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giovedì 15 aprile 2010

La Bolivia in prima fila

"Roma, 14 apr. (Apcom-Nuova Energia) - Quello che si annuncia come l'evento ambientale di tendenza dell'anno si apre lunedì in Bolivia, dove presidenti, politici, intellettuali, scienziati e star di Hollywood si uniranno a 15.000 rappresentanti delle popolazioni indigene e a migliaia di associazioni locali di oltre 100 paesi per discutere il cambiamento climatico in uno dei paesi più poveri del mondo. La Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti di Madre Terra, che si terrà da lunedì a giovedì prossimi nella cittadina boliviana di Cochabamba, non avrà alcuna influenza sui negoziati Onu sul clima che impegnano 192 paesi. Ma il presidente boliviano Evo Morales spera che dia voce ai popoli più poveri della Terra e spinga i governi ad essere più ambiziosi dopo il fallimento del vertice di Copenaghen. Morales annuncerà in occasione del convegno il più grande referendum mai tenuto a cui parteciperanno fino a due miliardi di persone e che riguarderà le scelte per uscire dalla crisi climatica. La Bolivia vuole creare anche una carta Onu dei diritti sul clima e istituire un Tribunale internazionale sui crimini ambientale. "L'unico modo per far ripartire il negoziato, non solo per la Bolivia o altri paesi, ma anche per la vita nel suo complesso, la biodiversità, la nostra madre terra, è di riportare la società civile nella trattativa. L'unica cosa che può salvare l'umanità dalla tragedia è l'esercizio della democrazia globale" ha detto a Bonn L'ambasciatore boliviano alle Nazioni unite Pablo Solon. "Non ci saranno discussioni segrete dietro porte chiuse. Il dibattito e le proposte saranno avanzate dalle comunità in prima linea sul cambiamento climatico e da organizzazioni e persone della società civile impegnate ad affrontare il problema climatico" ha aggiunto. Oltre 90 governi manderanno delegazioni a Cochabamba. Sono attesi scienziati come James Hansen, il regista di Avatar James Cameron, il linguista Noam Chomsky, la sociologa canadese Naomi Klein, l'attivista anti-globalizzazione francese José Bové e gli attori hollywoodiani Danny Glover, Robert Redford e Susan Sarandon. La conferenza coincide con la celebrazione del decennale della "guerra dell'acqua" di Cochabamba, la rivolta del 2000 contro la privatizzazione dell'acqua nella cittadina, che ispirò una serie di movimenti sociali in tutta l'America latina e contribuì a portare Morales alla presidenza della Bolivia".

