità di usare l’FMI come centro di regolamento sovranazionale diretto da un consiglio di 24 grandi, un G-24.

Il piano imposto all’Europa dai circoli dell’élite finanziaria implica l’affrontare il problema dell’indebitamento con l’aiuto di nuovi presititi che potranno solo esacerbare anziché risolvere il problema dei bilanci. Secondo i dati di Eurostat, il debito sovrano dell’Eurozona crescerà dal 77,7% all’ 83,6% del PIL. Inoltre, la comunità di esperti ha ampiamente riconosciuto che i dati del debito per la Grecia, Portogallo e altri paesi della UE sono inverosimilmente bassi e non riflettono le reali proporzioni del problema.

Gli esperti della Lombard Odier, una banca svizzera, stimano che l’ammontare del credito inesigibile della Grecia costituisce l’875% del suo PIL, il che significa che per onorarlo il paese dovrebbe investire – senza alcun utile immediato – una cifra che supera il proprio PIL di un 8.75. La media corrispondente nella Eurozona è di 4.34. e negli Stati Uniti di 5.

Senza risolvere i problemi strutturali, le misure lenitive stanno spianando la strada alle istituzioni sovranazionali invocate da Attali. Il 21 maggio scorso, i ministri della finanza della UE, in un meeting presieduto dal presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet e dal presidente del Consiglio Europeo H. Von Rompuy, hanno adottato il piano tedesco per un coordinamento del bilancio molto più ampio che comprende penalità per gli stati che infrangono le regole di bilancio della UE. Le sanzioni comprendono la sospensione del diritto di voto per i recidivi, sospensione dei fondi per lo sviluppo strutturale, ecc. Era stato anche proposto di sottoporre i bilanci nazionali al vaglio della UE prima del loro dibattimento nelle legislature nazionali. Una relazione sarà preparata entro il 17 Giugno – data del summit della UE – con la bozza di una politica comune dell’Eurozona. Un altro - ancor più ambizioso - progetto come il controllo sui bilanci nazionali dell’Eurozona da parte di un triumvirato composto dalla Commissione europea, la BCE e l’Euro Group, verrà ugualmente discusso.

Gli svantaggi dei pacchetti per il salvataggio sono la peggior parte del problema. Nell’evocare la minaccia di collasso finanziario, i paesi della UE hanno introdotto una serie di misure di austerità estremamente impopolari come i congelamenti di salari e pensionamenti per gli impiegati pubblici, tagli nel welfare, aumento dell’età pensionabile, ecc. La Grecia è stato il primo ma non l’unico paese a essere colpito.

Il governo tedesco progetta di tagliare le spese di 10 miliardi annui tra il 2011 e 2016. La Francia ha abolito la pensione annuale per le famiglia a basso reddito. Sotto la pressione dell’FMI, la Spagna sta avviando una riforma complessiva che include congelamento dell’indice pensionistico, riduzione dei salari e licenziamenti nel settore pubblico, abolizione dei pagamenti di sostegno alle famiglie con bambini appena nati, ecc. Gran Bretagna, Italia e altri stanno percorrendo la stessa strada.

Le conseguenze delle suddette misure sono difficili da calcolare considerato che l’Europa sta già affrontando un notevole tasso di povertà e problemi di disoccupazione (quest’ultima ha raggiunto il 10% della popolazione economicamente attiva e continua a crescere e almeno 80 milioni di persone si trovano attualmente sotto la soglia di povertà).

Molto probabilmente, il governo ombra mondiale – il gruppo Bilderberg – somministrerà al pubblico l’oblio attentamente calcolato dei problemi sociali per permettere alle èlite di scaricare gli asset in crisi, conservare il controllo della situazione e deviare le proteste dalle vere cause dei problemi.

Dalla prospettiva della Russia, la conclusione è ovvia: l’intensificazione della sua integrazione nell’Europa “libera” rafforza il controllo finanziario e informativo sulla Russia esercitato da parte delle èlite globali che cercano di strapparle il ruolo di giocatore indipendente nel quadro geopolitico.

di Olga Chetverikova
Fonte: http://en.fondsk.ru
Link: http://http://en.fondsk.ru/article.php?id=3069

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI


martedì 1 giugno 2010

Come you masters of war

Questo è un post breve. Perché non ho molto da dire. Molto sdegno, molta rabbia e molta tristezza, ma poche parole.
Un popolo sta morendo, uno stato lo sta uccidendo.
Una cosa positiva però c'è: il mostro ha gettato la maschera, questa volta non può nascondersi dietro il silenzio. Ora il mondo intero sa chi è e di cosa è capace.
Questo mostro, ha compiuto atti molto peggiori di questo, ma adesso è sotto gli occhi di tutti, tutti lo possono vedere e capire la sua mostruosità.
Non ho altro da dire se non lasciarvi a parole e a note già dette e suonate.


You fasten the triggers
For the others to fire
Then you set back and watch
When the death count gets higher
You hide in your mansion
As young people's blood
Flows out of their bodies
And is buried in the mud.

Voi caricate le armi
che altri dovranno sparare
e poi vi sedete e guardate
mentre il conto dei morti sale
voi vi nascondete nei vostri palazzi
mentre il sangue dei giovani
scorre dai loro corpi
e viene sepolto nel fango.






domenica 9 maggio 2010

Uno spettro si aggira per l'Europa

Ma questa volta non è lo spettro del comunismo, bensì quello del Capitale globale.
Abbiamo già visto il disastro sociale greco, causato dai tagli ingentissimi alla spesa pubblica e agli stipendi operata da parte del governo ellenico.
Una situazione, ci hanno raccontato, che andrebbe addebitata alla cattiva gestione dei greci della propria finanza pubblica e alla corruzione del paese.
Ci hanno raccontato che il debito pubblico della Grecia non va bene.
Quello che non ci hanno raccontato è che esistono paesi che si trovano in condizioni simili se non peggiori a quelle della penisola dell'Egeo per quanto riguarda il debito pubblico.
A parte l'Italia, che ha un debito superiore a quello della Grecia (e a cui presto potrebbe toccare lo stesso destino) esiste un paese con un debito altissimo, il Giappone, che supera il 300 per cento del Pil, secondo solo a quello dello Zimbabwe, una cifra che in Italia e in Europa sarebbe più che sufficiente per far gelare il sangue agli economisti e ai politici.
Gli Stati Uniti, che adesso sembrano tanto interessati a ripianare i debiti altrui, hanno un debito di 35 mila miliardi di dollari che cresce a un ritmo vertiginoso. Gli Usa sono sempre stati un paese tradizionalmente poco attento alla tenuta del debito, lasciando le cinghie sempre abbastanza larghe - il che ha consentito anche all'economia americana di crescere - contrariamente a quanto avviene in Europa, almeno dai tempi dell'ossessione di Maastricht e dei grilli parlanti (anzi del gatto e della volpe) dei conti pubblici in Italia rappresentati dai Ciampi e dai Prodi.
La stessa Italia, prima della “febbre dell'euro” e dell'inizio del progetto di una moneta unica, quindi dell'inizio di tutti quei vincoli alla finanza pubblica che hanno ridotto la sovranità degli stati membri, era una paese con un debito molto poco controllato e nonostante questo si può dire che l'economia della nostra penisola andasse molto meglio di oggi.
Leggete questo articolo interessantissimo di Paolo Barnard che ci spiega come l'adesione alla moneta unica abbia portato alla crisi greca e all'eventualità di una crisi anche per gli altri paesi europei. Il punto è che noi abbiamo una moneta che non possiamo regolare, perché l'euro non è emesso da alcuno stato. Prima dell'euro ogni stato aveva sovranità sulla propria moneta, che poteva decidere anche di svalutare quando ne aveva bisogno (operazione che come è noto ha sempre favorito l'esportazione dei prodotti italiani). Così per pagare il proprio debito gli stati europei potevano fare quello che fanno americani e giapponesi: stampare moneta.
Adesso però non possono più, perché nessuno di loro controlla l'euro. Per la prima volta usiamo una moneta su cui non abbiamo nessuna sovranità.
Di conseguenza, poiché i paesi dell'euro sono tutti vincolati a un'unica moneta, se uno di loro si trova in difficoltà a gestire il proprio debito, la situazione finisce per provocare danni anche a tutti quanti gli altri, anche di quelli che non hanno un debito particolarmente elevato.
Esistono due paesi chiave in questo quadro: l'Italia e il Portogallo. Della prima si sa. Del secondo è stato detto di tutto. Si è puntato il dito contro i portoghesi esattamente come un anno fa si era fatto con i greci, e così come con questi ultimi le agenzie di rating hanno iniziato la loro solita operazione di terrorismo psico-finanziario, minacciando di declassare la stima sul debito.
Eppure il Portogallo ha un debito per nulla eccessivo, inferiore a quello di Germania e Francia e di poco superiore a quello del Canada.
Sicuramente, quindi, gran parte dell'opera la fanno gli speculatori e le agenzie di rating che decidono molto spesso arbitrariamente quando un paese è in crisi e quando non lo è.
Il fatto però è che se gli investitori vengono spaventati in modo da causare un collasso dell'economia e se il Portogallo non riesce più a pagare i suoi debiti questo si ripercuoterà sull'Europa tutta.
Da una parte abbiamo quindi l'Italia, che ha un debito superiore a quello greco, e dall'altra il Portogallo. Per la prima, è grande il pericolo di trascinarsi dietro la Francia, che avrebbe 511 miliardi del debito italiano, pari al 20 % del Pil francese, per il secondo, invece esiste l'eventualità che possa contagiare la Spagna, per la stessa ragione. Un crollo della Spagna, poi significherebbe un grande danno anche per la Germania.
Una volta, venute meno, quindi Francia e Germania, le economie trainanti del continente, si può dire che tutta quanta l'Europa sarebbe coinvolta nella crisi.
Una situazione del genere, ovviamente, allargherebbe a tutta l'Europa le misure di contenimento della spesa e la macelleria sociale conseguente che vengono attuate adesso in Grecia. Quindi privatizzazioni, taglio degli stipendi, dei salari e delle pensioni, in sostanza ciò che vuole l'elite economico-finanziaria. Ma avrebbe l'altra conseguenza di demolire ciò che rimane della sovranità degli stati nazionali del nostro continente, che si troverebbero ostaggi del Fondo Monetario Internazionale e della BCE. Questo teatrino degli aiuti alla Grecia, che poi non sono aiuti, ma prestiti, che è stata messo su, punta dritto verso questo scenario. A prima vista sembrerebbe non esserci molta logica: prestare alla Grecia a un tasso elevato per permetterle di far fronte ai debiti, cioè, in sostanza, non si fa che sostituire dei debiti attuali con debiti ancora maggiori.
Ma questo rientra perfettamente nella politica di “aiuti” che il Fondo Monetario attua da parecchi decenni, sopratutto con i paesi del Terzo Mondo (e ormai non solo quelli), ricattandoli costantemente.
La direzione intrapresa, quindi, ci porta dritti verso la realizzazione di quel progetto eversivo volto a scardinare le attuali istituzioni politiche per creare un “Nuovo Ordine Mondiale” di cui parlammo già qui, dove gli stati non hanno alcuna voce in capitolo e tutto viene deciso dai vertici del capitalismo mondiale.
Esiste un'alternativa a questo scenario? A mio modo di vedere l'unica è quella di seguire l'esempio del popolo greco e ribellarsi a tutto questo, anche a costo di mettere a ferro e fuoco mezza Europa, se necessario.


