venerdì 2 aprile 2010
Ovvietà
mercoledì 31 marzo 2010
Tutta colpa loro!

lunedì 29 marzo 2010
Nullità
giovedì 18 marzo 2010
La religione del voto

giovedì 3 settembre 2009
La sinistra che fa la sinistra

Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est). La Linke nelle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno riguardato tre dei 16 lander tedeschi, ha visto una crescita esponenziale dei suoi consensi raggiungendo il 19,5% dei voti. Ora si apre uno scenario dove ogni maggioranza di governo potrebbe essere possibile.Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est).Domenica scorsa infatti si è votato in Germania per le elezioni regionali in tre dei sedici Stati della Repubblica federale (Sassonia e Turingia all'Est, Saarland all'ovest) e per le comunali nel Nordreno-Westfalia. I risultati hanno visto un forte calo della Cdu, il Partito cristiano democratico del cancelliere Angela Merkel che perde in Sassonia, Turingia e nella Saar, una sostanziale tenuta dell'Spd e appunto una spettacolare affermazione della Linke che ha raggiunto il 19,5% dei consensi.Ma al di là del dato numerico, è quello politico ad assumere più valore, dopo 20 anni dalla caduta del muro potrebbe essere possibile anche a livello federale una maggioranza di governo che comprende una formazione composta da comunisti, la Linke infatti è stata definitivamente sdoganata e una sua alleanza con i socialdemocratici non appare impossibile soprattutto se la Merkel non riuscirà a mettere in campo un accordo con i Liberali che finora non ha portato grossi vantaggi.Tutti gli scenari, a causa dell'alto grado di indecisione degli elettori rilevato da tutti i sondaggi, quindi diventano sorprendentemente possibili per le prossime elezioni politiche: maggioranza giallo-nera (liberali e Cdu), una riedizione della Grosse Koalition tra la Merkel e l'Spd oppure un governo di sinistra con social democratici, verdi e Linke.In quest'ultimo caso l'instabilità potrebbe essere la caratteristica principale vista la differenza tra i partiti su alcuni temi fondamentali come Ue, Nato, Afghanistan, Iran, politica economica. Ma l'affermazione della Linke ha assunto un significato particolare che potrebbe travalicare le tradizionali differenze di schieramento, la prova è data dal fatto che la sinistra è cresciuta esponenzialmente, non solo nelle tradizionali roccaforti dove risiedono i ceti sociali più poveri, ma soprattutto in due regioni come la Turingia e la Sassonia che dopo la riunificazione sono tornati i più ricchi, con una diffusa industria esportatrice ad alta tecnologia, e dove ceti medi e classe operaia ben pagata sono fasce significative della società.
AMI, 1 Settembre 2009
lunedì 22 giugno 2009
Lasciate in pace l'Iran

Questa campagna è stata diffusa dai media occidentali, che hanno avallato l'idea dei brogli contro Moussavi. L'opposizione è scesa in piazza per protestare contro queste presunte irregolarità, e le televisioni in Occidente vi hanno dato ampio risalto.
Tutti sembrano assolutamente convinti che le elezioni iraniane non si siano svolte in modo regolare.
Eppure dei sondaggisti americani avevano prima del voto realizzato un sondaggio che vedeva Ahmadinejad in netto vantaggio sull'avversario (ANSA).
Del resto l'ampia maggioranza della popolazione iraniana aveva già in precedenza manifestato il suo appoggio per l'attuale presidente. La maggior parte degli iraniani vive in una condizione di povertà, non ha accesso all'istruzione e alle cure sanitarie. In questo contesto Ahmadinejad è stato l'unico tra i leader politici ad essersi interessato alle condizioni delle classi povere. Ha sostenuto una politica di redistribuzione e ha nazionalizzato le risorse energetiche. È normale che questo non piaccia a Washington, che sul petrolio iraniano ha sempre fatto grandi affari. È normale che questo non piaccia ai ceti agiati e alla ricca borghesia, sempre favorita in passato dalle politiche fiscali.
