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lunedì 7 dicembre 2009

Perché vi odiano



Caro Segretario di Stato Hillary Clinton, a seguito della sentenza sull'omicidio Kercher che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e a 25 anni di reclusione, i giornali americani hanno sollevato uno scandalo incomprensibile. Premetto che non sono accusabile di nazionalismo né di difendere ad oltranza la magistratura italiana e chi segue ciò che scrivo lo sa. Però, questa volta, caro Segretario di Stato, avete torto marcio. Voi, i vostri giornali e i vostri politici. A cominciare dalla senatrice Maria Cantwell del suo stesso partito, che crede evidentemente di sapere meglio dei giudici che si sono occupati del caso e che lo hanno studiato, quale sia la verità, per finire a tutti quelli secondo cui la sentenza sarebbe stata dettata da “antiamericanismo”. Un idea davvero demenziale, perché solo un demente potrebbe pensare che un giudice emette una sentenza che condanna un americana perché gli sono antipatici gli americani. Un'idea che denota tutta l'ignoranza e la superficialità di chi la esprime e che mi rattrista non sia stata censurata dal suo partito. Mi rattrista anche che lei, Signor Segretario di Stato, invece di prenderne le distanze e di dire se non di condividere, quanto meno di rispettare la sentenza della magistratura italiana, ha detto di essere pronta ad ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire sul caso, come se il compito di un politico non fosse quello di occuparsi dei problemi del proprio paese, ma di mettere il naso in faccende che non li riguardano, come le sentenze emesse da giudici di altre nazioni, che in quanto a diritto, onestamente, non hanno nulla da imparare dal vostro sistema. Anzi, se c'è qualcuno che dovrebbe imparare quelli siete voi. Ho già detto che sono quanto di più lontano ci sia da un nazionalista. Però, come diceva un vecchio cantautore italiano:

“...ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono”

