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venerdì 2 aprile 2010

Ovvietà

A quanto pare mi tocca ancora perdere tempo su questa storia delle elezioni pseudo-democratiche che si sono appena svolte, perché a molti ancora entra bene nella testolina come stanno veramente le cose. Lo faccio soprattutto perché è l'unica occasione che ho per cercare di far capire a quanti sono di sinistra, della sinistra vera, non quella farlocca piddina o dipietrista, a non farsi ingannare da questi sedicenti progressisti. Esistono molti anche tra quelli che votano Pd e IdV che sono di sinistra, e che votano questi partiti, da un lato perché non vedono alternative, dall'altro perché abbagliati dalla retorica berluscocentrica dei Travaglio e dei Di Pietro.
Innanzitutto una domanda che si sono posti tutti. Chi ha vinto le elezioni? È stato detto di tutto, che le elezioni le ha vinte Berlusconi, che le ha vinte la Lega, che le ha vinte Grillo, che le ha vinte Vendola, e così via. L'unica cosa chiara e lampante a tutti, organi di stampa e blog, e che evidentemente solo Bersani e D'Alema non hanno capito, è che il Pd le ha perse e le ha perse alla grande. Ha perso su tutti i fronti: in termini percentuali, in termini di voti assoluti e in termini geografici, perdendo importanti regioni come il Piemonte, il Lazio, la Calabria e la Campania. Una disfatta nera in cui il Pd scende al suo minimo storico. Eppure la segreteria del Pd si ostina a dire che queste elezioni non le hanno perse. Agli sciocchi e ai pazzi bisogna dare sempre ragione e allora io dico a Bersani, si, caro segretario, sai che c'è? Le elezioni le hai vinte alla grande, il popolo vi acclama, il Pd prenderà alle prossime politiche il 51% e tu diventerai presidente del consiglio in un governo monocolore.
Comunque a parte le ovvietà e i negatori dell'ovvietà, resta la domanda su chi abbia vinto le elezioni. Bè ancora una volta questa domanda ha una risposta semplice, di una semplicità imbarazzante, ma a quanto pare come sempre avviene in Italia siamo riusciti a complicarci la vita con una marea di chiacchiere inutili. Le elezioni le hanno vinte gli astensionisti. Non lo dico io, non ho fatto nessuna analisi particolarmente accurata. Basta guardare i dati che dicono che essi hanno la percentuale più alta in termini di voti, molto più del PdL, doppiano quasi il Pd e aumentano il numero dei loro “non voti” assoluti.
Ma c'è mai stato qualcuno di questi eminenti politologi ed esperiti di strategie che sui giornali e sulle televisioni si sia accorto di questa cosa? Qualcuno ha accennato al dato “significativo” delle astensioni (cui bisogna aggiungere le schede nulle e quelle bianche). Avesse ottenuto Berlusconi o Bersani un simile risultato tutti sarebbero stati lì a gridare alla grande vittoria, titoli in prima pagina su tutti i giornali, e cose di questo tipo.
Tutti i partiti perdono voti, aumentano quelli che non sono andati a votare. Bé, io me la porrei la questione. Mi sembra chiara una cosa. Che la gente non è soddisfatta di come è amministrato questo paese e di come vanno le cose in Italia da parecchi anni. Ovvio, vero? Eppure nessuno lo dice.
Dopo gli astensionisti il dato più rilevante è quello della Lega che avanza non solo nelle “regioni verdi” come Lombardia e Veneto, ma anche nelle “regioni rosse” i feudi del Pd, come Emilia Romagna e Toscana. Inoltre ha ora due presidenti di regione, in Piemonte e in Veneto.
Per il resto praticamente il nulla. Il Pd straperde, lo si diceva prima, l'Idv, ha una sostanziale tenuta in termini percentuali, ma non c'è stato quello sfondamento che molti si aspettavano e che dimostra che è un partito destinato a rimanere nella nicchia che si è scavato.
La sinistra, Rifondazione e Sinistra Ecologia, se si esclude il risultato della Puglia e la vittoria importante di Vendola, perde ancora e giace in come profondo, non riesce a iniziare quella rimonta, in cui molti speravano e auspicavano dopo la disfatta delle politiche.
Poi c'è il movimento cinque stelle di Grillo, che ottiene 400000 voti la prima volta che si presenta e raggiunge percentuali alte in regioni come l'Emilia o il Piemonte. Tuttavia mi pare sia ancora presto per questo movimento per gridare alla vittoria. Prima di affermarsi come forza politica nazionale occorrerebbero ulteriori conferme.
A questo punto, visto che gli unici veri vincitori sono gli astenuti e la Lega, sarebbe necessaria una riflessione sul perché la gente o non è andata a votare o ha votato Lega.
Prima di tutto un dato sugli astenuti. Le regioni in cui la percentuale di chi non si è recato alla urne è maggiore sono quelle che venivano da amministrazioni di centrosinistra, Lazio, Emilia, Toscana, Piemonte.
Mi pare chiaro che, visto anche il pessimo risultato dei partiti di centrosinistra, se è vero che ad essersi astenuti sono gli elettori di tutti gli schieramenti, è anche vero d'altra parte che quelli di sinistra sono la maggioranza.
Inoltre anche tra chi è andato a votare, basta sentire un po' cosa si dice in giro, lo ha fatto turandosi il naso, con la sola ragione di non far vincere la destra, quindi tutt'altro che per adesioni alla linea di quei partiti.
Dunque, la gente di sinistra non condivide le politiche e i programmi che esprime chi vorrebbe rappresentarli. Elementare, Watson.
Questa cosa non sembra ancora entrata in testa a certi professori e professoresse della minchiata televisiva che popolano i palinsesti. La Annunziata, ieri, ad Annozero, non voleva capacitarsi di come mai quelli di sinistra, che lei chiamava “moderati” non sono andati a votare il Pd.
Qualcuno glielo ha cercato di dire, ma lei niente, continuava a ripetere questa litania.
Nemmeno un servizio su un cantiere dove gli operai salivano sulla gru perché non erano pagati dai caporali è riuscito a far entrare nella testa dell'Annunziata l'idea che la sinistra non si occupa più dei temi sociali, e quindi perde. Il motivo per cui la gente avrebbe dovuto votare i caniddati di Bersani and CO. sarebbe la sospensione dei talksow. Ora voi ve lo immaginate l'operaio che torna dopo 12 ore di lavoro in fabbrica, magari rischiando il licenziamento o la cassa integrazione, con la bolletta da pagare e i figli da sfamare, che si preoccupa perché Annozero o Ballarò non vanno più in onda?
Io sinceramente no. Il problema suo non è il palinsesto rai, è il salario basso, il rischio di morire sul lavoro, la scuola dei figli, la luce e il gas troppo alti, l'affitto o il mutuo per la casa da pagare. Cosa gliene può fregare del palinsesto rai? Eppure questi giornalisti come la Annunziata o Gian Antonio Stella, che si lamentava dei costi e degli sprechi della politica nel libro “La casta” non sembrano ancora avere afferrato il concetto. Ieri, da Santoro, è stato rispolverata una categoria mitologica, creata dai politologi come Panebianco o Sartori che ci hanno ammorbato con le loro chiacchiere insulse sulla politica delle alleanze, e diffusa da giornalisti come Gian Paolo Pansa. Questa categoria è quella degli “elettori moderati”, o più semplicemente “i moderati”. Un concetto utilizzato anche nella pratica politica fin dai tempi del primo governo Prodi, con i risultati che conosciamo. Ebbene, secondo la profonda disamina di questi grandi analisti l'astensione sarebbe quella dei moderati, che si astengono non si capisce per quale motivo. Di partiti “moderati” se ne trovano in quantità eppure i maggiori rappresentanti di questa creatura mitologica che sono Pd e Udc hanno ottenuto risultati miserevoli.
Non c'è verso di far capire che non sono i moderati quelli che non vanno a votare. I moderati sono quelli soddisfatti della situazione attuale, dello stato di cose, quelli che non hanno problemi con il mutuo da pagare, “gli imprenditori onesti” tanto cari al Pd, e all'IdV, i liberi professionisti e i commercianti che con questo sistema evadono le tasse e infine i giornalisti come Stella e la Annunziata che guadagnano milioni di euro e i politologi come Sartori o Panebianco che fanno conferenze in tutto il mondo.
Quelli che non vanno a votare, invece, non sono i moderati, sono gli incazzati, e incazzati neri, quelli, per esempio, che salgono sui tetti, che occupano le aziende, che sequestrano i manager, tra la disapprovazione perbenista dei “moderati”, quelli che sono ignorati da tutti coloro che gridano alla “casta”, senza accorgersi che sono loro stessi a far parte di una casta. Costoro, non sanno nulla dei problemi della gente, perché non li vivono. La massima preoccupazione per questi signori è il processo Mills oppure la sospensione delle tribune politiche. Da ciò deriva la loro incapacità congenita a capire la situazione.
Cara Annunziata, bisogna dirtelo in arabo? Il centrosinistra perde perché nessuno dei suoi dirigenti va nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nessuno si preoccupa dei mali che li affliggono, nessuno fa niente contro la precarietà dei giovani o contro le basse pensioni degli anziani. Il centrosinistra perde perché può annoverare politici come Ichino che vuole abolire lo statuto dei lavoratori come Sacconi, gente come Calearo, che sfrutta i lavoratori nelle sue aziende, gente come Tiziano Treu, che ha introdotto per la prima volta in Italia, prima di Berlusconi, una legge che legalizza la precarietà e che vuole alzare l'età pensionabile come Brunetta.
Che diamine centrano i moderati? I moderati sono quelli che hanno fallito, sono quelli come te che in cinquant'anni non hanno ancora capito niente di come va l'Italia e il mondo, perché a quel mondo non appartengono, ma vivono nei salotti, nei talk show, o nelle redazioni dei quotidiani.
A causa di questa gente le persone non vanno a votare, o peggio, votano Lega, che ha una politica razzista, fascista e populista, però risponde alle esigenze della gente, offre una “protezione”, per quanto di stampo decisamente meschino, è vicina tutti i giorni e si occupa tutti i giorni delle vicende quotidiane dei comuni mortali, ignorando quelle degli illuminati difensori delle libertà di spettacolo. La Lega, ovviamente, fa il gioco dei padroni. Però intanto conosce anche il mondo popolare, perché lo vive tutti i giorni, e quindi sa anche come usarlo a proprio vantaggio.
Infine vorrei dire una cosa sul partito che fa capo a Grillo, a Travaglio, a Di Pietro e al cosiddetto “popolo viola”, quelli il cui problema più grande sono i finanziamenti ai partiti o ai giornali e che si dimenticano delle ingentissime spese militari.
Io non mi preoccuperei dell'Italia dei Valori, che esaurendosi nell'analisi al microscopio della fedina penale di Berlusconi, ha esaurito anche la propria capacità di espandersi.
Mi preoccupo invece e molto di questi capipopolo come Grillo e Travaglio, gente che non è di sinistra e non lo è mai stata, ed anzi è un serio ostacolo alla costruzione di qualsiasi vero partito di sinistra anticapitalista. Concentrano l'attenzione su cose di secondaria importanza, come la terza candidatura di Errani e si dimenticano, anche loro, perché anche loro appartengono alla “casta”, dei veri problemi. Vorrebbero introdurre un modello di società di destra, soltanto più efficiente. Vogliono gli Stati Uniti, vogliono Obama, vogliono il mercato il cui solo problema sarebbe di non essere abbastanza “libero”, vogliono la stessa società che vogliono anche i loro avversari, ma senza i mali che inevitabilmente la affliggono, insomma:
“...vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazione fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato [...] pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa si è fatto”.
Chi diceva queste cose si chiamava Karl Marx, quando Grillo ancora non esisteva. Ma adesso ci viene un comico a dire che destra e sinistra non esistono più e noi gli crediamo.

