sabato 7 novembre 2009

Ottobre rosso


Oggi ricorrono i 92 anni dalla rivoluzione bolscevica. Una data spesso dimenticata ormai, anche a sinistra, nell'ondata di revisionismo storico che vuole infangare la memoria di eventi come la Resistenza e il Sessantotto.
Sulla rivoluzione d'ottobre grava una pesante aria di accuse a volte false, a volte parzialmente vere ma decontestualizzate, come su tutto ciò che appartiene alla tradizione comunista.
In realtà quello fu uno dei momenti più fortemente emancipativi delle masse, degno di essere ricordato accanto alla Rivoluzione francese, alla Comune di Parigi e alla lotta contro il nazi-fascismo.
La Russia zarista d'inizio secolo, al contrario degli altri paesi europei dell'epoca, non aveva ancora conosciuto una rivoluzione borghese e un'organizzazione capitalistica della società, non aveva nemmeno visto quel pallido riformismo in cui credettero molti liberali russi all'epoca di Alessandro II. Nonostante ufficialmente la servitù della gleba fosse stata abolita nel 1861 nella realtà le cose andavano molto diversamente e la popolazione delle campagne viveva in una condizione di schiavitù effettiva.
Tuttavia la società russa era tutt'altro che immobile. Fermenti rivoluzionari attraversavano il paese già dal XIX secolo; c'erano gli anarchici, i nichilisti, i socialisti. E più tardi anche i comunisti.
La situazione di lunga sudditanza in cui versavano le masse diede così presto i suoi frutti in un'epoca di grandi trasformazioni sociali in tutto il mondo che non poteva non attraversare anche la Russia. Così nel 1905 ci fu una prima ondata di scioperi e proteste a seguito del quale lo zar fu costretto a concedere poteri alla Duma, il parlamento. Tuttavia lo zar si rimangiò la parola e questo causò ulteriore malcontento. La Prima Guerra Mondiale contribuì ad inasprire le condizioni del proletariato russo e la situazione divenne presto insostenibile.
Il 23 febbraio 1917 i lavoratori proclamarono lo sciopero generale. L'esercito ricevette l'ordine di reprimere nel sangue la rivolta. Ma nei giorni seguenti reparti dell'esercito si unirono agli operai. Il 27 febbraio venne occupata la Duma dagli insorti. Il 2 marzo Nicola II venne esautorato e il 15 marzo i ribelli formarono un governo provvisorio. Al governo parteciparono i “cadetti” cioè il partito dei liberali, i socialisti rivoluzionari e i menscevichi.
Il governo provvisorio guidato dal socialrivoluzionario Kerenskij non attuò le riforme promesse, il popolo continuava a soffrire la povertà, la libertà di parola e di riunione venne di fatto più volte violata con la repressione, l'esercito soffocò con la forza gli scioperi e le proteste, ma soprattutto il governo commise il tragico errore di continuare la guerra affamando così sempre più le masse.
La crisi si aggravò ulteriormente quando il generale Kornilov marciò contro il governo provvisorio con lo scopo di ripristinare il vecchio regime. Kerenskij allora, che nel frattempo perdeva l'appoggio anche all'interno del suo partito, fu costretto a chiedere l'aiuto dei bolscevichi guidati da Vladimir Ilic Lenin e ad armarli. Nacque così la Guardia Rossa. Decisione che sarebbe stata fatale per Kerenskij. Dopo che Kornilov fu sconfitto, infatti i bolscevichi avevano ormai la maggioranza nei soviet, l'organismo che rappresentava i lavoratori, appoggiati anche dalla sinistra socialrivoluzionaria. Così, nella notte tra il 6 e il 7 novembre (24 e 25 ottobre secondo il calendario giuliano) i bolscevichi guidarono la rivolta popolare e infine occuparono il Palazzo d'Inverno di Pietrogrado, un tempo la residenza degli zar. Deposto il governo provvisorio venne deciso il trasferimento del potere ai soviet seguendo il motto bolscevico “tutto il potere ai soviet”. Nasceva così la Repubblica Socialista Sovietica Russa.
La rivoluzione bolscevica fu il primo tentativo riuscito (e forze l'unico se si escludono le brevi esperienze della Spagna del 1936 o dei primi anni della Cuba rivoluzionaria) di realizzare la teoria marxista.
Molti assunti della tradizionale analisi marxiana, fatta propria dalla socialdemocrazia, vennero messi in discussione da Lenin. In particolare il presupposto secondo cui non ci sarebbe potuta essere una rivoluzione proletaria senza uno sviluppo capitalistico della produzione, condizione mancante nella Russia dell'epoca. Inoltre secondo Lenin gli operai non avrebbero mai potuto maturare da soli una coscienza rivoluzionaria, essi potevano al massimo raggiungerne una “tradunionistica”. Così si renderebbe necessario che un partito guidi le masse verso la rivoluzione.
La strada intrapresa grazie alla teoria leninista e al governo bolscevico venne presto abbandonata dopo la presa del potere di Stalin. Sarebbe sbagliato vedere quest'ultimo in continuità con Lenin.
Innanzitutto la politica di Lenin fu tutt'altro che estremista e avventata. Egli avviò importanti riforme tra cui la NEP, la Nuova Politica Economica, che consisteva in una parziale liberalizzazione del mercato, provvedimento necessario data la particolare situazione nazionale. Lenin sapeva benissimo che non era possibile procedere immediatamente verso collettivizzazioni a tappeto le quali sarebbero dovute succedere a un graduale processo di trasformazione. Stalin, invece, appena giunto al potere, avviò la collettivizzazione forzata delle terre e la deportazione dei contadini renitenti.
Inoltre era ben chiaro a Lenin che la rivoluzione non avrebbe mai potuto essere circoscritta al territorio nazionale ma avrebbe dovuto estendersi al mondo intero. Egli non dimenticò mai l'internazionalismo che da sempre aveva ispirato la teoria e l'azione dei comunisti di tutto il mondo. In epoca staliniana valse invece il principio del “socialismo in un solo paese” con cui si rinunciava di fatto a ogni tentativo di estendere la rivoluzione ad altri paesi.
Ma la condanna della storia più grave riguarda naturalmente le “Purghe” attraverso le quali vennero deportati e uccisi tutti coloro che fossero in disaccordo o anche solo nel sospetto di esserlo con la deriva autoritaria del regime pseudo-socialista staliniano. Tra questi anche importanti comunisti che ebbero parte attiva nella rivoluzione tra cui Kamenev, Zinov'ev, Trotsky e Bucharin. Le purghe proseguite durante tutto il periodo staliniano sarebbero costate caro durante l'attacco nazista in cui l'esercito si vide decimato e in forte difficoltà. Inoltre Stalin avviò un feroce sfruttamento dei lavoratori allo scopo di alimentare la crescita industriale. Questo rende l'URSS di Stalin a tutti gli effetti uno stato capitalista che perseguì metodi di duro sfruttamento del proletariato per aumentare il profitto. La storia ci ha dimostrato che Lenin aveva purtroppo visto giusto quando aveva raccomandato l'allontanamento di Stalin dal partito.
È perciò assai ingiusto attribuire i crimini di Stalin al comunismo in quanto tale, come se essi fossero causati da teorici e militanti che non vi presero mai parte e che anzi fecero di tutto per contrastarle. Si può invece ravvisare nel dispotismo staliniano un residuo delle vecchie forme autocratiche di gestione del potere, che in Russia non sono scomparse del tutto nemmeno oggi, unitamente a uno sfruttamento capitalistico dei lavoratori, un ibrido micidiale. Il motto dei bolscevichi “tutto il potere ai soviet” nei fatti non fu mai realizzato e questo anche a causa di Stalin che fermò quel processo emancipativo del proletariato russo avviato nel 1917.
Ma cosa ci insegna oggi, a 92 anni di distanza, la rivoluzione d'ottobre? Innanzitutto il fatto che è soltanto la classe dei lavoratori a poter rappresentare le speranze di libertà per il futuro. Ogni governo che non sia con i lavoratori, per i lavoratori e dei lavoratori (per parafrasare una celebre frase sulla democrazia) non potrà mai liberare questi ultimi. Perciò qualsiasi “tatticismo” e “opportunismo” che mira a ottenere il potere senza finalizzarlo alla liberazione dallo sfruttamento di questo sistema capitalistico è destinato non solo a fallire, ma a ritorcersi contro chi ne ha fatto uso come fu per Kerenskij e per i menscevichi. Tradire le speranze del proprio popolo per restare al potere con qualche compromesso sempre più a ribasso è una tattica fallimentare per chiunque voglia rappresentare la classe operaia.
Ogni riferimento a persone o partiti attualmente esistenti è puramente casuale.

