Tutti sono impegnati in questi giorni a occuparsi delle elezioni regionali, dopo aver parlato delle escort di Berlusconi e dei massaggi erotici di Bertolaso.
In piena crisi economica (mentono quelli che dicono che è finita), una crisi che ha spazzato via come un ciclone tutti i dogmi del liberismo – che negli anni Ottanta e Novanta avrebbe dovuto inaugurare la via di un radioso avvenire – ci si aspetterebbe che coloro che per tutti questi anni hanno proposto queste ricette fallimentari dovessero essere scaraventati via dal piedistallo su cui li aveva posti il vento mutevole (e spesso beffardo) della storia. E invece li ritroviamo ancora in sella a riproporre le stesse ricette di sempre come una litania, magari infarcendole di qualche parola “innovativa” che li faccia sembrare abbastanza “obamiani” per riciclarsi.
Di fronte al catastrofico fallimento delle teorie e delle pratiche politiche della destra (quella destra che dopo la caduta del Muro di Berlino già cantava vittoria e arrivava persino a teorizzare una utopistica “fine della storia”) ci si aspetterebbe una sinistra in ascesa straordinaria, o quantomeno in ripresa, capace di sfruttare quelle “dure repliche della storia”, quelle che qualche anno prima dovevano costringerla alla capitolazione, questa volta, contro i propri avversari.
E invece la ritroviamo in stato comatoso, in una condizione molto peggiore che durante l'epoca thatcheriana.
Il problema, per meglio dire, non è che la sinistra non sia abbastanza efficace nel proporre le proprie idee, o che non riesca a comunicarle, ma che semplicemente ha smesso di proporle e di comunicarle, decretando frettolosamente la propria sconfitta, che sarebbe stata rappresentata simbolicamente dalla caduta del Muro di Berlino, la quale avrebbe dovuto dimostrare ciò che in realtà non dimostrava.
Così, arresisi ad una falsa evidenza, quei dirigenti che un tempo parlavano di lotta di classe e di socialismo, si sono consegnati alla destra, e così facendo a coloro che ne muovono i fili, industriali, banchieri e speculatori.
Illusi da questa propaganda del “nemico alla propria testa” come diceva una vecchia canzone, come dei giornali e delle televisioni dei vecchi avversari (i quali erano quasi increduli di poter finalmente manifestare apertamente e senza infingimenti le loro intenzioni) anche il popolo, i lavoratori, la “base”, l'ossatura di tante lotte e di tante ribellioni, hanno finito per dimenticare le aspirazioni di giustizia ed uguaglianza ed abbandonarsi al sogno del successo individuale e della scalata sociale, sogno che poco più tardi avrebbe dovuto infrangersi contro gli scogli della dura realtà e della storia.
La sinistra, così, ha smesso di essere sinistra, conservandone, nel migliore dei casi, solo il nome (e ormai si tenta di eliminare anche quello, ultimo testimone di un passato scomodo).
Chi avrebbe mai pensato, che i rivoluzionari di un tempo, che issavano la bandiera rossa nelle piazze e cantavano l'internazionale, si sarebbero ritrovati, qualche decennio più tardi, con la tessere di un partito che annovera tra le sue file imprenditori, cattolici fondamentalisti e teorici del lavoro di ispirazione neoliberale?
Chi avrebbe potuto immaginare che coloro che per protestare erano disposti anche ad affrontare i manganelli della polizia, sarebbero stati attirati dal richiamo, un giorno, di “ordine”, “legalità” e “sicurezza” inseguendo un ex magistrato ed ex poliziotto?
Bisogna ammetterlo, la destra e i teorici conservatori sono stati molto abili. Perché hanno saputo trasformare una potenziale sconfitta, in una vittoria. Non hanno avuto ragione, le loro ideologie si sono rivelate nient'altro che delle coperture abbastanza raffazzonate dei loro veri interessi. Ma hanno saputo trasmettere quelle idee al campo avversario, hanno saputo illudere milioni di persone e di ex rivoluzionari.
Guardiamo in faccia la realtà. Tutto quello che ci rimane è un questurino e un comico che si affannano a sputar sentenze contro un unico bersaglio, come se la causa di tutti i mali risiedesse in un unica persona, fosse anche il capo del governo.
Poiché la sedicente sinistra di oggi non ha molti argomenti per distinguersi dai loro pseudo-avversari, l'unica possibilità che ha per tentare di salvare le apparenze è quella di metterla sul piano personale. L'unico torto della destra, per questi signori, non sono le politiche di destra, ma il fatto di essere corrotta. Il problema, non sono quindi le idee e le pratiche, ma gli uomini.
E allora si può anche accogliere a braccia aperte chi resta sempre di destra, ma mantiene intatta una certa reputazione. Si può anche costituire il “fronte degli onesti” e andare all'assalto della fortezza del male, senza preoccuparsi di programmi, ideologie, teorie e prassi.