Fonti:




venerdì 16 aprile 2010

Fate largo ai buoni!

Ha avuto senz'altro un merito, la puntata di ieri di Annozero, quello di permettere che in Italia si tornasse finalmente a parlare di guerra. Perché immersi come siamo nei nostri teatrini filo o antiberlusconiani, c'eravamo dimenticati di un popolo sotto assedio, ostaggio di due regimi, quello dei talebani, come quello degli americani “esportatori di democrazia”.
C'è voluto il rapimento di tre cittadini italiani, nonché volontari di una delle più stimate organizzazioni umanitarie, perché ce lo ricordassimo. A dire il vero, la puntata è stata inframmezzata dalla discussione tra Di Pietro e La Russa (che certo non interessava i nostri concittadini rapiti) sulla politica interna. Però, ci si è ricordati che esiste una guerra in corso a cui noi diamo il nostro sanguinoso contributo.
Certo, abbiamo dovuto assistere alle arrampicate sugli specchi di La Russa, che cercava in tutti i modi di difendere la posizione del governo italiano, che è apparso un po' a tutti come lo zimbello della coalizione, il ventre molle, quello che anche un pupazzo come Karzai può permettersi di schiaffeggiare senza temere seri contraccolpi. Vedevamo il nostro ministro che si affannava per spiegare come l'esecutivo fosse intento a lavorare per la liberazione dei rapiti (perché di questo si è trattato, di un rapimento) con le letterine. Peccato, che nessuno gli ha fatto notare che, sperando che il governo sia davvero interessato alla liberazione dei suoi cittadini, dovrebbe rivolgersi direttamente agli americani, o agli inglesi, piuttosto che agli spaventapasseri del governo afghano per corrispondenza. Basterebbe, è evidente, una parola di Obama o di Brown, perché i nostri connazionali siano liberati.
Ma il nostro governo, dicevamo, è talmente lo zimbello della coalizione, a causa del suo servilismo, che non ha evidentemente il coraggio per tentare una simile richiesta.
La speranza, l'unica, che a questo punto possiamo avere, è che, avendo le truppe afgane e l'Isaf, raggiunto il loro deprecabile scopo, la cacciata di Emergency dalla zona, e la privazione delle cure mediche per centinaia di civili, restituiscano alle famiglie i volontari rapiti, non avendo più interesse a trattenerli.
Il Ministro La Russa pensa di liberare i tre con le letterine e riponendo le sue speranze in queste velleità pensa che anche le dichiarazioni di Strada possano influenzare la sorte dei prigionieri. Come se queste non fossero già note a tutti, come se l'esercito di coalizione non fosse mosso da interessi di ben altro tipo. Ma come si sa, noi non siamo lì per obbedire ai diktat di Washinghton e per permettere alle nostre multinazionali di partecipare alla spartizione del Medio Oriente assieme a quelle degli altri paesi, bensì, per portare la pace e la democrazia, anche se in tutto questo tempo, non si è avuta né l'una, nell'altra (come sarebbe possibile pace e democrazia sotto le bombe?). E allora alla domanda di Santoro (quanto tempo dobbiamo restare ancora in Afghanistan? È legittimo pensare che prima o poi dovremmo andarcene?) La Russa risponde che il ritiro è previsto per il 2011, ma rendendosi conto lui stessa della scarsa credibilità di questa affermazione, precisa che poi potrebbero esserci dei rinvii, per chissà quali improrogabili necessità e, aggiunge, buttandosi la zappa sui piedi, “come in Kosovo”. Si, infatti, come in Kosovo.
Certo, abbiamo dovuto assistere all'equilibrismo di Di Pietro che da un lato difendeva Emergency e si dichiarava contrario alla guerra e dall'altro, cercando di salvare capre e cavoli, tentava di difendere la scelta del suo partito di astenersi nella votazione sul rifinanziamento della missione “per rispetto ai nostri soldati”. Ma come? Che significa? Dici di essere contrario a questa guerra, i tuoi elettori lo sono, gli italiani lo sono, quindi voti contro? No! Ti astieni! Dunque immaginiamo che l'Italia dei Valori debba astenersi anche sul legittimo impedimento per rispetto dei magistrati!
Ma la acrobazie più strepitose le ha compiute il grande esperto di strategie (di diffamazione) Edward Luttwak, al cui confronto La Russa sembra quasi un pacifista.
Il nostro geniale stratega, non sapendo evidentemente in quale maniera deturpare l'immagine di una organizzazione che gode di grande rispetto presso la comunità internazionale, nonché presso tutte le popolazioni che assiste e che cura, ha pensato bene di mantenersi sul vago. Ci sarebbero delle Ong, che sostanzialmente pagherebbero le milizie nemiche per distribuire cibo alla popolazione. Ovviamente egli si guardava bene dal dire quali sarebbero queste Ong, e senza alcuna prova ci mette dentro tutte, anche Emergency, che cibo non ne distribuisce, ma cura i feriti, cerca di salvare la vita dei civili che le aggressioni dei talebani e degli amici di Luttwak costringono negli ospedali di Emergency. Si guardava bene dal ricordare come gli unici a finanziare i talebani fornendo loro armi e preparazione militare siano stati quelli del suo governo e della CIA, quando faceva comodo, quando bisognava darei ai sovietici “il loro Vietnam”, prima che questa tattica finisse per ritorcersi contro proprio chi l'aveva messa in atto.
Affermazioni talmente sconclusionate e prive della benché minima credibilità da suscitare il riso amaro di Gino Strada, il divertimento imbarazzato di tutti gli astanti e persino le prese di distanza di La Russa che si è sentito in dovere di dire che Emergency non poteva rientrare nella descrizione che Luttwak aveva fatto.
Vista la malaparata, il grande stratega, ha pensato bene di cambiare strategia. Quindi ha avuto la geniale idea di straparlare circa il presunto aiuto che i volontari di Emergency fornirebbero ai talebani curando i loro feriti “che così possono ritornare a combattere”. Evidentemente l'organizzazione di Gino Strada non può chiedere la carta d'identità ai feriti, per vedere se sono civili o talebani o membri delle forze afghane. Cura qualsiasi ferito, di qualsiasi etnia, di qualsiasi esercito e di qualsiasi parte in causa. Questo fanno e hanno sempre fatto i buoni medici e il buon personale sanitario di tutte le parti del mondo.
Senza considerare che si potrebbe ribaltare il ragionamento di Luttwak e dire che Emergency aiuta anche le truppe e la polizia afghane curandone anche i suoi feriti, non essendoci altri ospedali nel territorio se non quelli gestiti dalla medesima organizzazione. Ma evidentemente questa semplice constatazione sfuggiva al grande esperto di guerra. Come anche sfuggiva che una guerra in corso da nove anni, come faceva notare Gino Strada, finora non ha prodotto risultati apprezzabili per la popolazione, ma l'unico a non essersene accorto è proprio Luttwak.
Così ha cercato ancora di sviare l'argomento “ma allora gli americani non dovevano liberare l'Italia dai nazisti?” esempio decisamente fuoriluogo, nessuna attinenza con la situazione attuale. Ci sono tre differenze che ancora una volta il grande esperto non coglieva. La prima è che gli afghani non hanno chiesto l'intervento delle truppe americane nel loro territorio, contrariamente a quanto fecero allora gli italiani e tutti i paesi occupati dai nazisti. La seconda è che gli americani non sono andati a liberare il territorio afghano da una potenza straniera, perché erano appunto loro stessi la potenza straniera occupante. Se i talebani sono un regime spietato e dispotico lo erano anche i governi di Hitler e di Mussolini, che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non si sognarono mai di combattere (anzi!!) finché non iniziarono una politica aggressiva contro altri paesi (come appunto fanno ora gli americani) divenendo una minaccia per il mondo intero. La terza è che il pericolo per il mondo del governo talebano non è neanche minimamente paragonabile a quello che rappresentò il Terzo Reich, dotato di un potentissimo esercito e intenzionato a conquistare il pianeta, caratteristiche che certo non si possono attribuire ai miliziani talebani o al vecchio governo di Saddam, così come non si possono attribuire ai pakistani, dotati di una potenza bellica ben superiore rispetto a questi ultimi e con cui tuttavia gli Stati Uniti decisero di allearsi. Tutto questo evidentemente è troppo difficile da capire per il consumato stratega.
Ma la ciliegina sulla torta la si è avuta quando Travaglio gli ha chiesto, cito ovviamente a memoria: “Scusi Luttwak, ma lei all'inizio non era contrario alla guerra?”. La risposta esilarante è stata: “sì, ero contrario perché ero egoista”. Ah! Ecco! Lui era “egoista”, invece, George Bush e il suo governo, immaginiamo, fossero “altruisti” e si preoccupavano per le sorti degli afghani! Davvero qui siamo al livello delle favole per bambini. Fate largo ai buoni che sbaragliano i malvagi terroristi!