mercoledì 4 novembre 2009

Libera scuola in libero stato


Se c'è un'istituzione in grado di far rispettare la laicità dello Stato italiano, quella non è lo Stato italiano. Con una sentenza storica, la Corte europea ha sancito l'inammissibilità dell'esposizione dei crocifissi, quindi dei simboli religiosi, nelle scuole pubbliche.
Il caso è stato sollevato da una madre finlandese non cattolica cui la Corte ha dato ragione. Una sentenza pienamente legittima. Primo perché non c'è nessuna legge italiana che imponga (ci mancherebbe) l'esposizione di simboli religiosi in luogo pubblico, tantomeno di un solo simbolo religioso a scapito di tutti gli altri e a scapito di chi non ha religione alcuna. Secondo perché contrasta con un basilare principio che stabilisce l'uguaglianza di tutti i credi e di tutte le fedi come sancito dallo stesso articolo 8 della Costituzione. Terzo perché lo Stato democratico è laico, quindi non ha nessuna preferenza religiosa, ragion per cui non può esporre simboli religiosi sui muri dei suoi edifici. Quarto, perché, come dice la sentenza, l'esposizione del crocifisso nelle scuole viola la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni. L'esposizione del crocifisso in un luogo dove si educa indirizza le credenze degli allievi verso la religione cristiana. Se l'educazione è pubblica questo non è giusto. Ciò dovrebbe anche farci ripensare all'insegnamento della religione che, ricordiamolo, non è di tutte le religioni, ma di una sola, precisamente quella cattolica. Uno studente buddista non ha la possibilità di imparare a scuola la propria religione. Un studente cattolico sì. Mettetela come vi pare, ma questa è oggettivamente una discriminazione.
Dovrebbe essere un principio elementare. In uno stato laico la religione appartiene alla sfera privata e deve restar fuori da quella pubblica. Lo stato laico è equidistante da tutte le religioni. Bisogna garantire a tutti gli stessi diritti, anche a coloro che non credono in nessuna religione. Mi pare una tautologia, quella di dire, una volta accettato questo assunto, che, quindi, non si possono esporre simboli religiosi in luoghi pubblici. Se si accetta il principio di laicità dello stato, bisogna anche accettare la laicità delle istituzioni dello stato. Se invece si volesse marchiare una di queste istituzioni con un simbolo religioso allora non si garantirebbe il rispetto della laicità. Tertium non datur.
Eppure i nostri politici sembrano non comprendere questa elementare deduzione logica. Tutti i parlamentari, ma proprio tutti, dalla Lega all'Italia dei Valori, salvo rare eccezioni, si sono detti contrari alla sentenza europea. Tutti compatti a difendere Santa Madre Chiesa, tutti uniti per affermare la triade cara ai reazionari dio, patria, famiglia. Evidentemente gli appelli alla concordia bipartisan di Ferruccio De Bortoli hanno avuto i loro effetti. Noi, ingenui, speravamo ai tempi del centrosinistra che gente come D'Alema, Bindi, Bersani e Di Pietro potessero fare addirittura i Pacs. E come potrebbero queste ubbidienti pecorelle subito pronte a tornare all'ovile ratzingeriano affermare i diritti civili delle coppie di fatto quando non riescono nemmeno a garantire un elementare principio di democrazia e un articolo costituzionale, nonché una sentenza della Corte di Strasburgo?
Così tutti quanti a sostenere il governo e la tanto giustamente vituperata Gelmini quando questa annuncia il ricorso del governo contro la sentenza.
Ma è interessante notare le curiose argomentazioni dei nostri parlamentari nel motivare la loro levata di scudi (l'ennesima di quelli della maggioranza) contro un intervento (l'ennesimo) per di più legittimo (l'ennesimo) dell'Europa.
Sentite cosa dice Mario Baccini del Pdl: “Il crocifisso rappresenta valori universalmente riconosciuti sembra che la deriva pagana della Corte europea sia evidente. Si confonde una sana cultura laica con il laicismo”.
Avete finito di ridere? Baccini è riuscito a dire tre cose ridicole in un solo intervento. Intanto chi lo ha deciso che i valori del crocifisso siano “universalmente riconosciuti”? Forse non tutti sanno che la maggioranza dei credenti del pianeta non sono cristiani ma mussulmani. Andiamolo a chiedere a loro se si riconoscono nei valori del cristianesimo. Andiamolo a chiedere al miliardo e 71 milioni di agnostici o ai 262 milioni di atei. Andiamolo a chiedere a induisti, buddisti, ebrei, animisti e a tutti coloro che non sono cristiani.
Io non mi riconosco nei valori cristiani. Non mi interessa se la maggioranza lo fa. Io sono un cittadino italiano come tutti gli altri e lo stato non può discriminarmi solo per accontentare la maggioranza. Ma siamo poi proprio sicuri che la maggioranza voglia i crocifissi nelle scuole?
Baccini dice, udite udite, che la Corte europea va verso una “deriva pagana” nemmeno “relativista” parola che sentiamo tutti i giorni dalla bocca di Ratzinger che non ha ancora capito bene cosa sia il relativismo. “Deriva pagana”. Qualcuno ha detto a Baccini che non siamo più nell'Antica Roma, ma nel 2009? Questa gente non ha la minima cognizione della storia. Ragiona come si ragionerebbe duemila anni fa.