Presunte differenze ideologiche non bastano a tenere gli uomini divisi se a unirli sono dei comuni interessi.
Ma non sta bene dirlo in giro. Non sta bene dire che i candidati alle elezioni nella regione Lazio vogliono in fondo la stessa cosa, anche se lo dicono in modo diverso.
E allora non è sembrato vero a certi “progressisti” potersi appigliare ai processi per fare persino la parte dei “duri e puri” e degli “intransigenti”.
I temi più importanti sono stati accantonati, perché avrebbero mostrato l'identità delle proposte dei due schieramenti. Vediamo quali contorsioni hanno fatto costoro per ritrovarsi nel letto dei loro avversari.
Economia. La destra vuole limitare l'intervento dello stato e favorire l'iniziativa privata, la sinistra invece vuole espanderlo per tutelare i diritti dei lavoratori e dei più poveri. La destra tende a privatizzare, la sinistra a nazionalizzare. Da che mondo e mondo questa è sempre stata la differenza tra destra e sinistra. Anche il più ignorante la conosceva. Finché sono arrivati i messaggeri dell'Olimpo a dire che ci eravamo sbagliati e che il mercato non è da rifiutare, perché rifiutarlo sarebbe un pregiudizio “ideologico” (ma accettarlo invece no, chissà perché).
Le nazionalizzazioni e il ruolo dello stato sono ciò che prima distinguevano la sinistra dalla destra in campo economico. Governo Prodi, primo e secondo, governo D'Alema. Adesso, dopo la “conversione” è il “centrosinistra” a privatizzare la maggior parte del patrimonio dello stato, tanto per dimostrare alle lobby di essere all'altezza del compito che gli è stato affidato. Si è partiti dalle autostrade e si è arrivati all'acqua.
Lavoro. La sinistra sta con i lavoratori, la destra con i padroni. La sinistra vuole aumentare le tutele sociali, la destra vuole abolirle o ridimensionarle. Semplice, elementare. Questa fino ad alcuni anni fa era la realtà politica. Poi sono arrivati i guru del marcato a sdoganare la “flessibilità” e la difesa degli interessi padronali anche per la (ex) sinistra. Sono arrivati i Biagi (che il fatto di essere stato assassinato non lo rende un martire) e gli Ichino a spiegarci che così non poteva andare e che i lavoratori erano “troppo protetti”, che le aziende dovevano essere libere di licenziare come e quando loro pare. Legge Treu, aggressione allo Statuto dei lavoratori (quello che la sinistra un tempo aveva conquistato) e al divieto di licenziamento senza giusta causa, liberalizzazione totale del marcato del lavoro. Questa gente non si è mai premunita di spiegarci perché un elettore di sinistra avrebbe dovuto votare un professore che, dalla sua cattedra, proponeva politiche di destra da sperimentare sulla pelle dei lavoratori.
Esteri e difesa. La sinistra è contro il militarismo e la guerra, la destra è a favore della guerra. Fu sempre la sinistra a mobilitarsi contro le guerre e i massacri delle potenze imperialiste. La sinistra sostiene da tempo un teoria la cui veridicità è stata ampiamente provata dai fatti: le vere ragioni della guerra non sono “gli interessi nazionali” ma gli interessi capitalistici delle multinazionali. Lo capirebbe anche un bambino.
Serbia, Afghanistan, interventi militari ordinati dal governo D'Alema in piena sintonia con la destra e con quelli che una volta contestavano in piazza ai tempi del Vietnam.
La questione palestinese. La sinistra è sempre stata un alleato fedele dei palestinesi e ha sostenuto la causa di un popolo sotto occupazione, massacrato, torturato e cacciato dalla propria terra e dalla proprie case (sarà pubblicato prossimamente un post su Eresia rossa a riguardo). Poi il revisionismo che tutti sappiamo e si è finito per accettare le menzogne di Israele.
Cultura. La sinistra era dalla parte degli oppressi, siano essi operai, disoccupati, barboni, piccoli delinquenti, zingari, prostitute, immigrati. Questo sembrava un dato di fatto acquisito dalla coscienza collettiva. Per la sinistra l'infrazione non è il risultato di una qualche devianza, ma un fattore sociale, determinato dalla società. Il crimine che viene punito è solo quello delle classi subalterne al contrario dei “crimini dei colletti bianchi”. Il ladro è una vittima anche lui della società che lo ha emarginato e lo ha ghettizzato. Gli immigrati oggetto di razzismo godevano della nostra solidarietà internazionalista. “Gli operai non hanno patria” era il vecchio motto. Poi ci vengono a raccontare che ci eravamo sbagliati, che Marx si era sbagliato e avevano ragione i nostri avversari. E allora i sindaci “di sinistra” cominciano a riempirsi la bocca con le parole “sicurezza”, “tolleranza zero”, come gli sceriffi texani e mettono al bando zingari e immigrati, sgomberano i campi nomadi (dopo aver abbondantemente permesso le ville abusive) e diviene persino lecito per un imprenditore sparare al ladro che gli entra in casa per difendere la proprietà, difeso a spada tratta da codesti sindaci e politici. Nessuno di simili “progressisti” odierni si alzerebbe a dire che una vita umana, fosse anche quella di un ladro, vale più della proprietà e che l'omicidio è in ogni caso un crimine assai peggiore del furto.
