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venerdì 9 aprile 2010

Federalismo, ovvero la morte dello Stato

Questo post probabilmente non piacerà a una certa “sinistra”. Quella sinistra che intende la politica come una faccenda personale tra essa e Berlusconi, quella sinistra che vede nel Presidente del Consiglio la ragione di tutti i mali e che pensa che tolto costui, tutti i problemi sarebbero risolti.
Quella sinistra disposta perfino ad andare a braccetto con certe “costole” sue che in verità non hanno nulla di sinistra, quella sinistra disposta ad accettare le idee del nemico, a perdere qualsiasi ideale che la contraddistingueva pur di conquistare una vittoria nominale sull'odiato tiranno. Quella sinistra che al tiranno e alla destra piace molto.
Come ho già segnalato altrove in Italia si preferisce occuparsi di questioni di nulla importanza come le escort che sono diventate improvvisamente un flagello terribile per l'Italia, peggio di una pestilenza, per dimenticarsi invece di problemi che rischiano davvero di farci ripiombare indietro ad epoche non proprio luminose.
Uno dei mali che appartengono a questa categoria, mali come sempre non solo italiani, è il federalismo, che la Lega in Italia ha reso il proprio cavallo di battaglia ma che in realtà ha una lunga tradizione di riflessione teorica e di applicazione pratica ed è sostenuto da poteri e da interessi molto forti.
Chi abbia visto l'ultima puntata di Annozero ha avuto l'ulteriore conferma di come questo modello istituzionale venga soprattutto negli ultimi anni additato come panacea di tutti i mali, capace di trasformare istituzioni burocratiche e corrotte in efficientissime macchine di governo.
Questa teoria sostenuta da eminenti intellettuali è stata fatta propria anche dal centrosinistra che fu infatti il primo a realizzare il passo iniziale verso questo pastrocchio chiamato federalismo, la famosa riforma del Titolo V della Costituzione. Poi però è arrivata la Lega che ha detto che non gli andava bene perché era ancora troppo poco. E allora via alla famosa “devolution” (che sarebbe meglio chiamare “involution”, vedremo poi perché). Dal federalismo istituzionale adesso si dovrà passare a quello fiscale. Le regioni non solo dovrebbero essere libere di gestire come vogliono l'area geografica di propria competenza, ma addirittura di gestire le entrate fiscali, di comportarsi, insomma, come veri e propri stati indipendenti legati alla “madrepatria” da un vincolo di obbedienza abbastanza flebile. Basta prendere l'esempio del rapporto tra il Galles o la Scozia e la Corona inglese, per averne un'idea.
Quindi abbiamo due correnti, una che dice “federalismo o morte” e un'altra che dice “federalismo, sì, ma in modo cauto, senza fare accorgere gli italiani di quello che stiamo facendo”.
Probabilmente molti se lo sono scordato, ma un tempo il centrosinistra era contrario al federalismo fiscale. Adesso ha finito per accettare pure quello, come sempre avviene in questi casi, si fanno delle concessioni e poi si finisce per cedere su tutta la linea. A parte i diversi toni usati, tra centrodestra e centrosinistra non esistono differenze di rilievo riguardo al federalismo.
I federalisti vogliono ampi poteri per gli enti locali, Regioni, ma anche Province e Comuni, attraverso uno svuotamento del ruolo dello Stato. Gli enti locali diventerebbero i veri responsabili delle materie più importanti, come lo sono ora dal punto di vista amministrativo, lo diventeranno tra poco anche da quello fiscale. Essi sostengono che la gestione decentralizzata di un territorio risulterebbe più efficiente, ci sarebbero cioè meno sprechi e una maggiore qualità dei servizi offerti.
Il professor Ricolfi ad esempio, da Santoro, sosteneva che il federalismo porterebbe una riduzione dell'evasione fiscale.
Non viene spiegata concretamente questa tesi. Si dice che le regioni potrebbero esercitare un maggior controllo. Ma si rimane sul vago, sul principio astratto, senza scendere nei particolari. Ora io penso che si confondano due principi: la capillarizzazione delle istituzioni, la loro diffusione sul territorio, e la loro frammentazione.
Uno stato centralizzato è in grado di diffondere sul territorio l'esercizio delle proprie funzioni. Una forma di questa diffusione sono appunto gli enti locali. Semplicemente, in uno stata centralizzato gli enti locali esercitano le loro funzioni per conto dello Stato, della Nazione, del popolo italiano o come si vuole chiamarlo, mentre secondo la teoria federalista, questa funzione la eserciterebbero per conto loro. Ma non è che in un caso quella funzione è presente e nell'altro è assente. È presente in entrambi i casi. Semplicemente è dipendente da soggetti diversi. La diffusione e la capillarizzazione sul territorio è possibile anche se svolta da uno stato centralizzato. Anzi, si può dire che è questo il concetto moderno di stato. Uno stato è un'entità politica composta da suddivisioni territoriali controllate dal centro.
I federalisti invece hanno rovesciato il concetto di stato come era stato sviluppato dalla teoria politica dal Seicento in poi. Lo Stato diventa una mera aggregazione di entità territoriali, una federazione, appunto.
Da una parte quindi abbiamo uno Stato “capillare” che esercita le proprie funzioni sul territorio attraverso enti locali, dall'altro dei “microstati” frammentati che svuotano lo Stato centrale delle proprie funzioni, per “spartirsele” tra loro.
L'ente è sempre, in ogni caso, presente. Il controllo è lì, in ogni caso, e varia a seconda della tecnologia e delle tecniche che si dispongono. Diverso è il referente, di questa funzione, non lo Stato, ma l'ente locale stesso. Quest'ultimo non deve rendere conto più a nessuno. Anzi si può dire che il potere di controllo acquistato dalle regioni viene perso dallo Stato. Sembrerebbe che nella scomposizione non si sia perso nulla ma non è così. Si è perso il potere di controllo dello Stato centrale, quello che agiva in nome di un interesse nazionale e che poteva legittimamente imporre agli enti locali ciò che essi non vorrebbero. È una questione tutt'altro che secondaria. Se ad esempio la Lombardia decidesse di privatizzare completamente la sanità e di privare migliaia di lombardi delle cure mediche, in un sistema federale come quello che viene proposto, lo Stato non potrebbe intervenire, perché non è nelle sue competenze. Chi è che controlla le Regioni? Come fanno i cittadini italiani a controllare quelli lombardi? Questo è un problema che i federalisti non si sono posti.
Questo problema del controllo, è una questione che è stata a lungo dibattuta. Gli stati moderni, quelli centralizzati, sono stati una risposta e una risposta per nulla fallimentare a questo problema. Non a caso si è cercato poi di contenere questo potere dello Stato, non di espanderlo.
Si è fatto passare in questi anni il modello centralizzato di Stato per una sorta di reperto storico, invecchiato, burocratizzato, qualcosa di anacronistico e ormai vecchio. E si è dipinto il sistema federale come l'avanguardia delle tecniche amministrative, il più avanzato possibile. Lo Stato centrale non sarebbe in grado di esercitare un controllo efficiente sui più diversi territori e finisce per ingolfarsi in una burocrazia lenta e controproducente. Al contrario la “devoluzione” consentirebbe una gestione snella ed efficiente della cosa pubblica.
Questa narrazione è falsa. Lo stato centralizzato invece è nato proprio come risposta ai problemi di efficienza. Già nei regni e negli imperi dell'antichità, un serio problema per le dinastie regnanti era quello di assicurarsi la fedeltà dei diversi signori e proprietari locali. Se non ottenevano la loro fedeltà potevano nascere guerre e quindi instabilità per l'intero impero o regno. Oppure il potere dei sovrani non era più effettivo, ma solo nominale, perché i vari amministratori locali potevano fare ciò che volevano. Questa fu una delle cause del crollo dell'Impero Romano. Fu la ragione per cui Il sacro Romano Impero si sarebbe dissolto e sarebbero nati gli stati nazionali.
Ma esisteva anche il problema inverso: quello dei tanti staterelli rinascimentali in guerra tra di loro, che impedivano l'espansione del commercio e dei mestieri e quindi la crescita economica. Uno stato piccolo ha anche un potere piccolo. In un mondo in cui gli scambi commerciali varcavano le frontiere, questo diventava un problema, perché gli stati padronali, le signorie, non riuscivano più a gestire fenomeni così complessi.
La risposta a questo problema fu proprio la creazione degli stati nazionali. La Francia ne fu un esempio cristallino. Da un lato, si distaccò dal pesante e fumoso Sacro Romano Impero, dall'altro riunì tutte quelle realtà geografiche disperse sul territorio. Fu così che nacque la monarchia francese. Essa fu un esempio di efficienza per quei tempi. Fu così che la Francia poté diventare una potenza mondiale. Grazie allo stato centrale i francesi poterono contendere il dominio del mondo. Per la sua mancanza, l'Italia, pur godendo di una florida economia e di un'industria sviluppata, finì per essere spazzata via dalla scena internazionale e per andare incontro all'inevitabile tramonto.
I poteri dello Stato, in seguito, non sono diminuiti, ma al contrario, sono aumentati. Il controllo che lo Stato centrale era in grado di esercitare divenne sì un problema, ma non per la sua mancanza, bensì per la sua invasiva presenza. Cosa furono gli stati totalitari se non la concretizzazione di questa preoccupazione? Uno stato che era capace di controllare la vita di ogni individuo fin nei minimi particolari, uno stato ubiquo che arrivava dappertutto. Tuttavia gli stati centrali, se si esclude il caso dei regimi totalitari, nati proprio dove non esistevano stati centrali moderni (come in Russia) oppure dove questi erano deboli (come in Germania e in Italia) furono il tentato equilibrio tra le due necessità: da un lato unità nazionale e controllo centrale, dall'altro libertà individuale. Ma il problema era nel rapporto tra stato e individuo, tra nazione e singolo cittadino, non tra Stato e comunità locale. Fu proprio il rapporto Stato-individuo che sostituì la vecchia visione imperiale e feudale sovrano-territori. Diventa l'individuo e il cittadino al centro della riflessione teorica e non più la proprietà terriera. L'individuo non è più una cellula di una comunità che si rapporta al sovrano solo attraverso la comunità e che al di fuori di questa comunità non è più nulla, ma un soggetto portatore di diritti. Fu proprio lo stato nazionale a permettere l'ingresso nella storia di questa concezione, che è poi la concezione moderna, circa i diritti e i doveri del singolo. È proprio lo stato centrale a garantire al cittadino la propria autonomia. Esso esercita il controllo su tutto il suo territorio perché i suoi diritti vengano rispettati ed egli rispetti quelli degli altri.
