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martedì 4 maggio 2010

Ipazia, un'eroina del libero pensiero

Il film Agora di Alejandro Amenabar, in questi giorni nelle sale, rende giustizia a un figura femminile vittima del fanatismo religioso. Ipazia (370 – 415 d. C.) filosofa e scienziata di straordinaria intelligenza e di leggendaria bellezza, una personalità di primo piano nella cultura dell'epoca.
Filosofa di scuola neoplatonica godeva di grande stima e rispetto presso il mondo accademico e politico del IV e V secolo d. C. Non si hanno fonti dirette, ma secondo diverse testimonianze avrebbe avuto il merito di diversi progressi in astronomia tra cui l'invenzione dell'astrolabio.
Nel film Ipazia, interpretata dall'ottima Rachel Weisz, arriva addirittura a concepire non solo l'eliocentrismo e la centralità del Sole rispetto alla terra, teoria per la prima volta avanzata da Aristarco di Samo, astronomo greco del IV e III secolo a. C., ma perfino l'orbita ellittica della Terra, che sarebbe poi stata formalizzata da Giovanni Keplero soltanto nel 1609.
Quel che è certo è che la studiosa alessandrina diede un'importante contributo allo studio dei moti astrali. Figlia del matematico Teone seguì le orme paterne, ma allargò i suoi interessi oltre che alla scienza anche alla filosofia, tanto che Socrate Scolastico ce la presenta come l'unica erede di Plotino.
La vicenda storica si colloca ad Alessandria d'Egitto, città cosmopolita e di grande vivacità culturale da quando Tolomeo (IV secolo a. C.) sovrano d'Egitto e successore di Alessandro il Grande aveva fatto costruire il Museo e la Biblioteca, fari del sapere per secoli.
Con l'avvento del Cristianesimo (l'imperatore Teodosio nel 391 e 392 sancì l'ufficialità della religione cristiana e la proibizione di ogni culto pagano) la situazione di Alessandria cambiò; con la feroce politica del vescovo Teofilo i templi pagani vennero distrutti o trasformati in chiese e i pagani perseguitati.
Nel pieno della crisi del Paganesimo e dell'affermazione di un Cristianesimo violento e oscurantista, che vede le scienze degli elleni come una minaccia e un'eresia – i cristiani distrussero la grande Biblioteca, si salvarono solo poche opere – la figura di Ipazia emerge in tutto il suo splendore e se ne comprende tutto il fascino che esercitò tanto sui suoi contemporanei quanto su molti pensatori e storici successivi. Distante, non solo dal cristianesimo, ma anche dal paganesimo più misticheggiante, fu una guida indiscussa sia in campo scientifico e filosofico che politico, esercitando grande influenza sul prefetto di Alessandria, Oreste.
Quando a Teofilo successe Cirillo gli eventi precipitarono, quest'ultimo fu responsabile di una feroce campagna contro i pagani e gli ebrei e di quest'ultimi ordinò persino la cacciata dalla città. Con le sue “ronde” (i parabolani, monaci cristiani che si occupavano di sorvegliare la città) seminava distruzione tra tutti coloro che non fossero considerati cristiani abbastanza convinti.
C'è da immaginare sotto quale luce doveva essere vista Ipazia, scienziata, pagana e per di più donna.
I seguaci di una religione che predicava l'inferiorità della donna (Paolo di Tarso comandava la sottomissione del genere femminile e la proibizione per le donne di insegnare agli uomini) sicuramente non dovevano prendere in simpatia una donna che parlava liberamente di filosofia nelle piazze e che insegnava ai propri discepoli l'astronomia e la matematica, che si prendeva la libertà di intervenire nelle assemblee politiche (e il suo parere veniva preso sempre in seria considerazione) e che per di più non aveva mai accettato il cristianesimo.
Cirillo non aveva certo scrupolo di intervenire nelle questione amministrative dell'impero, nonostante ciò non gli competesse affatto; uno dei tanti esempi, questo, dell'ingerenza che la Chiesa ha sempre esercitato nelle questioni politiche e ciò ovviamente doveva causare una disputa con il prefetto Oreste. Questi venne preso di mira dai parabolani, uno dei quali lo ferì alla testa con un sasso. Le guardie imperiali catturarono il responsabile, un certo Ammonio, e lo uccisero. Cirillo, per tutta risposta dichiarò Ammonio martire della fede cristiana.
Ma l'odio dei parabolani e le mire del vescovo Cirillo non erano certo svaniti e la vittima designata fu Ipazia, accusata di aver “stregato” Oreste e di essere la causa dei suoi litigi col vescovo. La donna venne catturata dai parabolani e brutalmente assassinata. Così lo storico Socrate Scolastico descrive il misfatto: “Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli”.
Il filosofo Damascio accusò ancor più esplicitamente Cirillo di aver organizzato la cattura l'uccisione di Ipazia.
Venne aperta un'inchiesta sull'accaduto, presto insabbiata, per la vicinanza della reggente dell'Impero Romano d'Oriente, Pulcheria, alle posizioni di Cirillo.
Cirillo venne proclamato santo dalla Chiesa cattolica.