Sono soprattutto i ceti colti e benestanti ad appoggiare Moussavi. Sono loro ad essere scesi in piazza e a manifestare per le libertà civili. Dunque una minoranza. Ed è ovvio che sia così, perché la parte povera della popolazione non ha certo il tempo per pensare ai grandi ideali, mentre il problema principale è spesso la sopravvivenza.
Ahmadinejad ha portato avanti una politica di indipendenza dalle grandi potenze. Questo, Usa e Europa non glielo hanno perdonato. Hanno usato la questione del nucleare iraniano per imporre sanzioni a un popolo già provato, e che tenta ora faticosamente di scrollarsi di dosso il neocolonialismo occidentale. Ma di fronte a questa legittima esigenza i grandi difensori delle libertà civili sembrano sordi. Perché l'Iran dovrebbe essere privato del nucleare, mentre Israele, un paese che ha più volte manifestato la sua pericolosità militare e il suo furore bellico (ai danni dei palestinesi) molto più dell'Iran, può ampiamente disporne? Forse perché il miglior alleato degli Stati Uniti rischierebbe di perdere la supremazia geopolitica nel Medioriente?
È vero, Ahmadinejad usa dei metodi repressivi e una politica autoritaria spesso non rispettosa dei diritti umani. Ma dov'erano questi paladini della libertà quando erano gli Stati Uniti a rovesciare il governo democratico di Mossadeq per insediare quello autoritario dello Shah di Persia? Dov'erano quando foraggiavano un dittatore tra i più sanguinari, Saddam Hussein, ben peggiore di Ahmadinejad (il quale almeno è stato eletto) per opporsi alla rivoluzione iraniana?
Le accuse che si rivolgono ora ad Ahmadinejad, certo non potevano valere per Mossadeq, il quale passò tutto il resto della sua vita agli arresti, senza che nessun ardente paladino dei diritti umani muovesse un dito. La questione dei diritti civili e della democrazia per gli occidentali è in realtà solo un pretesto per far valere i propri interessi egemonici in Medioriente. Come allora rovesciarono Mossadeq che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere, con l'appoggio della ricca borghesia che aveva visto con fastidio la redistribuzione del reddito, così oggi cercano di fare la stessa cosa con Ahmadinejad.
Il colmo è che per farlo non si servono di un politico integerrimo, ma di un arrugginito Moussavi, già Primo Ministro, che non può certo vantare nei suoi anni di governo una condotta irreprensibile. Egli infatti è stato coinvolto nello scandalo Iran-Contras nell'86, in cui gli americani vendettero armi all'Iran (proprio a uno stato oggi definito “canaglia”) per finanziare il colpo di stato contro la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Questo è Moussavi, il difensore dei diritti civili, il grande idealista.
I presunti brogli sono solo un pretesto per cercare di rovesciare un presidente democraticamente eletto, piaccia o non piaccia.
I media dalle nostre parti hanno parlato di una “rivoluzione” che sarebbe in atto in Iran. Ma di quale rivoluzione parlano? Una rivoluzione non si fa senza il popolo e il popolo sta dalla parte di Ahmadinejad, o quanto meno certo non da quella di Moussavi. Quest'ultimo è appoggiato solo da una minoranza ricca e privilegiata. È sostenuto dalla CIA, che vuole conservare il dominio americano in quell'area geografica.
Mettiamoci bene in testa una cosa. I governi, soprattutto a livello internazionale, non agiscono per “esportare la democrazia”, o per qualche nobile ideale, il quale è semmai solo una copertura. La vera ragione del loro intervento è quella di preservare interessi economici e geopolitici. Gli Usa e l'Europa non cercano di difendere dei principi umanitari con un improbabile candidato, ma di perpetuare una politica imperialista, in continuità con quanto hanno fatto in passato. Non illudiamoci. Tra Bush e Obama su questo terreno c'è ben poca differenza. Molti dei più stretti collaboratori dell'attuale presidente americano sono gli stessi che fecero parte del governo Clinton. Il Segretario di Stato è Hillary Clinton, che ha suo tempo votò a favore della guerra in Iraq. Obama è stato il candidato che ha ottenuto i più cospicui finanziamenti da parte delle multinazionali.