mercoledì 31 marzo 2010

Tutta colpa loro!

Che ignoranti! Che idioti! Potevamo vincere e invece... Di che si lamentano se poi non votano chi sta dalla loro parte? Colpa di questa cultura qualunquista, colpa delle televisioni e dei giornali! Colpa di quelli che invitano a non andare a votare.! Colpa delle liste minori e dei candidati che non ci sostengono. Colpa di chi si astiene, colpa loro! Noi abbiamo fatto il possibile, mi creda, glielo dico con tutto il cuore, so che lei mi capisce... cos'altro potevamo fare? Noi abbiamo cercato di liberare l'Italia da un demagogo e un populista, ma che possiamo farci se la gente non ci sostiene? Che possiamo farci se le televisioni sono controllate da una sola persona? Mica possiamo fare come una volta, con le campagne elettorali porta a porta, i tempi sono cambiati! Mica possiamo andare nelle fabbriche, quello è compito dei sindacati... i sindacati! Lei ne sa qualcosa mia cara. La colpa è anche la loro, non possiamo mica fare tutto da soli! Loro dovrebbero occuparsi del lavoro, che se gli operai non ci votano più è colpa loro! Io ci sono andato anche in fabbrica una volta, ma che posso farci se si sono rifiutati di ascoltarmi, se mi hanno insultato e se mi hanno tirato le uova marce! Che schifo! Mi perdoni se mi esprimo così, ma sono davvero cose dell'altro mondo, mia cara! Ha visto come è ridotta la mia nuova Mercedes? Io ci provo a parlare con i lavoratori.. sono i lavoratori che non vogliono parlare con me! E che è colpa mia? Loro mi impediscono di parlare! Lo so che lei conosce le regole del vivere civile molto meglio di questi pezzenti e tutto questo le sembrerà strano, ma, mi creda, le cose ormai vanno così... Questa non è democrazia! In democrazia bisogna lasciar parlare tutti e loro non mi hanno lasciato parlare! Mi hanno fischiato e insultato... per fortuna che c'erano le guardie del corpo a proteggermi, sennò chissà che poteva fare qualche testa calda! Io voglio aiutarli i lavoratori, sto dalla loro parte, ma anche loro devono capire che la politica è fatta di compromessi e senza compromessi non si governa... Mi scusi un momento, sa? Il telefono...
Pronto? Sì? Salve Presidente! È un piacere sentirla... Come dice? Si congratula per la mia elezione? Grazie, Grazie! Lo apprezzo molto... apprezzo molto quello che sta facendo la sua azienda per il partito, per fortuna c'è ancora qualche persona sensata in questo paese... Certo sì, non abbiamo vinto... però qualche accordo con la maggioranza possiamo trovarlo... e vedrà che grazie a noi riusciremo a rilanciare il made in Italy e a sostenere le classi produttive... non si fidi troppo della destra... quelli parlano, parlano, ma alla fine... è su noi che potete contare veramente, noi vogliamo rilanciare l'imprenditoria della nostra terra, vogliamo valorizzare i nostri giovani... Certo, certo... meritocrazia, lo dico anch'io, ci vuole più meritocrazia... Ma no! Non deve preoccuparsi di lui! Stia tranquillo questi estremismi non andranno da nessuna parte! Quello non conta nulla! Ha contro tutta la coalizione... Ma quali tasse! Ma no! Se le dico che può stare tranquillo... si fidi di me... ormai tutti gli estremisti sono fuori, gli industriali possono stare tranquilli...ma certo, capisco che lei è occupato... non voglio trattenerla a lungo, grazie, caro Presidente, lo apprezzo veramente, tutti noi del partito lo apprezziamo, sappia che potrà sempre contare su di noi, noi non tradiamo, noi, ci abbiamo degli ideali, noi... un caro saluto a sua moglie... e come sta la piccola? Ma certo, certo... eh eh... tutto suo padre!... Arrivederci, Presidente e grazie ancora!..
Come le dicevo, mia cara, la gente deve capire! Devono capire tutti.. se perdiamo noi vince la destra e se vince la destra perdono anche loro... Povera Italia! Io non lo faccio mica per me.. a me che mi frega dopotutto? Io c'ho comunque il posto da consigliere assicurato, ho di che mantenere la mia famiglia, è che mi preoccupo, come lei del resto, per questo paese sempre più alla deriva! Mi preoccupo per i risparmiatori, per le famiglie... lo diceva la buon'anima di suo marito, lo diceva sempre: liberalizziamo! Bisogna liberalizzare tutto per sostenere il piccolo investitore... e quanto aveva ragione, cara mia...io ho fatto la mia campagna elettorale su questo... per dare fiducia alle famiglie, per sostenere i consumi contro questa crisi... Una finanza responsabile, ci vogliono delle regole... delle regole per fare una finanza rispettabile ed eticamente decorosa... una finanza dal volto umano... Mi scusi, un'altra telefonata...
Pronto? Chi parla? Oh! Direttore! Mi creda, stavo pensando proprio a lei in questo momento!... sì, lo so, lo so... Grazie, grazie... Ma no! Non si deve preoccupare! Dorme tra due guanciali! Mi dica, l'ho mai delusa? Lo so. Sono tempi difficili questi, con questa crisi e so che anche la sua banca deve affrontare un brutto periodo... ma vedrà, andrà tutto bene... quelli come noi non li ammazza nessuno, eh eh!... No... non deve mica impensierirsi per uno come quello! Sembra un predicatore, ma in realtà non ha nessuna forza, non abbiamo bisogno di lui, lo scarichiamo quando ci pare... Come? Ma no, si figuri! Che paura le fanno i giudici? Non si aprirà nessuna inchiesta, glielo dico io! E anche si si aprirà si concluderà in un nulla di fatto, come sempre! Le persone per bene come lei non hanno nulla da temere, stia tranquillo, può dormire sonni tranquilli... no, ma no, le pare? Solo un pensierino da parte di mia moglie, sa? Fa delle torte fantastiche! La prossima volta che viene a cena dovrà assaggiarne una... Va bene... certo, la terrò informato... grazie di tutto... saluti a casa!..
Non hanno capito... non hanno capito... c'è un problema di comunicazione... per battere la destra dobbiamo competere sul piano della comunicazione! Ma come fai se le televisioni ce l'hanno in mano loro, mi dica lei... è difficile... Abbiamo tutti contro... Tutti contro! Elettori di destra ed elettori di sinistra, stampa, televisioni, anche blog, ormai è l'era di internet... tutti contro di noi! Ma che gli abbiamo fatto? Non capiscono che così fanno il gioco della destra? Laici e cattolici, tutti contro di noi! Vuoi accontentare uno e scontenti l'altro! C'è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire... Vuoi legalizzare le coppie di fatto, ma si lamenta la Chiesa, vuoi finanziare le scuole cattoliche, ma si lamentano i laici... ma cosa vogliono da noi poi questi laici? Non lo sanno quanto è potente la Chiesa? Non lo sanno che con la Chiesa bisogna conviverci? Cosa vogliono da noi. Lei lo sa? Pretendono che gli diamo la luna e se non gliela diamo si arrabbiano... dico, potrebbero almeno venirci incontro, almeno loro... se sono laici dovrebbero essere aperti alle idee altrui... e invece, tutti arroccati sulle loro posizioni, ma non è così che si fa! Non è così che si batteranno mai le destre! Bisogna cercare un accordo, ci vuole il confronto, ci vuole, discutiamo... laicamente, senza pregiudizi, senza ideologie, non ci servono le ideologie, ci serve il buon senso... e ci servono i voti, voti soprattutto! Senza voti non si va da nessuna parte! La gente lo deve capire... deve capire che se non ci vota noi non possiamo far niente, va bene i diritti!, va bene i diritti delle donne e dei gay, sono d'accordo, anch'io li voglio... ma dobbiamo fare i conti con la realtà nuda e cruda e la realtà è che ci servono i voti... voti e appoggi. Non possiamo permetterci di scontentare nessuno. Per battere le destre ci vuole coesione, unità, dobbiamo fare fronte comune, non pensiamo che con dei principi irremovibili possiamo mai vincere... Laicità? laicità dello stato? bene, anzi, benissimo! Ma i cattolici dove li mettiamo? Anche loro vogliono la laicità! Semplicemente non vogliono certe radicalizzazioni, certi eccessi, certe intemperanze di qualche intellettuale... Ah! Questo telefono, oggi! Un attimo solo...
Pronto? Oh! Eminenza! È un onore sentirla! Come sta? Ah! Grazie!... Non doveva disturbarsi a chiamare, Eminenza... Non sa che piacere... Ma sì, certo che non ci dimentichiamo di voi!... Noi teniamo ai valori cristiani e vogliamo difendere la famiglia... no... no, Eminenza, non si preoccupi nessuno toccherà quella legge in consiglio, anche se l'ha fatta la destra, noi non abbiamo pregiudizi... si certo... le scuole cattoliche sono un pilastro dell'istruzione italiana, sono d'accordo con lei... certo, certo Eminenza... bisogna dare a tutti la libertà di scegliere il tipo di istruzione è naturale... le garantisco che le scuole pri... paritarie sono al sicuro, Eminenza... Grazie, per gli auguri Eminenza, anche se sono certo che tra poco gli auguri dovrò farli io a lei, che il Santo Padre nominerà una nuova porpora!... Ma no Eminenza, non dica così... vedrà! si ricordi che sono un membro fedele della sua diocesi e non l'abbandonerò mai, può sempre contare su di me... Come dice Eminenza? Cosa penso dell'iniziativa del nostro deputato in favore dei preservativi? Una cosa che mi ha lasciato esterrefatto, così senza avvertire la segreteria! Senza dire nulla a nessuno, non si fa così... ma non si preoccupi la pecorella tornerà all'ovile... Ma certo, stia tranquillo Eminenza... Grazie per questa telefonata... Dio la benedica Eminenza, la saluto...
Insomma, le dicevo, lei che è una persona colta e intelligente mi capirà, bisogna fare una battaglia culturale su questo... lei che gode della stima di tutti, lei che ha grande influenza...tutti noi dobbiamo rimboccarci le maniche, certo, sarà difficile... mala tempora currunt... Abbiamo tutti contro, la destra è riuscita a metterci tutti contro... Noi ce la mettiamo tutta, ma cosa possiamo fare? Mi dica lei cosa possiamo fare? Eh! Mia cara Contessa, che tempi! Non c'è legalità, non c'è più rispetto per nessuno! Che roba! Che roba... Contessa... Non c'è più morale... Contessa.