Contrariamente a quello che si pensa, nella storia, il potere centrale fu un argine all'intemperanza e al dispotismo dei signori locali. Questo rappresentava l'Imperatore a Roma, che non sempre riusciva in questo scopo per ovvie ragioni logistiche (data la difficoltà di collegamento che esisteva a quei tempi). Questo furono le monarchie europee, che combatterono contro i nobili locali prima signori incontrastati del loro territorio con potere di vita o di morte sugli abitanti, permettendo così il passaggio dal sistema feudale e dalla servitù dei contadini al sistema mercantile. Laddove, invece, non ci fu un'autorità centrale abbastanza forte da contrastare il dispotismo locale, come fu per la Russia zarista, ci fu una svolta verso forme totalitarie di stato, le uniche in grado, con costi individuali molto elevati, di modernizzare la struttura economica della nazione. Dove, invece, gli stati centrali esistevano ma erano deboli, erano esposti al rischio di attentati eversivi, che poi si concretizzarono drammaticamente.
Lo stato centralizzato è l'unica istituzione politica in grado di controllare i poteri locali, nonché quelli economici nazionali, e spesso, con qualche difficoltà, di arginare quelli internazionali. Fu proprio questa struttura politica centralizzata e ramificata (i due concetti non sono incompatibili ma complementari) a sconfiggere quel dispotismo locale di stampo feudale, fondato sul comunitarismo medievale della società patriarcale. Fu questa istituzione a permettere, in seguito, l'evoluzione verso forme di partecipazione popolare attraverso assemblee elettive alla vita politica.
Il federalismo, invece, vuole concentrare il potere presso gli amministratori locali, facendo passare questa scelta come portatrice di maggiore partecipazione popolare e di vicinanza delle istituzioni alle esigenze della popolazione. In realtà questo metterebbe gli amministratori locali, che tendono a fondare il loro potere sul localismo, sugli intrecci familistici e sul controllo dell'elettorato, nella condizione di creare dei “feudi” che emarginerebbero parte della società in favore di un'altra. La dimostrazione l'abbiamo con quanto succede in Emilia o in Lombardia, dove esistono due presidenti che quasi sicuramente arriveranno a quindici anni di governo ininterrotto.
I “governatori” possono contare sull'appoggio totale delle lobby locali e spesso anche su una raccolta di voti fondata su un sistema clientelare. Cosa che invece risulta molto più difficile a livello nazionale.
Abbiamo avuto inoltre esempi di discriminazione in regioni governate dalla Lega, in sfavore degli immigrati e delle minoranze.
Si va dunque ricreando quel dispotismo locale, quel comunitarismo fondato sull'aggregazione di una comunità dove i diritti individuali che erano tutelati dallo stato centrale, ormai debole, vengono negati, in favore di privilegi comunitari o etnici addirittura.
In una situazione in cui l'economia si muove su scala internazionale, tanto che persino gli stati nazionali faticano a stargli dietro, questo regresso a forme di potere decentrate non può certo costituire una maggiore presa da parte del potere politico su quello economico. Al contrario, gli enti locali, disponendo di un potere molto più ampio di prima, ma molto inferiore di quello di uno stato nazionale e di una sovranità limitata dai confini geografici, si troveranno in completa balia del grande capitale globale.
Con la globalizzazione al galoppo sarebbero da auspicare forti stati nazionali, le uniche istituzioni che finora hanno potuto, anche se non sempre, opporsi ai grandi interessi economici e nello stesso tempo garantire una partecipazione popolare effettiva, nonché i diritti dei singoli cittadini.
Invece sta avvenendo il contrario. Gli stati nazionali si vanno disgregando, di contro al rafforzamento dei poteri locali, e a quello dei poteri transnazionali (politici e soprattutto economici).
Sono sottoposti a una duplice tensione: da una parte verso l'interno, da parte dei poteri locali che tentano di disgregarli per spartirsene le spoglie, dall'altra parte verso l'esterno, da parte delle grandi lobby mondiali che tentano di dissolverne le funzioni in organismi sovranazionali e assolutistici (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, ecc.).
Questo non fa altro che annientare l'unico organismo che finora ha permesso ai popoli di essere (seppure in modo parziale e lacunoso) rappresentati, che ha tutelato, pur differentemente, i diritti individuali e quelli delle classi più deboli, altrimenti del tutto esposte al potere delle oligarchie.
Che ha arginato e contenuto, certo in parte e in modo insufficiente, le disuguaglianze sociali, dove ha potuto, entro limiti umanamente accettabili.
Ogni meccanismo redistributivo deve passare per la centralizzazione. Le comunità primitive raccolgono le provviste diversamente raccolte dai propri membri per poi redistribuirle in parti eguali tra tutti.
Lo stato centrale preleva le tasse in quantità differente, a seconda della diversa ricchezza dei suoi territori, e poi le redistribuisce per tentare un parziale appianamento delle differenze e favorire uno sviluppo economico il più possibile omogeneo.
Lo stato federale non redistribuisce. La regione più ricca tiene per se le proprie ricchezze. I federalisti per rispondere a questa obiezione hanno escogitato il palliativo della “compensazione”, ma ovviamente questa compensazione sarebbe assolutamente non paragonabile a un'autentica redistribusione, poiché è evidente che se la parte maggiore e più significativa delle proprie ricchezze una regione le tiene per se, solo una parte minima e trascurabile di esse sarebbe destinata a una simile “compensazione”. Senza considerare tutti gli squilibri dovuti alle differenti offerte di servizi, in funzione della ricchezza, ma anche delle decisioni politiche che si prendono in una data area geografica.
I federalisti sostengono un sistema fiscale regionalizzato e parcellizzato come risposta all' “assistenzialismo” di cui avrebbero goduto, e di cui a volte hanno effettivamente goduto, alcune categorie.
Tuttavia questo assistenzialismo, si omette di considerare, non è dovuto a ragioni geografiche, bensì è legato a determinate categorie, classi sociali, ruoli o impieghi. Inoltre è proprio il sistema della “compensazione” il più vicino che esiste all'assistenzialismo, poiché ribalta il principio della fiscalità nazionale (tutti pagano per tutti) per renderlo una mera “sottrazione” delle ricchezze territoriali. Il federalismo ignora o finge di ignorare le caratteristiche dell'economia capitalistica, che non conosce barriere geografiche per cui le ricchezze della regione non sono il mero prodotto di quella regione, ma di una interazione a livello nazionale e spesso internazionale. Non esiste una ricchezza lombarda, una siciliana o una toscana. Esiste una ricchezza italiana. Era questo il principio sulla base del quale è avvenuta l'unificazione della penisola e i tentativi (a volte riusciti, altre falliti) di un suo ammodernamento.
Infine, spesso non si considerano a sufficienza gli “effetti collaterali” del federalismo. Ciò è dovuto ai concetti, assolutamente relativi, di centro e periferia. Una regione potrebbe essere vista come la periferia rispetto ai centri del potere nazionale. Ma sarebbe il centro rispetto ad altre sue province.
Facendo passare il principio della decentralizzazione politica e della parcellizzazione fiscale alcune province potrebbero un giorno reclamare nei confronti della propria regione lo stesso diritto che questa reclama oggi contro lo Stato. I comuni potrebbero fare lo stesso con le province. Infine, forse, anche i comuni finirebbero per disgregarsi. Una volta che il potere centrale viene meno, una volta fatto passare il principio alla base del federalismo, e una volta diffusasi la cultura dell'“ognuno per se” questo sarebbe uno scenario tutt'altro che imprevedibile.
I federalisti spesso portano come esempio nazioni di lunga tradizione federale, come gli Stati Uniti o la Germania. Tuttavia non considerano che: a) Sono Stati che sono nati attraverso un processo federativo, più che aggregativo, e che hanno da lungo tempo collaudato questo sistema, b) queste nazioni, godono tutte di forti squilibri economici tra le diverse aree geografiche c) Il federalismo è stato un compromesso che si è trovato tra i fautori dell'unità nazionale e gli indipendentisti.
Soprattutto quest'ultimo punto ci fa notare come la federazione sia una risultato di un processo di unificazione e non di disgregazione. Sarebbe l'evoluzione da una situazione di guerra intestina tra stati di una certa area geografica e relativa frammentazione, fino a una unificazione possibile, cioè quella che ha lasciato ampi poteri di manovra ai singoli territori federati che altrimenti non avrebbero mai accettato di unirsi. Al contrario i federalisti odierni vogliono proporre il loro sistema in nazione già unificate e tradizionalmente centralizzate politicamente, attuando il processo inverso, ovvero non una unificazione, ma una disgregazione nazionale.
Questo neofederalismo, come sarebbe più giusto chiamarlo, tradisce lo spirito del primo federalismo, che voleva l'unità e non la scomposizione di una nazione. Non è un caso che tutti i movimenti che sostennero il vecchio federalismo si ispiravano a ideologie patriottiche o nazionalistiche. Al contrario i maggiori sostenitori del neofederalismo rappresentano movimenti regionalisti e autonomisti, che reclamano autonomia e indipendenza dalla Capitale, l'esatto opposto di quanto facevano i vecchi federalisti.
Ma allora perché si sta tanto suffragando la causa dei neofederalisti se avrebbe effetti così nefasti?
In realtà i movimenti e i partiti politici che lo hanno fatto proprio sono soltanto la punta di un iceberg. Esistono lobby ben più potenti che spingono verso questo sistema e che operano per manipolare l'informazione dei media su questo argomento e fanno pressione sui dirigenti politici. Sono quelli che si riuniscono nel Club Bilderberg e che progettano un Nuovo Ordine Mondiale governato da istituzioni sovranazionali e oligarchiche. Il loro obiettivo è demolire gli stati nazionali.
Per farlo tentano da un lato, appunto, di rafforzare organi sovranazionali, dall'altro di indebolire il potere statale sul fronte interno, favorendone una sua disgregazione e una sua implosione. Il risultato sarebbe la cancellazione di qualsiasi possibilità di partecipazione popolare, dei diritti sociali e individuali acquisiti all'interno e per mezzo degli stati nazionali e sanciti dalle loro stesse carte costituzionali, una maggiore e prevaricante egemonia delle elite economiche internazionali.
Chiunque desidera che questo scenario non si realizzi dovrebbe sostenere il rafforzamento dello stato centrale, di contro alle pressioni tanto dei potentati locali (cavalli di Troia di quelli globali) quanto degli organismi internazionali, nonché del grande capitale globale.