Non sono certo gli Stati Uniti, la Nato e un'Europa succube dell'atlantismo incondizionato a diffondere la libertà nel mondo.
Può farlo invece soltanto la lotta dei popoli oppressi contro l'imperialismo occidentale, una lotta che vede il popolo iraniano in prima fila.
martedì 9 giugno 2009
L'Europa e la sinistra

Una vittoria dunque che non può essere ricondotta alla “logica dell'alternanza”, secondo cui le due maggiori forze politiche, PSE e PPE, si alternano nel controllo della maggioranza parlamentare pur senza significativi cambiamenti sul piano dell'azione politica concreta.
Il dato è ancora più sorprendente se si considera la crisi internazionale che non favorisce certo il consenso dei governi.
Tuttavia l'affermazione delle destre è ben lontana dall'essere quella marcia trionfale che viene descritta: se si esclude il caso francese per il resto la vittoria è dovuta più a una sconfitta degli oppositori che a un consistente aumento dei consensi. In Italia il PdL ha registrato un calo seppur lieve rispetto alle politiche. E il divario dal centrosinistra era un fatto già consolidato che si era già affermato nelle elezioni dopo il governo Prodi. In Germania è vero che c'è una debacle dei socialdemocratici, ma è anche vero che che i cristiano-democratici non hanno certo ottenuto un risultato brillante perdendo 10 punti rispetto alle elezioni presidenziali di quest'anno. I conservatori vincono alla grande laddove sono all'opposizione: in Gran Bretagna e in Spagna. Quel che ha fatto la differenza è che laddove sono i partiti di centrosinistra ad essere all'opposizione non sono riusciti a sfondare (in Germania Spd e Cdu governano insieme ma i primi sono andati peggio dei secondi)
Se poi osserviamo i risultati, di cui spesso i giornali si dimenticano di parlare, della sinistra “radicale”, anche in questo caso notiamo un significativo miglioramento. In Germania la Linke si mantiene sopra il 6%, in Francia il Front de Gauche ottiene il 6 e il NPA il 4.9, in Grecia SYRIZA il 4,7%, il KKE l'8,35, in Irlanda lo Sinn Fein ottiene addirittura l'11,6%, in Irlanda del Nord è il primo partito al 26 e nella stessa Italia, seppure non è riuscita a passare lo sbarramento, le due liste della sinistra in totale registrano oltre il doppio dei consensi rispetto alle politiche. Il dato complessivo vede la Sinistra Europea perdere 9 seggi ma questo è dovuto al mancato superamento della soglia di sbarramento da parte delle liste italiane.
Non si può parlare quindi di vittoria delle destre tout court perché la questione è molto più complessa di come viene descritta dalla stampa. Né di crisi della sinistra in generale. Bisogna invece distinguere tra una sinistra “moderata” che subisce un deciso tracollo (il PSE perde 38 seggi, mentre il centrodestra europeo ne guadagna 21 se si sommano i seggi del PPE con quelli dei conservatori inglesi) e una sinistra “radicale” che nonostante tutto, pur perdendo in termini di seggi tiene a livello di voti se si considerano anche i partiti che non superano lo sbarramento.
Il vero sconfitto delle elezioni è quindi il Partito Socialista Europeo. A quanto pare l'allineamento della sinistra “moderata” di tutta Europa, dal Regno Unito alla Spagna, alle posizioni della destra alla lunga non ha pagato. Questi partiti hanno sostenuto in Europa posizioni liberiste, come dimostra la direttiva Bolkenstein sulla privatizzazione dei servizi e in patria leggi restrittive sull'immigrazione. Il presidente spagnolo Zapatero che aveva portato al successo i socialisti spagnoli sui temi della laicizzazione dello stato ha però perseguito l'atteggiamento “mercatista” del suo predecessore. Il New Labour britannico, nato negli anni Novanta da un partito che aveva difeso i lavoratori e che aveva intrapreso importanti battaglie sociali, aveva apertamente rinnegato il proprio passato aprendo al liberismo, in misura forse persino maggiore dei conservatori. E ancora in Germania i socialdemocratici sono entrati in una grande coalizione con la CDU e da allora hanno perso consensi a favore della Linke. Il caso emblematico però è proprio il Partito Democratico in Italia che, unico in Europa, ha rinunciato anche al riferimento simbolico alla sinistra e si è attestato su una linea talmente moderata che alcuni dei suoi membri rifiutano persino di entrare nel PSE.