lunedì 29 marzo 2010

Nullità

Avrei dovuto scrivere la seconda parte del post sulla democrazia, ma dato che ci sono le elezioni, tratterò del voto in corso per la seconda e ultima volta rimandando la trattazione dell'argomento affrontato. Non mi avventurerò dopo le elezioni in sofisticate analisi politiche. Lascerò questo onore a qualcun altro. Detto francamente, che il centrosinistra o il centrodestra guadagnino o perdano consensi non mi interessa granché, anche perché non sempre vanno uniti, vedrei piuttosto, caso per caso, se esistono amministrazioni locali di centrosinistra, per cui valga la pena votare, non dico eccezionali ma quantomeno accettabili.
Se fossi in Puglia voterei per Vendola, anche non essendo un vendoliano e anche non condividendo la sua linea politica a livello nazionale. Ma certamente preferisco mille volte un Vendola a un Loiero o a un De Luca. Inoltre considero prepotente e scorretto sotto tutti i profili la scelta che il Pd aveva preso di contrapporgli un candidato impresentabile alle primarie o addirittura di non svolgere proprio le primarie ma candidare uno che voleva fare sia il sindaco che il presidente regionale. Poi le cose sono andate diversamente. Comunque credo che la politica non si faccia così e penso che per questo gli elettori di sinistra in Puglia dovrebbero sostenere Vendola.
Se fossi in Emilia Romagna non voterei né, ovviamente, per la destra, perché la destra non mi piace mai, in nessun caso, essendo io di sinistra, né per il centrosinistra che ricandida per la terza volta un Presidente di Regione dopo dieci anni di governo, in violazione della legge italiana e della costituzione. Se fossi nel Lazio non voterei assolutamente per la Bonino, che è esponente di un partito liberista, militarista, e atlantista. Se fossi in Lombardia non voterei Penati che mi piace quanto il suo partito, ma è anche vero che mi darebbe immensa gioia dare un dispiacere a Comunione e Liberazione e alla Chiesa mandando a casa il loro pupazzo di regione. Ma me ne darebbe altrettanta mandare dare un dispiacere anche ai Moratti, per cui Penati pure sarebbe da escludere. Penso che voterei Agnoletto, perché è uno dei rari casi in cui Rifondazione decide di non fare alleanze con Pd e Di Pietro.
Questo per far capire la mia posizione. Ed evitare che possa essere confusa con quella dei grillini (che poi sostengono Di Pietro, viva la coerenza!) o delle anime belle che darebbero del corrotto anche a Gesù Cristo, se si candidasse.
Tuttavia non mi trovo in nessuna delle regioni sopraelencate. Nella mia regione non si vota per le regionali. Nella mia città però si vota per le comunali. Premetto che fino ad ora c'è stata un'amministrazione di centrosinistra, decaduta due mesi fa per crisi di maggioranza. Preciso e sottolineo che il sindaco era dell'Italia dei Valori. Non mi addentro nei particolari della politica di una città di provincia, non penso che a qualcuno che non sia della mia zona possa interessare. Dico solo che questa amministrazione ha governato malissimo. Tanto male quanto la destra, se non peggio. Inutile dire che di politiche di sinistra o anche solo vagamente progressiste non se ne è vista neanche l'ombra. L'unica preoccupazione di questa amministrazione è stata di piazzare i propri uomini per nomina politica nei posti chiave, rendendo la vita quanto meno difficile a quelli già presenti e vincitori di concorsi.
Aggiungo che tutti gli esponenti politici della mia città (e della mia regione) si sono espressi contro la realizzazione di una centrale nucleare promettendo chissà quali rimostranze a Roma. Risultato: la centrale si farà lo stesso.
Ora io mi chiedo e vi chiedo: quale incognita ragione esiste per cui io avrei dovuto votare questa gente o chi, nonostante tutto, decide di allearvisi? Io non sono riuscito a trovarne una. E, credetemi, ho sempre votato e sempre a sinistra.
Per nessuna ragione al mondo voterò mai la destra tranne quella di un mio eventuale impazzimento. Però questa non è una buona ragione per dare un voto a chi non è in alcun modo utile alla realizzazione di un progetto politico che sia molto approssimativamente vicino a quello che io vorrei (e che molti elettori di sinistra vorrebbero) e che non si preoccupa nemmeno di nasconderlo.
Dobbiamo capire che il voto è un mezzo non un fine. Se questo mezzo a un certo punto si rompe e non viene riparato diventa inutile ed è inutile servirsene. Ciò è esattamente quanto è accaduto.
Perciò io a votare ci sono andato ma sulla scheda ho scritto: “Questa scheda è come l'utilità di questa classe dirigente: nulla”.
A livello nazionale, invece, quando sarà il momento, come ho già detto altrove, voterò per quel partito di sinistra che non si allei né con il Pd, né con l'Italia dei Valori (né con affini come Udc, radicali, socialisti, ecc.) i quali portano avanti delle politiche coerentemente di destra, e che abbia un programma coerentemente di sinistra. Non mi interessa che abbia lo zero virgola, se è così è perché c'è chi si ostina a votare per la destra mascherata che chiamano “centrosinistra”. Ho il diritto di votare chi voglio, non soltanto il “male minore” (che poi si rivela sempre non così minore come si credeva) e intendo avvalermi appieno di questo diritto.
I partiti attualmente presenti in parlamento infatti fanno l'interesse delle grandi lobby economiche e finanziarie.
Perciò non si creda, ribadisco, la mia decisione frutto di qualunquismo, di cui sono acerrimo nemico, bensì di semplice realismo politico, di contro all'utopismo di chi si illude che il male stia in una sola persona o in un solo partito. Votare per i servi non aiuta gli schiavi, ma i padroni.
Siamo un popolo (e purtroppo non il solo) a credere nei demoni e negli untori. E chi crede in essi crede anche nei messia. Si aspetta il capo carismatico che viene a portare la salvezza universale senza che ci sia tuttavia un movimento politico e sociale altrettanto forte e determinato. È questo fatto, più che un Berlusconi qualsiasi, a rappresentare il vero pericolo di svolta autoritaria, di fascismo.
Per questa ragione penso che il secondo criterio in base al quale votare sia scegliere quel partito che si rivolga non a un indistinto cittadino elettore (si veda la differenza che Marx rilevava tra cittadino e borghese) ma che si batta per un movimento interessato ad abolire lo stato di cose presente. Stato di cose non significa “regime berlusconiano”, ma struttura socio-economica mondiale, in una parola capitalismo.
Esiste in Italia un partito che sia così o che si avvicini ad esserlo? Io penso di sì, ma di questo ne parlerò quando sarà il momento. Per ora dico solo che non è né il Pd, né l'IdV, né i radicali, né i verdi, né la sinistra vendoliana, né Rifondazione (che non a caso si sono alleati tra di loro in certe zone).