Allora mi permetta di sbatterle in faccia i nostri oltre duemila anni di civiltà giuridica. Mi permetta di sbatterle in faccia che noi di diritto ci occupiamo da molti secoli prima che gli Stati Uniti nascessero. Mi permetta di sbatterle in faccia che senza il diritto romano la civiltà giuridica occidentale non esisterebbe nemmeno. Mi permetta di sbatterle in faccia chi fu Cesare Beccaria che scriveva contro la tortura e la pena di morte quando voi sfruttavate ancora gli schiavi nelle piantagioni. Mi permetta di sbatterle in faccia la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza contro l'oppressore, e di fronte alla quale dovreste togliervi il cappello. In tutto questo tempo, qualcosa lo avremmo pure imparato, non le pare?
Ma potevo pure accettare questa lezione di diritto da un francese, o da un brasiliano, soprattutto dopo la vicenda Battisti in cui i giudici di questi altri paesi hanno effettivamente mostrato di essersi comportati meglio dei nostri. Del resto nessun sistema è perfetto. Ma non posso accettarlo in nessun modo dal vostro paese. Mi pare che non sia il caso di ricordarle, Signor Segretario di Stato, il disastro del Cermis in cui, a causa di piloti americani, che con un eufemismo molto generoso si possono definire scellerati, perirono venti miei concittadini, i quali, a causa degli impedimenti frapposti dal vostro paese, non poterono avere mai giustizia. Non mi pare sia il caso di ricordarle, per andare ancora più a ritroso nel tempo, il caso dei due anarchici italiani, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, che, innocenti, furono condannati dai vostri giudici alla sedia elettrica. Alla sedia elettrica, Signor Segretario, non a 26 anni (che in Italia possono essere ridotti nel corso della pena).
Mi preme invece farle notare, come i vostri “censori” prima di giudicare cose che non conoscono nemmeno dovrebbero pensare alla trave negli occhi del paese a cui appartengono. Alla giustizia italiana si possono fare tante accuse. Ad esempio quella della lunghezza dei processi. Ma non si può fare per nulla al mondo l'accusa di mancanza di garantismo. I vostri giornali, Signor Segretario, stanno tentando di far passare ai loro lettori un'immagine dell'Italia come quella di un paese barbaro, forcaiolo, “giustizialista” come si dice, dove si verrebbe condannati dopo processi sommari. Mi dispiace, Signor Segretario di Stato, ma non siamo noi i forcaioli, non siamo noi i barbari, non siamo noi i giustizialisti. Non lo siamo, quantomeno, rispetto a voi. Noi, ad esempio, non abbiamo la pena di morte. Salvo durante il fascismo (e per prevenire vostre probabili osservazioni aggiungo che voi avete contribuito a sostenerlo) in Italia la pena di morte non è mai esistita. I nostri “padri nazionali” hanno sempre assunto una posizione di rifiuto verso, questa volta sì, un tale barbaro strumento. Giuseppe Mazzini, celebre rivoluzionario e patriota italiano, aveva sempre espresso il suo giudizio fortemente contrario nei confronti della pena capitale. Altrettanto fece il neonato stato italiano nel 1861. Nel 1946 nacque la Repubblica e i padri costituenti furono praticamente all'unanimità d'accordo nell'escluderlo dal nostro ordinamento. Voi, invece, lo avete sempre avuto. Come una macchia indelebile sul vostro sistema, la pena di morte non ha mai smesso (e io spero che lo faccia presto) di accompagnarvi. Avete avuto prima l'impiccagione. Poi siete passati alla sedia elettrica. Fino a ieri avevate persino la camera a gas. Non starò qui a enumerare tutti i trattati internazionali sui diritti umani che non avete firmato. E quelli che avete firmato violandoli, come dimostrano le torture praticate dai vostri soldati a Guantanamo. Ma voi, Signor Segretario, non potete proprio permettervi il lusso di dare lezioni di garantismo a noi italiani. Questo proprio mai. Forse dovrebbe dire alla sua collega Maria Cantwell di informarsi, e vedrà che l'ordinamento italiano possiede non uno, ma tre gradi di giudizio. Al contrario degli Stati Uniti in cui si accettano casi di ricorso alla Corte Suprema solo in via eccezionale. Dovrebbe dirle inoltre che da noi le indagini le fa il Pubblico Ministero, un magistrato, non un comune agente di polizia. Dovrebbe dire alla senatrice ignorante che un caso del genere, fossimo stati in America, ci sarebbe stata una condanna come minimo all'ergastolo, se non addirittura a morte, quindi è inutile che si lamentano coloro che giudicavano eccessiva la pena. Il nostro ordinamento prevede che la pena tenda alla rieducazione del condannato. Per cui può darsi che Amanda Knox e Raffaele Sollecito (quest'ultimo se fosse stato da solo nessuno di voi bravi americani garantisti se ne sarebbe occupato perché non è nato in America) non scontino per intero la loro condanna. Infatti, in Italia viene applicato un principio in linea con i più avanzati sistemi penali (tra cui, mi duole dirlo, non figura il vostro!) secondo cui, prove statistiche alla mano, i detenuti che escono prima della scadenza della loro condanna è assai probabile che non reiterino il reato.