La lezione è innanzitutto la smentita di quella frottola che i politologi finora ci hanno raccontato, cioè che le elezioni si vincono al centro: questa volta si è assistito a una vittoria in alcuni paesi della destra più radicale rappresentata in Italia dalla Lega.
In secondo luogo è la dimostrazione che la sinistra o fa proprie le questioni sociali del lavoro, della redistribuzione della ricchezza e dell'intervento pubblico in economia, senza compromettersi con le elite economiche nazionali e internazionali, oppure non viene percepita come alternativa alla destra e quindi non viene più votata.
L'Europa dovrebbe guardare aldilà dell'Atlantico, ma non agli Stati Uniti, a una zona, invece, che fa molto meno parlare i giornali e le televisioni: l'America latina dove una sinistra antiliberista e antiimperialista, quando non apertamente anticapitalista, attraverso un'azione politica di governo in favore delle classi popolari, continua la propria ascesa in tutto il continente.
lunedì 8 giugno 2009
Vince il populismo che cavalca lo scontento


Il PdL è ben lontano da quel successo clamoroso più volte annunciato, perdendo anche qualche voto. Perde 6 punti il Pd che scende al 26 %. Sostanzialmente invariati i rapporti di forza tra i due blocchi: PdL-Lega e Pd-Idv.
Non passa lo sbarramento nessuna delle due liste della sinistra pur registrando un miglioramento: i comunisti si attestano attorno al 3,4 %, Sinistra e Libertà al 3,1. Complessivamente raggiungono il 6,5 %, mentre alle elezioni politiche la Sinistra Arcobaleno toccò appena il 3 %. Un certo incremento ma insufficiente di fronte alla soglia falciatrice dello sbarramento al 4.
Il dato più significativo è l'avanzata dei due partiti che maggiormente hanno sfruttato lo scontento popolare.
Innanzitutto la Lega Nord, che è riuscita a catalizzare l'attenzione attorno a una serie di tematiche come l'immigrazione e l'ordine pubblico. Ha saputo sfruttare il disagio sociale delle masse che in questi anni hanno subito le politiche liberiste e la crisi internazionale. Ma questo disagio è stato convertito in un clima di diffidenza nei confronti dello straniero e del diverso in generale (barboni, prostitute ecc.) che ha molto giovato ai leghisti. Il partito regionalista ha poi saputo sfruttare il notevole radicamento territoriale che ha costruito in tutti questi anni. Un radicamento che non ha eguali in nessun altra forza politica attuale, nemmeno nei due partiti maggiori. Costituisce quello che una volta si chiamava un “partito di massa” e che contava sezioni ramificate sul territorio – e che allora era tradizionalmente espressione della sinistra, soprattutto il PCI: la Lega ha costruito una forte identità politica con un profilo molto netto e molto riconoscibile e diversificato rispetto agli altri partiti, anche del centrodestra, i cui confini ideologici sono sempre più sfumati. Questo notevole radicamento, che lo rende addirittura il primo partito in molte aree del nord fa sì che possa disporre di una notevole capacità di mobilitazione. La Lega ha uno “zoccolo duro” di elettorato che vota e continuerà a votare sempre Lega, forse per decenni, un elettorato che si riconosce fortemente in quei “valori”. Questa è stata una evoluzione notevole della Lega nel tempo. Mentre inizialmente era soltanto un partito “di protesta” (di che si sentiva deluso dalla Dc ma che era comunque ideologicamente e socialmente troppo lontano dal Partito Comunista) sostenuto soprattutto da imprenditori, commercianti e liberi professionisti, tutta quella piccola borghesia individualista e desiderosa di un minor controllo dello Stato nei suoi confronti (e magari maggiore sull'ordine pubblico), ha poi saputo conquistare anche i ceti meno abbienti, strappandoli alla sinistra via via che si disfaceva il PCI. Ha utilizzato abilmente la questione sociale non per indirizzare la sua azione politica verso un