giovedì 18 marzo 2010

La religione del voto


Poiché vedo che il mondo dei blogs italiani (quelli orientati a sinistra) è diviso tra chi invita tutti a votare e chi invece sostiene che il voto è inutile e bisogna restarsene a casa, vorrei intervenire un attimo sulla questione.
Da un lato ci sono i "patrioti del voto a sinistra", chi invita a votare ad ogni costo, e votare contro Berlusconi, non importa chi, basta che non sia la destra o un suo alleato. Questi bloggers danno un significato molto importante a questo voto, per loro se vince Berlusconi è una catastrofe talmente grande che chiunque sarebbe migliore di lui.
Lasciatemi subito dire che io non sono d'accordo con loro. Lo dico da antiberlusconiano, sia ben chiaro. Ma non penso che il male sia Berlusconi, penso che egli sia solo una parte, e neanche la parte più grande, del male. Non penso che chiunque possa andare meglio di Berlusconi. Non penso che Pd e Italia dei Valori sarebbero il cosiddetto "male minore". Se facciamo attenzione a quelli che sono i temi fondamentali (lavoro, economia, politica estera, ecc.) i due schieramenti sono abbastanza allineati. Se guardiamo alle leggi di precarizzazione del lavoro, alle guerre cui l'Italia ha preso parte, ai tagli alla sanità e alla scuola, vediamo che la responsabilità può essere divisa equamente tra entrambe le coalizioni. Ne ho in già parlato in passato e credo che ormai su questo siano d'accordo tutti, perciò non mi dilungherò ulteriormente su questo punto.
Stando così le cose mi sembra ingenuo pensare che il diavolo sia Berlusconi portatore da solo di tutte le piaghe possibili per il Paese. Come ho già avuto modo di spiegare esistono lobby fortissime che condizionano l'operato di tutti i governi, siano essi di centrodestra o di centrosinistra. Di conseguenza il problema principale non è evitare che vinca Berlusconi, ma evitare che queste lobby continuino ad influenzare la politica italiana come quella di qualunque altro paese. Riuscire in una simile impresa purtroppo non si può con una semplice croce una volta ogni cinque anni. Il voto, checché ne dicano gli apologeti di questa presunta democrazia, non è in grado di assicurare al popolo l'obbedienza della propria classe dirigente. E' al massimo in grado di assicurargli quali individui della classe dirigente vadano a governare, ma non il modo in cui decidono di farlo.
Per cui questo appello drammatico "o votare o la morte" appare abbastanza ridicolo alla luce di questi fatti. Non sto dicendo che non bisogna votare. Voglio solo invitare i fautori del voto a ridimensionare un po' le loro aspettative circa le elezioni e la drammatizzazione che fanno di una croce su un simbolo.
Dall'altro lato però ci sono gli sfiduciati, i "pessimisti cosmici" quelli per cui nemmeno un Messia potrebbe cambiare le cose. Secondo questi non bisogna andare a votare e così facendo credono di aver risolto tutti i loro problemi. Ne fanno un punto d'onore: pensano che l'astensione sia un dispetto che si fa ai politici, e non si accorgono, infantilmente, che a questi ultimi non interessa minimamente quanti sono gli astenuti, ma soltanto vincere le elezioni. Fossero anche (per assurdo) in dieci a votare, se sei votano per il partito x, quest'ultimo si riterrà più che soddisfatto della vittoria e governerà allo stesso modo che se fossero stati in milioni a votare.
E' veramente sciocco pensare che standosene a casa si possa dare una lezione a chi ci sta antipatico. Se è vero che votare non cambia niente, come loro sostengono, figuriamoci non votare!
Inoltre questo atteggiamento è di un qualunquismo davvero nocivo. Se non si crede nelle elezioni (opinione legittima) ci si dovrebbe attivare e darsi da fare per cercare di compensare questa mancanza. Ci si potrebbe impegnare direttamente in politica oppure attraverso la militanza in movimenti, associazioni o nelle lotte per determinati diritti. E invece in genere i "pessimisti cosmici" non solo non credono nel voto, ma non credono in qualunque forma di partecipazione politica. Un comodo modo per giustificare il loro totale immobilismo. Se fosse stato per loro non ci sarebbe mai stata nessuna presa della Bastiglia, e vivremmo ancora sotto la monarchia.
E' mai possibile che qualsiasi strada sia impercorribile per cercare di cambiare le cose? Secondo costoro la risposta è affermativa. Sono in numero crescente, stanno diventando talmente numerosi che presto sarà davvero impossibile fare qualcosa. Di fronte a loro qualsiasi attivista, anche il più generoso dovrebbe arrendersi, anche l'oratore più abile non riuscirebbe a intaccare la granitica certezza che costoro nutrono nell'immobilità dell'universo.

Io non voglio convincere a votare o ad astenersi. Voglio solo invitare ognuno a giocarsi le proprie carte nel modo più proficuo possibile. I "pro-voto" la smettano con la loro ossessione per un'unica persona. Guardino quelli che sono i candidati e le forze in campo e scelgano non "il meno peggio" ma chi abbia il requisito minimo per poter cambiare qualcosa: essere diverso dagli altri.
Gli "anti-voto" sono convinti dell'inutilità delle elezioni? bene. Non si diano però per vinti. Cerchino qualche forma alternativa di partecipazione.
Purtroppo in Italia c'è una sorta di religione del voto che vede due schieramenti l'uno contro l'altro armati: da una parte quelli che sono convinti dell'imprescindibilità e della assoluta necessità del voto come fosse un bisogno fisiologico, e reputano coloro che si astengono colpevoli di chissà quale immondo peccato, responsabili di chissà quali tragedie. Dall'altra parte ci sono invece quelli per cui, al contrario, votare è un'offesa alla dignità umana e all'onore personale. Mettere una croce su una scheda è per loro chissà quale vergognosa infamia, chissà quale complicità con i peggiori criminali.
Questo perché entrambi danno troppa importanza al voto. Entrambi attribuiscono significati a questa attività che in realtà essa non possiede. Ciò è dovuto alla convinzione che gli eletti siano i veri padroni. Convinzione del tutto errata, perché essi non sono che delle marionette mosse da interessi di portata ben più rilevante e che noi non vediamo accecati dalla nostra furia pro o anti elettorale.
Penso che prima di partire in quarta con le nostre crociate dovremmo effettivamente renderci conto di ciò con cui abbiamo a che fare: che cos'è la democrazia? è vero che i nostri stati sono democratici? chi è che governa realmente lo stato? che potere abbiamo di influenzare la sua azione? A queste domande non sappiamo rispondere se non con stereotipi o luoghi comuni (tipico rifugio di chi non sa ma vorrebbe dare a intendere di sapere). Ed è per questo che prossimamente Eresia rossa si occuperà appunto di queste questioni.

P.S. Un po' di tempo fa invitai anch'io al voto. Ma lo feci in un modo un po' diverso, selettivo, con un criterio, condivisibile o meno. Ne parlai in questo post.



giovedì 3 settembre 2009

La sinistra che fa la sinistra


Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est). La Linke nelle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno riguardato tre dei 16 lander tedeschi, ha visto una crescita esponenziale dei suoi consensi raggiungendo il 19,5% dei voti. Ora si apre uno scenario dove ogni maggioranza di governo potrebbe essere possibile.
Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est).

Domenica scorsa infatti si è votato in Germania per le elezioni regionali in tre dei sedici Stati della Repubblica federale (Sassonia e Turingia all'Est, Saarland all'ovest) e per le comunali nel Nordreno-Westfalia. I risultati hanno visto un forte calo della Cdu, il Partito cristiano democratico del cancelliere Angela Merkel che perde in Sassonia, Turingia e nella Saar, una sostanziale tenuta dell'Spd e appunto una spettacolare affermazione della Linke che ha raggiunto il 19,5% dei consensi.

Ma al di là del dato numerico, è quello politico ad assumere più valore, dopo 20 anni dalla caduta del muro potrebbe essere possibile anche a livello federale una maggioranza di governo che comprende una formazione composta da comunisti, la Linke infatti è stata definitivamente sdoganata e una sua alleanza con i socialdemocratici non appare impossibile soprattutto se la Merkel non riuscirà a mettere in campo un accordo con i Liberali che finora non ha portato grossi vantaggi.

Tutti gli scenari, a causa dell'alto grado di indecisione degli elettori rilevato da tutti i sondaggi, quindi diventano sorprendentemente possibili per le prossime elezioni politiche: maggioranza giallo-nera (liberali e Cdu), una riedizione della Grosse Koalition tra la Merkel e l'Spd oppure un governo di sinistra con social democratici, verdi e Linke.