Dica anche alla senatrice Cantwell che, da noi, non si finisce in galera per non aver pagato delle contravvenzioni. È vero, anche da noi, purtroppo, talvolta (sempre troppo spesso) i detenuti vengono maltrattati e a volte uccisi. Ma cosa dire allora dei cittadini di colore che negli Stati Uniti subiscono costantemente violenza da parte delle vostre forze dell'ordine? Vogliamo vedere, in proporzione, quanti episodi di violenza accadono nelle vostre carceri (soprattutto quelle di massima sicurezza!) e quanti nelle nostre? Basti sapere che in Italia i detenuti sono lo 0,1% della popolazione, in America si arriva all'1%, dieci volte tanto!
Fossi Amanda Knox, mi riterrei fortunato, dopotutto, di scontare la pena in Italia e non negli Usa (dove avrebbe potuto costargli anche la vita). Mi riterrei fortunato di essere stato giudicato da un tribunale italiano e non da uno americano. Il nostro sistema, Signor Segretario, permetterà ad Amanda Knox, che ha commesso un gesto ingiustificabile checché ne dicano i sui genitori e la senatrice Cantwell, il più grave dei delitti, quello di sopprimere una vita umana, di scontare la pena, comprendere, forse, il suo tragico errore, e, una volta fuori di prigione, ricostruirsi una vita normale e rispettosa degli altri esseri umani. Certo, non è detto che comprenderà il suo errore, che si pentirà per quello che ha fatto. Soprattutto se è circondata da persone, come i suoi genitori, ma anche certi giornalisti, e certi politici, che giustificano il suo gesto.
I genitori, per primi, per quanto questo possa essere doloroso, dovrebbero rendersi conto del male che ha fatto la loro figlia a una sua coetanea, una sua concittadina e soprattutto una persona. Del male che ha fatto ai familiari di Meredith Kercher, cui il nostro tribunale ha reso quantomeno giustizia. Dovrebbero rendersi conto che quei familiari hanno subito una perdita molto più grave della loro. Perché in Italia non vige la legge del taglione.
In secondo luogo, i giornalisti americani, che non so se si rendono conto della quantità di menzogne che stanno raccontando ai loro concittadini, danno un'immagine falsata di un paese, il mio, che non gode di buna reputazione, ma che in realtà non conoscono.
The last but not the least, come dite voi, i politici – a cominciare da lei Signor Segretario – che non si rendono conto dell'ingiustizia che fanno all'Italia che ha sempre mostrato lealtà nei vostri confronti, spesso immeritata. L'Italia, che ha offerto il sacrificio dei propri soldati per guerre che non condivideva (cioè il popolo non le condivideva, i governanti e le multinazionali sì) sopportando servitù militari quantomai anacronistiche, non merita tutto questo.
Voi, occupate incarichi di responsabilità, dovreste sapere allora quali problemi le posizioni di certi vostri senatori e senatrici possono provocare a noi. In Italia infatti è in corso un'opera di delegittimazione dell'apparato giudiziario, da parte dell'esecutivo, opera che avrà dalla sua, ora, il contributo di un alleato insperato e quanto mai inopportuno.
Dopotutto, Signor Segretario di Stato, questa vicenda potrebbe apparire secondaria alla luce degli eventi che il mondo intero si trova ad affrontare. Ma se si vede la questione da un altro punto di vista si può scorgere un significato più profondo e fondamentale.
L'atteggiamento che il vostro paese ha tenuto nei confronti del nostro paese, è indice, infatti, caro Signor Segretario, di un'arroganza e di una spocchia che non può non risultare insopportabile a chi non è vostro connazionale. Un imperialismo culturale, oltre che economico e politico, che vi accompagna in ogni vostro ingresso, certo mai discreto, sulla scena internazionale. Avete dominato e continuate da molti anni a dominare il mondo, non c'è che dire. Non solo conservate questo vostro dominio con metodi assai sconvolgenti dal punto di vista etico (e non c'è bisogno che ricordi proprio a lei la miriade di colpi di stato che avete organizzato e concluso spesso con successo in tutto il mondo) non solo esercitate sul mondo intero un potere che è quanto di più lontano ci possa essere dalla democrazia di cui vi ergete a evangelizzatori, ma accompagnate per di più queste vostre mirabili gesta a una spocchia che si fa accondiscendenza nel migliore dei casi e aggressiva pretesa nel peggiore, una presunta superiorità culturale e civile con cui vi arrogate il diritto di giudicare tutto e tutti, pretendendo di non essere giudicati da nessuno. Come potete allora, con il candore immacolato della vostra falsa coscienza, chiedervi perché in molte parti del mondo siete odiati? Non mancate di manifestare la vostra superbia e la vostra impudenza persino con un paese che, nonostante tutto, non vi ha ancora negato la propria alleanza, come potete allora chiedere di essere trattati con riguardo finanche dai vostri nemici?