Poi ripete la solita manfrina scontata e per giunta falsa secondo cui il “laicismo” sarebbe una sorta di devianza, di radicalizzazione della laicità. Che ignoranza! In verità il laicismo è soltanto il tentativo di affermare la laicità, il “movimento” di pensiero o di azione che si batte per la laicità. Andate a vedere sul dizionario. La laicità invece è un concetto più astratto. Prescinde dalle condizioni storiche. Il concetto di laicità esiste anche se le istituzioni non sono laiche, come nel nostro caso. Ma il laicismo serve proprio per affermare concretamente la laicità. In questo momento sarebbe quindi indispensabile.
Per Isabella Bertolini, PdL, “Da Strasburgo arriva un pronunciamento simbolo della deriva laicista e nichilista che nega le radici culturali e valoriali della nostra società. Il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici come l'emblema dei valori civili che hanno una origine religiosa, ma che esprimono la laicità stessa dell'ordinamento dello Stato".
Affermazione grave, perché pensare 220 anni dopo la Rivoluzione francese che all'origine dei valori civili del nostro ordinamento c'è la religione è la prova della assoluta inadeguatezza di questa classe dirigente a rappresentare il popolo sia sul piano giuridico che su quello culturale. I “valori civili” non hanno nessun origine religiosa. Lo stato italiano nasce in opposizione, anzi, al clericalismo e alla Chiesa che invece pretendeva di continuare a imporre i propri dogmi a tutta la società. La Carta Costituzionale stabilisce l'uguaglianza di tutte le fedi e non c'è mai scritto da nessuna parte che la religione debba ispirare l'azione legislativa. La laicità poi non può essere derivata dalla religione, tantomeno da una particolare religione perché è l'espressione invece della neutralità rispetto a qualsiasi opinione sulla religione. Emerge quindi una colossale ignoranza di questi “onorevoli”.
Massimo Poliedri della Lega esaspera ancora di più i toni patetici parlando di “dittatura del relativismo” e “attentato alla libertà religiosa” (semmai il contrario) e dice che bisogna discuterne in parlamento, perché adesso le sentenze si discutono in parlamento. Non so come questi personaggi non si rendano conto delle stupidaggini che dicono. Le sparano talmente grosse che anche un bambino se ne accorgerebbe.
Ma non temete, non è solo la destra a dare questo spettacolo pietoso. Bersani, il nuovo segretario del Pd, eletto anche da quelli che del Pd non fanno parte, ha detto “Io penso che su questioni delicate qualche volta il buon senso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che antiche tradizioni come quella del crocifisso non possano essere offensive per nessuno”. Di sicuro non c'è molto buon senso nelle parole di Bersani. Secondo lui le tradizione antiche non possono essere offensive. Curiosa posizione. Forse qualcuno dovrebbe spiegare a Bersani che anche l'antisemitismo è molto antico. Anche la sharia è molto antica. Anche il razzismo è molto antico. Anche la persecuzione religiosa è molto antica. Anche il terrorismo è molto antico. Evidentemente per Bersani tutte queste sono cose inoffensive.
Antonio De Poli, Udc, “La sentenza e' una passo avanti verso al perdita delle nostre radici, della nostra cultura, della nostra storia e della nostra civiltà”. Le nostre “radici”, la nostra cultura non sono fatte solo dal cristianesimo, ma anche da altre religioni, anche dall'ateismo e dall'agnosticismo. Ancora una volta dimostrazione della crassa ignoranza di questa classe dirigente inetta e ipocrita.
La sentenza della Corte europea è assolutamente legittima e condivisibile per chi si ispira agli ideali democratici. Vadano a vedere i nostri bravi parlamentari cosa accade negli altri paesi del continente. Vadano in Inghilterra, patria del loro caro liberalismo, vadano nei tanto da loro osannati Stati Uniti, la cui Costituzione vieta addirittura l'insegnamento della religione nelle scuole. Vadano in Francia, in Germania o in Spagna dove l'esposizione di di simboli religiosi è vietata nei luoghi pubblici.
Come al solito in Italia quello che dovrebbe essere scontato, quello che dovrebbe essere condiviso da tutto l'arco parlamentare, quello che dovrebbe essere implicito nelle regole di convivenza e quindi non oggetto di polemica suscita chissà quale scandalo.
Ciò si deve alla presenza invasiva, ossessiva e integralista del Vaticano e della Chiesa nella vita pubblica italiana che condiziona pesantemente e spesso persino detta la linea politica del parlamento e del governo. Ciò è aggravato dal livello infimo dei parlamentari italiani incapaci di rivendicare, dalla maggioranza all'opposizione, l'indipendenza dal potere religioso.
Ciò impone, e lo ripeto ancora una volta, una scelta radicale da parte nostra, di quell'avanguardia civile e sociale che è più consapevole della condizione del nostro paese. Smettiamola di scegliere sempre il “male minore”, ammesso che esista, di accontentarci tutte le volte, smettiamola di cedere al ricatto del voto (in)utile, quello dato ai grandi partiti, alla lobby politica che adesso occupa il parlamento e che è al servizio della lobby economica (banche e imprese) quindi religiosa (Vaticano). L'opposizione non è capace di dire una parola chiara per quanto riguarda la laicità così come per tutte le altre questioni. Questa opposizione si comporta esattamente come la destra. È logico pensare che se fosse al governo attuerebbe le stesse politiche retrograde e antiprogressiste. Basta a chi vuole i crocifissi nelle scuole. Basta a chi si allea con la reazione. Basta a chi abbandona l'Italia alla mercé dei poteri forti. Dobbiamo smetterla di votare per queste persone, dobbiamo smetterla di votare alle primarie del Pd. Dobbiamo ribellarci.