rovesciamento dei rapporti sociali (e quindi della lotta di classe come faceva la sinistra di un tempo) perché c'è un valore ideologico di stampo decisamente conservatore e liberista dovuto al forte sostegno che le è stato assicurato dalla ricca borghesia industriale e finanziaria del nord. Così il disagio delle classi popolari è stato colto ma non per cambiare la struttura economica, bensì per volgerne lo scontento da un lato in polemica con i dirigenti e i funzionari statali lontani dai loro interessi, soprattutto economici, dall'altro verso le fasce emarginate della società, quelle del sottoproletariato urbano costituito da immigrati, mendicanti, prostitute e disoccupati spesso coinvolti nella microcriminalità (e sfruttati spesso dalle grandi organizzazioni criminali). L'”anticentralismo” che si è tradotto in proposte di modifiche in senso federalistico dello stato, è stata utile per proporsi come alternativa alla classe dirigente dei “salotti romani” e alla ghettizzazione della periferia rispetto al centro (erano prima gli anni della “Milano da bere” poi la “stagione dei sindaci” delle grandi città mentre la periferia veniva dimenticata). La “guerra tra poveri” è stata usata efficacemente per conquistare consenso non solo presso l'elite dei piccoli imprenditori del nordest, ma anche presso gli stessi lavoratori di quelle zone, sfruttati dai primi. Ora la Lega ha un elettore “fedele” che difficilmente l'abbandonerà e che le consentirà di conservare una base sicura rilevante di consensi anche in momenti meno favorevoli.
Poi c'è l'Italia dei Valori, partito personale di Di Pietro, tutto incentrato sulla figura carismatica, e anche un po' folcloristica, del suo capo. Le ragioni del suo successo stanno tutte nel fallimento del PD. L'Idv è, al contrario della Lega, un partito senza un'identità e una simbologia precisa scarsamente rapportatosi col territorio (e ne è la prova che le differenze di consensi tra le diverse zone geografiche variano di poco) ma il cui capo ha avuto la capacità di sfruttare il mezzo mediatico e di comunicare a quella fascia di elettori scontenti dalla linea del Partito Democratico, giudicata troppo cauta e ambigua e poco incisiva. Anche l'Italia dei Valori come la Lega nord si è avvantaggiata del malcontento, ma lo ha diversamente indirizzato. Mentre il Carroccio lo ha sfruttato per colpire la vecchia classe dirigente e il sottoproletariato, sostituendo una nuova elite che spostasse l'asse geo-politico dal Centro Italia al Nord, e orientando i rapporti sociali in favore del profitto e a danno del salario, il partito di Di Pietro se ne è avvalso per polemizzare contro la corruzione del sistema politico, contro “la casta”, per costruirsi un'immagine di “cane sciolto” attraverso i media. L'Idv non ha una base solida, come invece la Lega. Non esiste in effetti l'elettore dell'Italia dei valori. Questi è piuttosto un elettore del Pd deluso o uno che votava per la sinistra prima che questa venisse esautorata dal parlamento italiano, e in conseguenza dai media, e perdesse così la propria visibilità. Egli si rivolge prevalentemente a quelle fasce piccolo-borghesi che si riconobbero nel periodo di “Mani pulite”. Nonostante il linguaggio incendiario, che ha lo scopo di catalizzare anche i settori più radicali di un elettorato tendenzialmente di sinistra, il suo scopo non è un ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi, una riforma radicale dello stato, un forte e deciso intervento legislativo (tipico dei movimenti politici più radicali) ma un perfezionamento delle istituzioni esistenti, una maggiore trasparenza di quest'ultime, un rinnovo (generazionale ma non sociale) della classe dirigente, un miglior equilibrio tra poteri statali. In questo senso l'azione di Di Pietro è perfettamente in linea con la tradizione liberale pur se mascherata nelle sembianze di movimento “anti-sistema”.