La sinistra è contro la repressione, contro l'autorità, contro l'ordine borghese. Adesso Di Pietro è nelle nostre piazze a chiedere “law and order”, come dicono in America, a chiedere l'apertura di nuove carceri, ad opporsi a ogni indulto o amnistia e a santificare i prefetti e i procuratori che autorizzano il pestaggio degli studenti e dei manifestanti causandone spesso la morte.
La sinistra fu protagonista del Sessantotto, degli infuocati anni Settanta e delle lotte che li attraversarono. I “radical chic” di oggi scrivono dalle pagine di Repubblica ripudiando quegli anni, unendosi al coro dei conservatori che fanno di tutto per screditarne la storia e il tentativo di cambiare il mondo, si salvano forse solo i Beatles.
La sinistra vuole l'uguaglianza, vuole che tutti possano soddisfare i propri bisogni biologici e sociali, senza distinzioni di classe.
Oggi fanno i comizi con in bocca sempre la stessa parola: “meritocrazia” dimenticando quanto somigli a un'altra parola, “aristocrazia” (che significa “governo dei migliori”) dimenticando che è un concetto di destra, perché chi è “meritevole” in genere è chi ha i mezzi per potersi creare una istruzione adeguata e chi non lo è, invece, è chi quei mezzi non li ha avuti.
La sinistra sosteneva la causa femminista, difendeva i diritti delle donne, combatteva il maschilismo. Adesso nessuno più si ribella all'immagine della donna che ci viene fornita dalla televisione. L'Unità, quello che era stato il giornale di Gramsci, uno dei padri della sinistra italiana e il suo massimo teorico, mette in prima pagina un paio di chiappe, adeguandosi all'andazzo dei giornaletti che adottano questi mezzucci per vendere più copie (e seguendo quindi, per giunta, la mera logica del profitto).
Persino Rifondazione Comunista, un partito che si vantava di essere rimasto fedele alle proprie idee e alla propria storia senza fare abiure, pochi giorni fa ha diffuso un manifesto con un tacco a spillo in primo piano con l'immagine della falce e martello e sotto la didascalia “le nostre sono donne di classe”.
Bisogna essere “moderni”, “di tendenza” e dobbiamo adeguarci alla moda del momento.
In sostanza la sinistra ha finito per portare avanti le idee della destra, al servizio di quegli stessi interessi che un tempo denunciava. Non c'è da stupirsi quindi che sia sparita. Chi fa il gioco dell'avversario alla fine perde, questa è una regola elementare. Ebbene la sinistra ha fatto proprio questo negli ultimi anni e non ha fatto che perdere finendo alla fine per scomparire definitivamente non dal parlamento, che non sarebbe ancora niente, ma, molto più tragicamente, dalla coscienza delle persone che erano dalla sua parte, che non sanno più cos'è la sinistra e che fanno discorsi di destra.
Un vero peccato se si considera che questa poteva essere una occasione favorevolissima per dimostrare che avevamo ragione, quando mettevamo in guardia dalla sbornia reaganiana, e per rilanciare i nostri programmi. Ma la sinistra è stata uccisa dai suoi stessi figli, quindi non c'era più nulla, ormai, da rilanciare.
Non è una questione di poco conto. Ciò significa che perderemo, come stiamo perdendo, tutti quei diritti, quelle tutele, che gli attivisti, i partiti e le organizzazioni di sinistra erano riuscita ad ottenere. Questo significa che la nostra vita peggiorerà, come sta peggiorando, che pagheremo sulla nostra pelle questa scelta sciagurata e miope.
E allora vi lascio alle note dei Modena City Ramblers, chissà che non sia di buon auspicio.
Mentre tutti sono intenti a occuparsi delle regionali del Lazio, dove si sfidano due candidati praticamente identici, vorrei ricordare uno dei tanti massacri dimenticati, come spesso capita quando a commetterli non sono fondamentalisti islamici ma gli americani o i loro alleati. È la tragedia dei curdi, un popolo perseguitato per anni. Un genocidio scandaloso praticamente sconosciuto all'opinione pubblica e ignorato dai media e da coloro che inseguono le "rivoluzioni colorate" o che si fanno fotografare accanto a un monaco tibetano.