Fonti:




sabato 24 ottobre 2009

Satira: le primarie del Pd

Eccezionalmente Eresia rossa ha ottenuto un'intervista dai tre candidati alle primarie del Partito Democratico.

DAL NOSTRO INVIATO (cioè io... che cazzo volete non sono mica il Corriere della Sera!)

Pierluigi Bersani

D: Salve, Bersani, i risultati degli iscritti la danno per ora vincente, lei si sente sicuro di questo risultato?
R: Ma certo! Ma io lo ero da sempre, sapevo di poter contare su un forte sostegno da parte dello zoccolo duro del nostro partito
D: intende gli iscritti? Gli elettori più fedeli?
R: No, lo zoccolo duro, ho detto!
D: e qual è?
R: ma come qual è? Ma lo sanno tutti! Massimo D'Alema.
D: e perché sarebbe lo zoccolo duro?
R: perché ha detto che se vince Franceschini me lo tira in testa, lo zoccolo.
D: capisco, ma da cosa deriva la sua sicurezza? Lei crede che la sua influenza possa bastare per farla vincere?

Bersani: quando D'Alema gli ha detto di
"correre" per la segreteria lui lo ha preso
in parola
R: no, anzi, ho un paura tremenda!
D: di perdere?
R: ma no! Di D'Alema!
D: ma non ha appena detto che
crede nel suo sostegno?
R: e come se ci credo! Anche troppo!
D: e allora dove sta il problema?
R: come faccio a spiegarglielo? Non lo sopporto più! Lui mi perseguita! Qualsiasi cosa faccio è sempre là a dirmi come devo comportarmi.
D: per esempio?
R: la mattina quando mi sveglio mi telefona per chiedermi come mi sento, se ho dormito bene, se vado in bagno regolarmente...
D: si preoccupa per lei...
R: ma cosa! Quello mi sta sempre addosso! Vado al supermercato e lui mi dice cosa devo comprare...
D: cioè le da consigli su come fare la spesa?
R: l'altra volta per esempio è sbucato dal carrello della spesa e mi ha detto: “Pierluigi ma che fai? Hai già preso l'anguria e i pomodori” “e allora?” “e allora di che colore sono i pomodori e l'anguria? Rossi, quindi penserebbero che ci vogliamo spostare a sinistra” “allora tolgo l'anguria e prendo il cocco che è bianco” “ma no! Hai già preso il latte, così pensano che ci vogliamo spostare al centro! poi qui mi hai messo la polenta, potrebbero pensare che ci vogliamo alleare con la lega, allora per compensare devi metterci anche il cous cous che fa società multietnica... e il pane... non prendere la solita pagnotta o penseranno che siamo troppo attaccati alle tradizioni, ma no! Prendi una baguette che fa molto Sarkozy, non possiamo lasciare la destra francese a Berlusconi” e via di questo passo! Le dico, un inferno!
D: interessante. Ma poi come è andata a finire?
R: ho preso le emmemens che sono di tutti i colori così ci teniamo aperte tutte le porte.
D: a proposito, lei conferma l'alleanza con Di Pietro? E preferisce un'intesa con l'Udc o un'apertura a sinistra?
R: secondo D'Alema... cioè... voglio dire secondo me, il Pd non può farcela da solo, non può prescindere da un'alleanza con l'Idv, anche se è un alleato difficile, del resto bisogna creare con l'Udc un fronte comune di opposizione. Ma d'altro canto anche allargare l'alleanza alla sinistra potrebbe essere interessante...
D: insomma, tutti quelli che sono all'opposizione?
R: non mi fraintenda, non ho detto questo. Io penso infatti che l'antiberslusconismo non ha mai risolto nulla.
D: quindi?
R: quindi ci alleeremo anche con la lega!
D: sta scherzando?
R: no! Come diceva Massimo? La costola della sinistra...
D: è sicuro che la base capirà questa scelta?
R: no, infatti ci mettiamo pure il Sudtiroler Volkspartei, l'associazione degli invalidi di guerra, la federazione italiana di pallamano, il comitato per la caccia al tacchino selvatico, l'unione degli apicoltori e la curva del Piacenza.
D: niente più?
R: Ah! Dimenticavo, naturalmente anche Belzebù e Wanna Marchi.
D: non crede sia un'alleanza un po' troppo allargata?
R: lo so, ma non importa.
D: preferisce il pluralismo?
R: no, non mi importa perché tanto non vinceremo mai le elezioni comunque.
D: senta Bersani, in questa campagna elettorale si è parlato poco di programmi, lei cosa propone?
R: come scusi? In che senso?
D: avrà pure un programma, una piattaforma politica, una visione della società diversa da quella degli altri due candidati...
R: ma lei è rimasto ancora a 'sto punto? Ma dove vive? Lo sanno tutti che in Italia i programmi politici sono stati aboliti per legge.
D: Davvero? E quando?
R: governo D'Alema: si ricorda la bicamerale? Secondo lei che l'abbiamo fatta a fare?
D: c'è sempre lo zampino di D'Alema...
R: eh, be' è quello più intelligente tra noi, del resto... non ci vuole poi molto!
D: grazie Bersani. E in bocca al lupo!
R: meglio dire in bocca a D'Alema.