La Stampa

lunedì 22 marzo 2010

La democrazia non esiste

Siamo tutti vivamente convinti di vivere in un sistema democratico. Tanto sono riusciti a fare decenni di propaganda in questo senso. Spesso sentiamo espressioni come “difendere i valori democratici”, “indire elezioni democratiche”, “sistema democratico di voto”, “paesi democratici” e così via.
Ma viviamo davvero in paesi democratici? A pensarci bene la risposta è tanto immediata quanto ovvia. Democrazia significa governo del popolo, come tutti sanno. Tuttavia nei nostri sistemi a governare non è il popolo. Il popolo elegge chi dovrebbe governare. Ma questo non è governare, è soltanto scegliere chi debba farlo. Quindi la nostra non è democrazia.
Nella Grecia Antica, dove nacque questa espressione, a governare era davvero il popolo, per come il greco dell'epoca lo intendeva, cioè escludendone le donne e gli schiavi. Questo “popolo” poteva decidere sui temi di interesse generale e votare su tutte le questioni. Al di là del significato, per noi oggi molto discutibile, che si attribuiva alla parola “popolo” c'è da dire che per i greci una cosa era abbastanza chiara. Governa chi esercita effettivamente il potere di scelta su questioni che riguardano tutta la comunità, “di interesse nazionale”, diremmo noi oggi.
Noi non esercitiamo questa scelta. L'unica scelta è quella di mettere una croce su un simbolo ogni cinque anni. E questo non vuol dire decidere un bel niente. Quando votiamo non decidiamo quale debba essere il sistema sanitario del nostro paese, né l'atteggiamento da avere in politica estera e nemmeno la tipologia di prelievo fiscale.
Una certa pubblicistica si è lamentata di questo sistema politico (cioè della democrazia vera e propria, il governo del popolo) perché a suo dire non potrebbe funzionare nelle nazioni moderne che contano milioni di abitanti. A questa obiezione risponderemo altrove. Per ora basti sapere che, anche se fosse vero ciò, e nulla può dimostrarci chiaramente che lo sia se non un esperimento pratico finora mai avvenuto, questa obiezione non prova la validità dell'alternativa che essi propongono. Costoro sostengono che, per ovviare ai problemi logistici che renderebbero impossibile l'esercizio della democrazia “diretta”, (come chiamano la vera democrazia) si eleggono dei deputati che dovrebbero rappresentare l'opinione o la tendenza politica di coloro che li hanno eletti. Così gli elettori di sinistra eleggono parlamentari di sinistra, quelli di destra parlamentari di destra, e quelli di centro parlamentari di centro. Gli eletti a questo punto portano avanti proposte di sinistra, di destra o di centro, più o meno come farebbero coloro che li hanno eletti.
Tuttavia, come tutti sappiamo, anche se non vogliamo sempre ammetterlo, questo è vero solo in teoria. Ci sono molte cose che potrebbero impedire agli eletti di rappresentare realmente la volontà degli elettori.
Un primo ostacolo è la corruzione. Se io governo direttamente sono responsabile delle mie scelte e non posso lamentarmi se commetto un errore se non con me stesso. In una democrazia vera se il popolo sbaglia la colpa è soltanto del popolo. Ma se a governare è qualcun altro cui io ho dato la mia fiducia, non sono sicuro che questi rispetterà la mia volontà. Costui potrebbe essere corrotto per sostenere politiche che io che l'ho eletto non approvo. Si potrebbe obiettare che in questo caso io avrei a disposizione il voto per costringerlo a rispettare la mia volontà o per sostituire chi è stato corrotto. Inoltre la corruzione è un reato e viene punito. Questo, sempre in teoria, dovrebbe limitare al minimo la corruzione. In pratica non la scalfisce nemmeno.
Innanzitutto perché io posso votare solo una volta ogni cinque anni. Quindi non solo non posso esercitare direttamente il diritto di governare, ma non ho nemmeno un controllo diretto e continuo su chi è incaricato di governare. Se per cinque anni il popolo non può far niente nel caso in cui i propri governanti lo tradiscano il potere di controllo è molto aleatorio, in cinque anni possono accadere molte cose. Inoltre non è detto che io venga a sapere della corruzione di un deputato. Se fossi io a governare conoscerei il modo in cui lo faccio ma se a farlo è qualcun altro io non posso sapere con sicurezza cosa sta facendo realmente e può darsi che quando me ne accorgerò, se me ne accorgerò, sarà troppo tardi. Ma anche ammettendo che la cosiddetta “arma del voto” sia efficace nel controllare gli eletti, anche ammettendo che io venga a conoscenza del mancato rispetto della mia volontà e che alla successiva elezione io decida di non rinnovare il mandato a questi, non è detto che ciò sia effettivamente un deterrente. Un parlamentare potrebbe preferire farsi corrompere piuttosto che essere rieletto. E considerando gli interessi che spesso sono in gioco, e quindi l'alto prezzo dei corrotti, è questa un'ipotesi del tutto plausibile. Egli cercherà di non essere scoperto, ma se verrà scoperto, pazienza, avrà una bella cifra in cambio! Una cosa per cui alcuni potrebbero pensare valga la pena di rischiare la carriera politica.
Anche l'obiezione secondo cui la corruzione è reato è facile da smontare. In primo luogo perché la legge può essere aggirata e questo in particolare per casi in cui è molto difficile dimostrare che il fatto sia realmente avvenuto. Se un tizio paga in nero un deputato diventa molto difficile dimostrare che la transazione sia effettivamente avvenuta, anche perché possono essere corrotti, inoltre, coloro che dovrebbero indagare sul caso, poliziotti e magistrati.
In secondo luogo in certi casi di corruzione la legge non può far nulla semplicemente perché non li considera reato. Esiste una corruzione legalizzata. Le donazioni ai partiti politici avvengono quotidianamente e sono perfettamente legali. Se la donazione è abbastanza ingente, il partito politico in questione si sentirà indotto a non contrastare il proprio donatore che gli assicura un rifornimento continuo e ingente di denaro attraverso cui il partito può svolgere la propria attività (come fare campagna politica e quindi guadagnare voti e quindi vincere le elezioni). Questa di fatto è corruzione anche se non c'è nulla di illegale in questa pratica. È persino alla luce del sole. Negli Stati Uniti, paese in cui i candidati alla presidenza spendono cifre strabilianti durante la campagna i finanziatori e l'entità del finanziamento sono conosciuti da tutti e ampiamente diffusi dai giornali.
È ovvio che se un candidato finanziato dalla lobby del petrolio vince le elezioni, questi sarà indotto, da presidente, ad incrementare l'utilizzo di questo combustibile o quantomeno a non ridurlo, anche se chi lo ha votato può essere contrario.
Un altro modo per indurre un eletto a tradire il mandato è il ricatto. Una lobby può avvalersi di mille modi per ricattarlo. Può fare in modo che una sua vicenda privata imbarazzante venga resa pubblica per costringerlo alle dimissioni, oppure può influenzare il partito di cui fa parte che sarà costretto a non ricandidarlo, oppure può aprire una campagna stampa denigratoria nei suoi confronti che gli faccia perdere consenso. Tutti questi metodi sono ampiamente utilizzati nelle nostre “democrazie”.
Infine, nel caso che né la corruzione, né il ricatto si rivelino efficaci, il che non accade molto spesso, è possibile semplicemente rendere innocuo il deputato in questione. E cioè corrompendone o ricattandone altri. Così si può fare in modo che tutte le sue proposte vengano bocciate o accantonate e nemmeno prese in esame e quindi in sostanza eliminate. Questo è possibile farlo assicurandosi il controllo di politici in posti chiave del parlamento o di qualsiasi assemblea legislativa. È possibile, dunque, rallentare o bloccare i lavori dell'assemblea per quanto riguarda proposte di legge che non si vuole far passare.
Nei paesi capitalistici dove esistono forti interessi economici da parte di grandi compagnie internazionali questi tre strumenti sono ampiamente utilizzati. In un sistema sociale basato sul profitto privato e fortemente competitivo ognuno farà di tutto per aumentare i propri profitti e per avere la meglio sugli altri competitori. Soprattutto se un tale sistema è esteso a livello globale e dove quindi i guadagni (e le perdite) sono impressionanti.
Ma esiste tuttavia un altro modo per mandare all'aria la democrazia per delega e farla fallire così come in teoria sembra funzionare.
Ci sono due strategie di azione per chi volesse farlo: una è quella di assicurarsi il controllo sull'eletto, ed abbiamo visto come. Ma c'è un'altra strategia che consiste nel controllare chi elegge. Il popolo.
In un sistema capitalistico i grandi attori economici possiedono non solo un immenso capitale e un'immensa capacità di comprare qualunque cosa e qualunque persona, ma anche, conseguentemente, un immenso potere.