Durante la guerra in Iraq e la sbornia militarista del mondo, compresi quelli che adesso gridano "Yes, we can" le televisioni e i media non si stancavano di raccontarci del massacro dei curdi iracheni "gassati" da Saddam, senza dire che quella strage fu possibile grazie alla complicità degli americani che dopo avere istigato i curdi alla ribellione si accordarono con il dittatore iracheno consegnandogli praticamente nelle sue mani quel popolo.
Ma non ci hanno raccontato neanche della persecuzione in Turchia dei militanti del PKK con la solita scusa della "guerra al terrorismo" da parte proprio dei maggiori responsabili del terrore. I curdi subirono torture, deportazioni e assassini da parte dell'esercito e del governo turco, col benestare di Stati Uniti, e di molti paesi europei come la Germania e la stessa Italia che vendettero armi ai terroristi turchi per poi ergersi a difensori delle "libertà" contro i "paesi canaglia".
E la stessa Italia celebrò processi contro le vittime di quella strage permettendo ai torturatori di testimoniare sotto anonimato contro le proprie vittime.
Il tutto mentre una certa sinistra si erge a paladina della magistratura "senza se e senza ma".
Magari la prossima volta che vediamo questi individui riscuotere applausi gridando "Tibet libero", per potersi poi candidare alle regionali, una piccola riflessione dovremmo farla.
Mentre oggi,in Turchia ad andare in galera, per tentato Golpe, sono gli stessi generali ed ammiragli che da decenni in quel paese hanno condotto campagne di sterminio ed annientamento dei Curdi,e che in occasione della follia collettiva post-11 settembre, quando si stilavano le liste internazionali di “nemici/terroristi globali” erano riusciti ad inserirepartiti ed organizzazioni di opposizione, in Italia, sempre oggi ad essere incarcerati sono le loro vittime, i Curdi.
In questo quadro va intesa l’odierna “brillante operazione “ contro reclutatori alla guerriglia curda e turca.Una dozzina di aspiranti combattenti in Italia e altrettanti in Francia, parlano le cronache eaddirittura c’era pure qualche italiano che li aiutava….!!!
Per l’ennesima volta, come sta succedendo semprepiù spesso, la sinistra volta la faccia dall’altra parte, presa dal vortice di adesione unanimista al partito dei giudici e dei Pubblici ministeri dimenticando quello che fu il cavallo di battaglia e il legante ,di essa, per oltre un secolo:la solidarietà internazionalista alle lotte di liberazione nazionale .
La solidarietà al popolo curdostritolato tra l’Iraq di Saddam , l’Iran dello Scià e poi dei Mullah, e la Turchia dei generali golpisti filoNATO ed Israele vide in Italia un paladino eccezionale: il compagno Dino Frisullo ,scomparso 7 anni fa , le cui ossa oggi si staranno torcendo dinanziil miserabile silenzio con cui è stata accolta la notizia di questa brillante operazione.
Siamo sotto elezioni! Nessuno vuole arrischiare di perdere un solo voto, dicendo che gli arrestati sono le vittime e che il diritto alla Resistenza è sancito dalla nostra Costituzione…
Vogliamo ricordare nelle pagine del nostro sito http//:www.pugliantagonista.it/osservatorio.htm
quando un’altra guerra, decretata dalla “Comunità internazionale “ contro i terroristi vietcong, scuoteva le coscienze e le piazze del mondo ecome dall’Italia uomini e donnevolontariamente
vollero andare a prestare la loro opera al fianco del Vietnam, organizzatidal Partito Comunista
Italiano. Pagine scomode ma degne di esser lette che possiamo ritrovare non su opuscoli di propaganda di partito bensì nei diari e reportage della “stampa borghese” di 50 anni fadivenuti in seguito dei best seller.
Da uno di questi, dal titolo emblematico “ Siamo tutti in guerra” di Corrado Pizzinelli –Longanesi editore vogliamo ricordare la vicenda del medico Franco, di Torino, medico, comunista, con una falce e una stella tatuati sul braccio, che con un viaggio organizzato dal PCI , insieme ad altri suoi compagni, passando da Berlino, Varsavia, Mosca, Pechino, Hanoi,giunse dopo un mese e mezzo di viaggio al confine cambogiano per poi attraversare il confine del Vietnam del SUD per installare un ospedale da campo dei guerriglieri, pardon,oggi diremmo dei terroristi internazionali, una vicenda triste e cruda quella narrata dal giornalista della Gazzetta del Popolo,terminata paradossalmente dopo che l’internazionalista Francoferito e medicatoè accolto da dei proprietari di una fattoria francesi-italiani ( signori Battaglia), morì per mano dei Vietcong stessi che credevano che lui li avesse traditi.