giovedì 15 aprile 2010

La Bolivia in prima fila

"Roma, 14 apr. (Apcom-Nuova Energia) - Quello che si annuncia come l'evento ambientale di tendenza dell'anno si apre lunedì in Bolivia, dove presidenti, politici, intellettuali, scienziati e star di Hollywood si uniranno a 15.000 rappresentanti delle popolazioni indigene e a migliaia di associazioni locali di oltre 100 paesi per discutere il cambiamento climatico in uno dei paesi più poveri del mondo. La Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti di Madre Terra, che si terrà da lunedì a giovedì prossimi nella cittadina boliviana di Cochabamba, non avrà alcuna influenza sui negoziati Onu sul clima che impegnano 192 paesi. Ma il presidente boliviano Evo Morales spera che dia voce ai popoli più poveri della Terra e spinga i governi ad essere più ambiziosi dopo il fallimento del vertice di Copenaghen. Morales annuncerà in occasione del convegno il più grande referendum mai tenuto a cui parteciperanno fino a due miliardi di persone e che riguarderà le scelte per uscire dalla crisi climatica. La Bolivia vuole creare anche una carta Onu dei diritti sul clima e istituire un Tribunale internazionale sui crimini ambientale. "L'unico modo per far ripartire il negoziato, non solo per la Bolivia o altri paesi, ma anche per la vita nel suo complesso, la biodiversità, la nostra madre terra, è di riportare la società civile nella trattativa. L'unica cosa che può salvare l'umanità dalla tragedia è l'esercizio della democrazia globale" ha detto a Bonn L'ambasciatore boliviano alle Nazioni unite Pablo Solon. "Non ci saranno discussioni segrete dietro porte chiuse. Il dibattito e le proposte saranno avanzate dalle comunità in prima linea sul cambiamento climatico e da organizzazioni e persone della società civile impegnate ad affrontare il problema climatico" ha aggiunto. Oltre 90 governi manderanno delegazioni a Cochabamba. Sono attesi scienziati come James Hansen, il regista di Avatar James Cameron, il linguista Noam Chomsky, la sociologa canadese Naomi Klein, l'attivista anti-globalizzazione francese José Bové e gli attori hollywoodiani Danny Glover, Robert Redford e Susan Sarandon. La conferenza coincide con la celebrazione del decennale della "guerra dell'acqua" di Cochabamba, la rivolta del 2000 contro la privatizzazione dell'acqua nella cittadina, che ispirò una serie di movimenti sociali in tutta l'America latina e contribuì a portare Morales alla presidenza della Bolivia".

La Stampa

venerdì 12 marzo 2010

Il Mondo secondo il Bilderberg

Poiché vedo che negli altri blogs si insiste ad occuparsi delle talpe che infestano il giardino di casa, mentre un uragano sta per travolgere la città, io preferirei pensare prima all'uragano, che alle talpe.
Per chi non avesse capito la metafora le talpe sono le vicende e i battibecchi provincialotti di casa nostra, l'ammissione o meno di una lista alle regionali, il candidato tal dei tali in odor di mafia, i massaggi di Bertolaso e così via. Posso capire che queste cose possano riscuotere un certo interesse nel pubblico. Purtroppo però i giornali e le televisioni, e anche, ahimè, la maggior parte dei bloggers, non pensano ad altro che a queste faccende secondarie, nel pieno di un progetto eversivo mondiale, per stravolgere la nostra società, non quella italiana (sia chiaro nel caso che alcuni pensassero io stia parlando del regime berlusconiano) ma quella del mondo intero. Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, mentre continuiamo a guardare il dito, invece di guardare la luna. Lo dico senza alcuna intenzione polemica. Per un attimo smettiamola di occuparci di Berlusconi e degli affari del piccolo orticello di casa nostra. Ormai lo abbiamo capito che è un mafioso, massone, delinquente, corruttore e quant'altro e chi non lo ha ancora capito non lo capirà mai. Quindi è inutile. Cerchiamo di concentrarci almeno una volta su dei fatti di portata internazionale che sono ben più importanti e determinanti di quanto accade a Palazzo Chigi o ad Arcore e purtroppo assai meno conosciuti.
Il pericolo per la democrazia c'è, o meglio, non per la democrazia che non esiste, ma per quella sorta di tribunato della plebe che fino a qualche anno fa permetteva al popolo di contare qualcosa. Questo pericolo, però, non viene dal governo italiano, quest'ultimo è una mera pedina e abbastanza secondaria del piano mondiale volto a cancellare i nostri diritti.