In quest'ultimo caso l'instabilità potrebbe essere la caratteristica principale vista la differenza tra i partiti su alcuni temi fondamentali come Ue, Nato, Afghanistan, Iran, politica economica. Ma l'affermazione della Linke ha assunto un significato particolare che potrebbe travalicare le tradizionali differenze di schieramento, la prova è data dal fatto che la sinistra è cresciuta esponenzialmente, non solo nelle tradizionali roccaforti dove risiedono i ceti sociali più poveri, ma soprattutto in due regioni come la Turingia e la Sassonia che dopo la riunificazione sono tornati i più ricchi, con una diffusa industria esportatrice ad alta tecnologia, e dove ceti medi e classe operaia ben pagata sono fasce significative della società.

AMI, 1 Settembre 2009



Tutti coloro che avevano detto che il socialismo è morto, devono ricredersi. La risposta è arrivata dalla Germania. La Linke, il partito della sinistra tedesca, quella non preceduta dalla parola “centro” né seguita dall'aggettivo “moderata”, era fino a poco tempo fa, dato in via d'estinzione. Eppure, in pochi anni, è passata da circa il 3% ad oltre il 20 % in diversi Lander.
Come si spiega questa clamorosa vittoria? Il risultato dev'essere contestualizzato in quella che è la realtà politica e sociale della Germania e dell'Europa.
Innanzitutto bisogna considerare la crisi economica mondiale, che non ha risparmiato la Germania, colpendo le classi più deboli.
In secondo luogo, non va dimenticata la complessa situazione politica tedesca, in cui c'è un governo formato da una coalizione tra centrodestra e centrosinistra, cioè socialdemocratici e cristiano-democratici. Come tutte le “grandi coalizioni” ha suscitato forte delusione presso tutti gli elettori, sia quelli di sinistra che quelli di destra. E lo conferma il dato delle elezioni regionali che hanno segnato un netto calo della Cdu della Merkel e una tenuta della Spd che però aveva già perso in precedenza.
La Linke invece è stata premita da un'opposizione intransigente che ha evitato qualsiasi genere di collusione, sia per propria volontà sia perché tradizionalmente marginalizzata dalle altre forze politiche.
Infine, è importante la particolarità della società tedesca, avanzata e industrializzata, ma pur sempre con forti differenze, soprattutto tra Est e Ovest. A queste diseguaglianze i governi che si sono succeduti, tanto quelli di Spd e Verdi, quanto i conservatori di Cdu e liberali non hanno saputo dare valide risposte.
In questo contesto l'opposizione della Linke è apparsa molto efficace, con lotte al fianco dei lavoratori e delle classi più deboli e con una politica di tutela sociale e di redistribuzione del reddito.
Sconfitti sono stati non solo i partiti di governo, ma anche i presupposti politici sui quali essi hanno fatto affidamento. L'idea, cioè, che si potesse governare convergendo verso il centro dell'elettorato e tendendo fuori le “ali”.
È questa una concezione assai diffusa, quella che per vincere le elezioni si debba costruire un profilo moderato, che non scontenti gli elettori di centro, perché sarebbero questi a fare da “ago della bilancia”. In realtà questa teoria, trascura importanti fattori. Innanzitutto l'astensionismo. Se un partito decide di spostarsi verso il centro, trascurando i propri elettori, per guadagnare consensi tra quelli che prima non lo votavano, è incerto se riesca in questa impresa, ma sicuramente, una parte del proprio elettorato tradizionale andrà disperso, o perché questo voterà altri partiti, o perché non andrà a votare. Difatto questa politica, quindi, si traduce in una perdita di voti. È tutto da dimostrare, poi, che elettori tradizionalmente estranei a quel dato partito decidano di votarlo, e in misura massiccia, solo perché questo ha deciso di “andargli incontro”. È invece assai probabile che gli elettori rimangano disorientati di fronti a questo “tradimento” delle radici, fossero anche quelli degli avversari. Una certa diffidenza, rimane comunque. Può darsi che alla lunga questa differenza sia superata, ma, alla lunga, rischia anche di essere un disastro, perché gli elettori più affezionati, lo “zoccolo duro” del partito, finiscono anch'essi per cambiare le proprie abitudini e non votare più il proprio partito. In Italia ne abbiamo avuto l'esempio clamoroso. Sulla base di questo assunto, di un partito moderato non più “ideologico” è nato il Partito Democratico. Ma i consensi, tutt'oggi, non sono mai arrivati, ed anzi è arrivata una solenne bocciatura da parte degli elettori. È chiaro che in Italia il problema per le forze progressiste sia l'astensionismo degli elettori di sinistra. Dall'altra parte invece, si è vista una destra tutt'altro che timorosa delle proprie idee e che continua ad avere successo, anche nelle sue componenti più radicali, come dimostra il caso della Lega.
Insomma la realtà italiana, da sola, basterebbe a smentire il luogo comune politologico che è stato tanto di moda fino ad oggi. Si potrebbero però citare casi come quello inglese, dove sembra avvenuto il contrario. In Gran Bretagna i laburisti, che da decenni non andavano al governo, hanno conquistato la vittoria e sono rimasti per molti anni al potere dopo un “rinnovamento” del partito, l'abbandono di alcuni principi cardine della propria tradizione e l'apertura al libero mercato. Tuttavia questa sarebbe una lettura parziale. Non si può analizzare la parabola del “New Labour” degli anni '90 senza confrontarla con quella dei loro avversari conservatori. Infatti la sinistra inglese è stata favorita dal governo eterno dei conservatori, dalla fine di un ciclo politico e dalla stanchezza dell'elettorato non più soddisfatto nei confronti delle loro politiche. Dopo decenni di governi conservatori, è facile immaginare che prima o poi sarebbe giunto il momento di un cambio. Tuttavia i laburisti hanno sostanzialmente proseguito nelle politiche liberistiche dei loro avversari, tranne per qualche leggera differenza. Così oggi dobbiamo constatare la loro disfatta. Un premier, Tony Blair, che abbandona l'incarico anzitempo e un altro, Gordon Brown, che sembra destinato alla ineluttabile sconfitta.
Se fosse vera la teoria “centrista” dovremmo avere a quest'ora tutti governi centristi stabilmente al potere. Eppure avviene il contrario. Negli Usa dopo otto anni di governo Bush, quindi tutt'altro che moderato, è succeduto un afro-americano con un programma assai più “audace” (considerando la situazione “bloccata” politica americana) di quello dei suoi predecessori. In Italia il governo Prodi, con la sua estrema cautela politica, è durato appena un paio d'anni, succeduto da un governo di destra assai meno scrupoloso nel “moderare” la propria tendenza politica, con una salda maggioranza. Del caso della Germania abbiamo già parlato. Merita menzione la Francia dove il rinnovo, pomosso nel campo socialista da Segolen Royal è fallito clamorosamente e il partito sembra voler tornare “alle origini” della Aubry (colei che propose le 35 ore). L'unica volta che i socialisti sono stati al governo è stato con un programma decisamente più radicale, che prevedeva l'abbassamento dell'orario di lavoro e la nazionalizzazione dell'energia. Dall'altra parte abbiamo la destra di Sarkozy che rompe l'alleanza col centro e che assume un profilo decisamente più netto di quello di Chirac.
Insomma, tutti i profeti che hanno gridato ai quattro venti che “le elezioni si vincono al centro”, a cominciare dall'eminente Giovanni Sartori, dove sono stati ascoltati col cappello in mano dai politici, hanno portato al fallimento la sinistra, mai la destra che invece non li ha mai ascoltati.
Anche perché è assai discutibile ciò che si intende con “moderato”. La politica di privatizzazione selvaggia attuata in Italia sia dal centrodestra che dal centrosinistra non mi pare sia proprio moderata. Sicuramente non è di sinistra. A nessun grande politologo è venuto mai in mente che forse è proprio questa la ragione per cui la sinistra perde? Semplicemente perché ha smesso di fare la sinistra?