Dario Franceschini

D: Salve, Franceschini. Domani si terranno le primarie. Lei crede di vincere?
R: Io sono fiducioso che gli italiani, desiderosi di cambiamento e di voltare pagina rispetto al passato, chiedano un partito forte e aperto, capace di rispondere alle mille esigenze che la società...
D: si? Continui...
R: ma no, senta, facciamola finita, non ne posso più di recitare 'sti pistolotti, tanto a chi la do a bere? Si sa che vince D'Alema.
D: D'Alema? Ma lui non è candidato alla segreteria.
R: nemmeno nel '98 era candidato alla presidenza del consiglio, eppure guardi cosa è successo.
D: immagino che lei pensi che dietro Bersani ci sia D'Alema a muovere le fila?
R: ma no, è ovvio. Io penso che D'Alema sia dietro tutti e tre.
D: ma come? Anche dietro di lei?
R: ma certo! Tutte queste primarie sono un gioco organizzato da lui. Lui si diverte alle nostre spalle e noi lavoriamo come schiavi!
D: posso capire che D'Alema eserciti una certa influenza, ma adesso non le sembra di esagerare?
R: ma, no. Ascolti. Chi ha fatto cadere Prodi per mettersi al suo posto? D'Alema. Chi ha fatto vincere Berlusconi?
D'Alema. Chi ha tolto di mezzo Veltroni? D'Alema. Chi ha portato avanti la candidatura di Bersani? D'Alema. Chi vincerà le primarie?
D: Bersani?
R: no! D'Alema! Sempre D'Alema.
D: non crede di esserne un po' ossessionato?
R: certo che sono ossessionato, lui mi insegue, mi ricatta!
D: sicuro di quello che dice? È un'affermazione molto pesante!
R: a lei posso dirlo, ormai sono esasperato! Lui mi perseguita ovunque, me lo trovo davanti a qualunque ora della notte che mi spia e complotta contro di me.
D: cioè entra in casa sua?
R: non solo, entra nei miei sogni!
D: ah! Cioè se lo sogna la notte!
R: si. E proprio mentre sogno di vincere le primarie, portare il pd al governo e diventare presidente del consiglio acclamato da folle oceaniche ecco che spunta lui a rovinare tutto.
D: penso che lei avrebbe bisogno di un ottimo psichiatra. Eppure non si direbbe a guardarla in televisione. Sempre così calmo e misurato!
R: ah perché lei non mi conosce! Arrivi a un certo punto che non ce la fai più. Per anni ho fatto la gavetta nella Dc, tra gente come Cossiga, Andreotti, De Mita e Forlani. Poi nella Margherita dietro Rutelli. Nel Pd ho dovuto fare il secondo di Veltroni e contare un cazzo. Adesso, potevo avere la segreteria tutta per me e finalmente contare qualcosa, arriva D'Alema e non solo mi piazza Bersani. Ma mi mette contro pure Marino!
D: però anche lei se l'è un po' cercata! Da secondo poteva allearsi con Marino e diventare segretario. Invece lei ha detto che non si farà nessun accordo.
R. mi rifiuto di ricorrere a mezzucci di questo tipo.
D: ma che mezzucci, mi scusi: senza una maggioranza assoluta ci sarà un segretario debole.
R: “vince la squadra che totalizza il punteggio più alto” è il regolamento della Figc.
D: la federazione dei giovani comunisti italiani?

Franceschini: "se non potrò fare il segretariodel Pd, farò almeno il
capostazione"
R: no. Federazione Italiana Giuoco Calcio.
D: non è mica una partita di calcio. Il punto non è chi arriva primo ma chi ha più consensi. E se due candidati alleandosi ottengono la maggioranza assoluta non fa niente se nessuno di loro arriva primo.
R: questo regolamento non l'ho mai sentito. Di che sport si tratta?
D: si chiama Politica.
R: non lo conosco. Mi dispiace, ma non ne ho mai sentito parlare. Sarà uno sport molto poco diffuso.
D: effettivamente sì, di questi tempi, non è molto praticato. La gente preferisce i Reality show.
R: mi scusi ma adesso devo lasciarla, devo andare al confessionale.
D: a redimere i suoi peccati?
R: ma no! Nella grande Casa del partito Democratico a parlar male degli altri candidati senza parlare di nulla. E poi devo fare le nomination.
D: buona fortuna!
R: grazie! E lei segua un po' più lo sport il mercoledì sera.