venerdì 2 aprile 2010

Ovvietà

A quanto pare mi tocca ancora perdere tempo su questa storia delle elezioni pseudo-democratiche che si sono appena svolte, perché a molti ancora entra bene nella testolina come stanno veramente le cose. Lo faccio soprattutto perché è l'unica occasione che ho per cercare di far capire a quanti sono di sinistra, della sinistra vera, non quella farlocca piddina o dipietrista, a non farsi ingannare da questi sedicenti progressisti. Esistono molti anche tra quelli che votano Pd e IdV che sono di sinistra, e che votano questi partiti, da un lato perché non vedono alternative, dall'altro perché abbagliati dalla retorica berluscocentrica dei Travaglio e dei Di Pietro.
Innanzitutto una domanda che si sono posti tutti. Chi ha vinto le elezioni? È stato detto di tutto, che le elezioni le ha vinte Berlusconi, che le ha vinte la Lega, che le ha vinte Grillo, che le ha vinte Vendola, e così via. L'unica cosa chiara e lampante a tutti, organi di stampa e blog, e che evidentemente solo Bersani e D'Alema non hanno capito, è che il Pd le ha perse e le ha perse alla grande. Ha perso su tutti i fronti: in termini percentuali, in termini di voti assoluti e in termini geografici, perdendo importanti regioni come il Piemonte, il Lazio, la Calabria e la Campania. Una disfatta nera in cui il Pd scende al suo minimo storico. Eppure la segreteria del Pd si ostina a dire che queste elezioni non le hanno perse. Agli sciocchi e ai pazzi bisogna dare sempre ragione e allora io dico a Bersani, si, caro segretario, sai che c'è? Le elezioni le hai vinte alla grande, il popolo vi acclama, il Pd prenderà alle prossime politiche il 51% e tu diventerai presidente del consiglio in un governo monocolore.
Comunque a parte le ovvietà e i negatori dell'ovvietà, resta la domanda su chi abbia vinto le elezioni. Bè ancora una volta questa domanda ha una risposta semplice, di una semplicità imbarazzante, ma a quanto pare come sempre avviene in Italia siamo riusciti a complicarci la vita con una marea di chiacchiere inutili. Le elezioni le hanno vinte gli astensionisti. Non lo dico io, non ho fatto nessuna analisi particolarmente accurata. Basta guardare i dati che dicono che essi hanno la percentuale più alta in termini di voti, molto più del PdL, doppiano quasi il Pd e aumentano il numero dei loro “non voti” assoluti.
Ma c'è mai stato qualcuno di questi eminenti politologi ed esperiti di strategie che sui giornali e sulle televisioni si sia accorto di questa cosa? Qualcuno ha accennato al dato “significativo” delle astensioni (cui bisogna aggiungere le schede nulle e quelle bianche). Avesse ottenuto Berlusconi o Bersani un simile risultato tutti sarebbero stati lì a gridare alla grande vittoria, titoli in prima pagina su tutti i giornali, e cose di questo tipo.
Tutti i partiti perdono voti, aumentano quelli che non sono andati a votare. Bé, io me la porrei la questione. Mi sembra chiara una cosa. Che la gente non è soddisfatta di come è amministrato questo paese e di come vanno le cose in Italia da parecchi anni. Ovvio, vero? Eppure nessuno lo dice.
Dopo gli astensionisti il dato più rilevante è quello della Lega che avanza non solo nelle “regioni verdi” come Lombardia e Veneto, ma anche nelle “regioni rosse” i feudi del Pd, come Emilia Romagna e Toscana. Inoltre ha ora due presidenti di regione, in Piemonte e in Veneto.
Per il resto praticamente il nulla. Il Pd straperde, lo si diceva prima, l'Idv, ha una sostanziale tenuta in termini percentuali, ma non c'è stato quello sfondamento che molti si aspettavano e che dimostra che è un partito destinato a rimanere nella nicchia che si è scavato.
La sinistra, Rifondazione e Sinistra Ecologia, se si esclude il risultato della Puglia e la vittoria importante di Vendola, perde ancora e giace in come profondo, non riesce a iniziare quella rimonta, in cui molti speravano e auspicavano dopo la disfatta delle politiche.
Poi c'è il movimento cinque stelle di Grillo, che ottiene 400000 voti la prima volta che si presenta e raggiunge percentuali alte in regioni come l'Emilia o il Piemonte. Tuttavia mi pare sia ancora presto per questo movimento per gridare alla vittoria. Prima di affermarsi come forza politica nazionale occorrerebbero ulteriori conferme.
A questo punto, visto che gli unici veri vincitori sono gli astenuti e la Lega, sarebbe necessaria una riflessione sul perché la gente o non è andata a votare o ha votato Lega.
Prima di tutto un dato sugli astenuti. Le regioni in cui la percentuale di chi non si è recato alla urne è maggiore sono quelle che venivano da amministrazioni di centrosinistra, Lazio, Emilia, Toscana, Piemonte.
Mi pare chiaro che, visto anche il pessimo risultato dei partiti di centrosinistra, se è vero che ad essersi astenuti sono gli elettori di tutti gli schieramenti, è anche vero d'altra parte che quelli di sinistra sono la maggioranza.
Inoltre anche tra chi è andato a votare, basta sentire un po' cosa si dice in giro, lo ha fatto turandosi il naso, con la sola ragione di non far vincere la destra, quindi tutt'altro che per adesioni alla linea di quei partiti.
Dunque, la gente di sinistra non condivide le politiche e i programmi che esprime chi vorrebbe rappresentarli. Elementare, Watson.
Questa cosa non sembra ancora entrata in testa a certi professori e professoresse della minchiata televisiva che popolano i palinsesti. La Annunziata, ieri, ad Annozero, non voleva capacitarsi di come mai quelli di sinistra, che lei chiamava “moderati” non sono andati a votare il Pd.
Qualcuno glielo ha cercato di dire, ma lei niente, continuava a ripetere questa litania.
Nemmeno un servizio su un cantiere dove gli operai salivano sulla gru perché non erano pagati dai caporali è riuscito a far entrare nella testa dell'Annunziata l'idea che la sinistra non si occupa più dei temi sociali, e quindi perde. Il motivo per cui la gente avrebbe dovuto votare i caniddati di Bersani and CO. sarebbe la sospensione dei talksow. Ora voi ve lo immaginate l'operaio che torna dopo 12 ore di lavoro in fabbrica, magari rischiando il licenziamento o la cassa integrazione, con la bolletta da pagare e i figli da sfamare, che si preoccupa perché Annozero o Ballarò non vanno più in onda?
Io sinceramente no. Il problema suo non è il palinsesto rai, è il salario basso, il rischio di morire sul lavoro, la scuola dei figli, la luce e il gas troppo alti, l'affitto o il mutuo per la casa da pagare. Cosa gliene può fregare del palinsesto rai? Eppure questi giornalisti come la Annunziata o Gian Antonio Stella, che si lamentava dei costi e degli sprechi della politica nel libro “La casta” non sembrano ancora avere afferrato il concetto. Ieri, da Santoro, è stato rispolverata una categoria mitologica, creata dai politologi come Panebianco o Sartori che ci hanno ammorbato con le loro chiacchiere insulse sulla politica delle alleanze, e diffusa da giornalisti come Gian Paolo Pansa. Questa categoria è quella degli “elettori moderati”, o più semplicemente “i moderati”. Un concetto utilizzato anche nella pratica politica fin dai tempi del primo governo Prodi, con i risultati che conosciamo. Ebbene, secondo la profonda disamina di questi grandi analisti l'astensione sarebbe quella dei moderati, che si astengono non si capisce per quale motivo. Di partiti “moderati” se ne trovano in quantità eppure i maggiori rappresentanti di questa creatura mitologica che sono Pd e Udc hanno ottenuto risultati miserevoli.
Non c'è verso di far capire che non sono i moderati quelli che non vanno a votare. I moderati sono quelli soddisfatti della situazione attuale, dello stato di cose, quelli che non hanno problemi con il mutuo da pagare, “gli imprenditori onesti” tanto cari al Pd, e all'IdV, i liberi professionisti e i commercianti che con questo sistema evadono le tasse e infine i giornalisti come Stella e la Annunziata che guadagnano milioni di euro e i politologi come Sartori o Panebianco che fanno conferenze in tutto il mondo.
Quelli che non vanno a votare, invece, non sono i moderati, sono gli incazzati, e incazzati neri, quelli, per esempio, che salgono sui tetti, che occupano le aziende, che sequestrano i manager, tra la disapprovazione perbenista dei “moderati”, quelli che sono ignorati da tutti coloro che gridano alla “casta”, senza accorgersi che sono loro stessi a far parte di una casta. Costoro, non sanno nulla dei problemi della gente, perché non li vivono. La massima preoccupazione per questi signori è il processo Mills oppure la sospensione delle tribune politiche. Da ciò deriva la loro incapacità congenita a capire la situazione.
Cara Annunziata, bisogna dirtelo in arabo? Il centrosinistra perde perché nessuno dei suoi dirigenti va nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nessuno si preoccupa dei mali che li affliggono, nessuno fa niente contro la precarietà dei giovani o contro le basse pensioni degli anziani. Il centrosinistra perde perché può annoverare politici come Ichino che vuole abolire lo statuto dei lavoratori come Sacconi, gente come Calearo, che sfrutta i lavoratori nelle sue aziende, gente come Tiziano Treu, che ha introdotto per la prima volta in Italia, prima di Berlusconi, una legge che legalizza la precarietà e che vuole alzare l'età pensionabile come Brunetta.
Che diamine centrano i moderati? I moderati sono quelli che hanno fallito, sono quelli come te che in cinquant'anni non hanno ancora capito niente di come va l'Italia e il mondo, perché a quel mondo non appartengono, ma vivono nei salotti, nei talk show, o nelle redazioni dei quotidiani.
A causa di questa gente le persone non vanno a votare, o peggio, votano Lega, che ha una politica razzista, fascista e populista, però risponde alle esigenze della gente, offre una “protezione”, per quanto di stampo decisamente meschino, è vicina tutti i giorni e si occupa tutti i giorni delle vicende quotidiane dei comuni mortali, ignorando quelle degli illuminati difensori delle libertà di spettacolo. La Lega, ovviamente, fa il gioco dei padroni. Però intanto conosce anche il mondo popolare, perché lo vive tutti i giorni, e quindi sa anche come usarlo a proprio vantaggio.
Infine vorrei dire una cosa sul partito che fa capo a Grillo, a Travaglio, a Di Pietro e al cosiddetto “popolo viola”, quelli il cui problema più grande sono i finanziamenti ai partiti o ai giornali e che si dimenticano delle ingentissime spese militari.
Io non mi preoccuperei dell'Italia dei Valori, che esaurendosi nell'analisi al microscopio della fedina penale di Berlusconi, ha esaurito anche la propria capacità di espandersi.
Mi preoccupo invece e molto di questi capipopolo come Grillo e Travaglio, gente che non è di sinistra e non lo è mai stata, ed anzi è un serio ostacolo alla costruzione di qualsiasi vero partito di sinistra anticapitalista. Concentrano l'attenzione su cose di secondaria importanza, come la terza candidatura di Errani e si dimenticano, anche loro, perché anche loro appartengono alla “casta”, dei veri problemi. Vorrebbero introdurre un modello di società di destra, soltanto più efficiente. Vogliono gli Stati Uniti, vogliono Obama, vogliono il mercato il cui solo problema sarebbe di non essere abbastanza “libero”, vogliono la stessa società che vogliono anche i loro avversari, ma senza i mali che inevitabilmente la affliggono, insomma:
“...vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazione fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato [...] pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa si è fatto”.
Chi diceva queste cose si chiamava Karl Marx, quando Grillo ancora non esisteva. Ma adesso ci viene un comico a dire che destra e sinistra non esistono più e noi gli crediamo.

mercoledì 31 marzo 2010

Tutta colpa loro!