Probabilmente appartengo a quella schiera di persone che i bravi giornalisti che ci danno lezioni di diritto definirebbero “antiamericani”. Ma ciò non deriva da un qualche fanatismo, estremismo, o terrorismo. Io odio il vostro sistema. Non odio il vostro popolo, la vostra gente. Credo nel principio sancito da ambedue le nostre Costituzioni (e tanto spesso, ahimé, inapplicato!) che sancisce l'uguaglianza di tutti gli uomini senza distinzione di razza, sesso, o religione. Come potrei allora odiare una persona per la sua nazionalità? Odio, invece, il vostro sistema di potere. Quel sistema di potere cui avete assuefatto il mondo intero e il vostro stesso paese. Quel sistema di potere che a parole proclama libertà e democrazia e nei fatti opprime le altre culture e chiunque non si adatti ai vostri interessi. È facile accusare chi non la pensa come voi, chi antepone il valore dell'uomo al mercato, chi cerca di realizzare un mondo più giusto di quello attuale (come delineato, quasi poeticamente, nella Costituzione italiana) chi è in disaccordo col vostro modo di intendere la società, o che semplicemente si limita a fare il proprio mestiere in un'altra società, di essere un terrorista, un estremista o un antiamericano. Meno facile è comprenderne le ragioni, le motivazioni e le cause di quello che voi definite sbrigativamente antiamericanismo.
Non voglio difendere, Signor Segretario di Stato tutto quello che appartiene al mio Paese. Sono perfettamente cosciente dei numerosi mali che lo affliggono. Né tanto meno voglio difenderlo per un puro patriottismo. Ma nello stesso tempo mi sento solidale con le vittime delle vostre, e purtroppo tante, prepotenze. So che c'è chi ha sofferto pene assai peggiori a causa vostra, per questo, quando ho saputo dell'offesa che certi suoi concittadini, Signor Segretario, hanno rivolto ai miei concittadini, come sono i giudici che hanno redatto quella sentenza, alla mia cultura, e ai miei ideali riflessi in quella Costituzione, riconosciuta a livello internazionale come una delle più avanzate al mondo, mi sono sentito offeso io stesso. Quei valori e quegli ideali nei quali io credo, sui quali la Repubblica italiana è stata fondata e che spesso, lo ammetto, vengono dimenticati, vengono calpestati quotidianamente da voi, tanto metaforicamente (come nel caso in questione) quanto, e in modo ben più grave, materialmente, come accade nelle numerose guerre da voi provocate.
Se voi volete sostenere un sistema che discrimina tra il ricco e il povero, il cristiano e il mussulmano, noi certo non possiamo impedirvelo. Nessuno verrà a invadervi, con la cultura o con l'esercito, almeno non fino a quando sarete così potenti (ma il potere spesso tradisce).
Ma nessuno vi dà il diritto di andare in giro per il mondo a “esportare” una qualche idea di civiltà, maschera di interessi assai più prosaici e inconfessabili. Né con la forza, a suon di bombe, né con l'inganno, serviti da falsi profeti che diffondono menzogne.
Quando vedo la mia Patria trasformarsi fino a smarrire se stessa, non solo la propria cultura, che di per sé potrebbe non essere un gran danno, ma quei principi di giustizia sociale, di solidarietà e di uguaglianza con cui poteva orgogliosamente distinguersi da voi, quando vedo la privatizzazione dei servizi essenziali, dell'acqua, della sanità (che il vostro Presidente dice adesso di volere universale, sarà vero?) quando vedo lo Stato e il servizio pubblico che arretra di fronte a un privato sempre più aggressivo e spregiudicato, quando vedo quell'insieme di tutele sociali e di diritti, faticosamente conquistati dalla mia gente, svanire, per far posto alle magnifiche sorti e progressive del mercato, quando vedo quella che è la mia civiltà giuridica e sociale che permise al popolo di elevarsi fin quasi – forse fu un illusione – a contendere il diritto di governare col potere costituito, ridursi alla pallida ombra di se stessa per far posto alle fanfare del progresso dell'americanizzazione trionfante, quando vedo i miei concittadini abbagliati dal consumismo e dall'industria culturale che voi ci avete imposto per dominarci meglio, allora sento una rabbia profonda che mi costringe a odiarvi. A odiare il vostro sistema. Non la vostra gente che come noi ne è vittima.
Per questo, Signor Segretario di Stato, io chiedo, pretendo, che quella senatrice che ha scagliato deliranti accuse contro i magistrati italiani e la civiltà giuridica del mio paese ci rivolga le sue scuse. Chiedo che anche lei, Signor Segretario di Stato, e il suo Presidente, rivolgiate le vostre scuse al popolo italiano, in nome del quale è amministrata quella giustizia che ha condannato una vostra concittadina, e reso giustizia a un'altra. Chiedo che la finiate con la vostra prepotenza, morale e materiale, col vostro imperialismo culturale ed economico.
Chiedo che solleviate il Mondo dalla vostra inquietante e ubiqua presenza. Chiedo, anche se so che non lo farete, tanti e tali sono gli interessi che tengono avvinti voi stessi, come una macchina infernale che è diventata impossibile controllare.
Ma le macchine, Signor Segretario, sono create dagli uomini, che così come le hanno create possono anche distruggerle. Allora, finalmente, smetteremo di odiarvi.