Il trucco sta quindi nell'assicurarsi il controllo di mezzi che sono in grado di esercitare un'influenza su un numero di persone elevatissimo, milioni, miliardi persino. Tali strumenti sono di due tipi: di natura ideologica (mezzi di comunicazione come televisioni o giornali) e di natura economico-finanziaria (grandi istituzioni economiche nazionali e internazionali e l'accesso a particolari strumenti della finanza).
Per quanto riguarda il primo tipo, che chiameremo mezzi di persuasione collettiva,
è noto a tutti come i grandi gruppi economici si accaparrino il controllo di emittenti televisive o di organi della stampa. In questo modo essi possono condizionare pesantemente quella che è la percezione della realtà degli elettori. Quasi sempre i più grandi e importanti mezzi di comunicazione di una nazione, quelli che si assicurano un pubblico formato dalla quasi totalità degli elettori, sono controllati da poche grandi famiglie.
Accanto all'esaltazione della democrazia nei nostri paesi vige l'esaltazione della “libertà di stampa”. Anche la seconda, come la prima, è in realtà inesistente. È abbastanza ingenuo pensare che i giornalisti possano scrivere contro gli interessi di chi paga loro lo stipendio. È chiaro che qualora qualcuno lo facesse questi smetterebbe immediatamente di lavorare per quel dato giornale e faticherebbe alquanto a trovarne un altro che voglia rischiare di avere a che fare con quel giornalista scomodo. Sfido a trovare un giornalista che abbia mai scritto qualcosa di critico contro il padrone del giornale per cui scrive. Se c'è stato, oggi non lavora più per quel giornale.
Gli interessi delle grandi famiglie che possiedono i mezzi di comunicazione sono tutti legati, quindi sono gli stessi.
Non solo, ma esistono lobby che pure non avendo la proprietà di certi mezzi di comunicazione, ne condizionano lo stesso l'operato. Questi, così come possono influenzare fortemente la carriera di questo o di quel politico, altrettanto possono fare con questo o con quel giornalista, con questo o con quel direttore di giornale. Tutto ciò dovrebbe convincerci che la tanto sbandierata “libertà di stampa” dei paesi capitalistici non è esistita in nessun altro posto che non sia il mondo delle idee.
È facile comprendere che se di fatto la libertà di stampa non esiste e se questi mezzi di comunicazione raggiungono milioni di persone, dicono loro cosa sarebbe vero e cosa sarebbe falso, cosa sarebbe importante e cosa no, ne condizionano, quindi, la percezione della realtà e ne formano il sistema assiologico di riferimento; se, in altre parole, sono in grado di manipolare la pubblica opinione e coloro che vanno a votare, sono altresì in grado di manipolare la politica e il governo che essi scelgono o credono di scegliere.
Questo per quanto riguarda i mezzi di persuasione collettiva, esistono però anche dei mezzi di coercizione economica collettiva, che permettono di costringere le persone ad agire in un certo modo facendo leva sul sistema economico.
Praticamente tutti noi viviamo in un sistema di coercizione economico perché esistono delle caratteristiche di questo sistema che costringono gli attori economici ad agire in un certo modo anziché in un altro. Ad esempio un'azienda in un'economia di mercato come la nostra sarà costretta ad alzare costantemente la produttività per aumentare i propri profitti e quindi restare sul mercato. Quindi deve organizzare in un certo modo la propria produzione, altrimenti viene tagliata fuori. Un lavoratore per lavorare deve sottostare a quelle che sono le condizioni del mercato, sottostare a determinati turni, a una determinata paga ed eseguire determinate mansioni e non altre; ognuno deve stare nel ruolo che gli è assegnato e non può travalicarlo. Un imprenditore non potrà abbassare la produttività della propria azienda e un lavoratore non potrà scegliere la politica aziendale.
Quanto detto fa parte delle condizioni di coercizione strutturali, cioè che riguardano la struttura stessa del sistema economico e senza le quali esso non potrebbe esistere. Poi ci sono però dei mezzi di coercizione che sono l'effetto di questo sistema, che ne sono generate dalla dinamica che esso produce. Ed è su questi che ci soffermeremo.
I mezzi economici di coercizione collettiva sono appunto un effetto di questo sistema. Essi consistono in istituzioni e meccanismi di mercato che costringono un gruppo di individui molto esteso (fino a una nazione o anche più) a comportarsi in un determinato modo.
Un esempio è il Fondo Monetario Internazionale. Esso ha il potere di elargire ingenti finanziamenti e questo lo mette in condizione di influenzare determinate politiche invece di altre. Il FMI impone nei paesi in via di sviluppo la liberalizzazione totale dei mercati. Ciò rende le imprese locali incapaci di sopravvivere perché si trovano a competere con soggetti economici molto più grandi e potenti. Se al contrario i mercati interni fossero protetti l'economia del paese potrebbe svilupparsi e rafforzarsi. Ma il Fondo Monetario avendo il potere di concedere o ritirare finanziamenti può imporre a quei paesi e ai loro governi di non seguire questa strada.
Oppure c'è il caso dei grandi speculatori internazionali che avendo ingenti capitali a disposizione possono produrre gravi crisi economiche decidendo di investire o disinvestire in un determinato settore. Anche questo è un enorme potere ricattatorio.
Mettersi contro certe lobby è estremamente pericoloso, anche per uno stato. Potrebbe voler dire la crisi per la propria industria nazionale, l'isolamento sui mercati internazionali, il mancato rifinanziamento del debito pubblico e, in definitiva, la banca rotta.
Per quale motivo un politico dovrebbe correre simili rischi? Egli ha di fronte due possibilità: da una parte mettersi contro gli interessi finanziari mondiali, affrontare i media e sperare, pur avendo stampa e televisioni contro (che abbiamo visto da chi sono controllati) di riuscire a convincere l'elettorato. Ammesso che ci riesca dopo dovrebbe impedire la catastrofe nazionale, della quale, egli sarebbe considerato il responsabile.
Molto più facile adeguarsi a quelli che sono interessi più forti di lui e fingere di credere ai mezzi di comunicazione che evitano di parlarne (o che ne parlano in modo sbagliato).
Già l'immagine dei politici non è molto alta presso gli elettori. Perché mai, quindi, essi dovrebbero metterla ancora più a rischio? Perché dovrebbero essere disposti a giocarsi la carriera e il prestigio personale per un'impresa non solo dall'esito quantomeno incerto, ma il cui merito pochi sarebbero disposti a riconoscere?
Tutto ciò ci fa capire che esistono poteri ben più grandi e influenti del voto. Di un voto che può solo decidere quale coalizione debba governare, ma non come debba farlo.
Abbiamo omesso di dire che ci sono anche un'altra serie di mezzi per influenzare il popolo. Essi sono i mezzi di dissuasione collettiva e servono a evitare che il popolo compia determinate azioni che possano mettere in crisi il potere costituito. Ad esempio la polizia, l'esercito oppure le carceri o il diritto penale. In particolare, proteggono la proprietà e chi la possiede ed impediscono rivolte o rivoluzioni.
In un regime liberale il loro utilizzo viene limitato agli interventi indispensabili. Sono l'estrema ratio del sistema capitalistico, l'ultima spiaggia. Il loro utilizzo, su larga scala, cioè non contro semplici individui ma contro gruppi ampi e organizzati, presuppone che esista una crisi del capitalismo a uno stadio già molto avanzato e che quindi il popolo abbia acquisito coscienza, che non creda ai media e alla propaganda e che sia abbastanza organizzato per produrre rivolte. A questo stadio noi non siamo ancora arrivati. Forse in passato, c'è stato un periodo in cui si era molto vicini a questo, ma non oggi.
In realtà si fa leva molto di più sui mezzi di persuasione e di coercizione economica che su quelli di dissuasione. Si preferisce condizionare il popolo ideologicamente ed economicamente piuttosto che attraverso l'utilizzo della forza.
Ciò non toglie che esistano delle situazioni in cui questi mezzi vengono usati dai nostri stati, se non all'interno, all'esterno.
Qui arriviamo ad un nuovo capitolo che dimostra come i nostri stati “democratici” commettano crimini e siano responsabili di violenze contro intere popolazioni. Ma di questo ce ne occuperemo in un'altra occasione.
Ci basti qui sapere che la democrazia non esiste in quei paesi che finora abbiamo creduto avessero adottato questo sistema politico. L'elezione a suffragio universale non assicura la democrazia, perché essa implicherebbe il governo del popolo e non la semplice elezione di chi governa.
Inoltre esistono forti gruppi di potere che condizionano l'operato del governo e le opinioni e i comportamenti di chi lo elegge.