Fatta questa premessa verrei ora al merito della questione. Occupati come siamo nelle vicende di casa nostra forse molti di noi non si sono accorti di quanto sta succedendo in Grecia se non, al più, per la cronaca (bugiarda) di giornali e televisioni. Si è parlato della crisi del debito dello stato ellenico, paventando persino un collasso. In realtà questo grande pericolo per il debito greco non solo è inesistente, ma artatamente diffuso dall'Unione Europea e dai grandi speculatori internazionali. La situazione del debito greco non è più tragica di quella che c'era fino a un anno fa. Tuttavia questo allarme ha creato le condizioni perché si verificassero due eventi: da una parte gli interventi come il taglio della spesa pubblica che il governo della penisola ha messo in atto come contromisura per questo male immaginario, quindi l'aumento delle tasse sui prodotti di largo consumo e un taglio pesante degli stipendi; dall'altro enormi affari per gli speculatori.
Questi ultimi li chiamano Credit Default Swap e sono dei prodotti derivati che consistono in una sorta di assicurazione contro il mancato pagamento dei debiti. Più o meno quello che avviene con una normale assicurazione, solo che qui sono in gioco migliaia di miliardi. Così gli investitori, una volta diffusa la notizia dell'imminente collasso del debito in Grecia, si sono gettati su questi swap. È un po' come se viveste in un territorio sismico e venisse da voi un geologo a diffondere la notizia che presto ci sarà un terremoto dove abitate. Voi, e tutti gli altri abitanti, vi fareste l'assicurazione per proteggervi da un crollo della vostra abitazione, tuttavia il vostro assicuratore sa che non ci sarà nessun terremoto, per cui sareste solo voi a pagare e non l'assicurazione.
Chi ci guadagna in tutto questo? L'assicurazione. Chi ci perde? Gli assicurati.
In Grecia sono scesi in piazza attivisti, sindacati, partiti di sinistra, a mobilitarsi contro questa truffa che li costringerà a pagare un prezzo molto alto.
È proprio nella culla della civiltà occidentale che si gioca una partita determinante. I giocatori in campo sono da una parte le grandi istituzioni economiche (FMI in testa) e le fortissime lobby di pressione (il Gruppo Bilderberg), dall'altro i vari governi che obbediscono ciecamente alle direttive dei primi.
Lo scorso maggio uno degli attori fondamentali di questa partita, il Gruppo Bildergerg si riuniva, guarda caso, proprio in Grecia, in modo molto discreto, perfino troppo.
Per chi non lo sapesse alle riunioni del club Bilderberg partecipano tutti i più potenti magnati dell'economia e della finanza, soprattutto banchieri, qualche capo di stato e qualche politico, ma per lo più si tratta dell'elite capitalistica mondiale. Non sono dei semplici forum o conferenze, ma una sorta di comitato selezionatissimo per decidere le strategie da adottare, quali operazioni favorire sui mercati, quali politiche fiscali gli stati debbano adottare, quali riforme vanno bene e quando e in che modo decidere un intervento armato in Medio Oriente. Si tratta di decisioni tutt'altro che superflue.
Le riunioni del Bilderberg vengono tenute segrete, e si cerca di tenere i giornalisti lontano, non lesinando minacce e intimidazioni per i meno ubbidienti.
Lo sa bene Charile Skelton, l'inviato del Guardian che si trovava sul posto proprio per seguire l'attività dell'esclusivissim club dell'aristocrazia mondiale e che ha dovuto subire le sgradevoli, e per nulla cortesi, attenzioni della polizia.
Vi hanno partecipato personaggi come la regina Beatrice d'Oladna, azionista di maggioranza della Royal Dutch Shell, David Rockefeller, della JP Morgan e uno dei fondatori del Bilderberg, il direttore della Deutch Bank Josef Ackermann, Roger Altman ex sottosegretario di Clinton.
Vi erano anche nomi italiani come Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, il governatore Draghi e il direttore di Telecom Franco Bernabé
Presente anche una nutrita delegazione dell'amministrazione Obama.
Lo scopo principale del club Bilderberg è quello di creare un nuovo ordine mondiale con un unico superstato senza nessuna forma di democrazia, comandato dalle grandi istituzioni economiche.
Il tema fondamentale del vertice dello scorso maggio riguardava la situazione economica.
Si può dire che esistano due correnti di pensiero, all'interno del Bilderberg: coloro che vorrebbero una depressione economica prolungata e coloro che invece sono per una crisi intensa ma di breve durata. Tutto questo allo scopo di realizzare il progetto del nuovo ordine che è nei loro piani.
Già si progetta di creare due grandi poli, secondo il giornalista Jim Tucker l'ex Primo Ministro svedese Carl Bilt avrebbe parlato di un grande dipartimento planetario della sanità implementando i poteri dell'OMS e un analogo dipartimento del tesoro, permettendo al Fondo Monetario Internazionale di acquisire nuove funzioni.
Si vorrebbe inoltre creare una banca centrale del Mondo: Jeffrey Garten, ex sottosegretario di Clinton, ha dichiarato: “i leader mondiali dovrebbero iniziare a preparare il terreno per la creazione di una banca centrale globale”.
Tutto questo significherebbe che le scelte economiche, sanitarie e monetarie degli stati sarebbero delegate a questi organismi potentissimi e totalmente indipendenti da un qualsiasi controllo popolare. Questa deriva autoritaria è favorita dallo stesso processo di costituzione dell'Unione Europea, in particolare col Trattato di Lisbona che esautora di fatto i parlamenti nazionali e delega il potere alla Commissione, e che prevede persino la pena di morte in caso di sommossa.
Per riassumere ecco quanto accaduto: il club Bilderberg che progetta di costruire un governo mondiale autoritario e dispotico scatenando una crisi economica senza precedenti si riunisce a maggio in Grecia. Qualche mese dopo scoppia il caso del debito pubblico dello stato ellenico e il governo mette in atto delle austere misure per fare cassa sulla pelle dei cittadini. Nel frattempo il progetto dell'Unione Europea avanza e gli stati nazionali perdono sempre più la loro sovranità e tutto ciò che ad essi è connessa (diritti sociali e civili dei cittadini) a favore della UE.
Queste sono le carte in tavola. Vi renderete tutti conto di come, messe così le cose, la questione sia molto più preoccupante dei processi di Berlusconi e tuttavia non vi si dedica nemmeno la metà dell'attenzione che spendiamo per questi.
Si sta giocando una partita sulle nostre vite, una partita alla quale noi non siamo invitati. C'è bisogno di rompere quell'omertà che aleggia su queste questioni, dobbiamo smetterla di guardare semplicemente all'interno dei nostri confini nazionali e di cominciare a capire come vanno davvero le cose in questo mondo che non è stato creato né da Berlusconi, né da Bersani, né dai candidati del Lazio, ma da gruppi di interesse ben più potenti e tuttavia, non abbastanza conosciuti.
Finché non capiremo quali sono i veri responsabili dei mali che ci affliggono, non riusciremo mai non solo a cacciare un Berlusconi qualunque, ma, cosa ben più importante, a difendere i nostri diritti, le nostre vite, la nostra salute e la nostra dignità, ciò che ci spetta e che ci sta venendo tolto da loschi eppure potentissimi figuri che tramano alle nostre spalle per i loro interessi e contro i nostri.
È arrivata l'ora di svegliarsi e (per usare una metafora platonica) cominciare a guardare in faccia chi proietta le ombre nella caverna in cui siamo rinchiusi.


Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Credit_default_swap

http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22297873/L’OMBRA+DEL+BILDERBERG+E+DEL

http://www.gennarocarotenuto.it/12599-borsa-greca-seri-draghi-stesse-facce-stesse-razze/

http://it.peacereporter.net/articolo/15810/Grecia,+vertice+del+Bilderberg+Group:+brutta+esperienza+per+l%92inviato+del+Guardian

http://www.altraconsapevolezza.it/?p=90

http://www.altrainformazione.it/wp/2009/06/01/il-piano-del-bilderberg-per-il-2009-rifare-leconomia-globale/

http://www.reset-italia.net/2008/07/26/lisbona-zitta-zitta-avanza/

http://www.maristaurru.com/index.php/Articoli/Bilderberg-in-Grecia-decidono-come-affamarci-in-vista-del-nuovo-ordine-mondiale.html