Un cittadino dell'Italia e del Mondo


AGGIORNAMENTO, 8 dicembre:

Non ci sono irregolarità nella condanna della studentessa americana Amanda Knox per l'omicidio di Meredith. Lo sostiene il Dipartimento di Stato americano. "Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata", ha detto il Ian Kelly. Il portavoce ha annunciato che il segretario di Stato Hillary Clinton incontrerà la senatrice Maria Cantwell, che aveva parlato di "sentimenti anti-americani" nella sentenza.
"Il governo italiano ha autorizzato il nostro personale consolare ad assistere al processo - ha detto Kelly - Abbiano inoltre potuto visitare periodicamente Amanda Knox e continueremo ad avere questo ruolo di verifica e sostegno.


Faccio notare, non hanno detto: la legge italiana è stata rispettata, non c'è nessun antiamericanismo, ma "Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata" cioè: noi ce ne laviamo le mani.
Una dichiarazione comunque tardiva e decisamente inopportuno tutto questo interesse del Dipartimento di Stato per una criminale e per un'idiozia stratosferica come quella sul presunto "antiamericanismo" dei giudici. Evidentemente la Cantwell deve contare molto nel suo partito per aver tanto seguito dopo la figura decisamente meschina che ha fatto.

mercoledì 2 dicembre 2009

Se una notte d'inferno un rettore...

Mi è sempre riuscito difficile sopportare le prediche di certi personaggi della classe dirigente. Penso a tutti quei grandi imprenditori che si ergono in cattedra per emettere il loro prezioso verdetto di fronte alle telecamere. Si prodigano a sputare analisi e sentenze sui mali della società, senza mai dire che sono loro il vero male, che questa società è fallita soprattutto a causa loro. La responsabilità di questa classe dirigente che ci sta portando alla rovina. Sarebbe ora di parlarne.
Pier Luigi Celli, Rettore dell'università privata Luiss, ha pubblicato su Repubblica una commovente lettera a suo figlio per invitare i giovani ad andarsene dall'Italia. Se questo paese va in malora la colpa è di gente come lui, però egli si preoccupa, poverino, del male che ha contribuito a creare! E allora andate via! fuggite, giovani di talento, abbandonate questo paese alla miseria (umana) di gente come noi, che finora abbiamo pensato solo ai nostri interessi, con la scusa che così facendo si sarebbero miracolosamente risolti gli interessi di tutti.
Allora vi invito a leggere questa lettera ipotetica di risposta del figlio dell'eminente rettore, scritta da Guido Della Germania.