Che ignoranti! Che idioti! Potevamo vincere e invece... Di che si lamentano se poi non votano chi sta dalla loro parte? Colpa di questa cultura qualunquista, colpa delle televisioni e dei giornali! Colpa di quelli che invitano a non andare a votare.! Colpa delle liste minori e dei candidati che non ci sostengono. Colpa di chi si astiene, colpa loro! Noi abbiamo fatto il possibile, mi creda, glielo dico con tutto il cuore, so che lei mi capisce... cos'altro potevamo fare? Noi abbiamo cercato di liberare l'Italia da un demagogo e un populista, ma che possiamo farci se la gente non ci sostiene? Che possiamo farci se le televisioni sono controllate da una sola persona? Mica possiamo fare come una volta, con le campagne elettorali porta a porta, i tempi sono cambiati! Mica possiamo andare nelle fabbriche, quello è compito dei sindacati... i sindacati! Lei ne sa qualcosa mia cara. La colpa è anche la loro, non possiamo mica fare tutto da soli! Loro dovrebbero occuparsi del lavoro, che se gli operai non ci votano più è colpa loro! Io ci sono andato anche in fabbrica una volta, ma che posso farci se si sono rifiutati di ascoltarmi, se mi hanno insultato e se mi hanno tirato le uova marce! Che schifo! Mi perdoni se mi esprimo così, ma sono davvero cose dell'altro mondo, mia cara! Ha visto come è ridotta la mia nuova Mercedes? Io ci provo a parlare con i lavoratori.. sono i lavoratori che non vogliono parlare con me! E che è colpa mia? Loro mi impediscono di parlare! Lo so che lei conosce le regole del vivere civile molto meglio di questi pezzenti e tutto questo le sembrerà strano, ma, mi creda, le cose ormai vanno così... Questa non è democrazia! In democrazia bisogna lasciar parlare tutti e loro non mi hanno lasciato parlare! Mi hanno fischiato e insultato... per fortuna che c'erano le guardie del corpo a proteggermi, sennò chissà che poteva fare qualche testa calda! Io voglio aiutarli i lavoratori, sto dalla loro parte, ma anche loro devono capire che la politica è fatta di compromessi e senza compromessi non si governa... Mi scusi un momento, sa? Il telefono...
Pronto? Sì? Salve Presidente! È un piacere sentirla... Come dice? Si congratula per la mia elezione? Grazie, Grazie! Lo apprezzo molto... apprezzo molto quello che sta facendo la sua azienda per il partito, per fortuna c'è ancora qualche persona sensata in questo paese... Certo sì, non abbiamo vinto... però qualche accordo con la maggioranza possiamo trovarlo... e vedrà che grazie a noi riusciremo a rilanciare il made in Italy e a sostenere le classi produttive... non si fidi troppo della destra... quelli parlano, parlano, ma alla fine... è su noi che potete contare veramente, noi vogliamo rilanciare l'imprenditoria della nostra terra, vogliamo valorizzare i nostri giovani... Certo, certo... meritocrazia, lo dico anch'io, ci vuole più meritocrazia... Ma no! Non deve preoccuparsi di lui! Stia tranquillo questi estremismi non andranno da nessuna parte! Quello non conta nulla! Ha contro tutta la coalizione... Ma quali tasse! Ma no! Se le dico che può stare tranquillo... si fidi di me... ormai tutti gli estremisti sono fuori, gli industriali possono stare tranquilli...ma certo, capisco che lei è occupato... non voglio trattenerla a lungo, grazie, caro Presidente, lo apprezzo veramente, tutti noi del partito lo apprezziamo, sappia che potrà sempre contare su di noi, noi non tradiamo, noi, ci abbiamo degli ideali, noi... un caro saluto a sua moglie... e come sta la piccola? Ma certo, certo... eh eh... tutto suo padre!... Arrivederci, Presidente e grazie ancora!..
Come le dicevo, mia cara, la gente deve capire! Devono capire tutti.. se perdiamo noi vince la destra e se vince la destra perdono anche loro... Povera Italia! Io non lo faccio mica per me.. a me che mi frega dopotutto? Io c'ho comunque il posto da consigliere assicurato, ho di che mantenere la mia famiglia, è che mi preoccupo, come lei del resto, per questo paese sempre più alla deriva! Mi preoccupo per i risparmiatori, per le famiglie... lo diceva la buon'anima di suo marito, lo diceva sempre: liberalizziamo! Bisogna liberalizzare tutto per sostenere il piccolo investitore... e quanto aveva ragione, cara mia...io ho fatto la mia campagna elettorale su questo... per dare fiducia alle famiglie, per sostenere i consumi contro questa crisi... Una finanza responsabile, ci vogliono delle regole... delle regole per fare una finanza rispettabile ed eticamente decorosa... una finanza dal volto umano... Mi scusi, un'altra telefonata...
Pronto? Chi parla? Oh! Direttore! Mi creda, stavo pensando proprio a lei in questo momento!... sì, lo so, lo so... Grazie, grazie... Ma no! Non si deve preoccupare! Dorme tra due guanciali! Mi dica, l'ho mai delusa? Lo so. Sono tempi difficili questi, con questa crisi e so che anche la sua banca deve affrontare un brutto periodo... ma vedrà, andrà tutto bene... quelli come noi non li ammazza nessuno, eh eh!... No... non deve mica impensierirsi per uno come quello! Sembra un predicatore, ma in realtà non ha nessuna forza, non abbiamo bisogno di lui, lo scarichiamo quando ci pare... Come? Ma no, si figuri! Che paura le fanno i giudici? Non si aprirà nessuna inchiesta, glielo dico io! E anche si si aprirà si concluderà in un nulla di fatto, come sempre! Le persone per bene come lei non hanno nulla da temere, stia tranquillo, può dormire sonni tranquilli... no, ma no, le pare? Solo un pensierino da parte di mia moglie, sa? Fa delle torte fantastiche! La prossima volta che viene a cena dovrà assaggiarne una... Va bene... certo, la terrò informato... grazie di tutto... saluti a casa!..
Non hanno capito... non hanno capito... c'è un problema di comunicazione... per battere la destra dobbiamo competere sul piano della comunicazione! Ma come fai se le televisioni ce l'hanno in mano loro, mi dica lei... è difficile... Abbiamo tutti contro... Tutti contro! Elettori di destra ed elettori di sinistra, stampa, televisioni, anche blog, ormai è l'era di internet... tutti contro di noi! Ma che gli abbiamo fatto? Non capiscono che così fanno il gioco della destra? Laici e cattolici, tutti contro di noi! Vuoi accontentare uno e scontenti l'altro! C'è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire... Vuoi legalizzare le coppie di fatto, ma si lamenta la Chiesa, vuoi finanziare le scuole cattoliche, ma si lamentano i laici... ma cosa vogliono da noi poi questi laici? Non lo sanno quanto è potente la Chiesa? Non lo sanno che con la Chiesa bisogna conviverci? Cosa vogliono da noi. Lei lo sa? Pretendono che gli diamo la luna e se non gliela diamo si arrabbiano... dico, potrebbero almeno venirci incontro, almeno loro... se sono laici dovrebbero essere aperti alle idee altrui... e invece, tutti arroccati sulle loro posizioni, ma non è così che si fa! Non è così che si batteranno mai le destre! Bisogna cercare un accordo, ci vuole il confronto, ci vuole, discutiamo... laicamente, senza pregiudizi, senza ideologie, non ci servono le ideologie, ci serve il buon senso... e ci servono i voti, voti soprattutto! Senza voti non si va da nessuna parte! La gente lo deve capire... deve capire che se non ci vota noi non possiamo far niente, va bene i diritti!, va bene i diritti delle donne e dei gay, sono d'accordo, anch'io li voglio... ma dobbiamo fare i conti con la realtà nuda e cruda e la realtà è che ci servono i voti... voti e appoggi. Non possiamo permetterci di scontentare nessuno. Per battere le destre ci vuole coesione, unità, dobbiamo fare fronte comune, non pensiamo che con dei principi irremovibili possiamo mai vincere... Laicità? laicità dello stato? bene, anzi, benissimo! Ma i cattolici dove li mettiamo? Anche loro vogliono la laicità! Semplicemente non vogliono certe radicalizzazioni, certi eccessi, certe intemperanze di qualche intellettuale... Ah! Questo telefono, oggi! Un attimo solo...
Pronto? Oh! Eminenza! È un onore sentirla! Come sta? Ah! Grazie!... Non doveva disturbarsi a chiamare, Eminenza... Non sa che piacere... Ma sì, certo che non ci dimentichiamo di voi!... Noi teniamo ai valori cristiani e vogliamo difendere la famiglia... no... no, Eminenza, non si preoccupi nessuno toccherà quella legge in consiglio, anche se l'ha fatta la destra, noi non abbiamo pregiudizi... si certo... le scuole cattoliche sono un pilastro dell'istruzione italiana, sono d'accordo con lei... certo, certo Eminenza... bisogna dare a tutti la libertà di scegliere il tipo di istruzione è naturale... le garantisco che le scuole pri... paritarie sono al sicuro, Eminenza... Grazie, per gli auguri Eminenza, anche se sono certo che tra poco gli auguri dovrò farli io a lei, che il Santo Padre nominerà una nuova porpora!... Ma no Eminenza, non dica così... vedrà! si ricordi che sono un membro fedele della sua diocesi e non l'abbandonerò mai, può sempre contare su di me... Come dice Eminenza? Cosa penso dell'iniziativa del nostro deputato in favore dei preservativi? Una cosa che mi ha lasciato esterrefatto, così senza avvertire la segreteria! Senza dire nulla a nessuno, non si fa così... ma non si preoccupi la pecorella tornerà all'ovile... Ma certo, stia tranquillo Eminenza... Grazie per questa telefonata... Dio la benedica Eminenza, la saluto...
Insomma, le dicevo, lei che è una persona colta e intelligente mi capirà, bisogna fare una battaglia culturale su questo... lei che gode della stima di tutti, lei che ha grande influenza...tutti noi dobbiamo rimboccarci le maniche, certo, sarà difficile... mala tempora currunt... Abbiamo tutti contro, la destra è riuscita a metterci tutti contro... Noi ce la mettiamo tutta, ma cosa possiamo fare? Mi dica lei cosa possiamo fare? Eh! Mia cara Contessa, che tempi! Non c'è legalità, non c'è più rispetto per nessuno! Che roba! Che roba... Contessa... Non c'è più morale... Contessa.

lunedì 29 marzo 2010

Nullità

Avrei dovuto scrivere la seconda parte del post sulla democrazia, ma dato che ci sono le elezioni, tratterò del voto in corso per la seconda e ultima volta rimandando la trattazione dell'argomento affrontato. Non mi avventurerò dopo le elezioni in sofisticate analisi politiche. Lascerò questo onore a qualcun altro. Detto francamente, che il centrosinistra o il centrodestra guadagnino o perdano consensi non mi interessa granché, anche perché non sempre vanno uniti, vedrei piuttosto, caso per caso, se esistono amministrazioni locali di centrosinistra, per cui valga la pena votare, non dico eccezionali ma quantomeno accettabili.
Se fossi in Puglia voterei per Vendola, anche non essendo un vendoliano e anche non condividendo la sua linea politica a livello nazionale. Ma certamente preferisco mille volte un Vendola a un Loiero o a un De Luca. Inoltre considero prepotente e scorretto sotto tutti i profili la scelta che il Pd aveva preso di contrapporgli un candidato impresentabile alle primarie o addirittura di non svolgere proprio le primarie ma candidare uno che voleva fare sia il sindaco che il presidente regionale. Poi le cose sono andate diversamente. Comunque credo che la politica non si faccia così e penso che per questo gli elettori di sinistra in Puglia dovrebbero sostenere Vendola.
Se fossi in Emilia Romagna non voterei né, ovviamente, per la destra, perché la destra non mi piace mai, in nessun caso, essendo io di sinistra, né per il centrosinistra che ricandida per la terza volta un Presidente di Regione dopo dieci anni di governo, in violazione della legge italiana e della costituzione. Se fossi nel Lazio non voterei assolutamente per la Bonino, che è esponente di un partito liberista, militarista, e atlantista. Se fossi in Lombardia non voterei Penati che mi piace quanto il suo partito, ma è anche vero che mi darebbe immensa gioia dare un dispiacere a Comunione e Liberazione e alla Chiesa mandando a casa il loro pupazzo di regione. Ma me ne darebbe altrettanta mandare dare un dispiacere anche ai Moratti, per cui Penati pure sarebbe da escludere. Penso che voterei Agnoletto, perché è uno dei rari casi in cui Rifondazione decide di non fare alleanze con Pd e Di Pietro.
Questo per far capire la mia posizione. Ed evitare che possa essere confusa con quella dei grillini (che poi sostengono Di Pietro, viva la coerenza!) o delle anime belle che darebbero del corrotto anche a Gesù Cristo, se si candidasse.
Tuttavia non mi trovo in nessuna delle regioni sopraelencate. Nella mia regione non si vota per le regionali. Nella mia città però si vota per le comunali. Premetto che fino ad ora c'è stata un'amministrazione di centrosinistra, decaduta due mesi fa per crisi di maggioranza. Preciso e sottolineo che il sindaco era dell'Italia dei Valori. Non mi addentro nei particolari della politica di una città di provincia, non penso che a qualcuno che non sia della mia zona possa interessare. Dico solo che questa amministrazione ha governato malissimo. Tanto male quanto la destra, se non peggio. Inutile dire che di politiche di sinistra o anche solo vagamente progressiste non se ne è vista neanche l'ombra. L'unica preoccupazione di questa amministrazione è stata di piazzare i propri uomini per nomina politica nei posti chiave, rendendo la vita quanto meno difficile a quelli già presenti e vincitori di concorsi.
Aggiungo che tutti gli esponenti politici della mia città (e della mia regione) si sono espressi contro la realizzazione di una centrale nucleare promettendo chissà quali rimostranze a Roma. Risultato: la centrale si farà lo stesso.
Ora io mi chiedo e vi chiedo: quale incognita ragione esiste per cui io avrei dovuto votare questa gente o chi, nonostante tutto, decide di allearvisi? Io non sono riuscito a trovarne una. E, credetemi, ho sempre votato e sempre a sinistra.
Per nessuna ragione al mondo voterò mai la destra tranne quella di un mio eventuale impazzimento. Però questa non è una buona ragione per dare un voto a chi non è in alcun modo utile alla realizzazione di un progetto politico che sia molto approssimativamente vicino a quello che io vorrei (e che molti elettori di sinistra vorrebbero) e che non si preoccupa nemmeno di nasconderlo.
Dobbiamo capire che il voto è un mezzo non un fine. Se questo mezzo a un certo punto si rompe e non viene riparato diventa inutile ed è inutile servirsene. Ciò è esattamente quanto è accaduto.
Perciò io a votare ci sono andato ma sulla scheda ho scritto: “Questa scheda è come l'utilità di questa classe dirigente: nulla”.
A livello nazionale, invece, quando sarà il momento, come ho già detto altrove, voterò per quel partito di sinistra che non si allei né con il Pd, né con l'Italia dei Valori (né con affini come Udc, radicali, socialisti, ecc.) i quali portano avanti delle politiche coerentemente di destra, e che abbia un programma coerentemente di sinistra. Non mi interessa che abbia lo zero virgola, se è così è perché c'è chi si ostina a votare per la destra mascherata che chiamano “centrosinistra”. Ho il diritto di votare chi voglio, non soltanto il “male minore” (che poi si rivela sempre non così minore come si credeva) e intendo avvalermi appieno di questo diritto.
I partiti attualmente presenti in parlamento infatti fanno l'interesse delle grandi lobby economiche e finanziarie.
Perciò non si creda, ribadisco, la mia decisione frutto di qualunquismo, di cui sono acerrimo nemico, bensì di semplice realismo politico, di contro all'utopismo di chi si illude che il male stia in una sola persona o in un solo partito. Votare per i servi non aiuta gli schiavi, ma i padroni.
Siamo un popolo (e purtroppo non il solo) a credere nei demoni e negli untori. E chi crede in essi crede anche nei messia. Si aspetta il capo carismatico che viene a portare la salvezza universale senza che ci sia tuttavia un movimento politico e sociale altrettanto forte e determinato. È questo fatto, più che un Berlusconi qualsiasi, a rappresentare il vero pericolo di svolta autoritaria, di fascismo.
Per questa ragione penso che il secondo criterio in base al quale votare sia scegliere quel partito che si rivolga non a un indistinto cittadino elettore (si veda la differenza che Marx rilevava tra cittadino e borghese) ma che si batta per un movimento interessato ad abolire lo stato di cose presente. Stato di cose non significa “regime berlusconiano”, ma struttura socio-economica mondiale, in una parola capitalismo.
Esiste in Italia un partito che sia così o che si avvicini ad esserlo? Io penso di sì, ma di questo ne parlerò quando sarà il momento. Per ora dico solo che non è né il Pd, né l'IdV, né i radicali, né i verdi, né la sinistra vendoliana, né Rifondazione (che non a caso si sono alleati tra di loro in certe zone).