lunedì 22 giugno 2009

Lasciate in pace l'Iran


Dopo la vittoria di Ahmadinejad e la sconfitta del “riformista” Moussavi, il governo americano, assieme all'Europa, si è scatenato in una forte campagna di delegittimazione del voto iraniano.
Questa campagna è stata diffusa dai media occidentali, che hanno avallato l'idea dei brogli contro Moussavi. L'opposizione è scesa in piazza per protestare contro queste presunte irregolarità, e le televisioni in Occidente vi hanno dato ampio risalto.
Tutti sembrano assolutamente convinti che le elezioni iraniane non si siano svolte in modo regolare.
Eppure dei sondaggisti americani avevano prima del voto realizzato un sondaggio che vedeva Ahmadinejad in netto vantaggio sull'avversario
(ANSA).
Del resto l'ampia maggioranza della popolazione iraniana aveva già in precedenza manifestato il suo appoggio per l'attuale presidente. La maggior parte degli iraniani vive in una condizione di povertà, non ha accesso all'istruzione e alle cure sanitarie. In questo contesto Ahmadinejad è stato l'unico tra i leader politici ad essersi interessato alle condizioni delle classi povere. Ha sostenuto una politica di redistribuzione e ha nazionalizzato le risorse energetiche. È normale che questo non piaccia a Washington, che sul petrolio iraniano ha sempre fatto grandi affari. È normale che questo non piaccia ai ceti agiati e alla ricca borghesia, sempre favorita in passato dalle politiche fiscali.
Sono soprattutto i ceti colti e benestanti ad appoggiare Moussavi. Sono loro ad essere scesi in piazza e a manifestare per le libertà civili. Dunque una minoranza. Ed è ovvio che sia così, perché la parte povera della popolazione non ha certo il tempo per pensare ai grandi ideali, mentre il problema principale è spesso la sopravvivenza.
Ahmadinejad ha portato avanti una politica di indipendenza dalle grandi potenze. Questo, Usa e Europa non glielo hanno perdonato. Hanno usato la questione del nucleare iraniano per imporre sanzioni a un popolo già provato, e che tenta ora faticosamente di scrollarsi di dosso il neocolonialismo occidentale. Ma di fronte a questa legittima esigenza i grandi difensori delle libertà civili sembrano sordi. Perché l'Iran dovrebbe essere privato del nucleare, mentre Israele, un paese che ha più volte manifestato la sua pericolosità militare e il suo furore bellico (ai danni dei palestinesi) molto più dell'Iran, può ampiamente disporne? Forse perché il miglior alleato degli Stati Uniti rischierebbe di perdere la supremazia geopolitica nel Medioriente?
È vero, Ahmadinejad usa dei metodi repressivi e una politica autoritaria spesso non rispettosa dei diritti umani. Ma dov'erano questi paladini della libertà quando erano gli Stati Uniti a rovesciare il governo democratico di Mossadeq per insediare quello autoritario dello Shah di Persia? Dov'erano quando foraggiavano un dittatore tra i più sanguinari, Saddam Hussein, ben peggiore di Ahmadinejad (il quale almeno è stato eletto) per opporsi alla rivoluzione iraniana?
Le accuse che si rivolgono ora ad Ahmadinejad, certo non potevano valere per Mossadeq, il quale passò tutto il resto della sua vita agli arresti, senza che nessun ardente paladino dei diritti umani muovesse un dito. La questione dei diritti civili e della democrazia per gli occidentali è in realtà solo un pretesto per far valere i propri interessi egemonici in Medioriente. Come allora rovesciarono Mossadeq che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere, con l'appoggio della ricca borghesia che aveva visto con fastidio la redistribuzione del reddito, così oggi cercano di fare la stessa cosa con Ahmadinejad.
Il colmo è che per farlo non si servono di un politico integerrimo, ma di un arrugginito Moussavi, già Primo Ministro, che non può certo vantare nei suoi anni di governo una condotta irreprensibile. Egli infatti è stato coinvolto nello scandalo Iran-Contras nell'86, in cui gli americani vendettero armi all'Iran (proprio a uno stato oggi definito “canaglia”) per finanziare il colpo di stato contro la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Questo è Moussavi, il difensore dei diritti civili, il grande idealista.
I presunti brogli sono solo un pretesto per cercare di rovesciare un presidente democraticamente eletto, piaccia o non piaccia.
I media dalle nostre parti hanno parlato di una “rivoluzione” che sarebbe in atto in Iran. Ma di quale rivoluzione parlano? Una rivoluzione non si fa senza il popolo e il popolo sta dalla parte di Ahmadinejad, o quanto meno certo non da quella di Moussavi. Quest'ultimo è appoggiato solo da una minoranza ricca e privilegiata. È sostenuto dalla CIA, che vuole conservare il dominio americano in quell'area geografica.
Mettiamoci bene in testa una cosa. I governi, soprattutto a livello internazionale, non agiscono per “esportare la democrazia”, o per qualche nobile ideale, il quale è semmai solo una copertura. La vera ragione del loro intervento è quella di preservare interessi economici e geopolitici. Gli Usa e l'Europa non cercano di difendere dei principi umanitari con un improbabile candidato, ma di perpetuare una politica imperialista, in continuità con quanto hanno fatto in passato. Non illudiamoci. Tra Bush e Obama su questo terreno c'è ben poca differenza. Molti dei più stretti collaboratori dell'attuale presidente americano sono gli stessi che fecero parte del governo Clinton. Il Segretario di Stato è Hillary Clinton, che ha suo tempo votò a favore della guerra in Iraq. Obama è stato il candidato che ha ottenuto i più cospicui finanziamenti da parte delle multinazionali.
Non sono certo gli Stati Uniti, la Nato e un'Europa succube dell'atlantismo incondizionato a diffondere la libertà nel mondo.
Può farlo invece soltanto la lotta dei popoli oppressi contro l'imperialismo occidentale, una lotta che vede il popolo iraniano in prima fila.

martedì 9 giugno 2009

L'Europa e la sinistra


Le elezioni europee hanno fatto registrare un'avanzata delle destre, persino in quei paesi, come Francia e Italia dove sono al governo. È la prima volta che i partiti al potere nei loro rispettivi paesi non subiscono un tracollo durante il voto continentale.
Una vittoria dunque che non può essere ricondotta alla “logica dell'alternanza”, secondo cui le due maggiori forze politiche, PSE e PPE, si alternano nel controllo della maggioranza parlamentare pur senza significativi cambiamenti sul piano dell'azione politica concreta.
Il dato è ancora più sorprendente se si considera la crisi internazionale che non favorisce certo il consenso dei governi.
Tuttavia l'affermazione delle destre è ben lontana dall'essere quella marcia trionfale che viene descritta: se si esclude il caso francese per il resto la vittoria è dovuta più a una sconfitta degli oppositori che a un consistente aumento dei consensi. In Italia il PdL ha registrato un calo seppur lieve rispetto alle politiche. E il divario dal centrosinistra era un fatto già consolidato che si era già affermato nelle elezioni dopo il governo Prodi. In Germania è vero che c'è una debacle dei socialdemocratici, ma è anche vero che che i cristiano-democratici non hanno certo ottenuto un risultato brillante perdendo 10 punti rispetto alle elezioni presidenziali di quest'anno. I conservatori vincono alla grande laddove sono all'opposizione: in Gran Bretagna e in Spagna. Quel che ha fatto la differenza è che laddove sono i partiti di centrosinistra ad essere all'opposizione non sono riusciti a sfondare (in Germania Spd e Cdu governano insieme ma i primi sono andati peggio dei secondi)
Se poi osserviamo i risultati, di cui spesso i giornali si dimenticano di parlare, della sinistra “radicale”, anche in questo caso notiamo un significativo miglioramento. In Germania la Linke si mantiene sopra il 6%, in Francia il Front de Gauche ottiene il 6 e il NPA il 4.9, in Grecia SYRIZA il 4,7%, il KKE l'8,35, in Irlanda lo Sinn Fein ottiene addirittura l'11,6%, in Irlanda del Nord è il primo partito al 26 e nella stessa Italia, seppure non è riuscita a passare lo sbarramento, le due liste della sinistra in totale registrano oltre il doppio dei consensi rispetto alle politiche. Il dato complessivo vede la Sinistra Europea perdere 9 seggi ma questo è dovuto al mancato superamento della soglia di sbarramento da parte delle liste italiane.
Non si può parlare quindi di vittoria delle destre tout court perché la questione è molto più complessa di come viene descritta dalla stampa. Né di crisi della sinistra in generale. Bisogna invece distinguere tra una sinistra “moderata” che subisce un deciso tracollo (il PSE perde 38 seggi, mentre il centrodestra europeo ne guadagna 21 se si sommano i seggi del PPE con quelli dei conservatori inglesi) e una sinistra “radicale” che nonostante tutto, pur perdendo in termini di seggi tiene a livello di voti se si considerano anche i partiti che non superano lo sbarramento.
Il vero sconfitto delle elezioni è quindi il Partito Socialista Europeo. A quanto pare l'allineamento della sinistra “moderata” di tutta Europa, dal Regno Unito alla Spagna, alle posizioni della destra alla lunga non ha pagato. Questi partiti hanno sostenuto in Europa posizioni liberiste, come dimostra la direttiva Bolkenstein sulla privatizzazione dei servizi e in patria leggi restrittive sull'immigrazione. Il presidente spagnolo Zapatero che aveva portato al successo i socialisti spagnoli sui temi della laicizzazione dello stato ha però perseguito l'atteggiamento “mercatista” del suo predecessore. Il New Labour britannico, nato negli anni Novanta da un partito che aveva difeso i lavoratori e che aveva intrapreso importanti battaglie sociali, aveva apertamente rinnegato il proprio passato aprendo al liberismo, in misura forse persino maggiore dei conservatori. E ancora in Germania i socialdemocratici sono entrati in una grande coalizione con la CDU e da allora hanno perso consensi a favore della Linke. Il caso emblematico però è proprio il Partito Democratico in Italia che, unico in Europa, ha rinunciato anche al riferimento simbolico alla sinistra e si è attestato su una linea talmente moderata che alcuni dei suoi membri rifiutano persino di entrare nel PSE.
La lezione è innanzitutto la smentita di quella frottola che i politologi finora ci hanno raccontato, cioè che le elezioni si vincono al centro: questa volta si è assistito a una vittoria in alcuni paesi della destra più radicale rappresentata in Italia dalla Lega.