La retorica “politicamente scorretta” e aggressiva serve proprio a travestire l'assenza di un concreto e reale progetto di trasformazione della società, la mancanza di un progetto politico di difesa della classe lavoratrice (come era quello della sinistra socialista e comunista i cui elettori orfani offrono ampio terreno di raccolta per l'Idv).
La dottrina liberale classica è stata smentita dalla storia, screditata agli occhi dei suoi stessi adepti, soprattutto dalla crisi internazionale che ha rivelato le diseguaglianze sociali di classe che da tempo erano incubate ma che recentemente si sono manifestate nella loro massima virulenza e hanno persino avuto una rappresentazione, anche se parziale e distorta, nei media. Perciò quella dottrina, per decenni arma ideologica della classe dominante, non poteva essere riproposta “nuda e cruda”. Così Di Pietro, che non è certo un teorico capace di concepire una sistematizzazione intellettuale, ma un intuitivo, ha astutamente, seppur poco coerentemente, intrecciato il liberalismo di fondo con il populismo e l'antagonismo di facciata.
Non ci si faccia ingannare dall'immagine ideologico-mediatica sapientemente costruita: Di Pietro e il suo partito personale non sono una forza “anti-sistema”, ma la tendenza da parte del sistema stesso di volgere il dissenso a proprio vantaggio e ricondurlo entro i confini del mantenimento sostanziale dei rapporti di produzione vigenti. Il meccanismo, sia per la Lega che per Di Pietro, è lo stesso che ha portato all'ascesa del nazi-fascismo, seppure naturalmente in forme molto meno drammatiche: l'elite dirigente è in crisi, le masse danno segni di insofferenza, tutto questo potrebbe portare a uno sconvolgimento dei rapporti di forza tra classi se non addirittura al disfacimento dell'egemonia conquistata, così si favorisce l'ascesa di un movimento “di protesta” apparentemente rivoluzionario, ma in realtà fortemente conservatore e dopo averlo incentivato opportunamente (sia politicamente attraverso alleanze tattiche che economicamente attraverso ingenti finanziamenti) lo si utilizza per “ristabilire l'ordine” e rafforzare il dominio sociale ed economico che era in pericolo. Una volta raggiunto l'obiettivo ce ne si sbarazza, sempre che non finisca di per rivolgersi contro proprio coloro che lo hanno attizzato.
La Lega e l'Italia dei Valori hanno questa funzione in Italia. Ricondurre all'ovile le pecorelle smarrite. E la dimostrazione è che Berlusconi e i dirigenti del Pd, che servono gli interessi finanziari e industriali del capitalismo italiano, non li contrastano, ci si alleano e sperano così di recuperare attraverso di loro i consensi che perdono.
venerdì 5 giugno 2009
Perché votare comunista
Domani si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Eresia rossa sostiene la necessità di un voto per i comunisti vediamone le ragioni:
Un voto per un'altra Europa. Il processo di costituzione dell'Unione Europea è avvenuto tra l'entusiasmo generale dell'elite dirigente, politica ed economica, che vedono in essa soprattutto un'occasione per la formazione di un mercato comune. Tuttavia questo processo è avvenuto nello stesso tempo tra l'indifferenza generale dei popoli europei che in larga parte sono poco o per nulla coinvolti nel dibattito politico attorno alla UE. I popoli europei in larga maggioranza percepiscono questa istituzione come un'operazione verticistica imposta dall'alta e che i cittadini non possono che subire passivamente. Questa percezione non è immaginaria ma è fondato su dei dati di fatto che le elite dirigenti, totalmente distaccate dalla base popolare, ignorano o accantona con fastidio:
- Prima di tutto la quota assai ridotta di meccanismi democratici nel processo di insediamento delle cariche europee. E' vero, esiste un parlamento eletto dai cittadini, ma è anche vero che c'è un'altra istituzione, la Commissione europea, sganciata da qualsiasi meccanismo di elezione democratica e popolare. Inoltre nello stesso parlamento europeo una volta eletto più che rispondere alla volontà dell'elettore, di fatto, risponde a logiche interne lobbistiche e verticistiche che non rispecchiano nei fatti il mandato dell'elettore.