lunedì 22 marzo 2010

La democrazia non esiste

Siamo tutti vivamente convinti di vivere in un sistema democratico. Tanto sono riusciti a fare decenni di propaganda in questo senso. Spesso sentiamo espressioni come “difendere i valori democratici”, “indire elezioni democratiche”, “sistema democratico di voto”, “paesi democratici” e così via.
Ma viviamo davvero in paesi democratici? A pensarci bene la risposta è tanto immediata quanto ovvia. Democrazia significa governo del popolo, come tutti sanno. Tuttavia nei nostri sistemi a governare non è il popolo. Il popolo elegge chi dovrebbe governare. Ma questo non è governare, è soltanto scegliere chi debba farlo. Quindi la nostra non è democrazia.
Nella Grecia Antica, dove nacque questa espressione, a governare era davvero il popolo, per come il greco dell'epoca lo intendeva, cioè escludendone le donne e gli schiavi. Questo “popolo” poteva decidere sui temi di interesse generale e votare su tutte le questioni. Al di là del significato, per noi oggi molto discutibile, che si attribuiva alla parola “popolo” c'è da dire che per i greci una cosa era abbastanza chiara. Governa chi esercita effettivamente il potere di scelta su questioni che riguardano tutta la comunità, “di interesse nazionale”, diremmo noi oggi.
Noi non esercitiamo questa scelta. L'unica scelta è quella di mettere una croce su un simbolo ogni cinque anni. E questo non vuol dire decidere un bel niente. Quando votiamo non decidiamo quale debba essere il sistema sanitario del nostro paese, né l'atteggiamento da avere in politica estera e nemmeno la tipologia di prelievo fiscale.
Una certa pubblicistica si è lamentata di questo sistema politico (cioè della democrazia vera e propria, il governo del popolo) perché a suo dire non potrebbe funzionare nelle nazioni moderne che contano milioni di abitanti. A questa obiezione risponderemo altrove. Per ora basti sapere che, anche se fosse vero ciò, e nulla può dimostrarci chiaramente che lo sia se non un esperimento pratico finora mai avvenuto, questa obiezione non prova la validità dell'alternativa che essi propongono. Costoro sostengono che, per ovviare ai problemi logistici che renderebbero impossibile l'esercizio della democrazia “diretta”, (come chiamano la vera democrazia) si eleggono dei deputati che dovrebbero rappresentare l'opinione o la tendenza politica di coloro che li hanno eletti. Così gli elettori di sinistra eleggono parlamentari di sinistra, quelli di destra parlamentari di destra, e quelli di centro parlamentari di centro. Gli eletti a questo punto portano avanti proposte di sinistra, di destra o di centro, più o meno come farebbero coloro che li hanno eletti.
Tuttavia, come tutti sappiamo, anche se non vogliamo sempre ammetterlo, questo è vero solo in teoria. Ci sono molte cose che potrebbero impedire agli eletti di rappresentare realmente la volontà degli elettori.
Un primo ostacolo è la corruzione. Se io governo direttamente sono responsabile delle mie scelte e non posso lamentarmi se commetto un errore se non con me stesso. In una democrazia vera se il popolo sbaglia la colpa è soltanto del popolo. Ma se a governare è qualcun altro cui io ho dato la mia fiducia, non sono sicuro che questi rispetterà la mia volontà. Costui potrebbe essere corrotto per sostenere politiche che io che l'ho eletto non approvo. Si potrebbe obiettare che in questo caso io avrei a disposizione il voto per costringerlo a rispettare la mia volontà o per sostituire chi è stato corrotto. Inoltre la corruzione è un reato e viene punito. Questo, sempre in teoria, dovrebbe limitare al minimo la corruzione. In pratica non la scalfisce nemmeno.
Innanzitutto perché io posso votare solo una volta ogni cinque anni. Quindi non solo non posso esercitare direttamente il diritto di governare, ma non ho nemmeno un controllo diretto e continuo su chi è incaricato di governare. Se per cinque anni il popolo non può far niente nel caso in cui i propri governanti lo tradiscano il potere di controllo è molto aleatorio, in cinque anni possono accadere molte cose. Inoltre non è detto che io venga a sapere della corruzione di un deputato. Se fossi io a governare conoscerei il modo in cui lo faccio ma se a farlo è qualcun altro io non posso sapere con sicurezza cosa sta facendo realmente e può darsi che quando me ne accorgerò, se me ne accorgerò, sarà troppo tardi. Ma anche ammettendo che la cosiddetta “arma del voto” sia efficace nel controllare gli eletti, anche ammettendo che io venga a conoscenza del mancato rispetto della mia volontà e che alla successiva elezione io decida di non rinnovare il mandato a questi, non è detto che ciò sia effettivamente un deterrente. Un parlamentare potrebbe preferire farsi corrompere piuttosto che essere rieletto. E considerando gli interessi che spesso sono in gioco, e quindi l'alto prezzo dei corrotti, è questa un'ipotesi del tutto plausibile. Egli cercherà di non essere scoperto, ma se verrà scoperto, pazienza, avrà una bella cifra in cambio! Una cosa per cui alcuni potrebbero pensare valga la pena di rischiare la carriera politica.
Anche l'obiezione secondo cui la corruzione è reato è facile da smontare. In primo luogo perché la legge può essere aggirata e questo in particolare per casi in cui è molto difficile dimostrare che il fatto sia realmente avvenuto. Se un tizio paga in nero un deputato diventa molto difficile dimostrare che la transazione sia effettivamente avvenuta, anche perché possono essere corrotti, inoltre, coloro che dovrebbero indagare sul caso, poliziotti e magistrati.
In secondo luogo in certi casi di corruzione la legge non può far nulla semplicemente perché non li considera reato. Esiste una corruzione legalizzata. Le donazioni ai partiti politici avvengono quotidianamente e sono perfettamente legali. Se la donazione è abbastanza ingente, il partito politico in questione si sentirà indotto a non contrastare il proprio donatore che gli assicura un rifornimento continuo e ingente di denaro attraverso cui il partito può svolgere la propria attività (come fare campagna politica e quindi guadagnare voti e quindi vincere le elezioni). Questa di fatto è corruzione anche se non c'è nulla di illegale in questa pratica. È persino alla luce del sole. Negli Stati Uniti, paese in cui i candidati alla presidenza spendono cifre strabilianti durante la campagna i finanziatori e l'entità del finanziamento sono conosciuti da tutti e ampiamente diffusi dai giornali.
È ovvio che se un candidato finanziato dalla lobby del petrolio vince le elezioni, questi sarà indotto, da presidente, ad incrementare l'utilizzo di questo combustibile o quantomeno a non ridurlo, anche se chi lo ha votato può essere contrario.
Un altro modo per indurre un eletto a tradire il mandato è il ricatto. Una lobby può avvalersi di mille modi per ricattarlo. Può fare in modo che una sua vicenda privata imbarazzante venga resa pubblica per costringerlo alle dimissioni, oppure può influenzare il partito di cui fa parte che sarà costretto a non ricandidarlo, oppure può aprire una campagna stampa denigratoria nei suoi confronti che gli faccia perdere consenso. Tutti questi metodi sono ampiamente utilizzati nelle nostre “democrazie”.
Infine, nel caso che né la corruzione, né il ricatto si rivelino efficaci, il che non accade molto spesso, è possibile semplicemente rendere innocuo il deputato in questione. E cioè corrompendone o ricattandone altri. Così si può fare in modo che tutte le sue proposte vengano bocciate o accantonate e nemmeno prese in esame e quindi in sostanza eliminate. Questo è possibile farlo assicurandosi il controllo di politici in posti chiave del parlamento o di qualsiasi assemblea legislativa. È possibile, dunque, rallentare o bloccare i lavori dell'assemblea per quanto riguarda proposte di legge che non si vuole far passare.
Nei paesi capitalistici dove esistono forti interessi economici da parte di grandi compagnie internazionali questi tre strumenti sono ampiamente utilizzati. In un sistema sociale basato sul profitto privato e fortemente competitivo ognuno farà di tutto per aumentare i propri profitti e per avere la meglio sugli altri competitori. Soprattutto se un tale sistema è esteso a livello globale e dove quindi i guadagni (e le perdite) sono impressionanti.
Ma esiste tuttavia un altro modo per mandare all'aria la democrazia per delega e farla fallire così come in teoria sembra funzionare.
Ci sono due strategie di azione per chi volesse farlo: una è quella di assicurarsi il controllo sull'eletto, ed abbiamo visto come. Ma c'è un'altra strategia che consiste nel controllare chi elegge. Il popolo.
In un sistema capitalistico i grandi attori economici possiedono non solo un immenso capitale e un'immensa capacità di comprare qualunque cosa e qualunque persona, ma anche, conseguentemente, un immenso potere.
Il trucco sta quindi nell'assicurarsi il controllo di mezzi che sono in grado di esercitare un'influenza su un numero di persone elevatissimo, milioni, miliardi persino. Tali strumenti sono di due tipi: di natura ideologica (mezzi di comunicazione come televisioni o giornali) e di natura economico-finanziaria (grandi istituzioni economiche nazionali e internazionali e l'accesso a particolari strumenti della finanza).
Per quanto riguarda il primo tipo, che chiameremo mezzi di persuasione collettiva,
è noto a tutti come i grandi gruppi economici si accaparrino il controllo di emittenti televisive o di organi della stampa. In questo modo essi possono condizionare pesantemente quella che è la percezione della realtà degli elettori. Quasi sempre i più grandi e importanti mezzi di comunicazione di una nazione, quelli che si assicurano un pubblico formato dalla quasi totalità degli elettori, sono controllati da poche grandi famiglie.
Accanto all'esaltazione della democrazia nei nostri paesi vige l'esaltazione della “libertà di stampa”. Anche la seconda, come la prima, è in realtà inesistente. È abbastanza ingenuo pensare che i giornalisti possano scrivere contro gli interessi di chi paga loro lo stipendio. È chiaro che qualora qualcuno lo facesse questi smetterebbe immediatamente di lavorare per quel dato giornale e faticherebbe alquanto a trovarne un altro che voglia rischiare di avere a che fare con quel giornalista scomodo. Sfido a trovare un giornalista che abbia mai scritto qualcosa di critico contro il padrone del giornale per cui scrive. Se c'è stato, oggi non lavora più per quel giornale.
Gli interessi delle grandi famiglie che possiedono i mezzi di comunicazione sono tutti legati, quindi sono gli stessi.
Non solo, ma esistono lobby che pure non avendo la proprietà di certi mezzi di comunicazione, ne condizionano lo stesso l'operato. Questi, così come possono influenzare fortemente la carriera di questo o di quel politico, altrettanto possono fare con questo o con quel giornalista, con questo o con quel direttore di giornale. Tutto ciò dovrebbe convincerci che la tanto sbandierata “libertà di stampa” dei paesi capitalistici non è esistita in nessun altro posto che non sia il mondo delle idee.
È facile comprendere che se di fatto la libertà di stampa non esiste e se questi mezzi di comunicazione raggiungono milioni di persone, dicono loro cosa sarebbe vero e cosa sarebbe falso, cosa sarebbe importante e cosa no, ne condizionano, quindi, la percezione della realtà e ne formano il sistema assiologico di riferimento; se, in altre parole, sono in grado di manipolare la pubblica opinione e coloro che vanno a votare, sono altresì in grado di manipolare la politica e il governo che essi scelgono o credono di scegliere.
Questo per quanto riguarda i mezzi di persuasione collettiva, esistono però anche dei mezzi di coercizione economica collettiva, che permettono di costringere le persone ad agire in un certo modo facendo leva sul sistema economico.
Praticamente tutti noi viviamo in un sistema di coercizione economico perché esistono delle caratteristiche di questo sistema che costringono gli attori economici ad agire in un certo modo anziché in un altro. Ad esempio un'azienda in un'economia di mercato come la nostra sarà costretta ad alzare costantemente la produttività per aumentare i propri profitti e quindi restare sul mercato. Quindi deve organizzare in un certo modo la propria produzione, altrimenti viene tagliata fuori. Un lavoratore per lavorare deve sottostare a quelle che sono le condizioni del mercato, sottostare a determinati turni, a una determinata paga ed eseguire determinate mansioni e non altre; ognuno deve stare nel ruolo che gli è assegnato e non può travalicarlo. Un imprenditore non potrà abbassare la produttività della propria azienda e un lavoratore non potrà scegliere la politica aziendale.
Quanto detto fa parte delle condizioni di coercizione strutturali, cioè che riguardano la struttura stessa del sistema economico e senza le quali esso non potrebbe esistere. Poi ci sono però dei mezzi di coercizione che sono l'effetto di questo sistema, che ne sono generate dalla dinamica che esso produce. Ed è su questi che ci soffermeremo.
I mezzi economici di coercizione collettiva sono appunto un effetto di questo sistema. Essi consistono in istituzioni e meccanismi di mercato che costringono un gruppo di individui molto esteso (fino a una nazione o anche più) a comportarsi in un determinato modo.