In secondo luogo è la dimostrazione che la sinistra o fa proprie le questioni sociali del lavoro, della redistribuzione della ricchezza e dell'intervento pubblico in economia, senza compromettersi con le elite economiche nazionali e internazionali, oppure non viene percepita come alternativa alla destra e quindi non viene più votata.
L'Europa dovrebbe guardare aldilà dell'Atlantico, ma non agli Stati Uniti, a una zona, invece, che fa molto meno parlare i giornali e le televisioni: l'America latina dove una sinistra antiliberista e antiimperialista, quando non apertamente anticapitalista, attraverso un'azione politica di governo in favore delle classi popolari, continua la propria ascesa in tutto il continente.

lunedì 8 giugno 2009

Vince il populismo che cavalca lo scontento




Le elezioni europee si sono concluse con un risultato chiaro: i vincitori sono due: da una parte la Lega Nord che si attesta attorno al 10 % migliorando di 2 punti il risultato delle elezioni politiche precedenti, dall'altra l'Italia dei Valori che raddoppia rispetto alle politiche e raggiunge l'8 %.
Il PdL è ben lontano da quel successo clamoroso più volte annunciato, perdendo anche qualche voto. Perde 6 punti il Pd che scende al 26 %. Sostanzialmente invariati i rapporti di forza tra i due blocchi: PdL-Lega e Pd-Idv.
Non passa lo sbarramento nessuna delle due liste della sinistra pur registrando un miglioramento: i comunisti si attestano attorno al 3,4 %, Sinistra e Libertà al 3,1. Complessivamente raggiungono il 6,5 %, mentre alle elezioni politiche la Sinistra Arcobaleno toccò appena il 3 %. Un certo incremento ma insufficiente di fronte alla soglia falciatrice dello sbarramento al 4.
Il dato più significativo è l'avanzata dei due partiti che maggiormente hanno sfruttato lo scontento popolare.
Innanzitutto la Lega Nord, che è riuscita a catalizzare l'attenzione attorno a una serie di tematiche come l'immigrazione e l'ordine pubblico. Ha saputo sfruttare il disagio sociale delle masse che in questi anni hanno subito le politiche liberiste e la crisi internazionale. Ma questo disagio è stato convertito in un clima di diffidenza nei confronti dello straniero e del diverso in generale (barboni, prostitute ecc.) che ha molto giovato ai leghisti. Il partito regionalista ha poi saputo sfruttare il notevole radicamento territoriale che ha costruito in tutti questi anni. Un radicamento che non ha eguali in nessun altra forza politica attuale, nemmeno nei due partiti maggiori. Costituisce quello che una volta si chiamava un “partito di massa” e che contava sezioni ramificate sul territorio – e che allora era tradizionalmente espressione della sinistra, soprattutto il PCI: la Lega ha costruito una forte identità politica con un profilo molto netto e molto riconoscibile e diversificato rispetto agli altri partiti, anche del centrodestra, i cui confini ideologici sono sempre più sfumati. Questo notevole radicamento, che lo rende addirittura il primo partito in molte aree del nord fa sì che possa disporre di una notevole capacità di mobilitazione. La Lega ha uno “zoccolo duro” di elettorato che vota e continuerà a votare sempre Lega, forse per decenni, un elettorato che si riconosce fortemente in quei “valori”. Questa è stata una evoluzione notevole della Lega nel tempo. Mentre inizialmente era soltanto un partito “di protesta” (di che si sentiva deluso dalla Dc ma che era comunque ideologicamente e socialmente troppo lontano dal Partito Comunista) sostenuto soprattutto da imprenditori, commercianti e liberi professionisti, tutta quella piccola borghesia individualista e desiderosa di un minor controllo dello Stato nei suoi confronti (e magari maggiore sull'ordine pubblico), ha poi saputo conquistare anche i ceti meno abbienti, strappandoli alla sinistra via via che si disfaceva il PCI. Ha utilizzato abilmente la questione sociale non per indirizzare la sua azione politica verso un rovesciamento dei rapporti sociali (e quindi della lotta di classe come faceva la sinistra di un tempo) perché c'è un valore ideologico di stampo decisamente conservatore e liberista dovuto al forte sostegno che le è stato assicurato dalla ricca borghesia industriale e finanziaria del nord. Così il disagio delle classi popolari è stato colto ma non per cambiare la struttura economica, bensì per volgerne lo scontento da un lato in polemica con i dirigenti e i funzionari statali lontani dai loro interessi, soprattutto economici, dall'altro verso le fasce emarginate della società, quelle del sottoproletariato urbano costituito da immigrati, mendicanti, prostitute e disoccupati spesso coinvolti nella microcriminalità (e sfruttati spesso dalle grandi organizzazioni criminali). L'”anticentralismo” che si è tradotto in proposte di modifiche in senso federalistico dello stato, è stata utile per proporsi come alternativa alla classe dirigente dei “salotti romani” e alla ghettizzazione della periferia rispetto al centro (erano prima gli anni della “Milano da bere” poi la “stagione dei sindaci” delle grandi città mentre la periferia veniva dimenticata). La “guerra tra poveri” è stata usata efficacemente per conquistare consenso non solo presso l'elite dei piccoli imprenditori del nordest, ma anche presso gli stessi lavoratori di quelle zone, sfruttati dai primi. Ora la Lega ha un elettore “fedele” che difficilmente l'abbandonerà e che le consentirà di conservare una base sicura rilevante di consensi anche in momenti meno favorevoli.
Poi c'è l'Italia dei Valori, partito personale di Di Pietro, tutto incentrato sulla figura carismatica, e anche un po' folcloristica, del suo capo. Le ragioni del suo successo stanno tutte nel fallimento del PD. L'Idv è, al contrario della Lega, un partito senza un'identità e una simbologia precisa scarsamente rapportatosi col territorio (e ne è la prova che le differenze di consensi tra le diverse zone geografiche variano di poco) ma il cui capo ha avuto la capacità di sfruttare il mezzo mediatico e di comunicare a quella fascia di elettori scontenti dalla linea del Partito Democratico, giudicata troppo cauta e ambigua e poco incisiva. Anche l'Italia dei Valori come la Lega nord si è avvantaggiata del malcontento, ma lo ha diversamente indirizzato. Mentre il Carroccio lo ha sfruttato per colpire la vecchia classe dirigente e il sottoproletariato, sostituendo una nuova elite che spostasse l'asse geo-politico dal Centro Italia al Nord, e orientando i rapporti sociali in favore del profitto e a danno del salario, il partito di Di Pietro se ne è avvalso per polemizzare contro la corruzione del sistema politico, contro “la casta”, per costruirsi un'immagine di “cane sciolto” attraverso i media. L'Idv non ha una base solida, come invece la Lega. Non esiste in effetti l'elettore dell'Italia dei valori. Questi è piuttosto un elettore del Pd deluso o uno che votava per la sinistra prima che questa venisse esautorata dal parlamento italiano, e in conseguenza dai media, e perdesse così la propria visibilità. Egli si rivolge prevalentemente a quelle fasce piccolo-borghesi che si riconobbero nel periodo di “Mani pulite”. Nonostante il linguaggio incendiario, che ha lo scopo di catalizzare anche i settori più radicali di un elettorato tendenzialmente di sinistra, il suo scopo non è un ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi, una riforma radicale dello stato, un forte e deciso intervento legislativo (tipico dei movimenti politici più radicali) ma un perfezionamento delle istituzioni esistenti, una maggiore trasparenza di quest'ultime, un rinnovo (generazionale ma non sociale) della classe dirigente, un miglior equilibrio tra poteri statali. In questo senso l'azione di Di Pietro è perfettamente in linea con la tradizione liberale pur se mascherata nelle sembianze di movimento “anti-sistema”.
La retorica “politicamente scorretta” e aggressiva serve proprio a travestire l'assenza di un concreto e reale progetto di trasformazione della società, la mancanza di un progetto politico di difesa della classe lavoratrice (come era quello della sinistra socialista e comunista i cui elettori orfani offrono ampio terreno di raccolta per l'Idv).
La dottrina liberale classica è stata smentita dalla storia, screditata agli occhi dei suoi stessi adepti, soprattutto dalla crisi internazionale che ha rivelato le diseguaglianze sociali di classe che da tempo erano incubate ma che recentemente si sono manifestate nella loro massima virulenza e hanno persino avuto una rappresentazione, anche se parziale e distorta, nei media. Perciò quella dottrina, per decenni arma ideologica della classe dominante, non poteva essere riproposta “nuda e cruda”. Così Di Pietro, che non è certo un teorico capace di concepire una sistematizzazione intellettuale, ma un intuitivo, ha astutamente, seppur poco coerentemente, intrecciato il liberalismo di fondo con il populismo e l'antagonismo di facciata.
Non ci si faccia ingannare dall'immagine ideologico-mediatica sapientemente costruita: Di Pietro e il suo partito personale non sono una forza “anti-sistema”, ma la tendenza da parte del sistema stesso di volgere il dissenso a proprio vantaggio e ricondurlo entro i confini del mantenimento sostanziale dei rapporti di produzione vigenti. Il meccanismo, sia per la Lega che per Di Pietro, è lo stesso che ha portato all'ascesa del nazi-fascismo, seppure naturalmente in forme molto meno drammatiche: l'elite dirigente è in crisi, le masse danno segni di insofferenza, tutto questo potrebbe portare a uno sconvolgimento dei rapporti di forza tra classi se non addirittura al disfacimento dell'egemonia conquistata, così si favorisce l'ascesa di un movimento “di protesta” apparentemente rivoluzionario, ma in realtà fortemente conservatore e dopo averlo incentivato opportunamente (sia politicamente attraverso alleanze tattiche che economicamente attraverso ingenti finanziamenti) lo si utilizza per “ristabilire l'ordine” e rafforzare il dominio sociale ed economico che era in pericolo. Una volta raggiunto l'obiettivo ce ne si sbarazza, sempre che non finisca di per rivolgersi contro proprio coloro che lo hanno attizzato.
La Lega e l'Italia dei Valori hanno questa funzione in Italia. Ricondurre all'ovile le pecorelle smarrite. E la dimostrazione è che Berlusconi e i dirigenti del Pd, che servono gli interessi finanziari e industriali del capitalismo italiano, non li contrastano, ci si alleano e sperano così di recuperare attraverso di loro i consensi che perdono.