Caro papà,
che raffinato intellettuale sei! Quanto amo il tuo cinismo critico stemperato da un mix di sofisticata volgarità stilistica e lacrimoso paternalismo che sarebbe degno di “Cuore”, se non venisse da te.
Eh sì, perché tu, papà, ora direttore generale della Luiss, sei stato prima membro dei consigli di amministrazione di Lottomatica, Hera SpA e Messaggerie Libri; hai, tra gli altri, ricoperto in passato gli incarichi di direttore Risorse Umane dell’ENI dal 1985 al 1993, sei stato fra i manager partecipi dello start-up di Omnitel e Wind, nonché direttore generale della RAI dal 1998 al 2001, presidente di IPSE2000 dal 2001 al 2002, responsabile della Direzione Corporate Identity della Unicredit dal 2002 al 2005 e direttore Personale e Organizzazione in Enel dal 1996 al 1998.

E dopo tutti questi prestigiosi incarichi sembra proprio che finalmente ti sia accorto di quanti danni avete fatto… e qualcuno ci crede anche, a tale improvvisa illuminazione! Tu te ne lavi le mani con una bella letterina e per prenderci ancora un po’ per i fondelli fai anche l’eroe, di quel genere di eroi che si autoaccusano ma non si tolgono di mezzo…. E dispensano pure saggi consigli! Sei veramente un mito, papà… Da quelli come te bisogna imparare, davvero. Imparare a “fottere”, come dici tu nel tuo libro “Comandare è fottere”. Strano che non ti abbiano insignito dello Strega: non hanno colto l’aspetto al contempo poetico e irriverente dei tuoi scritti.

Molti tuoi coetanei o poco meno ti seguono o fanno finta di seguirti, ripetendo le tue inutili parole. Dev’essere consolante pensare che il mondo sia inesorabilmente e inevitabilmente come tu lo dipingi –salvo generiche ammissioni di fallimento generazionale-, anziché pensare che lo sia esattamente dove quelli come te hanno potuto infilarci le loro mani.
Ma tu pensi davvero che io, come i miei coetanei, abbia bisogno di sentire le tue inezie per sapere come te e quelli come te hanno ridotto il nostro Paese (lo scrivo anch’io Maiuscolo)? Pensi di essere credibile con questi ridicoli piagnistei? Pensi che le tue responsabilità siano così facilmente dissolvibili nel qualunquismo ipocrita tipico di chi attribuisce ad un intero “sistema” ciò che voi avete fatto? Sei patetico.
In che mondo comodo sei vissuto, papà? Quanti incarichi di prestigio hai avuto, papà? Su quante comode poltrone ti sei seduto, papà? A quante cene sei andato? Quante pacche sulle spalle hai dato? E soprattutto, quanti calci nel sedere hai dispensato a quelli cui ora consigli di cercare all’estero la valorizzazione di quei meriti, valorizzazione in Italia “inesistente”? Inesistente perché? A causa di chi?

Tu sei responsabile, papà: pensi che non ce ne siamo accorti? Il problema sono quelli come te nei posti di potere, non i giovani che insistono per vedere un futuro nel loro paese. Sono quelli come te. Non è il “sistema”: sono quelli come te. Quelli come te… Ripetiamolo come un mantra: quelli come te… QUELLI COME TE.
E sai perché? Perché quelli come te hanno avuto tutto: potevano solo distruggere.

Senti un po’, papà, ma tu lo sai cos’è la disoccupazione? Lo sai cos’è il precariato? Lo sai cosa vuol dire chiedere come un mendicante il dovuto dopo aver fatto solo e soltanto il proprio lavoro? Al servizio di quelli come te… Lo sai cosa vuol dire cercare di fare comunque qualcosa qui, senza avere mezzi, in questo paese dal quale tu ci consigli di fuggire? Senza avere nulla, ma proprio nulla? No, papà, tu non lo sai, perché tu non sei tra i costruttori, ma tra i divoratori…
Tu, che ora, a 67 anni, sei direttore generale della Luiss –cioè di un’Università che dovrebbe formare i giovani- e sei stato sempre comodo al calduccio, perché, se sei davvero convinto di aver fallito, come dici, non te ne vai tu, possibilmente sparendo definitivamente, così non dobbiamo neanche pagarti la tua immeritata pensione? Facci questa carità: levati dai piedi.
O in alternativa, meglio ancora, perché non ti metti tu a fare il precario nei CC, se davvero sei “pentito”, invece di arrogarti ancora il diritto di parlare? Perché non vai a fare la fila per ottenere uno stage non retribuito, papà? Perché non lavori a progetto, papà, al misero compenso di quelli sui quali si fondano i tuoi utili? Un po’ di flessibilità, suvvia…