La vera ed effettiva sovranità non appartiene né al popolo, come sta scritto nelle nostre costituzioni, né ai politici, come un'ampia e fuorviante pubblicistica di un certo giornalismo ci indurrebbe a credere, bensì a coloro che detengono il vero potere, non il voto né il seggio, ma il capitale, e che in sostanza sono in grado di controllare qualsiasi settore della vita pubblica (e privata).
Le nostre istituzioni, più che alla democrazia assomigliano a quelle della Roma di età repubblicana, dove il potere era appannaggio dell'aristocrazia e il popolo aveva la facoltà di esercitare una forma, tenue, di pressione attraverso istituzioni come il tribunato della plebe.
Non una democrazia, quindi, ma un'oligarchia “temperata”.
Fino ad alcuni decenni fa la facoltà che il popolo aveva di intervenire, in effetti, pur non essendo democratica, non era neanche puramente simbolica e il volere popolare contava effettivamente qualcosa.
Tuttavia negli ultimi anni si è avuta una deriva, come nell'Antica Roma, da un sistema repubblicano (dove l'aristocrazia dominava lo stesso ma il suo potere era in qualche misura contenuto) a un sistema propriamente imperiale, in cui le classi dominanti dispongono sempre più di un potere assoluto. Queste classi al potere, è bene ribadirlo, non sono i politici che ufficialmente esercitano le funzioni amministrative all'interno di istituzioni statali. Ma i detentori dei mezzi economici attraverso i quali condizionano l'azione politica.
Ma perché allora si fa tutto questo gran parlare di democrazia come se essa fosse uno stato di cose reali e non da conquistare?
Ciò è dovuto a un vecchio retaggio culturale e a precise condizioni storiche che cominciano dalla rivoluzione francese e arrivano fino ad oggi.
All'epoca della Francia rivoluzionaria era già una notevole innovazione l'avere introdotto la possibilità per il popolo di eleggere chi governa. In una situazione in cui la Francia era braccata dalle altre monarchie europee, essa aveva tutt'altri problemi, in primis la difesa del suolo nazionale e non poteva permettersi di far evolvere ulteriormente le proprie istituzioni col rischio di indebolirle ulteriormente.
In seguito con la crescita del potere della borghesia, quest'ultima vedeva nel nuovo sistema politico liberale, e non democratico, un mezzo efficace per consolidare la propria egemonia e quindi era interessata a conservarlo piuttosto che a migliorarlo o a superarlo.
Nel secolo Ventesimo, poi, anche il semplice diritto di voto per tutti non era affatto acquisito e numerosi partiti progressisti si attivarono per ottenere il suffragio universale. Una cosa del genere era vista, allora, e in effetti lo era, come un'innovazione storica, di portata straordinaria, e i suoi sostenitori ne cantarono le lodi, esagerando non poco, fino a rappresentarla come l'unico strumento portatore della vera democrazia.
Così, quando il suffragio universale arrivò, e quando anche i conservatori si convinsero ad adottarlo, tutti erano ormai convinti che si trattava della democrazia, e che i loro stati erano diventati a tutti gli effetti democratici.
Non ci furono critiche significative all'utilizzo di questa parola nemmeno in seguito. I partiti al governo mettevano in risalto il fatto che il popolo poteva scegliere “democraticamente” chi dovesse governare e che quindi loro erano pienamente legittimati a farlo. Gli oppositori, dal canto loro, quando volevano contestare qualcosa si appellavano allo “spirito” democratico così come veniva inteso allora, cioè come era rappresentato dai codici e dalle costituzioni. Un atto di un determinato governo poteva essere non democratico, ma non perché avveniva in un contesto non democratico, bensì solo perché quel governo non aveva rispettato le regole della cosiddetta democrazia in vigore.
Tutto il dibattito, tra sostenitori dei governi e dei gruppi dominanti e oppositori si esauriva all'interno delle istituzioni vigenti e questo perché le istituzioni vigenti erano democratiche, quindi non c'era nulla da migliorare se non il modo di usarle.
La situazione internazionale poi consolidò questo punto di vista. L'ascesa di regimi, nel corso di tutto il Novecento, palesemente tirannici, in particolare del fascismo e del nazismo, spinse i “democratici” a cimentarsi nel tentativo di mostrare la superiorità (indubitabile) dei loro sistemi su quelli di stampo fascista. Effettivamente la storia ha dato loro ragione, però, come i loro predecessori, esagerarono alcuni aspetti positivi e ne misero in ombra altri negativi. A cospetto del terribile regime nazista, le istituzioni liberali brillavano come un faro nella notte della civiltà e potevano, senza paura di smentita, fregiarsi dell'appellativo “democratiche”, sicure di non perderci nel confronto.
Dopo il conflitto mondiale, con l'inizio della Guerra Fredda, le potenze occidentali con la loro propaganda erano tutte tese a sostenere il diritto di scelta del popolo e dipingevano il proprio sistema come l'unico in cui fosse in vigore la democrazia, descrivendo invece i paesi del “socialismo reale” come delle tirannie brutali.
Anche qui i “democratici” avevano ragione solo in parte, i paesi del cosiddetto blocco socialista avevano anch'essi i loro vantaggi e i paesi occidentali non erano così democratici come si voleva far credere.
Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, in Occidente, si diffuse un'ondata di sommosse popolari, di mutamenti culturali e ci fu un'avanzata decisiva dei movimenti popolari che preoccupò non poco la classe al potere. Questo alimentò ulteriori illusioni circa la natura dei nostri sistemi. Se è permessa una tale forma di dissenso, se al popolo è permesso intervenire nelle questioni politiche in un modo che finora non aveva mai avuto, non è questa forse la prova che la democrazia esiste ed è perfettamente funzionante?
La caduta del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica, poi, doveva dimostrare al mondo l'effettiva superiorità del sistema di governo occidentale, l'unico che riconoscesse diritti politici al popolo, e l'unico ad essere sopravvissuto alle “dure repliche” della storia.
Oggi però non esiste una situazione internazionale che ci debba tenere avvinti a questa errata opinione. I governi occidentali, nel difendere le proprie guerre, hanno tentato di contrapporre oscuri regimi religiosi alla “democrazia” ancora una volta, operazione però di cui è facile mostrare la malafede e l'inganno, essendo quei regimi nient'altro che il risultato del modo di operare delle nostre “democrazie” su scala internazionale, le quali non hanno esitato ad armare tirannie anche peggiori di quelle contro cui si scagliano.
L'involuzione del sistema politico, dovuta alla crescente internazionalizzazione del capitale e al grande potere delle lobby di pressione, è palese a tutti. Gli elettori, il cosiddetto “sale della democrazia”, sono sfiduciati, non vanno più a votare come prima e quando lo fanno votano “il male minore” cioè chi non vorrebbero votare. I governi prendo decisioni sempre più impopolari, e persino antipopolari, per garantire il proprio servizio ai loro veri padroni che restano nascosti nell'ombra. Le guerre ne sono solo uno dei tanti, e tuttavia uno dei più tragici, esempi. Quasi sempre incontrano prima o poi lo scontento popolare dei paesi che le hanno provocate, per interessi tutt'altro che popolari, eppure non mancano di continuare testardamente a sostenerle.
Le crisi economiche internazionali sembrano dei disastri provocati da potenze occulte cui i governi non vogliono o non possono porre rimedio e in cui a farne le spesse è quello che le nostre costituzioni chiamano sovrano, il popolo.
Si è mai visto un sovrano tanto sfruttato, ingannato, affamato, disoccupato, sottopagato e incapace di liberarsi dei propri ministri incompetenti o corrotti? Un sovrano il cui volere si rivela sempre essere stato tradito dai propri funzionari, senza che questi mai ci rimettano la testa se non per far posto ad altri peggiori? Un sovrano, soprattutto, che non governa e la cui parola non conta nulla, un sovrano costantemente ricattato e ingannato da una cricca che siede sul suo trono e che egli non ha nemmeno mai visto?
Eppure ancora oggi si continua a credere o a fingere di credere che questo sovrano conti qualcosa. Si è capaci dei cavilli più sofisticati per mostrare quale sottigliezza giuridica sarebbe più appropriata a quella che si crede essere la democrazia. Se c'è qualcosa di palesemente non democratico ciò è attribuito a una mancanza degli uomini, mai delle istituzioni e del sistema che le perpetua, eppure questi ultimi sono sempre gli stessi, mentre gli uomini cambiano sempre.
Liberiamoci quindi una volta per tutte di questa retorica falsa e ipocrita e guardiamo in faccia alla realtà. Giungeremmo così a tre specie di conclusioni:

1. La democrazia non esiste e non è mai esistita.
2. “Democrazia diretta” è una tautologia e “democrazia indiretta” un ossimoro. La democrazia o è diretta o non è
3. La democrazia non esiste ancora ma è possibile evolvere verso di essa se comprendiamo che il sistema ora in vigore è tutto meno che democratico.

venerdì 27 novembre 2009

Presidente, si svegli!


Non so a voi, ma a me certe volte fa venire i nervi. Sto parlando del nostro Presidente. No, non lui! Non il Grande Puttaniere, non il boss di Arcore, non il Delinquente del Consiglio. A lui ormai ci sono abituato e iper-vaccinato. Non ci faccio neanche più caso quando sento una della sue buffonate, una delle sue cialtronate che tuttavia trovano sempre qualche pesce che abbocchi. Mi riferisco, invece, al Presidente della Repubblica. A Giorgio Napolitano. E ciò è tanto più grave perché mentre il Capo del Governo è espressione di una maggioranza, e quindi di una parte del paese, il Capo dello Stato è, o dovrebbe essere, il Presidente i tutti gli italiani.
Ebbene questo Presidente sembra vivere in un mondo tutto suo. Un mondo tutto tranquillo e pacato, nonostante intorno si scateni il putiferio. Mi fa pensare a un uomo che se ne sta tranquillo dentro casa davanti al focolare mentre fuori un alluvione distrugge case e abitanti.
Non so in quale epoca crede di vivere Napolitano. Forse all'epoca del neonato Regno d'Italia, quando i deputati italiani, provenienti tutti da famiglie altolocate (non che oggi questo non avvenga!) gentiluomini in frac, nel momento in cui dovevano fare un'obiezione dicevano “Mi scusi, signore, mi permetta di dissentire”.
Non lo so. Ma sicuramente non vive all'epoca del regime berlusconiano,in cui un governo chiaramente autoritario che ottiene il consenso concentrando i mezzi di comunicazione nelle mani di un solo uomo, o di un solo gruppo di interesse, sta mandando in pensione quel che rimane della democrazia e della repubblica parlamentare, che Napolitano dovrebbe difendere.
Forse il nostro gentiluomo sabaudo (anche se in realtà è campano) non si rende ben conto di cosa stia facendo questo governo. Sarebbe utile che qualcuno dei suoi collaboratori lo illumini nel merito. Questo governo ha come capo un uomo indagato in più processi, un corruttore accertato (come ha dimostrato il processo Mills) un probabile collaboratore della mafia, un amico di due mafiosi, Mangano e Dell'Utri, il primo ha vissuto a casa sua, il secondo è uno dei suoi più fedeli collaboratori e cofondatore del suo partito. Questo governo sta distruggendo la magistratura a seguito di tutti gli interventi orientati a fermare i processi del suo capo, garantendo così l'impunità a criminali di tutti i tipi; ha favorito l'evasione fiscale e l'impunità per gli evasori, sta distruggendo l'istruzione, tagliando fondi alla scuola pubblica e avviando la privatizzazione di fatto dell'università; sta tagliando risorse alla polizia, nel mentre si istituiscono le ronde, delle cui convinzioni politiche e ideologiche è inutile dire, ha emanato leggi razziste, come quella sul reato di clandestinità, che discriminano tra italiani e stranieri,sta aggredendo il lavoro, favorendo sempre più la precarietà e sempre meno la sicurezza sul posto di lavoro, garantendo l'impunità agli imprenditori che non rispettano le norme. Ha fatto carta straccia della Costituzione che ha detto ripetutamente di voler modificare per realizzare una repubblica presidenziale, con più potere all'esecutivo; non ha rispettato un referendum popolare che ha rifiutato il nucleare, ha privatizzato l'acqua.
Di fronte a una situazione del genere ci si aspetterebbe che un'istituzione come quella della Presidenza della Repubblica (che in passato è stata presieduta da figure altamente rappresentative e stimate come Sandro Pertini e Oscar Luigi Scalfaro) si erga a difendere il dettato costituzionale e a garantire il rispetto delle istituzioni, sostenere l'uguaglianza di tutti, senza distinzione di sesso, razza o religione, di fronte alla legge.
E invece cosa accade? Accade che Napolitano in questa catastrofe non trovi nulla di meglio da fare che richiamare tutti alla “compostezza”, ad “abbassare i toni” come se il problema dell'Italia fosse qualche intemperanza del linguaggio, un problema di forma più che di sostanza. Per tornare all'esempio precedente è come se quell'uomo comodamente seduto in poltrona a casa sua, non solo si dimentichi dell'alluvione che sta distruggendo la città, ma si lamenti pure per le grida di qualche suo concittadino che disperatamente chiede aiuto mentre sta per essere travolto.
Sembra quasi che il Presidente della Camera, terza carica dello stato, dia l'impressione di essersi assunto l'onere di “supplire” a questa mancanza istituzionale di Napolitano.
È davvero surreale allora, con un Presidente del genere, assistere alle chiacchiere di chi lo accusa di essere “di sinistra” come se egli avesse favorito l'opposizione. Uno Capo dello Stato che mette la firma su tutte le leggi e decreti, anche quelli più abietti, anche quelli più palesemente incostituzionali, uno capo dello Stato che firma la legge razziale del reato di clandestinità, lo “scudo fiscale” che permette il riciclaggio di denaro, il Lodo Alfano che viola due articoli della Costituzione e tante e tante altre amenità, è una manna per tutti i governi, soprattutto per un governo come quello attuale che mostra una totale mancanza di riguardo istituzionale. La bizzarra motivazione addotta da Napolitano (e smentita dal suo predecessore Ciampi che non certo era uno “intransigente”) è che, se egli non avesse firmato, le Camere gli avrebbero rimandato indietro il testo identico ed egli sarebbe stato costretto a firmare. Che è come dire: “io qui non servo a niente”. A parte il fatto che se la pensasse così avrebbe fatto meglio a non accettare l'incarico, ma è un ragionamento assurdo. Non si capisce cosa costa a Napolitano negare una firma quando è in suo potere negarla. Nel frattempo possono accadere tante cose. Può darsi che alcuni parlamentari meno entusiasti della maggioranza si rifiutino di rivotarla (come accadde con lo scudo fiscale che passò solo grazie all'assenza di esponenti dell'opposizione) ma anche se gliela rimandassero intanto lui avrebbe fatto il suo dovere, avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere. Invece no. Per la prima volta da chissà quanto tempo abbiamo un Capo dello Stato che firma qualsiasi cosa perché secondo lui è inutile opporsi. Così se qualcuno proponesse di trasformare l'Italia in una monarchia assoluta con il necessario iter legislativo e costituzionale, Napolitano non avrebbe nulla da eccepire, perché tanto “gliela rimandano indietro” come rispose una volta a un cittadino che giustamente lo aveva sollecitato a compiere il suo dovere.
Stamane l'ultima delle perle del gentleman della Campania: “è indispensabile, è il suo ammonimento, «che quanti appartengono alle istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione si attengano scrupolosamente allo svolgimento di tale funzione». Insomma, nessuna invasione di campo” come si legge sulla Stampa. Ora chi ha la pazienza di seguirmi su questo blog di controinformazione sa che io sono tutt'altro che tenero con la magistratura, come dimostra il post precedente. Tuttavia il richiamo appare quanto mai inopportuno soprattutto se considerato alla luce delle inevitabili strumentalizzazioni politiche. La maggioranza potrà urlare di gioia vedendo confermate le sue bizzarre tesi secondo cui Berlusconi sarebbe perseguitato dalla magistratura oppure sul fatto che i giudici non possano (a loro dire) rilasciare dichiarazioni alla stampa e in televisione o esprimere opinioni sulle leggi. L'appello a “non travalicare” sarà ovviamente usato da una certa parte politica per fomentare i propri scopi di delegittimazione della magistratura. Non solo, Napolitano va oltre: "E spetta al Parlamento - conclude Napolitano - esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia".
Ora sarà che a me ultimamente a sentir parlare di “riforma” viene l'orticaria, ma in questo contesto parlare di riforma che equilibri il rapporto tra politica e giustizia vuol dire una cosa sola: dare al potere politico un qualche controllo sull'operato del potere giudiziario. Può darsi che non sia l'intenzione di Napolitano, non è questo il punto. Ma certo dire a una maggioranza e a un governo come questi che si deve fare una riforma del genere per me è come andare direttamente nella tana del leone per farsi sbranare. Per ritornare al solito esempio è come se durante una catastrofe naturale ci si preoccupasse di far rispettare il traffico stradale invece che soccorrere la popolazione in difficoltà. È chiaro che regolare il traffico cittadino non è sbagliato di per sé, ma farlo nel mentre si rischia di venire travolti dalla furia degli elementi è da folli.
Ma non finisce qui: “Va ribadito - aggiunge il presidente - che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare”.
In un paese normale questo sarebbe anche giusto. Ma in un paese come l'Italia significa invitare a nozze Berlusconi, garantirgli quasi che il suo governo durerà fino alla fine della legislatura. Che è legittimato a governare. Napolitano dimentica che questo è un governo presieduto, lo ripetiamo, da un uomo plurindagato, che la magistratura ha identificato (anche se non nel suo processo) come un corruttore. Ora si richiede al Capo di un Governo la massima garanzia circa la propria persona. È tanto assurdo allora pensare che uno come Berlusconi dovrebbe dimettersi? Certo, non mi aspetto che Napolitano, che non è mai stato un “cuor di leone” come direbbe il Manzoni, inviti velatamente e tra le righe il Presidente del Consiglio alle dimissioni. Ma quanto meno potrebbe evitare di legittimarlo nella sua posizione, di dire che non c'è nulla di sbagliato nel fatto che egli ricopra quest'incarico. Potrebbe, almeno, in questi casi, tacere. Invece no. Egli invita il lupo a sbranare l'agnellino, anziché spronare quest'ultimo a scappare.
Per questo comportamento del Presidente della Repubblica non riesco a trovare altra giustificazione che la sua ingenuità. Perché altrimenti dovrei pensare che la sua non è ingenuità, ma qualcos'altro. E non voglio neanche, almeno per il momento, prendere in considerazione questa ipotesi.


Fonti:



domenica 22 novembre 2009

Terrorismo di stato

Se siete tra quelli che credono che i magistrati hanno sempre ragione e che sono tutti degli eroi senza macchia pronti a immolarsi per la patria, state per apprendere una brutta notizia che potrebbe mettere in discussione le vostre certezze. Se pensate che la magistratura sia l'ultimo bastione della democrazia in Italia, il mio scopo è appunto quello di farvi ricredere.
In questi giorni c'è stato un grande clamore su giornali e telegiornali intorno al caso Battisti, il presunto (a me, eretico e comunista, piace ancora usare certe aggettivazioni) terrorista per la cui estradizione i parlamentari e il governo italiano, maggioranza e opposizione (si fa per dire), con la solita e solida complicità della Presidenza della Repubblica, brigano e si affannano, con esagitato attivismo, un attivismo che si risveglia sempre quando si tratta di difendere interessi corporativi e/o speculativi e che dorme placidamente quando invece ci sono in gioco gli interessi generali e popolari.
Così tutti uniti contro il Brasile brutto e cattivo, pronto a concedere asilo a un “terrorista” e per di più comunista. Perché finché le due cose sono separate, pazienza, ma quando compaiono insieme allora la sete di giustizia si risveglia miracolosamente tra politici e giornalisti. Il Brasile brutto e cattivo ha avuto l'ardire di proteggere uno che è stato condannato dalla “Giustizia” italiana in contumacia. Queste cose non si fanno. Non si mette in dubbio la correttezza del modus operandi di certa magistratura, soprattutto negli anni in cui, '70 e '80, le pressioni per fare tabula rasa di terroristi anche a costo di immolare qualche articolo costituzionale, erano all'ordine del giorno.
È ben strano e singolare in un paese come l'Italia tutto questo agitarsi di scimitarre e di improvvisi risvegli di coscienze da lungo tempo sopite. Forse giova ricordare che l'Italia assetata di giustizia difese il banchiere brasiliano Salvatore Cacciola condannato a tredici anni dalla magistratura brasiliana, rifiutandosi di concedere l'estradizione al Brasile. È vero, spesso i paesi di tutto il mondo sono molto più severi con i propri criminali che con quelli degli altri. Ma allora come spiegare le decine di terroristi neri scampati alla condanna e di cui l'Italia sembra essersi presto dimenticata e molti dei quali si trovano tutt'ora a piede libero? Come Roberto Fiore fondatore del partito fascista Forza Nuova, condannato per strage, rifugiatosi in Inghilterra per sfuggire alla pena, e rientrato dopo la prescrizione in Italia, dove esercita la sua attività di “politico” come se nulla fosse. Per la Cronaca l'Inghilterra rifiutò l'estradizione alla magistratura italiana cui negò la collaborazione, eppure non si videro allora i paladini delle “vittime del terrorismo” (espressione di cui amano spesso riempirsi la bocca) insorgere o protestare, anche se si trattava di una condanna ben più grave di quella di Battisti, cioè la strage.
È curioso notare come tutti coloro che sbraitano contro le “toghe rosse” in nome di un “garantismo” liberamente interpretato, diventino improvvisamente dei forcaioli e pretendano che dei paesi democratici, o comunque più democratici di noi, come Francia e Brasile, si accontentino della giustizia sommaria che ha decretato sulla base di prove confutabilissime la colpevolezza di Battisti.
A ben vedere tutte queste prove, che non compaiono mai sui giornali scandalizzati, e anche un po' scandalistici, che si occupano della vicenda, si riducono a una sola: la testimonianza del pentito Pietro Mutti, ex terrorista e fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC) lo stesso gruppo in cui militò Battisti. Testimonianze assai contraddittorie, difficilmente assemblabili in un quadro coerente. Ma fermiamoci un attimo e facciamo un passo indietro.
Siamo negli anni in cui gli attentati terroristici si susseguono, terrorismo rosso, quello delle Brigate Rosse ma non solo, e terrorismo nero, quello di Piazza Fontana ma non solo, quello della strategia della tensione ma non solo.
In questi anni, c'è una parte considerevole della politica e una parte considerevole della magistratura, che spinge per una maggiore “durezza” nei confronti dei terroristi, veri o presunti, anche a costo di fare qualche delega allo stato di diritto. Così, a cavallo degli anni '70 e '80, vengono approvate quelle “leggi speciali” per contrastare il terrorismo. Queste leggi prevedevano (e prevedono tutt'ora) ad esempio, un uso molto disinvolto e prolungato della carcerazione preventiva, l'internamento nelle “carceri speciali” senza le dovute garanzie, le perquisizioni senza la necessaria autorizzazione del magistrato, in contrasto con la Costituzione. Sia detto per inciso tra queste leggi vi è anche quella del divieto di andare in giro col volto coperto, cui i laici a corrente alternata si appellano per giustificare la loro avversione al burqua islamico. C'è anche la temibile “legge Cossiga”, che autorizza la polizia a trattenere per quattro giorni l'arrestato senza che questi possa ricevere avvocati o familiari. Una legge che permise di consumare violenze e torture ai danni di numerosi indagati e di estorcere confessioni.
È in questo contesto giuridico che si svolge il processo a Cesare Battisti, accusato di essere complice dell'omicidio di Pierluigi Torregiani e di Lino Sabbadin. I giornali hanno parlato a sproposito di esecuzione dell'omicidio Torregiani, mentre è sicuro che non fu Battisti a ucciderlo. Tutto questo in un contorno assai romanzesco in cui Torregian viene santificato come una sorta di eroe e Battisti descritto come un mostro impietoso. Torregiani fu ucciso per la sua “mania” di farsi giustizia dà sé, sparando ai rapinatori del suo ristorante e causando in questo modo la morte di un cliente innocente. Ciò ovviamente non ne giustifica l'assassinio, ma non lo rende nemmeno un santo.
Battisti fu accusato di essere l'esecutore materiale di altri due delitti: gli omicidi di Campagna e Santoro.
Dicevamo del clima particolare di quegli anni e della normativa securitaria non molto attenta allo stato d diritto. Fu proprio per la necessità di portare avanti, con ogni mezzo, la guerra al terrorismo e ai terroristi che nacquero i “pentiti”. I pentiti erano dei terroristi che se ripudiavano la lotta armata e offrivano i nomi di altri terroristi ottenevano sconti di pena. La logica del “pentitismo” è stata più volte rimessa in discussione, soprattutto se non affiancata da altre prove. Soprattutto perché veniva previsto che la riduzione della pena fosse direttamente proporzionale al numero delle delazioni; più complici denunci, meno resti in galera. Ciò instaurava un circolo vizioso che portava i pentiti a denunciare anche coloro che erano innocenti o delle cui azioni non avevano diretto riscontro. Nella vicenda in questione ad esempio c'è il caso di Sisino Bitti o di Angelo Franco, entrambi erroneamente condannati.
Il processo si svolge in un clima fortemente intimidatorio. Innanzitutto numerosi imputati denunciarono di aver subito violenze e torture per essere indotti a confessare falsità. In secondo luogo le testimonianze. Venne utilizzata la parola di malati psichci. In terzo luogo, delle deduzioni assai libere: siccome Mutti aveva detto che Battisti aveva preso parte al delitto Sabbadin e il delitto Torregiani appariva ispirato a una identica strategia, Battisti doveva essere colpevole anche per quanto riguardava l'omicidio di Torregiani. Un vero e proprio volo pindarico giudiziario. In quarto luogo la sentenza a Battisti a dodici anni e mezzo fu commutata nell'ergastolo dalla Corte d'Appello, una pena decisamente sproporzionata, considerato che non ci sono prove circa il coinvolgimento diretto dell'imputato.
In quinto luogo il testimone chiave, Pietro Mutti, che ha tutto l'interesse a mentire (per ottenere sconti di pena via via crescenti che infatti ha ottenuto) e sul quale c'è una sentenza del '92 della Cassazione che recita: “Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.
Un testimone, dunque, molto poco credibile, e al quale tuttavia i magistrati credono ciecamente.
Alla luce di quanto detto il cattivo governo brasiliano appare un po' meno cattivo di quanto paventato dalla stampa. Anche perché il processo Battisti si è svolto in contumacia. E in Italia, contrariamente a quello che accade in altri paesi, quando viene arrestato il fuggitivo il processo non deve essere ricelebrato. In violazione al secolare principio dell'habeas corpus.
Il punto non è se Battisti sia innocente o colpevole. Le prove della sua colpevolezza sono molto labili, ma anche se fosse colpevole resta il fatto che il processo si è svolto in modo del tutto irregolare, contravvenendo ai trattati internazionali e alla Carta Costituzionale. In una cornice legislativa fortemente repressiva. È chiaro che non si può rischiare che la Francia prima e il Brasile poi neghino l'estradizione. Sarebbe come ammettere che quel processo era irregolare. Significa riaprire ferite mai cicatrizzate, mettere in discussione la “rispettabilità” di certi personaggi della magistratura e della politica. Come i PM Armando Spataro e Luciano Violante che asserivano la teoria della “durezza” contro i terroristi. Quest'ultimo, come tutti sanno, fu esponente prima dei Ds e ora del Pd. Occorre quindi gridare allo scandalo per evitare di fare emergere certe cose che è meglio tenere nascoste. Allora vigeva la dittatura del consenso sulla lotta al terrorismo. Parlamentari di maggioranza e dell'opposizione collaboravano, collaborazione che poi ebbe come effetto l'approvazione delle “leggi speciali”.
Sappiamo quante vittime, questo modo di procedere, difeso da politici e magistrati, abbia causato. Ce li ricordiamo Valpreda e Pinelli? Ce li ricordiamo Adriano Sofri e Silvia Baraldini?
Si sente da molte parti spesso parlare degli “anni di piombo” con una banalità e un conformismo spesso sconfortanti. Si dice che bisogna far chiarezza su un periodo ancora oscuro della nostra storia. Ma far chiarezza significa accertare la responsabilità di tutti. Anche di chi si ammantava dietro l'aura del soldato dell'antiterrorismo. Anche di chi, in nome della lotta al terrorismo, il terrorismo lo esercitava lui stesso. Con metodi più scaltri e raffinati delle bombe o dei mitra. Questi metodi si chiamano diritto, si chiamano leggi, si chiamano interrogatori, si chiamano processi.
Comprendere a fondo quegli anni significa comprendere come mai a quella durezza da più parti invocata si sostituì talvolta una “morbidezza” assai sospetta; per quale ragione la magistratura, e la politica, non adottarono sempre la stessa intransigenza? Come mai, ad esempio tutte le maggiori inchieste che coinvolgevano terroristi neri si sono concluse in un nulla di fatto. Come mai non si parla mai dei legami tra i terroristi fascisti e il MSI? Perché uno come Battisti ha ricevuto condanne all'ergastolo per delitti che forse non ha mai commesso e uno come Stefano delle Chiaie, colpevole della strage di Piazza Fontana e di Bologna, anello di congiunzione tra MSI e gruppi eversivi neofascisti, è tutt'ora a piede libero e impunito?
Cosa vorrebbe dire fare luce veramente su quelle vicende? Probabilmente mettere in difficoltà alcuni degli attuali parlamentari o ministri. Alcuni di loro erano membri missini. Cosa sanno loro dei rapporti tra il partito di Almirante e gli attentatori stragisti? Cosa sanno gli allora magistrati di sinistra e oggi parlamentari dell'opposizione circa i metodi assai discutibili che certa magistratura italiana usava ed usa ancora?
Comprendere il terrorismo, rosso e nero, ma anche giudiziario e politico, va al di là delle patetiche commemorazioni delle vittime o delle ipocrite invettive contro i terroristi. Significa indagare sulle complicità delle istituzioni con coloro che dicevano di combattere. Significa comprendere come la distinzione tra buoni (magistrati, istituzioni) e cattivi (terroristi, gruppi di estrema sinistra) è fittizia. Significa comprendere le “stragi di stato”. Significa comprendere il teorema della “contiguità morale” che taluni istituivano, come se l'appartenenza ideologica o anche la semplice amicizia con degli indagati potesse essere la prova di una colpevolezza “preventiva”, prima ancora che il reato fosse consumato.
Significa comprendere la complessità di un periodo che non può essere riconducibile a semplici schemi, probabilmente di impatto mediatico, ma scarsamente rispondenti alla necessità di accertamento della verità.