Innanzitutto le liste candidate una volta elette non formano gruppi paralleli e simmetrici a quelle liste all'interno del parlamento, ma confluiscono in gruppi che spesso tradiscono le intenzioni dichiarate dalle liste che lo compongono. Così può accadere che una lista eletta che si presenta con un profilo “di sinistra” all'elettore nazionale finisca per militare in un gruppo di centro in Europa. In secondo luogo sono gli stessi gruppi europei a tradire la volontà di chi li elegge. Nella realtà concreta manca qualsiasi reale alternativa politica. Infatti il maggiore gruppo europeo di centrosinistra, il PSE, vota nell'80 per cento delle volte nello stesso modo del maggiore gruppo di centrodestra, il PPE. Così di fatto c'è un'unica “grande coalizione” composta da socialisti, popolari e liberali.
- Anche quando sia esercita un minimo di democrazia i lavori parlamentari sono fortemente condizionati dai grandi interessi economici e geopolitici internazionali. Per l'intervento di istituzioni sovranazionali totalmente libere da qualunque effettivo controllo elettivo come la Bce, la Banca Europea, ma anche da istituzioni extraeuropee come il Fondo Monetario Internazionale o la NATO.
E' forte e spesso irresistibile l'influenza dei grandi potentati industriali e finanziari che molto spesso sono i soli a prendere le vere decisioni che il parlamento europeo si limita a “ratificare”. Lo provano i provvedimenti di privatizzazione dei servizi, la deregolamentazione dei mercati e la precarizzazione dei lavoratori.
- L'Europa risulta totalmente succube nei confronti degli Stati Uniti d'America e lo dimostrano le numerosi basi militari americane o NATO (di fatto anche queste sottoposte a controllo americano) sparse per il territorio europeo, compreso quello italiano. Tutti coloro che ritengono che l'Unione Europea sia un polo alternativo a quello americano si illudono. Anche quando gli stati europei si differenziano nelle scelte delle politiche internazionali dagli USA in realtà lo fanno più come risposta e reazione una esclusione di questi ultimi come è accaduto nel caso della guerra in Iraq: non si contestava tanto l'intervento militare in sé, quanto il fatto che questo procedesse da una decisione unilaterale della Casa Bianca senza alcuna collegialità con i paesi europei.
Contro questa concezione dell'Europa e dei suoi popoli espropriati della loro libertà i comunisti si battono per:
la democrazia reale dei popoli, contro qualsiasi gioco di potere e contro il liberismo economico che le elite dirigenti tentano di imporre.
Interventi a favore dei lavoratori per aumentare le loro tutele sociali e per ridurre la precarietà
L'assicurazione per tutti dei servizi essenziali contro ogni ipotesi di privatizzazione.
L'abbandono di ogni politica “atlantista” che renda l'Europa succube degli Usa.
La formazione di un “polo mondiale di alternativa” assieme ai paesi emergenti (Cina, India, Sud America, Russia, Africa Sudsahariana) che si opponga all'imperialismo americano.
Votare comunista significa votare per la libertà dei popoli e dei lavoratori europei.
lunedì 1 giugno 2009
Elezioni europee


Tra meno di cinque giorni si svolgeranno le elezioni europee.
Spesso si è soliti trattarle come si farebbe con qualsiasi altra elezione politica. Ma è un errore poiché ogni lista non forma un gruppo autonomo, ma se eletta, confluisce in un gruppo europeo transnazionale di sua scelta. Così capita che una lista finisce per dividersi in diversi gruppi al parlamento e più liste, magari una alla maggioranza e l'altra all'opposizione del governo nazionale, finiscono per ritrovarsi nello stesso gruppo parlamentare.