Una vicenda vera, ma, che, eliminando ogni forma di romanticismo, ci riporta alla dura realtà della guerra che travolge sul suo cammino tante vittime innocenti, ma… come ,si diceva allora, comefare a voltare lo sguardo dinanzi alle stragi dei marines a MY LAI o quelle dei B52 su Hanoi? Ebbene oggi bastaqualche pugno di voti promesso da qualche benpensante radical-chicper tacere sull’infamia di Gaza, o quella delle centinaia di villaggi curdi distrutti dai militari turchi, sulle stragi di civili nelle tante guerre umanitarie e sui milioni di morti di fame.
La Turchia , concluderebbe Dino Frisullo, con una delle sue analisi piena di cifre e statistiche,è un partner importante , specialmente per le nostre industrie di armamenti, quelle dell’alta tecnologia sulla quale si spera che faccia ripartire la nostra economia, quindi… che valgono le vite di un pugno di giovani idealisti che volevano andare a combattere per l’indipendenza del loro paese? Presto una sentenza di un nostro tribunale , dopo la testimonianza dei soliti torturatori turchi a volto coperto, come è successo al comunista turco AVNI ER, decreterà la loro espulsione verso la Turchia e la loro morte assicurata in un lager turco. In compenso qualche manager incasserà laute ricompense e un po’ di operai nostrani potranno tirare un sospiro di sollievo: "Niente cassa integrazione quest’anno! La Turchia ha confermato gli acquisti di nuovi elicotteri, nuovi sistemi d’arma e nuovi radar alle nostre aziende nazionalpopolari".
Osservatorio sui Balcani di Brindisi http//:www.pugliantagonista.it/osservatorio.htm
Mentre noi perdiamo tempo a discutere del legittimo impedimento, delle frequentazioni di Berlusconi o di Di Pietro o di altre cose più o meno futili, il governo lavora alacremente per il bene delle lobby economiche e delle multinazionali e per privarci di beni indispensabili o inalienabili come dice un certo universalismo a dir la verità un po' astratto. Uno di questi beni è l'acqua, il nutrimento principale di qualsiasi creatura vivente, comprese quelle umane. In realtà l'acqua si è dimostrata un bene alienabilissimo, soprattutto quando ci mettono le unghie forti interessi economici, l'Unione europea e le marionette di un governo nazionale. La Camera ha approvato qualche giorno fa la norma che obbliga i comuni e gli enti locali a mettere a gara la gestione dei servizi di fornitura dell'acqua gestiti da società a capitale pubblico. Libero mercato, si dirà. Certo, liberissimo per chi fa profitto. Ma come sempre questo regime si rivela non così libero come si era voluto far credere. E infatti la legge prevede che il capitale pubblico nella gestione non possa superare il 30% di quello societario, ovvero la maggioranza schiacciante deve essere dei privati, non proprio quella che si dice “l'uguaglianza delle opportunità” tanto cara ai liberali. Più in concreto tutto ciò significa che l'acqua continuerà a restare in mano privata, laddove è già privata e privatizzata laddove è ancora pubblica. In verità ciò non è qualcosa di recentissimo, in molti comuni, compresi quelli gestiti dal “centrosinistra” (molto più centro che sinistra) si è già provveduto da tempo a privatizzare questo bene. E ciò pare sia l'orgoglio di alcuni politici del Pd, quello di avere privatizzato un bene inalienabile per primi in Italia, come è successo ad Arezzo. Certo, in tutti questi anni ci hanno raccontato che il settore pubblico non funziona o funziona male, soggetto a sprechi e a inefficienze. Il privato invece funziona sempre, forte dell'aura di “modernità” o di “modernizzazione” che i profeti delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo gli hanno cucito addosso. Peccato che la realtà dica proprio il contrario. E cioè che laddove la gestione dei servizi idrici è pubblica si ha non solo un servizio migliore, ma anche a costi più bassi per l'utenza. Ed è normale che sia così. Sembra che certi grandi analisti economici abbiano dimenticato quella che su tutti i libri di economia dovrebbe essere chiamata “Prima Legge del Mercato”: una società a capitale privato a scopo di lucro agisce sempre per l'interesse suo privato, ovvero per la massimizzazione dei profitti e la minimizzazione dei costi e mai per un interesse che possa andare oltre quello suo proprio. E francamente io il premio nobel per l'economia lo darei a chi avesse il coraggio di dire questo pubblicamente, anche se si tratta di un'ovvietà imbarazzante. Qual è l'altrettanto ovvio corollario di questa legge? Che se una società privata deve scegliere tra l'interesse collettivo, dell'utenza (minimizzazione delle tariffe e massimizzazione degli investimenti di gestione) e quello suo privato (massimizzazione delle tariffe e minimizzazione degli investimenti di gestione) sceglierà, come è naturale, quest'ultimo. Al contrario una società di servizi a capitale pubblico tenderà ad agire primariamente per la soddisfazione dell'utenza e per la qualità dell'offerta e solo secondariamente per il guadagno. E andate allora ad Agrigento, dove c'è stata la privatizzazione e fatevi dire dal primo che incontrate se paga di meno o di più e com'è la qualità del servizio che ottiene in cambio, ammesso che si possa chiamarlo servizio. Andate poi a Milano, comune amministrato dal centrodestra (lo sottolineo per quegli sciocchi che pensassero che sono contrario alle privatizzazioni perché le fa la destra) dove la gestione delle acque è tutta del Comune e dove l'acqua minerale viene distribuita gratuitamente in apposite isole della città, con piena soddisfazione dei milanesi. Domenica scorsa c'è stata l'interessantissima puntata di Presa diretta, la trasmissione di Riccardo Iacona che non mi stancherò mai di elogiare – che invece di occuparsi delle auto blu o degli stipendi dei parlamentari tratta temi come l'immigrazione, il lavoro, la casa, la scuola, e appunto la gestione dei beni fondamentali – e veniva mostrato proprio quanto finora detto, comparando i Comuni dove la gestione è privata con quelli in cui è pubblica. Veniva anche mostrato quanto ha fatto il Comune di Parigi che dopo venticinque anni ha deciso di tornare alla gestione pubblica.
