
mercoledì 4 novembre 2009
Libera scuola in libero stato

martedì 23 giugno 2009
La scuola della Gelmini: privata e autoritaria

Tutto è cominciato con una riforma sciagurata che taglia i posti di lavoro diminuendo il numero dei docenti, riduce drasticamente i finanziamenti all'istruzione pubblica e permette la privatizzazione delle università.
Qualche giorno fa il Ministro ha dichiarato: “voglio che tutti abbiano il diritto di scegliere se andare alla scuola pubblica o alla scuola paritaria. Quindi, siccome le scuole paritarie costano, sto pensando a una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus a chi vuole frequentarle” (asca). L'intento quindi è quello di trasferire risorse dalle strutture dello Stato a quello private, andando così verso una sostanziale privatizzazione dell'istruzione.
Tutto questo viene coniugato con una buona dose di autoritarismo gentiliano. Innanzitutto c'è stata la riduzione dei maestri elementari e la reintroduzione del maestro unico, un provvedimento biasimato da qualsiasi pedagogista e che va a colpire proprio il fiore all'occhiello della scuola italiana, cioè l'istruzione elementare. Un provvedimento frutto di un'ideologia paternalistica, che considera l'educazione tutta incentrato sulla figura autoritaria del maestro unico.
A questo bisogna aggiungere le decisioni sul voto in condotta, che se insufficiente può portare alla bocciatura dello studente. Ciò viene giustificato con il contrasto al “bullismo”. Ma più che ai bulli andrà a colpire quei ragazzi esuberanti che si trovano in ogni classe. Anche lo studente più brillante potrebbe essere bocciato per qualche irrequietezza di troppo. Un chiaro segnale da parte del governo, che vuole tutti sull'attenti, a cominciare dai ragazzi nelle scuole.
Già col Decreto Gelmini che tagliava consistentemente le risorse alla scuola pubblica, in maniera forse senza precedenti nella scuola repubblicana, veniva risparmiata da questi tagli l'istruzione privata. Il governo ha fatto finta di intervenire anche su quella, ma dopo il diktat dei vescovi ha fatto subito marcia indietro. Un comportamento che ha mostrato subito la fedeltà e la subalternità che questo governo ha nei confronti del Vaticano, e la totale mancanza di rispetto per il volere popolare. Non è bastata, infatti, una protesta studentesca, come non si era mai vista dal '68, a far retrocedere il Ministro. È bastato invece un colpo di tosse dell corpo ecclesiastico perché abbandonasse l'idea di intaccare anche solo impercettibilmente i privilegi della Curia.
Poi, negli ultimi giorni, la stangata finale, l'annuncio dell'incremento ulteriore dei finanziamenti alla scuola privata. In un modo indiretto, cioè incentivando chi decide di frequentarla, ma molto efficace, perché ciò farà aumentare le iscrizioni e quindi anche le rette. Quindi i profitti per l'apparato capitalistico del Vaticano.
La Gelmini utilizza le pessime condizioni della scuola pubblica per giustificare il finanziamento a quella privata (che comunque nonostante tutto non offre un'istruzione migliore). Ma a queste pessime condizioni ha provveduto il suo stesso governo, assieme a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni e che hanno sostenuto tagli consistenti all'istruzione statale.
La Costituzione stabilisce il diritto di tutti, indistintamente, all'istruzione. Invece, quella che si vuole creare oggi è una scuola di classe, per soli ricchi, lasciando le briciole ai ceti più poveri.
La Gelmini dice di voler dare “il diritto di scegliere” con questo “bonus” alla scuola privata. Ma questo diritto è cancellato dalle sue stesse decisioni, dalla scelta di penalizzare l'istruzione dello Stato, e quindi del popolo italiano, a scapito dell'educazione della classe dominante, della ricca borghesia. Sarebbe stato assicurato, al contrario, dal potenziamento delle strutture pubbliche e dalla polivalenza della scelta formativa all'interno di queste stesse strutture pubbliche. Invece si è andati nella direzione esattamente opposta. Si è colpita l'istruzione pubblica e si è imposto un modello autoritario e fisso di formazione, rendendo impossibile di fatto allo studente scegliere tra diversi percorsi formativi.
Incentivando la frequentazione di istituti privati non si dà nessun diritto di scegliere. Per una elementare legge del mercato, se si fa aumentare la domanda di un servizio, il costo di quel servizio sale. Proprio ciò che si è fatto, sia penalizzando il modello universalistico dell'istruzione, sia privilegiando quello classista. Non appena le scuole private, spesso cattoliche, vedranno aumentare le iscrizioni, aumenteranno le rette. Questo modello tende quindi sempre più ad escludere la classe media da una adeguata educazione, laddove le classi più povere erano già da tempo penalizzate, e riconvertendo un diritto generalizzato di qualsiasi studente, in un privilegio di elite. Ne viene fuori una scuola che discrimina tra studenti ricchi e studenti poveri, studenti più capaci e studenti meno capaci, studenti disagiati e studenti integrati.
Ciò ubbidisce a un chiaro disegno egemonico dei poteri economici ed ecclesiastici: estendere il loro controllo sull'apparato educativo espropriando i figli della classe lavoratrice e degli strati più poveri del diritto all'istruzione, per renderlo monopolio esclusivo dei ricchi e dei potenti.
mercoledì 3 giugno 2009
Licenziato per un questionario sulla religione