Un esempio è il Fondo Monetario Internazionale. Esso ha il potere di elargire ingenti finanziamenti e questo lo mette in condizione di influenzare determinate politiche invece di altre. Il FMI impone nei paesi in via di sviluppo la liberalizzazione totale dei mercati. Ciò rende le imprese locali incapaci di sopravvivere perché si trovano a competere con soggetti economici molto più grandi e potenti. Se al contrario i mercati interni fossero protetti l'economia del paese potrebbe svilupparsi e rafforzarsi. Ma il Fondo Monetario avendo il potere di concedere o ritirare finanziamenti può imporre a quei paesi e ai loro governi di non seguire questa strada.
Oppure c'è il caso dei grandi speculatori internazionali che avendo ingenti capitali a disposizione possono produrre gravi crisi economiche decidendo di investire o disinvestire in un determinato settore. Anche questo è un enorme potere ricattatorio.
Mettersi contro certe lobby è estremamente pericoloso, anche per uno stato. Potrebbe voler dire la crisi per la propria industria nazionale, l'isolamento sui mercati internazionali, il mancato rifinanziamento del debito pubblico e, in definitiva, la banca rotta.
Per quale motivo un politico dovrebbe correre simili rischi? Egli ha di fronte due possibilità: da una parte mettersi contro gli interessi finanziari mondiali, affrontare i media e sperare, pur avendo stampa e televisioni contro (che abbiamo visto da chi sono controllati) di riuscire a convincere l'elettorato. Ammesso che ci riesca dopo dovrebbe impedire la catastrofe nazionale, della quale, egli sarebbe considerato il responsabile.
Molto più facile adeguarsi a quelli che sono interessi più forti di lui e fingere di credere ai mezzi di comunicazione che evitano di parlarne (o che ne parlano in modo sbagliato).
Già l'immagine dei politici non è molto alta presso gli elettori. Perché mai, quindi, essi dovrebbero metterla ancora più a rischio? Perché dovrebbero essere disposti a giocarsi la carriera e il prestigio personale per un'impresa non solo dall'esito quantomeno incerto, ma il cui merito pochi sarebbero disposti a riconoscere?
Tutto ciò ci fa capire che esistono poteri ben più grandi e influenti del voto. Di un voto che può solo decidere quale coalizione debba governare, ma non come debba farlo.
Abbiamo omesso di dire che ci sono anche un'altra serie di mezzi per influenzare il popolo. Essi sono i mezzi di dissuasione collettiva e servono a evitare che il popolo compia determinate azioni che possano mettere in crisi il potere costituito. Ad esempio la polizia, l'esercito oppure le carceri o il diritto penale. In particolare, proteggono la proprietà e chi la possiede ed impediscono rivolte o rivoluzioni.
In un regime liberale il loro utilizzo viene limitato agli interventi indispensabili. Sono l'estrema ratio del sistema capitalistico, l'ultima spiaggia. Il loro utilizzo, su larga scala, cioè non contro semplici individui ma contro gruppi ampi e organizzati, presuppone che esista una crisi del capitalismo a uno stadio già molto avanzato e che quindi il popolo abbia acquisito coscienza, che non creda ai media e alla propaganda e che sia abbastanza organizzato per produrre rivolte. A questo stadio noi non siamo ancora arrivati. Forse in passato, c'è stato un periodo in cui si era molto vicini a questo, ma non oggi.
In realtà si fa leva molto di più sui mezzi di persuasione e di coercizione economica che su quelli di dissuasione. Si preferisce condizionare il popolo ideologicamente ed economicamente piuttosto che attraverso l'utilizzo della forza.
Ciò non toglie che esistano delle situazioni in cui questi mezzi vengono usati dai nostri stati, se non all'interno, all'esterno.
Qui arriviamo ad un nuovo capitolo che dimostra come i nostri stati “democratici” commettano crimini e siano responsabili di violenze contro intere popolazioni. Ma di questo ce ne occuperemo in un'altra occasione.
Ci basti qui sapere che la democrazia non esiste in quei paesi che finora abbiamo creduto avessero adottato questo sistema politico. L'elezione a suffragio universale non assicura la democrazia, perché essa implicherebbe il governo del popolo e non la semplice elezione di chi governa.
Inoltre esistono forti gruppi di potere che condizionano l'operato del governo e le opinioni e i comportamenti di chi lo elegge.
La vera ed effettiva sovranità non appartiene né al popolo, come sta scritto nelle nostre costituzioni, né ai politici, come un'ampia e fuorviante pubblicistica di un certo giornalismo ci indurrebbe a credere, bensì a coloro che detengono il vero potere, non il voto né il seggio, ma il capitale, e che in sostanza sono in grado di controllare qualsiasi settore della vita pubblica (e privata).
Le nostre istituzioni, più che alla democrazia assomigliano a quelle della Roma di età repubblicana, dove il potere era appannaggio dell'aristocrazia e il popolo aveva la facoltà di esercitare una forma, tenue, di pressione attraverso istituzioni come il tribunato della plebe.
Non una democrazia, quindi, ma un'oligarchia “temperata”.
Fino ad alcuni decenni fa la facoltà che il popolo aveva di intervenire, in effetti, pur non essendo democratica, non era neanche puramente simbolica e il volere popolare contava effettivamente qualcosa.
Tuttavia negli ultimi anni si è avuta una deriva, come nell'Antica Roma, da un sistema repubblicano (dove l'aristocrazia dominava lo stesso ma il suo potere era in qualche misura contenuto) a un sistema propriamente imperiale, in cui le classi dominanti dispongono sempre più di un potere assoluto. Queste classi al potere, è bene ribadirlo, non sono i politici che ufficialmente esercitano le funzioni amministrative all'interno di istituzioni statali. Ma i detentori dei mezzi economici attraverso i quali condizionano l'azione politica.
Ma perché allora si fa tutto questo gran parlare di democrazia come se essa fosse uno stato di cose reali e non da conquistare?
Ciò è dovuto a un vecchio retaggio culturale e a precise condizioni storiche che cominciano dalla rivoluzione francese e arrivano fino ad oggi.
All'epoca della Francia rivoluzionaria era già una notevole innovazione l'avere introdotto la possibilità per il popolo di eleggere chi governa. In una situazione in cui la Francia era braccata dalle altre monarchie europee, essa aveva tutt'altri problemi, in primis la difesa del suolo nazionale e non poteva permettersi di far evolvere ulteriormente le proprie istituzioni col rischio di indebolirle ulteriormente.
In seguito con la crescita del potere della borghesia, quest'ultima vedeva nel nuovo sistema politico liberale, e non democratico, un mezzo efficace per consolidare la propria egemonia e quindi era interessata a conservarlo piuttosto che a migliorarlo o a superarlo.
Nel secolo Ventesimo, poi, anche il semplice diritto di voto per tutti non era affatto acquisito e numerosi partiti progressisti si attivarono per ottenere il suffragio universale. Una cosa del genere era vista, allora, e in effetti lo era, come un'innovazione storica, di portata straordinaria, e i suoi sostenitori ne cantarono le lodi, esagerando non poco, fino a rappresentarla come l'unico strumento portatore della vera democrazia.
Così, quando il suffragio universale arrivò, e quando anche i conservatori si convinsero ad adottarlo, tutti erano ormai convinti che si trattava della democrazia, e che i loro stati erano diventati a tutti gli effetti democratici.
Non ci furono critiche significative all'utilizzo di questa parola nemmeno in seguito. I partiti al governo mettevano in risalto il fatto che il popolo poteva scegliere “democraticamente” chi dovesse governare e che quindi loro erano pienamente legittimati a farlo. Gli oppositori, dal canto loro, quando volevano contestare qualcosa si appellavano allo “spirito” democratico così come veniva inteso allora, cioè come era rappresentato dai codici e dalle costituzioni. Un atto di un determinato governo poteva essere non democratico, ma non perché avveniva in un contesto non democratico, bensì solo perché quel governo non aveva rispettato le regole della cosiddetta democrazia in vigore.
Tutto il dibattito, tra sostenitori dei governi e dei gruppi dominanti e oppositori si esauriva all'interno delle istituzioni vigenti e questo perché le istituzioni vigenti erano democratiche, quindi non c'era nulla da migliorare se non il modo di usarle.
La situazione internazionale poi consolidò questo punto di vista. L'ascesa di regimi, nel corso di tutto il Novecento, palesemente tirannici, in particolare del fascismo e del nazismo, spinse i “democratici” a cimentarsi nel tentativo di mostrare la superiorità (indubitabile) dei loro sistemi su quelli di stampo fascista. Effettivamente la storia ha dato loro ragione, però, come i loro predecessori, esagerarono alcuni aspetti positivi e ne misero in ombra altri negativi. A cospetto del terribile regime nazista, le istituzioni liberali brillavano come un faro nella notte della civiltà e potevano, senza paura di smentita, fregiarsi dell'appellativo “democratiche”, sicure di non perderci nel confronto.
Dopo il conflitto mondiale, con l'inizio della Guerra Fredda, le potenze occidentali con la loro propaganda erano tutte tese a sostenere il diritto di scelta del popolo e dipingevano il proprio sistema come l'unico in cui fosse in vigore la democrazia, descrivendo invece i paesi del “socialismo reale” come delle tirannie brutali.
Anche qui i “democratici” avevano ragione solo in parte, i paesi del cosiddetto blocco socialista avevano anch'essi i loro vantaggi e i paesi occidentali non erano così democratici come si voleva far credere.
Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, in Occidente, si diffuse un'ondata di sommosse popolari, di mutamenti culturali e ci fu un'avanzata decisiva dei movimenti popolari che preoccupò non poco la classe al potere. Questo alimentò ulteriori illusioni circa la natura dei nostri sistemi. Se è permessa una tale forma di dissenso, se al popolo è permesso intervenire nelle questioni politiche in un modo che finora non aveva mai avuto, non è questa forse la prova che la democrazia esiste ed è perfettamente funzionante?
La caduta del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica, poi, doveva dimostrare al mondo l'effettiva superiorità del sistema di governo occidentale, l'unico che riconoscesse diritti politici al popolo, e l'unico ad essere sopravvissuto alle “dure repliche” della storia.
Oggi però non esiste una situazione internazionale che ci debba tenere avvinti a questa errata opinione. I governi occidentali, nel difendere le proprie guerre, hanno tentato di contrapporre oscuri regimi religiosi alla “democrazia” ancora una volta, operazione però di cui è facile mostrare la malafede e l'inganno, essendo quei regimi nient'altro che il risultato del modo di operare delle nostre “democrazie” su scala internazionale, le quali non hanno esitato ad armare tirannie anche peggiori di quelle contro cui si scagliano.
L'involuzione del sistema politico, dovuta alla crescente internazionalizzazione del capitale e al grande potere delle lobby di pressione, è palese a tutti. Gli elettori, il cosiddetto “sale della democrazia”, sono sfiduciati, non vanno più a votare come prima e quando lo fanno votano “il male minore” cioè chi non vorrebbero votare. I governi prendo decisioni sempre più impopolari, e persino antipopolari, per garantire il proprio servizio ai loro veri padroni che restano nascosti nell'ombra. Le guerre ne sono solo uno dei tanti, e tuttavia uno dei più tragici, esempi. Quasi sempre incontrano prima o poi lo scontento popolare dei paesi che le hanno provocate, per interessi tutt'altro che popolari, eppure non mancano di continuare testardamente a sostenerle.
Le crisi economiche internazionali sembrano dei disastri provocati da potenze occulte cui i governi non vogliono o non possono porre rimedio e in cui a farne le spesse è quello che le nostre costituzioni chiamano sovrano, il popolo.
Si è mai visto un sovrano tanto sfruttato, ingannato, affamato, disoccupato, sottopagato e incapace di liberarsi dei propri ministri incompetenti o corrotti? Un sovrano il cui volere si rivela sempre essere stato tradito dai propri funzionari, senza che questi mai ci rimettano la testa se non per far posto ad altri peggiori? Un sovrano, soprattutto, che non governa e la cui parola non conta nulla, un sovrano costantemente ricattato e ingannato da una cricca che siede sul suo trono e che egli non ha nemmeno mai visto?
Eppure ancora oggi si continua a credere o a fingere di credere che questo sovrano conti qualcosa. Si è capaci dei cavilli più sofisticati per mostrare quale sottigliezza giuridica sarebbe più appropriata a quella che si crede essere la democrazia. Se c'è qualcosa di palesemente non democratico ciò è attribuito a una mancanza degli uomini, mai delle istituzioni e del sistema che le perpetua, eppure questi ultimi sono sempre gli stessi, mentre gli uomini cambiano sempre.
Liberiamoci quindi una volta per tutte di questa retorica falsa e ipocrita e guardiamo in faccia alla realtà. Giungeremmo così a tre specie di conclusioni:

1. La democrazia non esiste e non è mai esistita.
2. “Democrazia diretta” è una tautologia e “democrazia indiretta” un ossimoro. La democrazia o è diretta o non è
3. La democrazia non esiste ancora ma è possibile evolvere verso di essa se comprendiamo che il sistema ora in vigore è tutto meno che democratico.

giovedì 18 marzo 2010

La religione del voto


Poiché vedo che il mondo dei blogs italiani (quelli orientati a sinistra) è diviso tra chi invita tutti a votare e chi invece sostiene che il voto è inutile e bisogna restarsene a casa, vorrei intervenire un attimo sulla questione.
Da un lato ci sono i "patrioti del voto a sinistra", chi invita a votare ad ogni costo, e votare contro Berlusconi, non importa chi, basta che non sia la destra o un suo alleato. Questi bloggers danno un significato molto importante a questo voto, per loro se vince Berlusconi è una catastrofe talmente grande che chiunque sarebbe migliore di lui.
Lasciatemi subito dire che io non sono d'accordo con loro. Lo dico da antiberlusconiano, sia ben chiaro. Ma non penso che il male sia Berlusconi, penso che egli sia solo una parte, e neanche la parte più grande, del male. Non penso che chiunque possa andare meglio di Berlusconi. Non penso che Pd e Italia dei Valori sarebbero il cosiddetto "male minore". Se facciamo attenzione a quelli che sono i temi fondamentali (lavoro, economia, politica estera, ecc.) i due schieramenti sono abbastanza allineati. Se guardiamo alle leggi di precarizzazione del lavoro, alle guerre cui l'Italia ha preso parte, ai tagli alla sanità e alla scuola, vediamo che la responsabilità può essere divisa equamente tra entrambe le coalizioni. Ne ho in già parlato in passato e credo che ormai su questo siano d'accordo tutti, perciò non mi dilungherò ulteriormente su questo punto.
Stando così le cose mi sembra ingenuo pensare che il diavolo sia Berlusconi portatore da solo di tutte le piaghe possibili per il Paese. Come ho già avuto modo di spiegare esistono lobby fortissime che condizionano l'operato di tutti i governi, siano essi di centrodestra o di centrosinistra. Di conseguenza il problema principale non è evitare che vinca Berlusconi, ma evitare che queste lobby continuino ad influenzare la politica italiana come quella di qualunque altro paese. Riuscire in una simile impresa purtroppo non si può con una semplice croce una volta ogni cinque anni. Il voto, checché ne dicano gli apologeti di questa presunta democrazia, non è in grado di assicurare al popolo l'obbedienza della propria classe dirigente. E' al massimo in grado di assicurargli quali individui della classe dirigente vadano a governare, ma non il modo in cui decidono di farlo.
Per cui questo appello drammatico "o votare o la morte" appare abbastanza ridicolo alla luce di questi fatti. Non sto dicendo che non bisogna votare. Voglio solo invitare i fautori del voto a ridimensionare un po' le loro aspettative circa le elezioni e la drammatizzazione che fanno di una croce su un simbolo.
Dall'altro lato però ci sono gli sfiduciati, i "pessimisti cosmici" quelli per cui nemmeno un Messia potrebbe cambiare le cose. Secondo questi non bisogna andare a votare e così facendo credono di aver risolto tutti i loro problemi. Ne fanno un punto d'onore: pensano che l'astensione sia un dispetto che si fa ai politici, e non si accorgono, infantilmente, che a questi ultimi non interessa minimamente quanti sono gli astenuti, ma soltanto vincere le elezioni. Fossero anche (per assurdo) in dieci a votare, se sei votano per il partito x, quest'ultimo si riterrà più che soddisfatto della vittoria e governerà allo stesso modo che se fossero stati in milioni a votare.
E' veramente sciocco pensare che standosene a casa si possa dare una lezione a chi ci sta antipatico. Se è vero che votare non cambia niente, come loro sostengono, figuriamoci non votare!
Inoltre questo atteggiamento è di un qualunquismo davvero nocivo. Se non si crede nelle elezioni (opinione legittima) ci si dovrebbe attivare e darsi da fare per cercare di compensare questa mancanza. Ci si potrebbe impegnare direttamente in politica oppure attraverso la militanza in movimenti, associazioni o nelle lotte per determinati diritti. E invece in genere i "pessimisti cosmici" non solo non credono nel voto, ma non credono in qualunque forma di partecipazione politica. Un comodo modo per giustificare il loro totale immobilismo. Se fosse stato per loro non ci sarebbe mai stata nessuna presa della Bastiglia, e vivremmo ancora sotto la monarchia.
E' mai possibile che qualsiasi strada sia impercorribile per cercare di cambiare le cose? Secondo costoro la risposta è affermativa. Sono in numero crescente, stanno diventando talmente numerosi che presto sarà davvero impossibile fare qualcosa. Di fronte a loro qualsiasi attivista, anche il più generoso dovrebbe arrendersi, anche l'oratore più abile non riuscirebbe a intaccare la granitica certezza che costoro nutrono nell'immobilità dell'universo.

Io non voglio convincere a votare o ad astenersi. Voglio solo invitare ognuno a giocarsi le proprie carte nel modo più proficuo possibile. I "pro-voto" la smettano con la loro ossessione per un'unica persona. Guardino quelli che sono i candidati e le forze in campo e scelgano non "il meno peggio" ma chi abbia il requisito minimo per poter cambiare qualcosa: essere diverso dagli altri.
Gli "anti-voto" sono convinti dell'inutilità delle elezioni? bene. Non si diano però per vinti. Cerchino qualche forma alternativa di partecipazione.
Purtroppo in Italia c'è una sorta di religione del voto che vede due schieramenti l'uno contro l'altro armati: da una parte quelli che sono convinti dell'imprescindibilità e della assoluta necessità del voto come fosse un bisogno fisiologico, e reputano coloro che si astengono colpevoli di chissà quale immondo peccato, responsabili di chissà quali tragedie. Dall'altra parte ci sono invece quelli per cui, al contrario, votare è un'offesa alla dignità umana e all'onore personale. Mettere una croce su una scheda è per loro chissà quale vergognosa infamia, chissà quale complicità con i peggiori criminali.
Questo perché entrambi danno troppa importanza al voto. Entrambi attribuiscono significati a questa attività che in realtà essa non possiede. Ciò è dovuto alla convinzione che gli eletti siano i veri padroni. Convinzione del tutto errata, perché essi non sono che delle marionette mosse da interessi di portata ben più rilevante e che noi non vediamo accecati dalla nostra furia pro o anti elettorale.
Penso che prima di partire in quarta con le nostre crociate dovremmo effettivamente renderci conto di ciò con cui abbiamo a che fare: che cos'è la democrazia? è vero che i nostri stati sono democratici? chi è che governa realmente lo stato? che potere abbiamo di influenzare la sua azione? A queste domande non sappiamo rispondere se non con stereotipi o luoghi comuni (tipico rifugio di chi non sa ma vorrebbe dare a intendere di sapere). Ed è per questo che prossimamente Eresia rossa si occuperà appunto di queste questioni.

P.S. Un po' di tempo fa invitai anch'io al voto. Ma lo feci in un modo un po' diverso, selettivo, con un criterio, condivisibile o meno. Ne parlai in questo post.



lunedì 8 marzo 2010

Che fine ha fatto la sinistra?