Non mi sognerei nemmeno di addossare la colpa di quanto sta accadendo tutta quanto sul governo attuale. Io sono tra quelli che credono che i governi nazionali siano degli specchietti per le allodole, puri riflessi di interessi che hanno referenti ben più importanti e influenti. L'Unione Europea, ad esempio, si comporta proprio in modo tale da favorire questi interessi e in questa direzione va anche il Trattato di Lisbona (guardate che fine ha fatto la povera Irlanda che aveva osato rifiutarlo) altra monumentale truffa, totale spoliazione dei nostri diritti, tra il vergognoso silenzio di stampa e televisione e ovviamente della politica italiana, il quale obbliga gli stati membri alla privatizzazione dei servizi. L'Europa un tempo era famosa come il continente in cui lo strapotere del mercato era in parte arginato, dove lo Stato interveniva per garantire almeno certi diritti fondamentali. Ebbene pare che stia avvenendo il contrario e presto l'Europa potrà essere il regno del liberismo, grazie ai burocrati della UE, alle banche e alle multinazionali dei servizi.
Per concludere vorrei sfatare un altro luogo comune, quello secondo cui le aziende pubbliche sarebbero necessariamente dei carrozzoni indebitati e quelle private quanto meno hanno una certa disciplina di bilancio. Falso. Le società private sono indebitate e aumentano le tariffe per diminuire il debito. Chi è ora che si avvantaggia di questa situazione? Le banche, perché sono loro che usano l'arma del debito per ricattare la società e che di fatto hanno in mano il mercato dei servizi.
Non vorrei che tra qualche anno ci ritrovassimo tutti nella condizione dei nostri bisnonni o trisavoli: senza servizi igienici, a dover fare la fila per strada per comprare l'acqua.
Si dice che le disgrazie non vengono mai sole. E in questo momento nessuno come il popolo haitiano lo sa così bene. A un terremoto che ha causato più di 170000 vittime, senza contare i senza tetto e i feriti, si aggiunge la mancanza di generi alimentari e sanitari, dovuto all'embargo che l'esercito americano in questo momento sta imponendo agli isolani. E come se non bastasse l'occupazione di un esercito straniero.
Ovviamente tutto questo non viene minimamente accennato dai media occidentali e filo-americani. Lì si declama semmai lo straordinario sostegno che le truppe d'oltreoceano stanno dando alla popolazione. Ma è veramente così, oppure è in corso nell'isola centroamericana uno dei più clamorosi inganni della storia perpetrato da una potenza mondiale che non è nuova a questo “doppio gioco”?
In passato Haiti ha dovuto ripetutamente subire “l'impegno umanitario” degli statunitensi. Già nel 1915 l'isola fu occupata da Washington che vi lasciò un proprio contingente. Il presidente Aristide, eletto due volte con schiacciante maggioranza e amato dal suo popolo, fu deposto da un colpo di stato nel 2004.
Ora sembra che gli Usa stiano preparando un nuovo colpo di mano. Non si spiega altrimenti la presenza di oltre 12000 marines, di una portaerei, di due incrociatori, di un cacciatorpediniere, di una fregata, e molto altro del potente arsenale bellico di cui dispone la U.S. Navy. C'è da chiedersi a cosa serve un tale spiegamento di forze per soccorrere una popolazione terremotata, precipitata nella miseria in un paese sull'orlo del collasso. Per domare la comprensibile ribellione della popolazione? E a cosa serve una portaerei (non solo quella americana)? Forse pensano di bombardare i disperati senza casa e sena cibo?