venerdì 29 gennaio 2010

Haiti, la storia si ripete

Si dice che le disgrazie non vengono mai sole. E in questo momento nessuno come il popolo haitiano lo sa così bene. A un terremoto che ha causato più di 170000 vittime, senza contare i senza tetto e i feriti, si aggiunge la mancanza di generi alimentari e sanitari, dovuto all'embargo che l'esercito americano in questo momento sta imponendo agli isolani. E come se non bastasse l'occupazione di un esercito straniero.
Ovviamente tutto questo non viene minimamente accennato dai media occidentali e filo-americani. Lì si declama semmai lo straordinario sostegno che le truppe d'oltreoceano stanno dando alla popolazione. Ma è veramente così, oppure è in corso nell'isola centroamericana uno dei più clamorosi inganni della storia perpetrato da una potenza mondiale che non è nuova a questo “doppio gioco”?
In passato Haiti ha dovuto ripetutamente subire “l'impegno umanitario” degli statunitensi. Già nel 1915 l'isola fu occupata da Washington che vi lasciò un proprio contingente. Il presidente Aristide, eletto due volte con schiacciante maggioranza e amato dal suo popolo, fu deposto da un colpo di stato nel 2004.
Ora sembra che gli Usa stiano preparando un nuovo colpo di mano. Non si spiega altrimenti la presenza di oltre 12000 marines, di una portaerei, di due incrociatori, di un cacciatorpediniere, di una fregata, e molto altro del potente arsenale bellico di cui dispone la U.S. Navy. C'è da chiedersi a cosa serve un tale spiegamento di forze per soccorrere una popolazione terremotata, precipitata nella miseria in un paese sull'orlo del collasso. Per domare la comprensibile ribellione della popolazione? E a cosa serve una portaerei (non solo quella americana)? Forse pensano di bombardare i disperati senza casa e sena cibo?
Un aiuto umanitario davvero singolare, offerto da uomini dei corpi speciali cui è stato insegnato ad uccidere e che ora dovrebbero invece salvare vite umane.
Ancora più singolare è una missione umanitaria senza aiuti umanitari. Se si esclude qualche provvista di cibo in scatola fatto atterrare dagli aerei, quasi a far vedere che qualcosa si sta facendo (viene in mente la scena del ricco che dalla carrozza getta monete alla plebe che si affanna per contendersele) sembra che il comando militare stia facendo di tutto per impedire che gli aiuti giungano a destinazione. Il blocco aero-portuale rende davvero arduo il lavoro dei soccorritori internazionali, per non dire impossibile.
Un paese accerchiato e assediato militarmente con un embargo di fatto imposto, sarebbe questo il grande “impegno umanitario”? Lo so che adesso mi attirerò le ire di molti, ma Bertolaso non aveva tutti i torti quando denunciava la scarsa efficacia dell'intervento dei soldati e io non sono certo un suo ammiratore. Dal punto di vista del capo della Protezione civile, naturalmente, poi Bertolaso non è né un militare né un esperto di geopolitica e dunque non può sapere. Ma perché mai gli Stati Uniti dovrebbero organizzare tutto ciò? A che scopo? E qui veniamo a ciò che Bertolaso non ha detto e non poteva dire. La risposta alla domanda se ci si pensa è più che ovvia. Ed è la stessa che fu alla base degli interventi bellici in Cile, in Nicaragua, in Colombia, e in molte altre zone del pianeta: il controllo delle risorse minerarie.
Haiti è un territorio estremamente ricco di petrolio, oltre che di Uranio e di altri minerali. Questo lo rende, per sua sfortuna, una preda assai appetibile per i falchi (ma anche per le colombe) di Washington e per tutte le lobby economiche di pressione che determinano la politica della più grande potenza mondiale.
A questo punto della situazione ci sono quattro possibili scenari:
  1. Un colpo di stato in piena regola, come quello prodotto in Honduras, sotto la supervisione dei soldati Usa.
  2. La pressione sotto la minaccia delle armi per costringere il presidente Preval (che l'alleanza con l'odiato Chavez non contribuisce certo a renderlo di gradimento alla Casa Bianca) alle dimissioni e la sua sostituzione con un fantoccio telecomandato in tutto e per tutto.
  3. Il lavoro della diplomazia per ricondurre, attraverso il ricatto delle armi e la lusinga dei dollari, il Presidente Preval alla ragione, ovvero per fargli fare ciò che gli interessi lobbistici pretendono egli faccia.
  4. Manipolare le elezioni (assassini politici, intimidazioni, ricatti, brogli) per permettere la vittoria ai favoriti di Washington.

Non so quale di questi scenari si realizzerà, chissà forse nessuno dei quattro, ma penso si possa convenire che il quadro sin qui delineato appaia molto più credibile del generoso aiuto alla popolazione offerto da un esercito armato fino ai denti per ragioni inspiegabili.
La spartizione del territorio haitiano e delle sue inestimabili ricchezze sotterranee fa gola a molti, Italia compresa. Il Ministro La Russa ha previsto l'invio della portaerei Cavour, una missione che secondo lo stesso ministro dovrà costare dai 100000 ai 200000 euro al giorno, peccato che questa cifra non servirà a soccorrere i civili ma a rinfoltire una già imponente presenza militare.
Ma Haiti è una ghiottoneria cui il nostro governo non può rinunciare, e soprattutto non possono rinunciarvi le aziende italiane, come Eni e Finmeccanica, che dovrebbero finanziare l'impresa, prevedendo, evidentemente, un lauto compenso alla fine in termini di contratti e appalti.
Una notizia bomba, direte voi, peccato che è stata fatta passare in sordina dalla stampa e dalla televisione italiana. Peccato che la cosiddetta opposizione l'abbia praticamente ignorata, occupata com'era a rimproverare Bertolaso per la sua imperdonabile mancanza di rispetto verso gli americani, a cui invece bisogna obbedire ciecamente. E anche Berlusconi si è subito preoccupato di richiamare il suo fidato collaboratore per non compromettere con una simile imprudenza l'operato della consumata diplomazia italiana che finora ha servito così bene la bandiera... quella a stelle e strisce.
Lo so cosa starete pensando. Ma il Presidente degli Stati Uniti non è forse Obama? non era quello della nuova America, del cambiamento, del pace e della prosperità e di tutte le belle parole che egli con una impressionante vis retorica ha saputo snocciolare? Be', di questo ne abbiamo già parlato qui e qui.
Scusate ma un premio nobel assai discutibile e una vibrante oratoria mi paiono davvero poco come scusante. Penso che il golpe honduregno e l'occupazione di Haiti condotta speculando su una immane tragedia pesino molto di più se si è interessati a una valutazione lucida e oggettiva. Poi chi vuole continuare a illudersi faccia pure. I fatti sono quelli che sono, non li si può cambiare.


Fonti:







venerdì 11 dicembre 2009

Il Nobel dell'inganno

Continuo a chiedermi quando la smetteremo di farci prendere per il culo. Non solo chi dispone delle nostre vite è responsabile di migliaia di morti. Ma pretende anche di passare come un grande filantropo. E ci riesce! Il premio Nobel per la pace serve appunto per questo scopo. Certo, non sempre, a volte viene dato a chi se lo merita davvero. Ma altre volte lo riceve chi ha le mani lorde di sangue. Anzi, no, che dico? loro le mani ce le hanno sempre pulite, perché fanno fare ad altri il lavoro sporco. Loro hanno le mani pulite e profumate, pronte per ricevere un Nobel ed essere acclamati come grandi benefattori dell'umanità. Dopo che questo, ormai screditato, riconoscimento è stato assegnato a personaggi come Henry Kissinger, Shimon Peres o il Dalahi Lama, allora tutto è possibile. Anche che venga dichiarato “messaggero di pace” colui che continua a seminare morte e terrore coi carrarmati. Costui si chiama Barak Obama, il presidente degli Stati Uniti. Colui che è stato eletto a furor di popolo come il salvatore del genere umano, colui che avrebbe riaperto il “sogno americano” e costruito un “capitalismo dal volto umano”. Adesso si vede insignito del più alto riconoscimento per un attivista dei diritti civili. Dopo aver inviato altri 30000 soldati in Afghanistan, per aumentare il numero di vittime civili che già adesso è esponenziale, egli ha ricevuto proprio ieri l'ambito premio. È un po' come se avessero consegnato il premio Borsellino a Bernardo Provenzano.
Eppure il grande eroe degli illusi, è ben lontano dai tempi, sembra passata un'eternità, in cui veniva adorato da folle estasiate. Egli rappresentava, a detta di molti, la speranza per una nuova America, l'anti-Bush per eccellenza, colui che avrebbe creato pace e prosperità per gli Stati Uniti e per il Mondo. Eppure, a quasi un anno di governo, si può dire che queste speranze si siano rivelate del tutto infondate. Posso dire personalmente di aver già espresso le mie critiche in tempi non sospetti, quando tutti erano in preda a questa specie di amore incondizionato per il grande leader, un vero e proprio culto della personalità del nuovo millennio. Formulai, poi, un'analisi completa dell'incantatore di serpenti in questo post, dove evidenziavo tutte le promesse che non aveva mantenuto e che non sarebbe mai stato in grado di mantenere. Mi preoccupava quell'ingenuità infantile della popolazione mondiale, pronta ad aggrapparsi anche alla più flebile speranza di un qualche Messia, invece che riprendersi in mano il proprio destino che le è stato sottratto da tutti i vari imbonitori e soprattutto coloro che sono serviti da quelli.
Dopo aver assistito a tante delusioni, da Kennedy (quello della guerra in Vietnam e della Baia dei Porci) a Clinton (quello dei bombardamenti sull'Iraq e sulla Serbia) per non parlare di Bush che è storia più o meno conosciuta, speravo che si fosse imparata la lezione. Doveva essere chiaro fin dalla campagna elettorale in cui si vedeva un Obama finanziato più che mai dalle multinazionali, e un McCain la cui sconfitta era già stata decisa dalle lobby, come sarebbe andata a finire. Il più grande finanziatore di McCain diede a questi un contributo inferiore di quello dell'undicesimo finanziatore di Obama.
Bush era legato alla lobby del petrolio. Obama a quella delle banche e delle assicurazioni. Poteva quindi mai essere che Obama realizzasse una riforma sanitaria che rendesse le cure mediche universali andando così contro gli interessi dei suoi investitori, cioè di coloro che lo avevano messo sulla poltrona presidenziale? Ovviamente no. Poteva mai essere che Obama durante la crisi non spendesse miliardi di dollari per salvare i banchieri senza lasciare al verde i lavoratori? Ovviamente no. I fatti, purtroppo, mi hanno dato ragione.
Obama aveva da sempre ben specificato che in Afghanistan si resta. Si sarebbe cominciato il ritiro dall'Iraq (cosa tra l'altro prevista anche dal suo predecessore), cosa che puntualmente non è avvenuta, perché le truppe americane sono ancora in territorio iracheno.
Obama tra l'altro è responsabile anche di aver aggravato la crisi con l'Iran, perseguendo nella tattica di togliere a un popolo il diritto di autodeterminarsi. Se l'Iran vuole costruire centrali nucleari non può farlo. All'opinione pubblica è stata raccontata la bugia clamorosa che Ahmadinejad starebbe costruendo una bomba atomica. Cosa priva di ogni fondamento, che anche se fosse vera (come sicuramente invece è vera per Israele e Pakistan, ma in questo caso nessuno se ne preoccupa) non si capisce come l'Iran farebbe a usarla contro lo stato ebraico, visto che potrebbe essere raso al suolo in dieci minuti dalla NATO.
Obama ha riconosciuto il governo golpista dell'Honduras. Dietro al colpo di stato, ormai è palese, ci sono, tanto per cambiare, gli Stati Uniti, che per l'ennesima volta hanno rovesciato un governo democratico per metterci una dittatura de facto.
Sempre lo stesso governo e lo stesso Presidente hanno contribuito all'escalation militare in Sud America, dove per contrastare l'odiato Chavez si sta armando la Colombia fino ai denti, forse, chissà, il simpatico Barak sta preparando una nuova guerra, o magari un altro colpo di stato.
Ecco a voi signore e signori Mister Obama, il grande benefattore, colui che in nome della pace è responsabile dell'eccidio di migliaia di esseri umani.
Il gradimento di Obama da parte del popolo americano è al suo minimo storico. Solo il 26 % degli americani, inoltre, è d'accordo nel ritenerlo degno di un Nobel. Gli americani si sono svegliati. Speriamo che non si riaddormentino troppo presto.