venerdì 5 giugno 2009

Perché votare comunista

Domani si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Eresia rossa sostiene la necessità di un voto per i comunisti vediamone le ragioni:

Un voto per un'altra Europa. Il processo di costituzione dell'Unione Europea è avvenuto tra l'entusiasmo generale dell'elite dirigente, politica ed economica, che vedono in essa soprattutto un'occasione per la formazione di un mercato comune. Tuttavia questo processo è avvenuto nello stesso tempo tra l'indifferenza generale dei popoli europei che in larga parte sono poco o per nulla coinvolti nel dibattito politico attorno alla UE. I popoli europei in larga maggioranza percepiscono questa istituzione come un'operazione verticistica imposta dall'alta e che i cittadini non possono che subire passivamente. Questa percezione non è immaginaria ma è fondato su dei dati di fatto che le elite dirigenti, totalmente distaccate dalla base popolare, ignorano o accantona con fastidio:


- Prima di tutto la quota assai ridotta di meccanismi democratici nel processo di insediamento delle cariche europee. E' vero, esiste un parlamento eletto dai cittadini, ma è anche vero che c'è un'altra istituzione, la Commissione europea, sganciata da qualsiasi meccanismo di elezione democratica e popolare. Inoltre nello stesso parlamento europeo una volta eletto più che rispondere alla volontà dell'elettore, di fatto, risponde a logiche interne lobbistiche e verticistiche che non rispecchiano nei fatti il mandato dell'elettore.

Innanzitutto le liste candidate una volta elette non formano gruppi paralleli e simmetrici a quelle liste all'interno del parlamento, ma confluiscono in gruppi che spesso tradiscono le intenzioni dichiarate dalle liste che lo compongono. Così può accadere che una lista eletta che si presenta con un profilo “di sinistra” all'elettore nazionale finisca per militare in un gruppo di centro in Europa. In secondo luogo sono gli stessi gruppi europei a tradire la volontà di chi li elegge. Nella realtà concreta manca qualsiasi reale alternativa politica. Infatti il maggiore gruppo europeo di centrosinistra, il PSE, vota nell'80 per cento delle volte nello stesso modo del maggiore gruppo di centrodestra, il PPE. Così di fatto c'è un'unica “grande coalizione” composta da socialisti, popolari e liberali.

- Anche quando sia esercita un minimo di democrazia i lavori parlamentari sono fortemente condizionati dai grandi interessi economici e geopolitici internazionali. Per l'intervento di istituzioni sovranazionali totalmente libere da qualunque effettivo controllo elettivo come la Bce, la Banca Europea, ma anche da istituzioni extraeuropee come il Fondo Monetario Internazionale o la NATO.

E' forte e spesso irresistibile l'influenza dei grandi potentati industriali e finanziari che molto spesso sono i soli a prendere le vere decisioni che il parlamento europeo si limita a “ratificare”. Lo provano i provvedimenti di privatizzazione dei servizi, la deregolamentazione dei mercati e la precarizzazione dei lavoratori.

- L'Europa risulta totalmente succube nei confronti degli Stati Uniti d'America e lo dimostrano le numerosi basi militari americane o NATO (di fatto anche queste sottoposte a controllo americano) sparse per il territorio europeo, compreso quello italiano. Tutti coloro che ritengono che l'Unione Europea sia un polo alternativo a quello americano si illudono. Anche quando gli stati europei si differenziano nelle scelte delle politiche internazionali dagli USA in realtà lo fanno più come risposta e reazione una esclusione di questi ultimi come è accaduto nel caso della guerra in Iraq: non si contestava tanto l'intervento militare in sé, quanto il fatto che questo procedesse da una decisione unilaterale della Casa Bianca senza alcuna collegialità con i paesi europei.


Contro questa concezione dell'Europa e dei suoi popoli espropriati della loro libertà i comunisti si battono per:

  • la democrazia reale dei popoli, contro qualsiasi gioco di potere e contro il liberismo economico che le elite dirigenti tentano di imporre.

  • Interventi a favore dei lavoratori per aumentare le loro tutele sociali e per ridurre la precarietà

  • L'assicurazione per tutti dei servizi essenziali contro ogni ipotesi di privatizzazione.

  • L'abbandono di ogni politica “atlantista” che renda l'Europa succube degli Usa.

  • La formazione di un “polo mondiale di alternativa” assieme ai paesi emergenti (Cina, India, Sud America, Russia, Africa Sudsahariana) che si opponga all'imperialismo americano.


Votare comunista significa votare per la libertà dei popoli e dei lavoratori europei.

lunedì 1 giugno 2009

Elezioni europee





Tra meno di cinque giorni si svolgeranno le elezioni europee.

Spesso si è soliti trattarle come si farebbe con qualsiasi altra elezione politica. Ma è un errore poiché ogni lista non forma un gruppo autonomo, ma se eletta, confluisce in un gruppo europeo transnazionale di sua scelta. Così capita che una lista finisce per dividersi in diversi gruppi al parlamento e più liste, magari una alla maggioranza e l'altra all'opposizione del governo nazionale, finiscono per ritrovarsi nello stesso gruppo parlamentare.

È così ad esempio per l' UDC, che in Italia è all'opposizione del governo, ma che in Europa sta nello stesso gruppo del PdL cioè il Partito Popolare europeo (PPE) di centrodestra.

Sulla Lega Nord c'è da dire che tra i suoi candidati può vantare Mario Borghezio, condannato per incendio aggravato ai danni di alcuni immigrati, che mandava a quel paese l'allora Presidente della Repubblica Ciampi in pieno svolgimento di una seduta dell'europarlamento, e che va a fare, come ha documentato la televisione francese, comizi ai neofascisti d'oltralpe insegnando loro strategie di infiltrazione. Confluisce nel gruppo dell'Europa delle Nazioni (UEN), l'estrema destra del parlamento europeo.

L'MPA di Lombardo nel PPE assieme al PdL, ma si presenta in lista assieme alla Destra di Storace che va con l'UEN e con l'Alleanza di Centro di Pionati (quello dei “panini” del tg1) che va nel PPE.

Il PD invece si sdoppia: una parte, quella dell'ala moderata che fa capo a Rutelli, va nei liberali, la parte degli ex ds va nel Partito Socialista Europeo

L'Italia dei valori va anch'essa nel gruppo centrista dei liberali, assieme ai moderati del PD, quegli stessi che critica in Italia per un'opposizione non abbastanza intransigente a Berlusconi. Viva la coerenza.

I Radicali di Pannella vanno anch'essi nel gruppo dei liberali, assieme agli avversari clericali del PD e al “giustizialista” Di Pietro. Viva la coerenza.

Sinistra e Libertà formata dagli exi di Rifondazione di Nichi Vendola, dagli ex ds di Mussi, dai socialisti di Bobo Craxi e dai verdi si divide in tre gruppi distinti: rispettivamente Sinistra Europea, socialisti europei (con il PD a cui vogliono essere alternativi), e verdi europei.

Il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, fuoriuscito da Rifondazione in polemica sulle politiche del governo Prodi, non si capisce ancora bene, forse la Sinistra Europea (GUE), ma potrebbe voler formare un gruppo autonomo. Tra l'altro la sua campagna elettorale è centrata sulla critica al governo Prodi. Evidentemente nessuno gli ha detto che quel governo non esiste più.

La Lista Comunista e Anticapitalista di Ferrero, Diliberto e Salvi è l'unica a sinistra che va in un gruppo europeo coerente con la sua posizione politica e senza spezzettarsi, quello del GUE.


A quanto pare il PdL, il PD e l'UDC fanno a gara nel candidare condannati o indagati. (v. vogliosendere - ZOO Italia )

Una chicca è quella dell'UDC che candida Magdi Allam, che da giornalista difese la guerra in Iraq. Convertito miracolosamente alla religione cattolica, con un rito ripreso da telecamere e fotografi, contrario all'aborto e al divorzio, ha organizzato una crociata tutta personale contro l'Islam. Insoma una candidatura in nome del dialogo interreligioso.


Da segnalare in queste elezioni l'introduzione dello sbarramento al 4 per cento, voluto da PdL e dal PD che qualcuno continua ancora a definire avversari. Il pretesto sarebbe quello di contrastare la “frammentazione”. Ma di quale frammentazione parlano se poi un lista una volta eletta si divide anche in tre gruppi diversi tra i seggi di Bruxelles? E poi a che serve contrastare la frammentazione se l'Unione Europea non ha un governo a cui porre la fiducia e quindi non esistono problemi di stabilità? Naturalmente nessun tg si è preoccupato di porre la questione.


Eresia rossa sceglie di sostenere la Lista Comunista e Anticapitalista, che ha deciso di non abbandonare la Falce e martello e rivendicare la storia di lotte dei comunisti. Una scelta che si fonda sulla necessità di porre al centro delle politiche europee e nazionali il lavoro. Non crediamo che bisogna cancellare ogni riferimento alla propria cultura politica e attestarsi su una posizione moderata, come ha fatto il PD, né di abbandonare la tradizione e la storia comunista in nome di una sinistra generica non meglio specificata.