Un aiuto umanitario davvero singolare, offerto da uomini dei corpi speciali cui è stato insegnato ad uccidere e che ora dovrebbero invece salvare vite umane.
Ancora più singolare è una missione umanitaria senza aiuti umanitari. Se si esclude qualche provvista di cibo in scatola fatto atterrare dagli aerei, quasi a far vedere che qualcosa si sta facendo (viene in mente la scena del ricco che dalla carrozza getta monete alla plebe che si affanna per contendersele) sembra che il comando militare stia facendo di tutto per impedire che gli aiuti giungano a destinazione. Il blocco aero-portuale rende davvero arduo il lavoro dei soccorritori internazionali, per non dire impossibile.
Un paese accerchiato e assediato militarmente con un embargo di fatto imposto, sarebbe questo il grande “impegno umanitario”? Lo so che adesso mi attirerò le ire di molti, ma Bertolaso non aveva tutti i torti quando denunciava la scarsa efficacia dell'intervento dei soldati e io non sono certo un suo ammiratore. Dal punto di vista del capo della Protezione civile, naturalmente, poi Bertolaso non è né un militare né un esperto di geopolitica e dunque non può sapere. Ma perché mai gli Stati Uniti dovrebbero organizzare tutto ciò? A che scopo? E qui veniamo a ciò che Bertolaso non ha detto e non poteva dire. La risposta alla domanda se ci si pensa è più che ovvia. Ed è la stessa che fu alla base degli interventi bellici in Cile, in Nicaragua, in Colombia, e in molte altre zone del pianeta: il controllo delle risorse minerarie.
Haiti è un territorio estremamente ricco di petrolio, oltre che di Uranio e di altri minerali. Questo lo rende, per sua sfortuna, una preda assai appetibile per i falchi (ma anche per le colombe) di Washington e per tutte le lobby economiche di pressione che determinano la politica della più grande potenza mondiale.
A questo punto della situazione ci sono quattro possibili scenari:
Un colpo di stato in piena regola, come quello prodotto in Honduras, sotto la supervisione dei soldati Usa.
La pressione sotto la minaccia delle armi per costringere il presidente Preval (che l'alleanza con l'odiato Chavez non contribuisce certo a renderlo di gradimento alla Casa Bianca) alle dimissioni e la sua sostituzione con un fantoccio telecomandato in tutto e per tutto.
Il lavoro della diplomazia per ricondurre, attraverso il ricatto delle armi e la lusinga dei dollari, il Presidente Preval alla ragione, ovvero per fargli fare ciò che gli interessi lobbistici pretendono egli faccia.
Manipolare le elezioni (assassini politici, intimidazioni, ricatti, brogli) per permettere la vittoria ai favoriti di Washington.
Non so quale di questi scenari si realizzerà, chissà forse nessuno dei quattro, ma penso si possa convenire che il quadro sin qui delineato appaia molto più credibile del generoso aiuto alla popolazione offerto da un esercito armato fino ai denti per ragioni inspiegabili.
La spartizione del territorio haitiano e delle sue inestimabili ricchezze sotterranee fa gola a molti, Italia compresa. Il Ministro La Russa ha previsto l'invio della portaerei Cavour, una missione che secondo lo stesso ministro dovrà costare dai 100000 ai 200000 euro al giorno, peccato che questa cifra non servirà a soccorrere i civili ma a rinfoltire una già imponente presenza militare.
Ma Haiti è una ghiottoneria cui il nostro governo non può rinunciare, e soprattutto non possono rinunciarvi le aziende italiane, come Eni e Finmeccanica, che dovrebbero finanziare l'impresa, prevedendo, evidentemente, un lauto compenso alla fine in termini di contratti e appalti.
Una notizia bomba, direte voi, peccato che è stata fatta passare in sordina dalla stampa e dalla televisione italiana. Peccato che la cosiddetta opposizione l'abbia praticamente ignorata, occupata com'era a rimproverare Bertolaso per la sua imperdonabile mancanza di rispetto verso gli americani, a cui invece bisogna obbedire ciecamente. E anche Berlusconi si è subito preoccupato di richiamare il suo fidato collaboratore per non compromettere con una simile imprudenza l'operato della consumata diplomazia italiana che finora ha servito così bene la bandiera... quella a stelle e strisce.
Lo so cosa starete pensando. Ma il Presidente degli Stati Uniti non è forse Obama? non era quello della nuova America, del cambiamento, del pace e della prosperità e di tutte le belle parole che egli con una impressionante vis retorica ha saputo snocciolare? Be', di questo ne abbiamo già parlato qui e qui.
Scusate ma un premio nobel assai discutibile e una vibrante oratoria mi paiono davvero poco come scusante. Penso che il golpe honduregno e l'occupazione di Haiti condotta speculando su una immane tragedia pesino molto di più se si è interessati a una valutazione lucida e oggettiva. Poi chi vuole continuare a illudersi faccia pure. I fatti sono quelli che sono, non li si può cambiare.