È così ad esempio per l' UDC, che in Italia è all'opposizione del governo, ma che in Europa sta nello stesso gruppo del PdL cioè il Partito Popolare europeo (PPE) di centrodestra.
Sulla Lega Nord c'è da dire che tra i suoi candidati può vantare Mario Borghezio, condannato per incendio aggravato ai danni di alcuni immigrati, che mandava a quel paese l'allora Presidente della Repubblica Ciampi in pieno svolgimento di una seduta dell'europarlamento, e che va a fare, come ha documentato la televisione francese, comizi ai neofascisti d'oltralpe insegnando loro strategie di infiltrazione. Confluisce nel gruppo dell'Europa delle Nazioni (UEN), l'estrema destra del parlamento europeo.
L'MPA di Lombardo nel PPE assieme al PdL, ma si presenta in lista assieme alla Destra di Storace che va con l'UEN e con l'Alleanza di Centro di Pionati (quello dei “panini” del tg1) che va nel PPE.
Il PD invece si sdoppia: una parte, quella dell'ala moderata che fa capo a Rutelli, va nei liberali, la parte degli ex ds va nel Partito Socialista Europeo
L'Italia dei valori va anch'essa nel gruppo centrista dei liberali, assieme ai moderati del PD, quegli stessi che critica in Italia per un'opposizione non abbastanza intransigente a Berlusconi. Viva la coerenza.
I Radicali di Pannella vanno anch'essi nel gruppo dei liberali, assieme agli avversari clericali del PD e al “giustizialista” Di Pietro. Viva la coerenza.
Sinistra e Libertà formata dagli exi di Rifondazione di Nichi Vendola, dagli ex ds di Mussi, dai socialisti di Bobo Craxi e dai verdi si divide in tre gruppi distinti: rispettivamente Sinistra Europea, socialisti europei (con il PD a cui vogliono essere alternativi), e verdi europei.
Il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, fuoriuscito da Rifondazione in polemica sulle politiche del governo Prodi, non si capisce ancora bene, forse la Sinistra Europea (GUE), ma potrebbe voler formare un gruppo autonomo. Tra l'altro la sua campagna elettorale è centrata sulla critica al governo Prodi. Evidentemente nessuno gli ha detto che quel governo non esiste più.
La Lista Comunista e Anticapitalista di Ferrero, Diliberto e Salvi è l'unica a sinistra che va in un gruppo europeo coerente con la sua posizione politica e senza spezzettarsi, quello del GUE.
A quanto pare il PdL, il PD e l'UDC fanno a gara nel candidare condannati o indagati. (v. vogliosendere - ZOO Italia )
Una chicca è quella dell'UDC che candida Magdi Allam, che da giornalista difese la guerra in Iraq. Convertito miracolosamente alla religione cattolica, con un rito ripreso da telecamere e fotografi, contrario all'aborto e al divorzio, ha organizzato una crociata tutta personale contro l'Islam. Insoma una candidatura in nome del dialogo interreligioso.
Da segnalare in queste elezioni l'introduzione dello sbarramento al 4 per cento, voluto da PdL e dal PD che qualcuno continua ancora a definire avversari. Il pretesto sarebbe quello di contrastare la “frammentazione”. Ma di quale frammentazione parlano se poi un lista una volta eletta si divide anche in tre gruppi diversi tra i seggi di Bruxelles? E poi a che serve contrastare la frammentazione se l'Unione Europea non ha un governo a cui porre la fiducia e quindi non esistono problemi di stabilità? Naturalmente nessun tg si è preoccupato di porre la questione.
Eresia rossa sceglie di sostenere la Lista Comunista e Anticapitalista, che ha deciso di non abbandonare la Falce e martello e rivendicare la storia di lotte dei comunisti. Una scelta che si fonda sulla necessità di porre al centro delle politiche europee e nazionali il lavoro. Non crediamo che bisogna cancellare ogni riferimento alla propria cultura politica e attestarsi su una posizione moderata, come ha fatto il PD, né di abbandonare la tradizione e la storia comunista in nome di una sinistra generica non meglio specificata.