Papà… sei ancora lì, papà? Tanto hai ammesso il fallimento e allora va bene così… perciò, rinnovato moralmente, come dopo aver fatto la Comunione, rimani ancora attaccato alla poltrona. E via, cosa volete di più da un povero vecchio? Che si tolga anche dalle scatole? Lasciate che se la cavi con una bella letterina…
Pensavo fossi già all’estero… Non è che non sai le lingue papà? La vita comoda non aguzza l’ingegno… si sa. Del resto, quali sono le tue competenze-chiave, papy? Fottere… principalmente.

Mi dici di andarmene, papà. Ma cos’è tutto questo paternalismo buonista? E io che speravo, più pragmaticamente che, essendo tuo figlio, almeno a me un posticino al caldo lo trovassi… Se vado all’estero mi tocca pure lavorare… io invece volevo fare come te: niente.
E invece … com’è? Con tutti quelli che hai fottuto, adesso che fai, fotti anche me? Oh papà…
Dai, lo so, papà, stai scherzando. È che “Repubblica” ti ha chiesto di scrivere un articolo un po’ provocatorio, che scuota le coscienze assopite dell’italiano medio e delle casalinghe. Suvvia… .
Però sai, leggendo il tuo libro, papà, come mi hai consigliato, sto imparando anch’io a “fottere”… Ma c’è un problema! Forse te ne sei accorto persino tu … C’è qualcuno, lì fuori, che non è tuo figlio, con il coltello tra i denti (come si diceva una volta): sono quelli che devono pagarsi la bolletta a fine mese, il mutuo, e che fanno ogni giorno fatica, ma fatica vera. Alcuni sono anche bravi: molto più bravi di te, e anche di me, che ho dietro te. Sono quelli (numerosi) che tu e quelli come te avete fottuto papà.
E che te l’hanno giurata. L’hanno giurata anche a me… che sono tuo figlio. Pensa… Cominciano ad essere tanti, eh, papà? Troppi… Che ne dici, mi conviene scappare? Vieni con me? Ah, già, tu stai per andare in pensione: a te che te ne frega, papà… .

Però consigli ai giovani di fuggire, così si levano dalle scatole. Non si sa mai: potrebbero “disturbare” il vostro, il tuo potere fondato sull’immobilismo. E voi siete stanchi… Ma così stanchi…. Però vi piace davvero tanto il potere. Non potete proprio farne a meno.

Papà, scusa la curiosità, ma … non ti sei mai sentito un po’ uno stronzo? Sia detto con rispetto. Domando… La prossima volta, quando scrivi una letterina, abbi il coraggio di una provocazione in più. Incipit: “Sono uno stronzo”. Tanto il termine è stato sdoganato: si addice anche a un rettore di un’Università.

Ciao papà. Fottiti, come diresti tu.

Il tuo figliolo.

Da Agorà di Cloro

Personalmente credo, ma può darsi che mi sbagli, che il figlio dell'eminente rettore non se ne andrà mai dall'Italia almeno non senza ritornare. Perché in Italia c'è sempre papà che pensa a tutto, anche al suo futuro. Che sa bene come valorizzare le qualità di suo figlio, quali canali contattare perché questi si trovi più che bene a casa sua!


P.S. Dopo aver chiesto scusa ai familiari di Italo Calvino vi chiedo una cosa: guardate questo incredibile annuncio pubblicitario.