Ignazio Marino

D: Salve, Marino.
R: Hello, my friend!
D: lei si presenta come outsider in queste primarie. Ma cosa l'ha spinta a candidarsi?
R: voglio un partito aperto. Un partito laico, con un'identità forte. Che sappia dire sì quando deve dire sì e no quando deve dire no. Boh in tutte le altre occasioni.
D: lei si pone come un innovatore che vuole cambiare i vertici del partito.
R: esatto. Bisogna saper dire sì, quando bisogna dire...
D: questo lo abbiamo capito, ma

Marino con i colleghi della Columbia University e il pupazzo
Fuffy, suo consigliere politico.
lei cosa propone?
R: è semplice. Andarcene tutti negli Stati Uniti.
D: per imparare dalla politica americana?
R: no, no. Proprio per andarcene.
D: si spieghi meglio.
R: è mai stato in America? Si sta da dio. Sopratutto se fai il chirurgo e guadagni milioni di dollari.
D: non faccio fatica a immaginarlo.
R: allora ci trasferiamo là tutti noi del partito democratico.
D: ma per quale ragione?
R: si ricorda cosa diceva Kennedy: “esci, partito, dalle tue stanze!”?
D: ma quello era Majakovskij!
R: lo so ma non era abbastanza meritocratico. Allora l'ho cambiato.
D: vabe' insomma...
R: io voglio fare proprio questo. Farlo uscire.
D: dalle stanze?
R no. Dall'Italia. Sono più drastico. Ci vuole un cambiamento radicale.
D: capisco. Ma non crede sia difficile pensare che lei così possa vincere le primarie?
R: può darsi, però sarebbe divertente.
D: piuttosto mi dica: lei ha detto di voler cambiare i vertici di partito. Ma chi sostituirebbe e con chi?
R: guardi, basta con i professionisti della politica. Perciò ho fatto una lista, ascolti: David Letterman al posto di Fransceschini che fa più ridere. Bob Dylan al posto di Bersani che almeno è più intonato quando canta l'inno di Mameli (che sarà sostituito da quello americano). Bruce Springsteen al posto di D'Alema, un rocker pieno di energia al posto di un vecchio comunista della nomenklatura. E infine, la Harvard University al posto della Binetti. Ci vuole una cultura laica. E soprattutto molto ma molto snob.
D: continuo ad esser del parere che non sia granché per vincere.
R: senta: ma chi le dice che io voglio vincere? Secondo lei con Bersani sostenuto da un vecchio marpione come D'Alema e Franceschini sostenuto dai cattolici, me ne esco io fresco fresco, appena di ritorno dalla Florida, pensando di vincere?
D: e allora perché si è candidato?
R: ma così, sa? Per gioco. Secondo lei perché la Toyota corre in Formula uno? Per vincere il mondiale? Perché il Cagliari partecipa al campionato? Per vincere lo scudetto? È un gioco! Ci si diverte!
D: ma come è un gioco? Ma...
R: ma sì, bisogna essere sportivi nella vita, bisogna saper perdere. Perché scannarsi? Dopotutto è solo un gioco!
D: ma come un gioco! E i migliaia di precari? E i pensionati che non arrivano alla fine del mese? E gli operai in cassa integrazione? E i disoccupati senza lavoro? E gli immigrati?
R: sono stati alla Columbia University?
D: non credo proprio.
R: allora non mi interessa. Li ringrazi per l'interessamento ma dica loro che le mie proposte sono sufficienti.
D: non credo sia questo il loro problema.
R: lo so. Scherzavo. Lo so qual è il loro problema.
D: e qual è?
R: semplice. La mancanza di meritocrazia in questo paese! Non tutti i geni della scienza possono andare all'estero a guadagnare milioni di euro come ho fatto io.
D: ma quanti sono i geni della scienza?
R: nel parlamento italiano due. Io e la Montalcini.
D: insomma, quando arriverà il giorno che il Pd si interesserà dei problemi veri della gente?
R: mai, stia tranquillo. Quel giorno non arriverà mai. Non corriamo rischi.
D: la saluto. Buona fortuna per le primarie.
R: grazie, anche se si dice Good Luck!.
D: se, va be'.