Fonti:



giovedì 24 settembre 2009

Obama: il restauro del capitalismo

Dopo otto anni di amministrazione Bush, l'immagine degli Stati Uniti agli occhi del mondo, e dello stesso popolo americano, si era molto deteriorata. Anni di politiche espansionistiche e militariste in medioriente, nonché una gestione dell'economia in chiave apertamente liberistica, prerogativa non solo di Bush ma anche dei governi precedenti, che aveva svantaggiato le classi deboli, ha fatto sì che attorno
all'amministrazione americana crescesse un ampio fronte del dissenso. Il dissenso si opponeva alla guerra in Iraq e alle scelte economiche di un governo fortemente conservatore. Così è cresciuto negli Usa e nel mondo intero un fronte di opposizione che infine è diventato maggioranza. Barack Obama si è fatto il catalizzatore politico delle proteste anti-Bush e nello stesso tempo è riuscito ad apparire come una possibile alternativa, sapendo abilmente raccogliere le speranze degli americani e rappresentandosi come “l'uomo del cambiamento”. Sulla scia di questo consenso ha vinto le elezioni presidenziali con una schiacciante maggioranza, con un consenso popolare forse senza precedenti nella storia del paese.
Obama avrebbe dovuto, secondo i suoi sostenitori, riuscire nell'impresa di ridare slancio all'economia americana e nello stesso tempo risollevare le classi medie impoverite attraverso una riforma del welfare. Inoltre doveva ridare prestigio internazionale agli Usa, attraverso una politica estera più aperta alla collaborazione con le altre potenze mondiali ed europee. Si trattava di far apparire l'America come benefattrice verso i paesi poveri e in via di sviluppo, senza abbandonare l'egemonia mondiale. In altre parole doveva “migliorare” il capitalismo senza riforme particolarmente radicali, senza nemmeno un nuovo “New Deal”, ma mettendo d'accordo sia le lobby economiche che la classe lavoratrice e i piccoli risparmiatori americani. In politica estera invece si doveva conservare e consolidare il ruolo imperialista degli Usa, rendendolo però “accettabile” al mondo e persino aiutando i paesi in difficoltà. Una sorta di “paternalismo benevolo”, l'ennesima riproposizione di un imperialismo dal volto umano, che già aveva cercato di rilanciare Clinton.
In questi primi otto mesi il governo Obama si è trovato a dover gestire una fortissima crisi economica, causata dalla deregolamentazione dei mercati finanziari (cominciata proprio con Clinton), dal calo del reddito e dei salari congiunto all'incentivo smodato dato ai consumi.
Tuttavia Obama non ha affrontato la crisi “alla radice”, ad esempio con una sovratassazione dei redditi finanziari e con un sostegno pubblico ai salari e all'occupazione. In questa prospettiva un aumento della spesa pubblica sarebbe stato comprensibile e persino auspicabile, anche a costo di un aumento temporaneo del debito, permettendo una tenuta dell'occupazione e dei salari.
Invece si è limitato a pompare risorse pubbliche alle banche, come d'altro canto aveva già cominciato a fare Bush. La spesa pubblica è stata enorme, ma questo non ha determinato vantaggi per l'occupazione, non essendo la spesa orientata in senso sociale [1]. Obama, quindi, non ha saputo rispondere alla crisi nemmeno in chiave socialdemocratica, con aiuti allo stato sociale e con un riequilibrio dei rapporti capitale-lavoro. Il suo intervento è stato una sorta di “socialismo per ricchi” in cui l'ingente intervento dello stato, che avrebbe potuto benissimo dare luogo ad una nazionalizzazione del settore creditizio, ha avuto l'unico effetto di sostenere i profitti, allargando il divario rispetto ai salari.
Con quell'intervento sarebbe stata possibile una nazionalizzazione delle banche per assicurare tassi agevolati ai lavoratori e sostenere le imprese in difficoltà in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali. Del resto le stesse scelte nelle nomine politiche non vanno a favore di nessun “cambiamento” avendo riproposto vecchi personaggi dell'amministrazione Clinton [2] e nominando la stessa Hillary segretario di Stato. La riprova la si è avuta con la riconferma di Bernanke alla guida della Fed, che sottintende una continuità con la gestione precedente, un chiaro messaggio alle lobby finanziarie che potevano temere una svolta “sociale” di questo governo.
Molte delle proposte fatte in campagna elettorale sono state semplicemente dimenticate, come l'aumento della tassazione sui grandi redditi, in favore di una redistribuzione del reddito e della spesa. In particolare la tanto invocata riforma sanitaria, uno dei cavalli di battaglia della nuova amministrazione, rischia di rimanere lettera morta. Essa ha suscitato un forte ostruzionismo non solo da parte repubblicana, ma anche tra le file dei democratici più moderati. Le elite economiche e le assicurazioni private erano preoccupate dal disegno di intervento pubblico in questo campo, volto a garantire ai redditi bassi un livello minimo di assistenza medica. L'opposizione del grande capitale, fuori e dentro il parlamento, rischia, se non di cassare completamente la riforma, quantomeno di svuotarla dei suoi, tra l'altro miseri, contenuti migliorativi. Tutto sembra far concludere che ci sarà una sorta di compromesso a ribasso, dove le uniche a guadagnarci saranno le assicurazioni. Lo dimostra la nuova proposta, che cancellando ogni possibile progetto di Medicare si limita a rendere obbligatoria per tutti un'assicurazione medica [3]. Una sorta di polizza auto applicata alla sanità.
Del resto Obama non hai numeri, nonostante l'ampia maggioranza legale, per intraprendere un qualsiasi intervento, nemmeno di riforma radicale, ma anche solo di “miglioramento” delle tutele sociali. L'influenza dei monopoli e delle lobby nella politica americana e nel Congresso è pressoché assoluta. La classe politica americana è assolutamente organica al capitale, a quello stesso sistema che ha permesso una crisi di proporzioni storiche e ogni tentativo seppur minimo di cambiamento viene stroncato sul nascere. Perché stupirsi quando le maggiori multinazionali creditizie e industriali finanziano la campagna elettorale dei due maggiori candidati alla presidenza, nonché di pressoché tutti i futuri deputati del Congresso? La corruzione è la prassi nel sistema politico americano, una corruzione legalizzata, formalmente corretta ma che nei fatti assicura alle elite economiche il controllo delle istituzioni politiche.
Se dalle questioni interne si passa ad analizzare il ruolo internazionale degli Usa, la situazione cambia, ma in peggio. Qui troviamo una continuità totale con la precedente amministrazione e non c'è nemmeno l'apparenza di un diverso approccio. Obama ha nominato Hillary Clinton segretario di stato. La Clinton aveva votato a favore della guerra in Iraq e a favore delle leggi antiterrorismo che limitavano le libertà costituzionali [4]. È vero che Obama ha predisposto il disimpegno delle truppe dal territorio iracheno, ma è anche vero che lo stesso Bush, constatando il sostanziale fallimento dell'azione bellica, si era avviato su questa strada verso la fine del suo mandato. Comunque Obama le truppe non le ha ritirate, ha semplicemente ordinato il passaggio di consegna alle forze armate irachene, ma i militari americani fisicamente non si sono mossi dal territorio occupato [5].