È evidente che questo professore ha sollevato una questione scomoda: scomoda per la Chiesa che può scegliere gli insegnanti di religione della scuola di Stato (senza che nessuno in questo caso si ponga il problema della “competenza” della Chiesa circa l'istruzione pubblica). Scomoda evidentemente per gli insegnanti di religione che spesso sono sacerdoti che vanno a fare le loro prediche nelle scuole pubbliche, violando il principio della laicità dello stato. Scomoda per il Ministero e le politiche sull'istruzione nel nostro paese, che permettono ipocritamente agli studenti di “non avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica” salvo poi non istituire alcuna attività didattica sostituiva. Ma scomoda soprattutto per le gerarchie ecclesiastiche che usano la scuola come strumento di proselitismo e di privilegio rispetto alle altre religioni, di cui non si prevede alcun insegnamento.
Tutte le volte che qualcuno pone la questione della laicità nella scuola pubblica viene spacciato per pericoloso terrorista. Basta ricordarsi il caso del crocifisso appeso nelle aule scolastiche per esprimere un'appartenenza religiosa che non è quella della totalità degli studenti e del personale scolastico, quando una madre tentò di sollevare il problema.
Non solo il Vaticano incassa il finanziamento alle proprie scuole private da parte dello Stato (unica voce che la riforma Gelmini non ha tagliato) ma pretende di imporre, e la impone, la propria dottrina anche nelle scuole pubbliche che in teoria dovrebbero essere di tutti i cittadini e quindi equidistanti dalle varie religioni come dai credi non religiosi.
È una questione drammaticamente assente dal dibattito politico, anche in tempi di campagna elettorale, quella della laicità delle istituzioni e del pluralismo dell'istruzione, mentre i politici italiani dei maggiori partiti sembrano fare a gara per assicurarsi l'appoggio del Vaticano. Eppure quegli stessi politici dopo le recenti elezioni europee siederanno nei seggi dell'europarlamento, spesso nello stesso gruppo, assieme a colleghi come quelli francesi che non pensano minimamente di rimettere in discussione, né a destra né a sinistra, né tra laici né tra cattolici, una legge come quella che nel loro paese vieta l'esposizione di simboli religiosi nei luoghi delle istituzioni pubbliche.
In Italia c'è il Vaticano, certo. Ma c'è anche la debolezza di una classe dirigente totalmente distaccata dalle bisogni reali della società e irrimediabilmente succube dei poteri sia delle lobby industriali e finanziarie sia dei vertici ecclesiastici. Che molto spesso sono la stessa cosa.