sabato 17 ottobre 2009

Censura legale


In questi giorni in cui la questione della libertà di informazione è al centro dell'attenzione, si discute della pressione che ricevono i giornalisti da parte di poteri politici o economici per non pubblicare determinate notizie.
Tuttavia esiste un'altra forma di censura probabilmente meno clamorosa e di cui si discute di meno ma altrettanto pericolosa per chi si occupa di documentare fatti accaduti. Stiamo parlando non dell'informazione “di regime” quella asservita a questo o a quel gruppo politico, ma di quello stesso giornalismo “coraggioso” che si trova a fronteggiare mille difficoltà anche quando riesce a rendere pubblico il proprio lavoro.
Come tutti sanno le denunce di giornali o trasmissioni televisive comportano spesso cause civili interminabili e quindi una notevole spesa di denaro, oltre che di tempo, per l'editore e il responsabile del servizio o dell'articolo incriminato. Non sempre però l'editore è disposto ad accollarsi i rischi di una causa che potrebbe comportare per lui ingenti perdite economiche. Oppure non sempre quell'editore è disposto a compromettere l'immagine di influenti gruppi di potere. Si parla in questo caso di censura, eppure non sempre viene impedita la pubblicazione di un documento, si usa invece un metodo molto più subdolo. Certe volte infatti l'editore si accolla la responsabilità della pubblicazione di un certo lavoro giornalistico e quindi anche delle eventuali spese legali. Ma non sempre accade questo. Molto spesso può spogliarsi di ogni responsabilità civile e penale e scaricare tutto sulle spalle del singolo giornalista che in genere è privo dei mezzi per difendersi adeguatamente da solo. L'editore può farlo attraverso un cavillo legale. Si chiama “clausola di Manleva”, che è quel vincolo che il professionista è obbligato ad accettare sul suo contratto di collaborazione se vuole poter lavorare. Questo vincolo rende l'editore immune da ogni rischio legale nel caso di una causa, scaricando la responsabilità sul giornalista che nel contratto ha dichiarato di esonerare il proprio editore da ogni responsabilità. Naturalmente si tratta di una dichiarazione forzata perché l'alternativa ad essa per un giornalista è in genere la disoccupazione o un altro lavoro. Così molto spesso quel giornalista può non sentirsi abbastanza forte da portare avanti il proprio mestiere fino alle estreme (e tanto più apprezzabili) conseguenze, ovvero potrebbe rinunciare a trattare argomenti delicati o a urtare la sensibilità di determinati personaggi.
È quanto accaduto a Paolo Barnard, all'epoca della sua collaborazione con la famosa trasmissione Report, su raitre. Egli si occupò di un servizio riguardante il “comparaggio farmaceutico” ovvero la prassi diffusa da parte delle ditte farmaceutiche, in Italia e all'estero, di corrompere i medici perché questi prescrivano determinati farmaci che hanno deciso di piazzare sul mercato, anche quando non sono necessari o addirittura quando sono nocivi per la salute. Fece molto scalpore il caso del Vioxx, che negli Stati Uniti causò tra le 35000 e le 55000 vittime.
La trasmissione fu molto apprezzata dal pubblico al punto che la rai decise di rimandarlo in onda un'altra volta a distanza di due anni. Tuttavia un testimone dell'inchiesta decise di rivalersi sul programma. Paolo Barnard afferma che la rai e la Gabanelli gli avevano assicurato che l'azienda avrebbe provveduto alla sua difesa e all'eventuale rimborso. Tuttavia le cose sarebbero andate ben diversamente e, secondo quando afferma Barnard, non solo la rai avrebbe fatto valere la clausola Manleva, ma avrebbe dichiarato ufficialmente la propria estraneità al fatto scaricando la responsabilità tutta sul giornalista. La stessa cosa avrebbe fatto Milena Gabanelli in qualità di caporedattrice del programma. La rai avrebbe pagato per difesa propria e della Gabanelli, rifiutandosi però di provvedere a quella dell'autore del servizio.
Milena Gabanelli ha assicurato che avrebbe provveduto per le spese anche per la parte spettante a Barnard, ma quest'ultimo nega categoricamente di esserne stato informato.
Molti spettatori di Report avevano scritto alla trasmissione o pubblicato commenti sul forum per chiedere delucidazioni. Tuttavia la redazione si sarebbe limitata a bannare gli autori delle proteste e a chiudere il suddetto forum. Un comportamento non certo degno di una trasmissione di questo livello.
Ora aldilà della vicenda personale e umana di Paolo Barnard, cui va tutta la solidarietà di chi scrive per quel che può servire, c'è un punto essenziale. E cioè che esiste uno strumento perfettamente legale per impedire di fatto la pubblicazione di notizie scomode. Questo strumento fa leva sulla paura del giornalista, paura giustificabile perché è umano non sentirsi capaci di reggere da soli le conseguenze di una causa che persone potenti potrebbero intentare contro di lui. La libertà di informazione passa anche per la tutela di chi svolge questo mestiere. Costui non deve temere ripercussioni, di alcun genere, altrimenti potrebbe ritenere che sia meglio per la sua carriera o anche per la propria sopravvivenza quella di lavorare un po' meno scrupolosamente di come invece vorrebbe fare.
Spesso siamo abituati a porre la questione della censura solo in termini diretti. Ci immaginiamo che ci sia sempre un politico o un magnate della finanza che telefoni al caporedattore intimandogli di non pubblicare una notizia che potrebbe nuocere ai suoi interessi. Questo caporedattore a sua volta esercita sul giornalista il divieto.
Tuttavia non sempre la situazione è così lineare è chiara. Il potente di turno potrebbe non aver bisogno di alcuna telefonata, di alcun diktat proferito al direttore di un giornale. Non è detto che si renda necessario un qualche editto da un paese straniero per impedire illecitamente a un reporter di render note alcune vicende. Può usare un metodo molto più persuasivo e perfettamente lecito: la legge.
Ci siamo abituati a pensare che oggi la censura sia formalmente vietata. Che le leggi del nostro paese la condannino. Poi farla rispettare è un altro paio di maniche ma comunque siamo portati a credere che censurare una notizia scomoda sia un atto illegale. Ma non è sempre così.
Minacciare querele è una condotta perfettamente legale. Come è perfettamente legale per un editore scaricare qualsiasi responsabilità sul giornalista che lavora per lui e grazie al quale ottiene un profitto. È perfettamente legale che un giornalista venga la ciato solo dall'azienda per la quale ha lavorato per anni senza avere la possibilità effettiva (e quindi economica) per difendersi da eventuali ritorsioni. Non meravigliamoci allora se di fronte a difficoltà e pericoli così spesso insormontabili, molti decidano di gettare la spugna e di accontentarsi di fornire una mediocre ma meno rischiosa informazione.
Pertanto se si vuole evitare la censura non basta intervenire sui mezzi di comunicazione per limitarne la monopolizzazione. Non basta affrontare la questione del conflitto di interessi. Occorre escogitare delle tutele giuridiche per il giornalista.
Credo perciò siano necessari i seguenti tipi di azione legislativa:
  1. Stabilire per legge la responsabilità giuridica in sede sia penale che civile da parte dell'editore di tutto ciò che pubblica, rendendo illegittime e nulle tutte quelle clausole che assolvono gli editori dal dovere di difendere l'autore.
  2. Vietare qualsiasi azione legale da parte dell'azienda contro l'autore per rifarsi delle spese sostenute in sede processuale ai danni di quest'ultimo.
  3. Assolvere l'autore (e l'editore) dall'accusa di diffamazione nel caso in cui questi dica la verità o nel caso in cui, pur dando una notizia falsa, lo fa in buona fede e inconsapevolmente, ovvero per errore (purtroppo in Italia avviene l'esatto contrario cioè si può querelare e avere soddisfazione anche nel caso che la notizia motivo del contenzioso sia vera).
  4. Commisurare il risarcimento pecuniario alle effettive capacità dell'azienda; ovvero, non si può far pagare la stessa cifra a un giornale come il Corriere della Sera che ha una tiratura di migliaia di copie e all'ultimo quotidiano locale, anche perché il danno è diverso poiché a parità di diffamazione fa più danno un giornale che è più diffuso.