Per quanto riguarda l'Afghanistan invece ha persino rafforzato la presenza statunitense. Anche dal punto di vista ideologico non ha cambiato di una virgola la dottrina Bush: rimane lo stendardo della “guerra al terrorismo” per un
intervento di natura prettamente militare, riconosciuto apertamente dalla Casa Bianca, nonostante le reticenze del governo italiano.
Invece sulla la questione israelo-palestinese Obama si era proposto come l'unico capace, in virtù della sua immagine di “pacificatore”, di portare a una soluzione di una crisi e alla pace. Ma anche in questo caso non ha cambiato rispetto a Bush, non ha ridotto gli aiuti militari ad Israele, né ha smesso di difenderlo in sede ONU [6]. Per Obama lo stato di Israele non ha colpa, ma la causa è solo il terrorismo islamico [7]. Affermazione insostenibile visto che la questione mediorientale esiste ben prima dell' “islamizzazione” della resistenza palestinese, ed è nata proprio con la creazione di uno stato ebraico e con la cacciata di migliaia di palestinesi dal territorio, la cosiddetta nakhba.
L'interventismo americano non avviene solo alla luce del sole, ma si esplica attraverso il sostegno ai golpisti, come avvenuto nel caso di Honduras [8] e Iran, dove in quest'ultimo caso è stato perfino riconosciuto dalla Clinton la pressione esercitata dagli Usa nelle vicende iraniane [9]. Oppure è il caso del sostegno dato al Plan Colombia [10], volto al rafforzamento militare della Colombia, governata dal corrotto governo Uribe, per stroncare in quell'area con le armi ogni possibile rivendicazione sociale.
Addirittura già in campagna elettorale Obama aveva paventato un intervento militare in Pakistan [11], insomma, nulla di nuovo sotto il sole. L'ala “liberal” del partito ha da sempre spinto in favore della chiusura della base di Guantanamo dove presunti terroristi vengono tuttora interrogati attraverso la tortura. Eppure Obama nonostante la promessa di chiudere la base e di adottare metodi più “democratici” nella lotta al terrorismo non ha ancora provveduto alla chiusura di Guantanamo [12] e non ha mai messo in discussione il “patriot act”, la legge liberticida voluta da Bush che ha permesso l'internamento di cittadini di religione islamica. D'altra parte l'uso del sequestro e della tortura come metodi per interrogare presunti terroristi è stato avviato da Clinton, la cosiddetta “Extraordinary rendition” [13] che Obama ha dichiarato di voler perpetuare [14].
La sostanziale continuità della politica di Obama rispetto al passato gli ha già causato un netto calo nei consensi, è pur vero che il suo mandato è ancora all'inizio ma non si intravedono possibili sbocchi o svolte che potrebbero far pensare a una politica più “di sinistra”. Le numerose promesse della campagna elettorale sono lontane dall'essere state mantenute e pare proprio che non ci siano le condizioni per mantenerle. La parabola di Obama, che dopo pochi mesi ha già iniziato la sua discesa nei consensi del popolo americano, mostra che il sistema politico americano è bloccato, e non consente un'autentica trasformazione della società in senso progressista. Talmente bloccato che non permette nemmeno un compromesso socialdemocratico “all'europea”, che coniughi economia di mercato e stato sociale. In politica estera poi la possibilità di un abbandono dell'imperialismo che ha sempre caratterizzato qualunque amministrazione non viene nemmeno preso in considerazione, ed anzi viene persino rafforzato.
Il sistema politico americano è dominato dalle lobby dell'industria e della finanza. Per vincere le elezioni bisogna avere ingenti finanziamenti per la campagna elettorale e per avere ingenti finanziamenti bisogna ottenerli dalle lobby [15]. Le quali non danno quattrini disinteressatamente, per la “causa”, ma vogliono qualcosa in cambio. Questo qualcosa si chiama immobilismo politico, tutela dei loro privilegi o quantomeno assicurazione che il candidato se eletto non li intaccherà. Chiunque voglia riformare seriamente ed effettivamente la società americana, non troverà mai spazio nel sistema di intrallazzi e di corruzione delle istituzioni politiche americane, anche se venisse eletto. Lo dimostra ad esempio il caso del candidato socialista alla presidenza, Brian Moore, che proponeva la nazionalizzazione delle banche, o quello della candidata ecologista alle primarie, Cynthia McKinney che voleva il ritiro delle truppe dall'Afghanistan [16].
Nell'attuale situazione qualsiasi miglioramento sociale anche minimo, nemmeno riformismo, anche solo “migliorismo” è precluso negli Usa. L'alternativa è una sola: che i proletari americani prendano coscienza della propria condizione, abbandonino la via elettorale e lottino per il rovesciamento dell'ordine capitalistico e per instaurare il socialismo.


Fonti:

[1] http://www.marxist.com/obama-crisi-economica.htm

[2] http://www.altrenotizie.org/esteri/2199-tra-lobbisti-e-clintoniani,-nasce-il-gabinetto-di-obama.html

[3] http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090918/pagina/08/pezzo/260186/?tx_manigiornale_pi1[showStringa]=Obama%2Bsanit%25C3%25A0&cHash=369e89ca69

[4] http://www.radiokcentrale.it/articolinuovaera/itapiece228.htm

[5] http://youtubeinformation.blogspot.com/2009/04/obama-e-il-falso-ritiro-dalliraq.html

[6] http://www.ibrp.org/it/articles/2009-09-01/obama-e-la-nuova-politica-in-medio-oriente

[7] http://electronicintifada.net/v2/article9427.shtml

[8] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7966&lg=it

[9] http://www.voltairenet.org/article161644.html

[10] http://napoli.indymedia.org/node/8211

[11] http://it.internationalism.org/node/766

[12] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=353206

[13] http://it.wikipedia.org/wiki/Extraordinary_rendition

[14]http://www.fuoriluogo.it/home/mappamondo/nord_america/usa/da_obama_via_libera_ai_rapimenti_cia

[15] http://www.swissinfo.ch/ita/archive.html?siteSect=883&sid=9615654&ty=st
e:
http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_25/frode_fermato_finanziatore_campagna_obama_8aff5b44-91a0-11de-b01b-00144f02aabc.shtml

[16] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=300676

giovedì 3 settembre 2009

La sinistra che fa la sinistra


Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est). La Linke nelle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno riguardato tre dei 16 lander tedeschi, ha visto una crescita esponenziale dei suoi consensi raggiungendo il 19,5% dei voti. Ora si apre uno scenario dove ogni maggioranza di governo potrebbe essere possibile.
Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est).

Domenica scorsa infatti si è votato in Germania per le elezioni regionali in tre dei sedici Stati della Repubblica federale (Sassonia e Turingia all'Est, Saarland all'ovest) e per le comunali nel Nordreno-Westfalia. I risultati hanno visto un forte calo della Cdu, il Partito cristiano democratico del cancelliere Angela Merkel che perde in Sassonia, Turingia e nella Saar, una sostanziale tenuta dell'Spd e appunto una spettacolare affermazione della Linke che ha raggiunto il 19,5% dei consensi.