Fonti:






mercoledì 7 ottobre 2009

La legge è uguale per tutti


Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Art. 3 della Costituzione italiana.

È l'articolo violato dal Lodo Alfano assieme al 138 come stabilito dalla Corte Costituzionale.
Un atto dovuto perché era palese l'incostituzionalità di un provvedimento ad personam che discriminava tra i cittadini italiani e le quattro massime cariche dello Stato.
Un provvedimento che aveva la sola finalità di bloccare i processi che vedono coinvolto il presidente del Consiglio, quello sul caso Mills, l'avvocato di Berlusconi, già condannato perché corrotto da quest'ultimo per giurare il falso, e il caso Mediaset sui diritti tv.
Berlusconi ha dichiarato che i giudici della Consulta sarebbero tutti di sinistra, ipotesi assurda visto che è stato qualche mese fa ospite di uno dei magistrati della Corte, proprio nel periodo in cui si discuteva del Lodo (v. "Toghe Azzurre".)
Timidi i commenti dell'opposizione tranne l'Italia dei Valori che chiede le dimissioni del presidente del consiglio. Il pd è inspiegabilmente molto cauto, si tratterebbe di una sentenza senza conseguenze politiche, e si rifiutano di chiedere le dimissioni del premier, nonostante per la terza volta questo governo abbia tentato di far passare leggi palesemente incostituzionali e perfino anticostituzionali, perché contrari allo spirito stesso della Carta. Sembrano dimenticare quelli del pd i processi in cui è coinvolto Berlusconi non da privato cittadino ma da capo di governo, cosa anche questa assai distante dallo spirito del dettato costituzionale. Del resto non ci si potrebbe aspettare altro da chi ha già salvato questo governo dalla caduta inevitabile come abbiamo già denunciato in questo post.
Il Pd sembra in qualche modo dare segni di vita solo quando la maggioranza ha l'ardire di attaccare il Capo dello Stato, per la sua presunta parzialità. Ora se parzialità c'è stata da parte del Quirinale non è stata certo a sfavore del governo visto che Napolitano avrebbe avuto tutto il diritto e il dovere di non firmare il Lodo, come tante altre leggi, cosa che puntualmente ha omesso di fare col bizzarro argomento che il parlamento l'avrebbe riapprovato. Forse il parlamento sì (Napolitano non ha certo la palla di vetro per esserne sicuro) ma la Consulta no, come si è visto, è non firmarlo avrebbe spianato il lavoro della Corte, che invece, stando così le cose ha dovuto schierarsi anche contro il Presidente della Repubblica, per l'inettitudine di questi.
Insomma i presupposti ci sono tutti per chiedere le dimissioni non solo del capo di governo ma anche del Capo dello Stato che non si è dimostrato all'altezza del delicato compito affidatogli di farsi garante della Costituzione, avendo liquidato proprio il ruolo che ricopre previsto dall'ordinamento repubblicano con la bizzarra e decisamente inopportuna frase “tanto la riapprovano”. Tanto varrebbe, se è questa l'opinione di Napolitano dell'incarico che ricopre, che si dimetta, perché è evidente la sua mancanza di capacità e di volontà di esercitare i poteri di cui legittimamente dispone, come confermato da questa stessa sentenza.
Le conseguenze politiche ci sono eccome, perché non si può impunemente tentare di violare uno degli articoli portanti della Costituzione senza conseguenze, forse l'articolo più importante, che stabilisce l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l'essenza stessa della democrazia. E perché questo è stato solo l'ultimo di una serie di tentativi di scardinare la Carta fondamentale, e perciò l'ordinamento democratico. Perché un capo di governo è per la prima volta nella storia italiana sotto processo e per la prima volta ha tentato di sfuggire ai processi che lo riguardano con una legge mirata, senza preoccuparsi della sua legittimità.
La sentenza della Consulta è provvidenziale perché stabilisce un principio inderogabile delle nostre istituzioni, un principio che non può essere scavalcato senza provocare gravi danni al funzionamento della giustizia e della democrazia stessa.

lunedì 5 ottobre 2009

L'opposizione non esiste


Ne abbiamo avuta l'ennesima e malaugurata riprova. L'approvazione dello “scudo” (o meglio il condono) fiscale per il rientro dei capitali illecitamente esportati, che pagheranno ora una quota puramente simbolica, è stata possibile anche grazie ai parlamentari che in teoria rappresenterebbero l'opposizione. Sono mancati 22 deputati del Pd, 6 dell'Udc e 1 dell'Idv. E non sarebbe neanche particolarmente grave se non fosse che sul voto il governo aveva posto la fiducia e che se non fosse passata sarebbe finita la legislatura. Per soli 20 voti è passato questo insulto allo Stato e ai contribuenti onesti, nonché alla nostra Costituzione. Non solo, ma per soli 20 voti, quelli del Pd mancanti, il governo non è caduto.
Ora in un paese, non dico democratico, ma quanto meno con un minimo di etica politica l'opposizione dovrebbe per prima cosa cercare di far terminare, ove possibile, la legislatura e il governo degli avversari nel più breve tempo possibile, per sostituirsi ad essi il più a lungo.
Invece in Italia accade il contrario. Quando è al governo il centrosinistra le inventa tutte per farlo cadere, bicamerali, mancato rispetto degli accordi tra alleati, della volontà di chi li ha eletti e continue minacce da parte dei loro politici di togliere la fiducia.
Dopo che questa tattica ha avuto successo, e quindi una volta che si torna a votare, il maggior partito di centro(sinistra?) le inventa tutte per perdere le elezioni: auspica un improbabile dialogo con il proprio avversario colluso con la mafia, e ne rifiuta un altro con le poche forze di sinistra ancora esistenti, non nomina nemmeno “il principale esponente della coalizione avversa” e candida personaggi a dir poco discutibili. Alla fine riesce nel suo intento. Perde le elezioni. Ma non finisce qui. Una volta meritevolmente all'opposizione ce la mette tutta per far sì che i propri avversari restino al governo il più a lungo possibile e così arriva a negar loro la meritata sfiducia. Si può dire che i partiti al potere ormai da troppo tempo abbiano fatto l'impensabile per distruggere l'Italia, tra favori alla mafia, corruzione, censure, razzismo e persino uno scandalo a sfondo sessuale. Ma è stato tutto inutile, i nostri non demordono e imperterriti continuano a salvare i loro avversari da un quanto mai provvidenziale declino.
Dopo quanto accaduto, che ha del surreale, sorge spontanea la domanda: ma esiste in Italia un'opposizione? I fatti dovrebbero farci concludere che no, non esiste affatto. Semmai esiste una maggioranza che governa e una minoranza che guarda chi governa pronta a correre in aiuto della maggioranza quando questa si trova in difficoltà.
I fatti parlano chiaro: il miglior alleato di Berlusconi non è la Lega, non è la Chiesa e nemmeno la massoneria che pure ne ha spianato la scalata sociale, ma il Partito democratico. Non è la prima volta che accade. Qualche giorno fa infatti si era votato sulla pregiudiziale di incostituzionalità dello “scudo” (o condono) fiscale, le pregiudiziali non passarono neanche allora, per 27 voti di scarto. Mancarono allora alla Camera 70 deputati, che hanno permesso così l'approvazione di un provvedimento “salva-evasori”. Alla notizia i giornali non hanno dato molto risalto forse per l'assenza di alcuni nomi importanti. Noi riportiamo la lista di chi è mancato di seguito:


59 esponenti del PD

1. Argentin
2. Bersani
3. Boccuzzi
4. Boffa
5. Bucchino
6. Calearo Ciman
7. Calgaro
8. Capodicasa
9. Carra Enzo
10. Ceccuzzi
11. Cesario
12. Codurelli
13. D’Alema
14. Damiano
15. D’Antoni
16. De Micheli
17. Esposito
18. Fiano
19. Fioroni
20. Franceschini
21. Gaglione
22. Garofani
23. Giacomelli
24. Gozi
25. La Forgia
26. Levi
27. Lolli
28. Losacco
29. Maran
30. Marchignoli
31. Martino Pierdomenico
32. Meta
33. Mogherini Rebesani
34. Mosella
35. Picierno
36. Pistelli
37. Pollastrini
38. Pompili
39. Porta
40. Portas
41. Realacci
42. Rosato
43. Sani
44. Servodio
45. Tenaglia
46. Turco Livia
47. Vaccaro
48. Vassallo
49. Vernetti
50. Villecco Calipari
51. Zampa

IN MISSIONE

52. Bratti
53. Bindi
54. Cavallaro
55. Farina
56. Lusetti
57. Mecacci
58. Migliavacca
59. Rigoni

8 esponenti del UDC

1. Cesa
2. Ciccanti
3. Drago
4. Galletti
5. Mannino
6. Pisacane

IN MISSIONE

7. Volontè
8. Buttiglione

2 esponenti del IDV

1. Barbato
2. Cimadoro



Come vedete non si tratta di esponenti di secondo piano, ma di dirigenti di alto livello, tra cui i candidati alla segreteria del Pd Franceschini e Bersani. Ora questi sono coloro che dovranno guidare il principale partito d'“opposizione”, coloro che hanno contribuito a salvare gli evasori fiscali facendo quindi un favore anche a Berlusconi che ha un conto in una banca svizzera sotto indagine come fu rivelato qualche tempo fa dall'Espresso.
Spero che tutto ciò sia sufficiente per convincere il lettore a non riporre più nessuna fiducia in questa gente e a non illudersi che ci possa essere un miglioramento seppur lieve rispetto alla destra. Il “voto utile” non esiste, perché non esiste in parlamento una forza realmente alternativa a Berlusconi, perché quello che dovrebbe essere il principale partito di opposizione è invece il maggiore alleato della maggioranza, quello che l'ha sempre aiutata e sostenuta nei momenti di difficoltà, nonostante le chiacchiere che i suoi politici diffondevano ai giornali.
Credete che sia ancora il caso di manifestare con questa gente per una libertà che costoro non hanno mai difeso, e anzi hanno sempre ostacolato?
Rivolgo perciò un appello a chiunque sia capitato su questo blog perché:

  • Diffonda la lista degli assenti o attraverso internet o con altri mezzi.
  • Non voti in nessuna elezione in futuro, locale o nazionale, né per il PdL, né per l'Udc, né per il Pd, né per qualsiasi lista o partito alleati con uno di essi.
  • Voti per partiti o liste minori che attualmente non sono presenti in parlamento, quali lascio ovviamente a lui deciderlo.
  • Diffonda questo appello ovunque possibile.

Fonti:


lunedì 21 settembre 2009

Quando è aggredito l'aggressore


Ci sono persone ossessionate da qualcosa. Daniela Santanché è ossessionata dal velo islamico. A lei proprio non va giù. C'è chi non sopporta i cani, chi è intollerante al latte. Lei è intollerante al velo.
È più forte di lei. Così ieri, nell'anniversario della breccia di porta Pia e dell'annessione di Roma, ha deciso di passare all'azione. Un gruppo di mussulmani milanesi, uomini e donne, tentava (quale crimine immondo!) di entrare in moschea. Ma lei ha deciso che la cosa non s'ha da fare. Così si è piazzata, assieme al suo codazzo di fascistelli, davanti alla moschea e ha deciso di aggredire le donne che portavano il velo per strapparglielo.
Questa al mio paese si chiama aggressione. La paladina delle libertà femminili (solo però col velo degli altri) ha avuto per tutta risposta uno sganassone in pieno volto da qualcuno che ha giustamente perso la pazienza per la sua prepotenza, il che ha causato la caduta della politicante. Apriti cielo! Si scatena un putiferio attorno agli islamici che avrebbero “aggredito” la “povera” deputata. Giornali che titolano “Santanché aggredita” o persino “picchiata”, facendola passare quasi per una martire della libertà, attaccata da terribili terroristi.
Tutti i giornali, a cominciare dal “Corriere della Sera” e “Repubblica”, quelli che parlano di libertà di espressione (il primo un po' di meno) e se la prendono contro la censura, hanno creduto ciecamente alla versione della Santanché. Sarebbe stata aggredita, mentre cercava di manifestare pacificamente. Giudicate voi se manifestare pacificamente significa proiettarsi su delle poverette di un'altra religione per cercare di strappare loro il velo. Se degli atei andassero davanti ad un convento e si gettassero sulle suore per togliere loro l'abito che portano, voi cosa pensereste? Che si tratta di una violenza, credo.
Posso capire fare una battaglia culturale perché le donne tolgano il velo (ma che dire allora delle nostre donne “disinibite” che si arrampicano sui tacchi a spillo o che devono fare pompini per fare carriera? Non mi sembra una grande libertà) questo fa parte del diritto di ogni cittadino a manifestare la propria idea. Ma pensare di imporlo per le legge, e arrivare al punto da piazzarsi di fronte ad una moschea per strappare il velo a delle povere donne la cui unica colpa è una certa interpretazione del Corano, è davvero una prevaricazione! Che non si lamenti poi se si becca la giusta reazione.
Invece la nostra è davvero esperta in questa tattica di aggredire per poi fare la vittima. Basti ricordare che è la stessa che aveva “la bava alla bocca” e che diceva che i clandestini vuole “cacciarli a calci in culo”. Una che andava con i fascisti di Fiamma Tricolore e che tutt'ora condivide le manifestazioni di Casa Pound, il centro sociale di estrema destra razzista e violento, una che ha deciso persino di farsi accompagnare dalla scorta, quasi fosse una vittima di mafia, immaginandosi di essere seguita da chissà quali schiere di terroristi (ma chi se la fila?).
Evitiamo di far passare quindi una così, una che, come si suol dire, “va a cercare rogne” per una paladina della libertà. E magari prima di prendere per oro colato tutto ciò che dice sentiamo prima la versione dei suoi presunti “carnefici”.


Link:
http://www.giornalettismo.com/archives/37358/santanche-burqa-aggredita/

domenica 6 settembre 2009

Imparare la democrazia


Vorrei segnalarvi questo blog, Scuola di Democrazia Diretta che propone di aprire un dibattito culturale sulla democrazia a cui tutti possono partecipare. Ha una struttura orizzontale, nel senso che ognuno ha pari dignità nell'esprimere le proprie idee. Secondo le parole dell'autore "Ogni mio blog è una sorta di scuola senza maestri e senza allievi, dove tutti insegnano e apprendono al tempo stesso, ciascuno secondo le proprie conoscenze e la propria sensibilità". Insomma un laboratorio a cui tutti possono prendere parte, come scrittori o anche semplici visitatori.
Posso garantire personalmente poi sull'affidabilità dell'amministratore che è persona aperta e culturalmente preparata.

Non mancate!