Proporrei addirittura uno “Statuto dell'autore” che stabilisca i diritti di chi dà informazioni, con qualunque mezzo (tv, radio, stampa o internet).
Si tratta perciò non solo di agire su un piano tecnico-mediatico, ovvero concernente il processo di accumulazione dei media e del loro controllo, ma anche su quello giuridico-sindacale, ovvero permettere a chi fa informazione, e alle organizzazioni che si occupano della sua tutela, di poter disporre di validi mezzi legali che lo protegga, in modo da compensare la sua debolezza su un altro fronte, quello dei mezzi economici e politici. Non bisogna soltanto colpire i “censori”, ma anche proteggere i “censurati”. Solo se esiste una protezione per chi si occupa di informazione sarà possibile allora una libertà di espressione concreta e non meramente formale.



Fonti:
Consiglio vivamente questa videointervista a Paolo Barnard su http://www.youtube.com/watch?v=IPZAJAAuWUE&feature=related molto interessanti anche i video correlati che trattano dell'informazione in italia.

Il dibattito sulla questione specifica che riguarda Paolo Barnard e la trasmissione Report è presente su Arcoiris tv: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Lettere&op=esteso&id=3871 e http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=9128

mercoledì 14 ottobre 2009

La sinistra e i falsi martiri del giornalismo


Sarebbe ora che certa sinistra la smetta di trattare come martiri della libera informazione quelli che fino all'altro giorno hanno sempre obbedito ai diktat che vengono dall'alto. La dimostrazione l'abbiamo avuta con Ferruccio De Bortoli che dopo essere stato attaccato da Berlusconi per non averlo difeso abbastanza invece di dire, “scusi presidente, ma il mio giornale scrive quello che cazzo gli pare” ha fatto un editoriale in cui afferma di aver sempre difeso il governo e di non essersi mai unito ai suoi accusatori, come dire, se lo avesse fatto allora il presidente del consiglio avrebbe tutto il diritto di censurarlo.
Purtroppo questo comportamento nei confronti di certi giornalisti non è nuovo. Un esempio è Giampaolo Pansa, colui che si autodefinisce “revisionista” che ha mosso accuse gravi non solo ai partigiani ma alla Resistenza in quanto tale. Oppure Oriana Fallaci, la profetessa della guerra di civiltà, quella che nell'ultima parte della sua vita si è messa a difendere Bush, Ratzinger, lo stato criminale di Israele, allineandosi su posizioni apertamente reazionarie, molto simili a quelle della destra razzista, eppure non sono stati molti coloro che ebbero il coraggio di contraddirla, quasi fosse una divinità scesa in terra che con acida espressione sputa sentenze su chiunque, ci fu addirittura chi, come Rutelli, da ministro della cultura le dedicò una mostra fotografica con tanto di elogio senza nessuna presa di distanze dal periodo anti-islamico della giornalista.
Poi ci sono quelli che non prendono mai una posizione fissa e dichiarata, li chiamano “terzisti”, quelli tipo Pierluigi Battista che dichiarano la loro equidistanza dai partiti politici, arrivano persino a dichiararsi “di sinistra”, come nel caso del suddetto Battista, ma poi la loro posizione finisce di fatto sempre con l'allinearsi con chi ha il potere.
Prendiamo uno come Enrico Mentana. Uno che dopo aver lavorato per anni e anni nel gruppo mediaset viene scaricato per un capriccio del padrone che ha deciso che non è abbastanza piegato ai suoi voleri. Eppure era sempre lui quello che quando in Italia coloro che venivano additati come “estremisti” dicevano che in Italia non c'era sufficiente libertà di espressione, lui negava, assieme a tutti quelli che “la sinistra deve abbandonare l'antiberlusconismo”. Francamente non mi è parso che Mentana si sia mai messo in mostra per una mancanza di riguardo verso i potenti. Del resto per condurre per tanto tempo il tg5 non credo che si possano essere molto inflessibile con il padrone della rete. O forse vogliamo dire che il tg5 prima fosse neutro e imparziale? Certo, molti se ne sono accorti solo ora dello stato della libertà di stampa in Italia, ma questo è un altro discorso.
Le epurazioni non sono cosa nuova in Italia. Eppure quando capita a giornalisti come Paolo Mieli certo non si può dire siano venute meno delle voci critiche. Ne sa qualcosa Carlo Vulpio cacciato quando sul Corriere uscì un servizio sulle perquisizioni della Procura di Salerno contro quella di Catanzaro. Vogliamo forse ricordare Gianni Riotta? Quello che si vantava nel suo ultimo giorno da direttore dei successi di ascolto del tg1 durante il terremoto a L'Aquila? Il patito dell'Auditel?
Bisogna distinguere censure come quelle a danno di giornalisti come Santoro o Travaglio e censure agli scribacchini di regime come può essere un Paolo Mieli o un Ferruccio de Bortoli, che forse più per la volontà di dire la verità sono stati sostituiti con chi facesse meglio il loro lavoro, ovvero la prostituzione a mezzo stampa. Non è che siccome hanno subito un'epurazione questa persone diventano automaticamente degli eroi. Anche perché può esserci una ragione strategica nel sacrificare delle pedine alleate. Ovvero quello di far credere “avversari” giornali che invece hanno sempre sostenuto la linea governativa, capita spesso di vedere accomunati da esponenti del centrodestra un giornale come Repubblica, vicino all'opposizione con uno come il Corriere della Sera, vicino invece alla maggioranza. Facendo passare questo concetto Berlusconi ha gioco facile nel sostenere che i giornali sarebbero tutti di sinistra, pur trattandosi di una palese falsità.