Ma al di là del dato numerico, è quello politico ad assumere più valore, dopo 20 anni dalla caduta del muro potrebbe essere possibile anche a livello federale una maggioranza di governo che comprende una formazione composta da comunisti, la Linke infatti è stata definitivamente sdoganata e una sua alleanza con i socialdemocratici non appare impossibile soprattutto se la Merkel non riuscirà a mettere in campo un accordo con i Liberali che finora non ha portato grossi vantaggi.

Tutti gli scenari, a causa dell'alto grado di indecisione degli elettori rilevato da tutti i sondaggi, quindi diventano sorprendentemente possibili per le prossime elezioni politiche: maggioranza giallo-nera (liberali e Cdu), una riedizione della Grosse Koalition tra la Merkel e l'Spd oppure un governo di sinistra con social democratici, verdi e Linke.

In quest'ultimo caso l'instabilità potrebbe essere la caratteristica principale vista la differenza tra i partiti su alcuni temi fondamentali come Ue, Nato, Afghanistan, Iran, politica economica. Ma l'affermazione della Linke ha assunto un significato particolare che potrebbe travalicare le tradizionali differenze di schieramento, la prova è data dal fatto che la sinistra è cresciuta esponenzialmente, non solo nelle tradizionali roccaforti dove risiedono i ceti sociali più poveri, ma soprattutto in due regioni come la Turingia e la Sassonia che dopo la riunificazione sono tornati i più ricchi, con una diffusa industria esportatrice ad alta tecnologia, e dove ceti medi e classe operaia ben pagata sono fasce significative della società.

AMI, 1 Settembre 2009



Tutti coloro che avevano detto che il socialismo è morto, devono ricredersi. La risposta è arrivata dalla Germania. La Linke, il partito della sinistra tedesca, quella non preceduta dalla parola “centro” né seguita dall'aggettivo “moderata”, era fino a poco tempo fa, dato in via d'estinzione. Eppure, in pochi anni, è passata da circa il 3% ad oltre il 20 % in diversi Lander.
Come si spiega questa clamorosa vittoria? Il risultato dev'essere contestualizzato in quella che è la realtà politica e sociale della Germania e dell'Europa.
Innanzitutto bisogna considerare la crisi economica mondiale, che non ha risparmiato la Germania, colpendo le classi più deboli.
In secondo luogo, non va dimenticata la complessa situazione politica tedesca, in cui c'è un governo formato da una coalizione tra centrodestra e centrosinistra, cioè socialdemocratici e cristiano-democratici. Come tutte le “grandi coalizioni” ha suscitato forte delusione presso tutti gli elettori, sia quelli di sinistra che quelli di destra. E lo conferma il dato delle elezioni regionali che hanno segnato un netto calo della Cdu della Merkel e una tenuta della Spd che però aveva già perso in precedenza.
La Linke invece è stata premita da un'opposizione intransigente che ha evitato qualsiasi genere di collusione, sia per propria volontà sia perché tradizionalmente marginalizzata dalle altre forze politiche.
Infine, è importante la particolarità della società tedesca, avanzata e industrializzata, ma pur sempre con forti differenze, soprattutto tra Est e Ovest. A queste diseguaglianze i governi che si sono succeduti, tanto quelli di Spd e Verdi, quanto i conservatori di Cdu e liberali non hanno saputo dare valide risposte.
In questo contesto l'opposizione della Linke è apparsa molto efficace, con lotte al fianco dei lavoratori e delle classi più deboli e con una politica di tutela sociale e di redistribuzione del reddito.
Sconfitti sono stati non solo i partiti di governo, ma anche i presupposti politici sui quali essi hanno fatto affidamento. L'idea, cioè, che si potesse governare convergendo verso il centro dell'elettorato e tendendo fuori le “ali”.
È questa una concezione assai diffusa, quella che per vincere le elezioni si debba costruire un profilo moderato, che non scontenti gli elettori di centro, perché sarebbero questi a fare da “ago della bilancia”. In realtà questa teoria, trascura importanti fattori. Innanzitutto l'astensionismo. Se un partito decide di spostarsi verso il centro, trascurando i propri elettori, per guadagnare consensi tra quelli che prima non lo votavano, è incerto se riesca in questa impresa, ma sicuramente, una parte del proprio elettorato tradizionale andrà disperso, o perché questo voterà altri partiti, o perché non andrà a votare. Difatto questa politica, quindi, si traduce in una perdita di voti. È tutto da dimostrare, poi, che elettori tradizionalmente estranei a quel dato partito decidano di votarlo, e in misura massiccia, solo perché questo ha deciso di “andargli incontro”. È invece assai probabile che gli elettori rimangano disorientati di fronti a questo “tradimento” delle radici, fossero anche quelli degli avversari. Una certa diffidenza, rimane comunque. Può darsi che alla lunga questa differenza sia superata, ma, alla lunga, rischia anche di essere un disastro, perché gli elettori più affezionati, lo “zoccolo duro” del partito, finiscono anch'essi per cambiare le proprie abitudini e non votare più il proprio partito. In Italia ne abbiamo avuto l'esempio clamoroso. Sulla base di questo assunto, di un partito moderato non più “ideologico” è nato il Partito Democratico. Ma i consensi, tutt'oggi, non sono mai arrivati, ed anzi è arrivata una solenne bocciatura da parte degli elettori. È chiaro che in Italia il problema per le forze progressiste sia l'astensionismo degli elettori di sinistra. Dall'altra parte invece, si è vista una destra tutt'altro che timorosa delle proprie idee e che continua ad avere successo, anche nelle sue componenti più radicali, come dimostra il caso della Lega.
Insomma la realtà italiana, da sola, basterebbe a smentire il luogo comune politologico che è stato tanto di moda fino ad oggi. Si potrebbero però citare casi come quello inglese, dove sembra avvenuto il contrario. In Gran Bretagna i laburisti, che da decenni non andavano al governo, hanno conquistato la vittoria e sono rimasti per molti anni al potere dopo un “rinnovamento” del partito, l'abbandono di alcuni principi cardine della propria tradizione e l'apertura al libero mercato. Tuttavia questa sarebbe una lettura parziale. Non si può analizzare la parabola del “New Labour” degli anni '90 senza confrontarla con quella dei loro avversari conservatori. Infatti la sinistra inglese è stata favorita dal governo eterno dei conservatori, dalla fine di un ciclo politico e dalla stanchezza dell'elettorato non più soddisfatto nei confronti delle loro politiche. Dopo decenni di governi conservatori, è facile immaginare che prima o poi sarebbe giunto il momento di un cambio. Tuttavia i laburisti hanno sostanzialmente proseguito nelle politiche liberistiche dei loro avversari, tranne per qualche leggera differenza. Così oggi dobbiamo constatare la loro disfatta. Un premier, Tony Blair, che abbandona l'incarico anzitempo e un altro, Gordon Brown, che sembra destinato alla ineluttabile sconfitta.
Se fosse vera la teoria “centrista” dovremmo avere a quest'ora tutti governi centristi stabilmente al potere. Eppure avviene il contrario. Negli Usa dopo otto anni di governo Bush, quindi tutt'altro che moderato, è succeduto un afro-americano con un programma assai più “audace” (considerando la situazione “bloccata” politica americana) di quello dei suoi predecessori. In Italia il governo Prodi, con la sua estrema cautela politica, è durato appena un paio d'anni, succeduto da un governo di destra assai meno scrupoloso nel “moderare” la propria tendenza politica, con una salda maggioranza. Del caso della Germania abbiamo già parlato. Merita menzione la Francia dove il rinnovo, pomosso nel campo socialista da Segolen Royal è fallito clamorosamente e il partito sembra voler tornare “alle origini” della Aubry (colei che propose le 35 ore). L'unica volta che i socialisti sono stati al governo è stato con un programma decisamente più radicale, che prevedeva l'abbassamento dell'orario di lavoro e la nazionalizzazione dell'energia. Dall'altra parte abbiamo la destra di Sarkozy che rompe l'alleanza col centro e che assume un profilo decisamente più netto di quello di Chirac.
Insomma, tutti i profeti che hanno gridato ai quattro venti che “le elezioni si vincono al centro”, a cominciare dall'eminente Giovanni Sartori, dove sono stati ascoltati col cappello in mano dai politici, hanno portato al fallimento la sinistra, mai la destra che invece non li ha mai ascoltati.
Anche perché è assai discutibile ciò che si intende con “moderato”. La politica di privatizzazione selvaggia attuata in Italia sia dal centrodestra che dal centrosinistra non mi pare sia proprio moderata. Sicuramente non è di sinistra. A nessun grande politologo è venuto mai in mente che forse è proprio questa la ragione per cui la sinistra perde? Semplicemente perché ha smesso di fare la sinistra?