Un saluto a tutti e ben ritrovati dopo questo mio lungo periodo di assenza e questa lunga vacanza di Eresia rossa (non del suo autore però!). Molti di voi forse mi avranno, comprensibilmente, abbandonato, data la mia prolungata assenza, ma spero possiate tornare numerosi. Devo dire che ci sono tanti argomenti con cui avrei voluto ricominciare. Ma probabilmente già se ne occupano, ed esaustivamente, altri blog. Perciò desidero parlarvi di un film, che consiglio caldamente di vedere. Si chiama District 9, uscito qualche mese fa, e forse alcuni di voi l'hanno già visto. È una intelligente satira sociale (anche se drammatica) di genere fantascientifico. Una nave aliena sbarca a Johannesburg (tra le righe si legge un riferimento all'apartheid) e resta ferma a causa di un guasto. La popolazione aliena della nave viene rinchiusa in un campo chiamato appunto “Distretto 9”. Gli alieni (soprannominati spregiativamente “gamberoni”) sono così costretti a vivere in una specie di “bidonville”. A seguito della crescente tensione con gli umani il governo sudafricano decide di trasferire gli alieni in un nuovo campo e incarica di farlo l'agenzia MNU rappresentata da Wikus Van De Merwe, il quale tratta gli alieni senza troppi riguardi. Tuttavia dovrà presto ricredersi a seguito di un inspiegabile evento che lo trasforma da carnefice a vittima. Mi fermo qui, nel caso non l'abbiate visto e vogliate farlo (e ve lo consiglio).
La pellicola riesce ad essere molto efficace nel rappresentare la situazione inizialmente dalla parte degli uomini, i quali non hanno molte preoccupazioni per la sorte toccata agli alieni, esseri mostruosi e orripilanti, che possono anche essere uccisi senza pietà alla minima infrazione. In seguito c'è un capovolgimento e il punto di vista diventa quello degli alieni costretti a sopravvivere duramente su un pianeta ostile.
Pensate anche voi quello che penso io? Sostituite “alieni” con “immigrati”, l'appellativo “gamberoni” con “negri”, “Distretto 9” con “Centro di Identificazione” e otterrete non la trama di un film di fantascienza, ma la realtà. Una realtà che sembra tra l'altro replicarsi periodicamente, come già è successo giorni fa nell'“accogliente” Rosarno. Questa associazione io l'ho fatta subito. È inevitabile. Non è provincialismo, il voler ricondurre tutto al cortile di casa propria. La vicenda di Rosarno è sintomatica di un fenomeno mondiale, che coinvolge la specie umana in quanto tale e la sua organizzazione sociale.
L'aspetto che la pellicola centra in pieno è la segregazione come fenomeno profondamente moderno, talmente moderno da essere trasponibile in un'opera di fantascienza. Fenomeno, purtroppo, assai sottovalutato, oggi. Si pensa alla segregazione come a qualcosa che avvenne in passato, la cui ultima e tragica apparizione fu proprio quella sudafricana. Eppure essa è sempre presente, magari sotto nuove forme. Ovunque nel mondo si trovano situazioni come queste. Basta andare in Palestina e vedere come il governo israeliano tratta i palestinesi, oppure in Cecenia, o nelle prigioni della Libia, a seguito dell'accordo col nostro governo, o nella stessa Italia. I fenomeni migratori si rafforzano, perché si inaspriscono guerre, carestie e miseria. Alle migrazioni i governi rispondono con un rifiuto oppure con la segregazione, scoraggiando in tutti i modi la mescolanza e costruendo muri, compartimenti stagni.
La caccia al negro di Rosarno non è un episodio di cronaca locale o nazionale. È una questione che sta assumendo proporzioni gigantesche e che le azioni dei governi e dei potentati economici aggravano costantemente.
La segregazione non è l'apartheid di un paio di decenni fa, il razzismo non è il lascito di un passato barbarico. È qui e ora. È questo il senso del film: è qualcosa di profondamente moderno, radicato nelle nostre società e che riaffiora non appena qualcosa di inaspettato e di diverso infrange il precario equilibrio delle nostre metropoli, o delle nostre province, che ci illudiamo di poter conservare. Non a caso il film è ambientato nel 1982. Il passato è presente. Probabilmente possiamo rassicurarci con l“'uguaglianza formale” scritta sulle leggi, o con l'apparente noncuranza che ostentiamo di fronte alla diversità, ma ciò non cancella una caratteristica profonda della nostra società. Essa è razzista strutturalmente e per costituzione: una verità sconcertante, certo, ma pur sempre una verità, come l'“esperimento virtuale” di District 9 dimostra ampiamente.