Tutti sono impegnati in questi giorni a occuparsi delle elezioni regionali, dopo aver parlato delle escort di Berlusconi e dei massaggi erotici di Bertolaso.
In piena crisi economica (mentono quelli che dicono che è finita), una crisi che ha spazzato via come un ciclone tutti i dogmi del liberismo – che negli anni Ottanta e Novanta avrebbe dovuto inaugurare la via di un radioso avvenire – ci si aspetterebbe che coloro che per tutti questi anni hanno proposto queste ricette fallimentari dovessero essere scaraventati via dal piedistallo su cui li aveva posti il vento mutevole (e spesso beffardo) della storia. E invece li ritroviamo ancora in sella a riproporre le stesse ricette di sempre come una litania, magari infarcendole di qualche parola “innovativa” che li faccia sembrare abbastanza “obamiani” per riciclarsi.
Di fronte al catastrofico fallimento delle teorie e delle pratiche politiche della destra (quella destra che dopo la caduta del Muro di Berlino già cantava vittoria e arrivava persino a teorizzare una utopistica “fine della storia”) ci si aspetterebbe una sinistra in ascesa straordinaria, o quantomeno in ripresa, capace di sfruttare quelle “dure repliche della storia”, quelle che qualche anno prima dovevano costringerla alla capitolazione, questa volta, contro i propri avversari.
E invece la ritroviamo in stato comatoso, in una condizione molto peggiore che durante l'epoca thatcheriana.
Il problema, per meglio dire, non è che la sinistra non sia abbastanza efficace nel proporre le proprie idee, o che non riesca a comunicarle, ma che semplicemente ha smesso di proporle e di comunicarle, decretando frettolosamente la propria sconfitta, che sarebbe stata rappresentata simbolicamente dalla caduta del Muro di Berlino, la quale avrebbe dovuto dimostrare ciò che in realtà non dimostrava.
Così, arresisi ad una falsa evidenza, quei dirigenti che un tempo parlavano di lotta di classe e di socialismo, si sono consegnati alla destra, e così facendo a coloro che ne muovono i fili, industriali, banchieri e speculatori.
Illusi da questa propaganda del “nemico alla propria testa” come diceva una vecchia canzone, come dei giornali e delle televisioni dei vecchi avversari (i quali erano quasi increduli di poter finalmente manifestare apertamente e senza infingimenti le loro intenzioni) anche il popolo, i lavoratori, la “base”, l'ossatura di tante lotte e di tante ribellioni, hanno finito per dimenticare le aspirazioni di giustizia ed uguaglianza ed abbandonarsi al sogno del successo individuale e della scalata sociale, sogno che poco più tardi avrebbe dovuto infrangersi contro gli scogli della dura realtà e della storia.
La sinistra, così, ha smesso di essere sinistra, conservandone, nel migliore dei casi, solo il nome (e ormai si tenta di eliminare anche quello, ultimo testimone di un passato scomodo).
Chi avrebbe mai pensato, che i rivoluzionari di un tempo, che issavano la bandiera rossa nelle piazze e cantavano l'internazionale, si sarebbero ritrovati, qualche decennio più tardi, con la tessere di un partito che annovera tra le sue file imprenditori, cattolici fondamentalisti e teorici del lavoro di ispirazione neoliberale?
Chi avrebbe potuto immaginare che coloro che per protestare erano disposti anche ad affrontare i manganelli della polizia, sarebbero stati attirati dal richiamo, un giorno, di “ordine”, “legalità” e “sicurezza” inseguendo un ex magistrato ed ex poliziotto?
Bisogna ammetterlo, la destra e i teorici conservatori sono stati molto abili. Perché hanno saputo trasformare una potenziale sconfitta, in una vittoria. Non hanno avuto ragione, le loro ideologie si sono rivelate nient'altro che delle coperture abbastanza raffazzonate dei loro veri interessi. Ma hanno saputo trasmettere quelle idee al campo avversario, hanno saputo illudere milioni di persone e di ex rivoluzionari.
Guardiamo in faccia la realtà. Tutto quello che ci rimane è un questurino e un comico che si affannano a sputar sentenze contro un unico bersaglio, come se la causa di tutti i mali risiedesse in un unica persona, fosse anche il capo del governo.
Poiché la sedicente sinistra di oggi non ha molti argomenti per distinguersi dai loro pseudo-avversari, l'unica possibilità che ha per tentare di salvare le apparenze è quella di metterla sul piano personale. L'unico torto della destra, per questi signori, non sono le politiche di destra, ma il fatto di essere corrotta. Il problema, non sono quindi le idee e le pratiche, ma gli uomini.
E allora si può anche accogliere a braccia aperte chi resta sempre di destra, ma mantiene intatta una certa reputazione. Si può anche costituire il “fronte degli onesti” e andare all'assalto della fortezza del male, senza preoccuparsi di programmi, ideologie, teorie e prassi.
Presunte differenze ideologiche non bastano a tenere gli uomini divisi se a unirli sono dei comuni interessi.
Ma non sta bene dirlo in giro. Non sta bene dire che i candidati alle elezioni nella regione Lazio vogliono in fondo la stessa cosa, anche se lo dicono in modo diverso.
E allora non è sembrato vero a certi “progressisti” potersi appigliare ai processi per fare persino la parte dei “duri e puri” e degli “intransigenti”.
I temi più importanti sono stati accantonati, perché avrebbero mostrato l'identità delle proposte dei due schieramenti. Vediamo quali contorsioni hanno fatto costoro per ritrovarsi nel letto dei loro avversari.
Economia. La destra vuole limitare l'intervento dello stato e favorire l'iniziativa privata, la sinistra invece vuole espanderlo per tutelare i diritti dei lavoratori e dei più poveri. La destra tende a privatizzare, la sinistra a nazionalizzare. Da che mondo e mondo questa è sempre stata la differenza tra destra e sinistra. Anche il più ignorante la conosceva. Finché sono arrivati i messaggeri dell'Olimpo a dire che ci eravamo sbagliati e che il mercato non è da rifiutare, perché rifiutarlo sarebbe un pregiudizio “ideologico” (ma accettarlo invece no, chissà perché).
Le nazionalizzazioni e il ruolo dello stato sono ciò che prima distinguevano la sinistra dalla destra in campo economico. Governo Prodi, primo e secondo, governo D'Alema. Adesso, dopo la “conversione” è il “centrosinistra” a privatizzare la maggior parte del patrimonio dello stato, tanto per dimostrare alle lobby di essere all'altezza del compito che gli è stato affidato. Si è partiti dalle autostrade e si è arrivati all'acqua.
Lavoro. La sinistra sta con i lavoratori, la destra con i padroni. La sinistra vuole aumentare le tutele sociali, la destra vuole abolirle o ridimensionarle. Semplice, elementare. Questa fino ad alcuni anni fa era la realtà politica. Poi sono arrivati i guru del marcato a sdoganare la “flessibilità” e la difesa degli interessi padronali anche per la (ex) sinistra. Sono arrivati i Biagi (che il fatto di essere stato assassinato non lo rende un martire) e gli Ichino a spiegarci che così non poteva andare e che i lavoratori erano “troppo protetti”, che le aziende dovevano essere libere di licenziare come e quando loro pare. Legge Treu, aggressione allo Statuto dei lavoratori (quello che la sinistra un tempo aveva conquistato) e al divieto di licenziamento senza giusta causa, liberalizzazione totale del marcato del lavoro. Questa gente non si è mai premunita di spiegarci perché un elettore di sinistra avrebbe dovuto votare un professore che, dalla sua cattedra, proponeva politiche di destra da sperimentare sulla pelle dei lavoratori.
Esteri e difesa. La sinistra è contro il militarismo e la guerra, la destra è a favore della guerra. Fu sempre la sinistra a mobilitarsi contro le guerre e i massacri delle potenze imperialiste. La sinistra sostiene da tempo un teoria la cui veridicità è stata ampiamente provata dai fatti: le vere ragioni della guerra non sono “gli interessi nazionali” ma gli interessi capitalistici delle multinazionali. Lo capirebbe anche un bambino.
Serbia, Afghanistan, interventi militari ordinati dal governo D'Alema in piena sintonia con la destra e con quelli che una volta contestavano in piazza ai tempi del Vietnam.
La questione palestinese. La sinistra è sempre stata un alleato fedele dei palestinesi e ha sostenuto la causa di un popolo sotto occupazione, massacrato, torturato e cacciato dalla propria terra e dalla proprie case (sarà pubblicato prossimamente un post su Eresia rossa a riguardo). Poi il revisionismo che tutti sappiamo e si è finito per accettare le menzogne di Israele.
Cultura. La sinistra era dalla parte degli oppressi, siano essi operai, disoccupati, barboni, piccoli delinquenti, zingari, prostitute, immigrati. Questo sembrava un dato di fatto acquisito dalla coscienza collettiva. Per la sinistra l'infrazione non è il risultato di una qualche devianza, ma un fattore sociale, determinato dalla società. Il crimine che viene punito è solo quello delle classi subalterne al contrario dei “crimini dei colletti bianchi”. Il ladro è una vittima anche lui della società che lo ha emarginato e lo ha ghettizzato. Gli immigrati oggetto di razzismo godevano della nostra solidarietà internazionalista. “Gli operai non hanno patria” era il vecchio motto. Poi ci vengono a raccontare che ci eravamo sbagliati, che Marx si era sbagliato e avevano ragione i nostri avversari. E allora i sindaci “di sinistra” cominciano a riempirsi la bocca con le parole “sicurezza”, “tolleranza zero”, come gli sceriffi texani e mettono al bando zingari e immigrati, sgomberano i campi nomadi (dopo aver abbondantemente permesso le ville abusive) e diviene persino lecito per un imprenditore sparare al ladro che gli entra in casa per difendere la proprietà, difeso a spada tratta da codesti sindaci e politici. Nessuno di simili “progressisti” odierni si alzerebbe a dire che una vita umana, fosse anche quella di un ladro, vale più della proprietà e che l'omicidio è in ogni caso un crimine assai peggiore del furto.
La sinistra è contro la repressione, contro l'autorità, contro l'ordine borghese. Adesso Di Pietro è nelle nostre piazze a chiedere “law and order”, come dicono in America, a chiedere l'apertura di nuove carceri, ad opporsi a ogni indulto o amnistia e a santificare i prefetti e i procuratori che autorizzano il pestaggio degli studenti e dei manifestanti causandone spesso la morte.
La sinistra fu protagonista del Sessantotto, degli infuocati anni Settanta e delle lotte che li attraversarono. I “radical chic” di oggi scrivono dalle pagine di Repubblica ripudiando quegli anni, unendosi al coro dei conservatori che fanno di tutto per screditarne la storia e il tentativo di cambiare il mondo, si salvano forse solo i Beatles.
La sinistra vuole l'uguaglianza, vuole che tutti possano soddisfare i propri bisogni biologici e sociali, senza distinzioni di classe.
Oggi fanno i comizi con in bocca sempre la stessa parola: “meritocrazia” dimenticando quanto somigli a un'altra parola, “aristocrazia” (che significa “governo dei migliori”) dimenticando che è un concetto di destra, perché chi è “meritevole” in genere è chi ha i mezzi per potersi creare una istruzione adeguata e chi non lo è, invece, è chi quei mezzi non li ha avuti.
La sinistra sosteneva la causa femminista, difendeva i diritti delle donne, combatteva il maschilismo. Adesso nessuno più si ribella all'immagine della donna che ci viene fornita dalla televisione. L'Unità, quello che era stato il giornale di Gramsci, uno dei padri della sinistra italiana e il suo massimo teorico, mette in prima pagina un paio di chiappe, adeguandosi all'andazzo dei giornaletti che adottano questi mezzucci per vendere più copie (e seguendo quindi, per giunta, la mera logica del profitto).
Persino Rifondazione Comunista, un partito che si vantava di essere rimasto fedele alle proprie idee e alla propria storia senza fare abiure, pochi giorni fa ha diffuso un manifesto con un tacco a spillo in primo piano con l'immagine della falce e martello e sotto la didascalia “le nostre sono donne di classe”.
Bisogna essere “moderni”, “di tendenza” e dobbiamo adeguarci alla moda del momento.

In sostanza la sinistra ha finito per portare avanti le idee della destra, al servizio di quegli stessi interessi che un tempo denunciava. Non c'è da stupirsi quindi che sia sparita. Chi fa il gioco dell'avversario alla fine perde, questa è una regola elementare. Ebbene la sinistra ha fatto proprio questo negli ultimi anni e non ha fatto che perdere finendo alla fine per scomparire definitivamente non dal parlamento, che non sarebbe ancora niente, ma, molto più tragicamente, dalla coscienza delle persone che erano dalla sua parte, che non sanno più cos'è la sinistra e che fanno discorsi di destra.
Un vero peccato se si considera che questa poteva essere una occasione favorevolissima per dimostrare che avevamo ragione, quando mettevamo in guardia dalla sbornia reaganiana, e per rilanciare i nostri programmi. Ma la sinistra è stata uccisa dai suoi stessi figli, quindi non c'era più nulla, ormai, da rilanciare.
Non è una questione di poco conto. Ciò significa che perderemo, come stiamo perdendo, tutti quei diritti, quelle tutele, che gli attivisti, i partiti e le organizzazioni di sinistra erano riuscita ad ottenere. Questo significa che la nostra vita peggiorerà, come sta peggiorando, che pagheremo sulla nostra pelle questa scelta sciagurata e miope.


E allora vi lascio alle note dei Modena City Ramblers, chissà che non sia di buon auspicio.