lunedì 21 settembre 2009

Quando è aggredito l'aggressore


Ci sono persone ossessionate da qualcosa. Daniela Santanché è ossessionata dal velo islamico. A lei proprio non va giù. C'è chi non sopporta i cani, chi è intollerante al latte. Lei è intollerante al velo.
È più forte di lei. Così ieri, nell'anniversario della breccia di porta Pia e dell'annessione di Roma, ha deciso di passare all'azione. Un gruppo di mussulmani milanesi, uomini e donne, tentava (quale crimine immondo!) di entrare in moschea. Ma lei ha deciso che la cosa non s'ha da fare. Così si è piazzata, assieme al suo codazzo di fascistelli, davanti alla moschea e ha deciso di aggredire le donne che portavano il velo per strapparglielo.
Questa al mio paese si chiama aggressione. La paladina delle libertà femminili (solo però col velo degli altri) ha avuto per tutta risposta uno sganassone in pieno volto da qualcuno che ha giustamente perso la pazienza per la sua prepotenza, il che ha causato la caduta della politicante. Apriti cielo! Si scatena un putiferio attorno agli islamici che avrebbero “aggredito” la “povera” deputata. Giornali che titolano “Santanché aggredita” o persino “picchiata”, facendola passare quasi per una martire della libertà, attaccata da terribili terroristi.
Tutti i giornali, a cominciare dal “Corriere della Sera” e “Repubblica”, quelli che parlano di libertà di espressione (il primo un po' di meno) e se la prendono contro la censura, hanno creduto ciecamente alla versione della Santanché. Sarebbe stata aggredita, mentre cercava di manifestare pacificamente. Giudicate voi se manifestare pacificamente significa proiettarsi su delle poverette di un'altra religione per cercare di strappare loro il velo. Se degli atei andassero davanti ad un convento e si gettassero sulle suore per togliere loro l'abito che portano, voi cosa pensereste? Che si tratta di una violenza, credo.
Posso capire fare una battaglia culturale perché le donne tolgano il velo (ma che dire allora delle nostre donne “disinibite” che si arrampicano sui tacchi a spillo o che devono fare pompini per fare carriera? Non mi sembra una grande libertà) questo fa parte del diritto di ogni cittadino a manifestare la propria idea. Ma pensare di imporlo per le legge, e arrivare al punto da piazzarsi di fronte ad una moschea per strappare il velo a delle povere donne la cui unica colpa è una certa interpretazione del Corano, è davvero una prevaricazione! Che non si lamenti poi se si becca la giusta reazione.
Invece la nostra è davvero esperta in questa tattica di aggredire per poi fare la vittima. Basti ricordare che è la stessa che aveva “la bava alla bocca” e che diceva che i clandestini vuole “cacciarli a calci in culo”. Una che andava con i fascisti di Fiamma Tricolore e che tutt'ora condivide le manifestazioni di Casa Pound, il centro sociale di estrema destra razzista e violento, una che ha deciso persino di farsi accompagnare dalla scorta, quasi fosse una vittima di mafia, immaginandosi di essere seguita da chissà quali schiere di terroristi (ma chi se la fila?).
Evitiamo di far passare quindi una così, una che, come si suol dire, “va a cercare rogne” per una paladina della libertà. E magari prima di prendere per oro colato tutto ciò che dice sentiamo prima la versione dei suoi presunti “carnefici”.


Link:
http://www.giornalettismo.com/archives/37358/santanche-burqa-aggredita/

mercoledì 26 agosto 2009

Sulla sessualità

Premetto che faccio riferimento ai seguenti articoli:

Ho letto il dibattito su comedonchisciotte e, mi dispiace dirlo, ma sono leggermente disgustato. Ne emerge il più bieco e il più cinico "materialismo" (nel senso peggiore del termine, essendo io un materialista convinto sul piano filosofico e politico) una volgarità e una "bestialità" degne del tempo che stiamo vivendo. L'articolo di Paolo Barnard trovo sia un concentrato di pregiudizi, luoghi comuni, "machismo" camuffato della peggior specie. Prima di tutto "andare a puttane" la trovo una cosa degradante per lo stesso uomo che vi partecipa e non solo per la donna che lo subisce. E poi, sia detto per inciso, finiamola di chiamare "puttane" le prostitute. Sarebbe come chiamare "masochisti" i braccianti che lavorano da schiavi nelle campagne. La prostituta fa quel lavoro per la sola ragione che ne ha bisogno per vivere, non perché "le piace". Le puttane sono altre e sono donne che fanno sesso per puro piacere fisico, estromettendo del tutto l'affettività dal rapporto sessuale. Le puttane, come i "puttani" (il linguaggio maschilista non contempla declinazione di genere) sono degli anaffettivi, delle persone che vivono la sessualità in maniera alienante. Il "sesso veloce" secondo l'espressione usata da Paolo Barnard (erroneamente assimilato al momento ludico della sessualità), è una forma di alienazione tipica della società capitalistica avanzata che negli ultimi anni ha raggiunto picchi mai realizzati. Come nel lavoro, nella religione, nella politica, anche nella sessualità l'essere umano dell'era capitalistica sperimenta un'alienazione in cui diventa oggetto, così come il lavoratore diventa merce. Come il lavoratore è espropriato del prodotto del proprio lavoro, così nel sesso uomini e donne sono espropriati della loro affettività e individualità e sono costretti a "vendere" (non per forza per denaro ma anche in cambio del solo piacere fisico) il loro corpo. Il "sesso veloce", non è una condizione di libertà, la puttana, o il suo omologo maschile, non sono liberi, perché operano una "scelta" imposta da questa società consumistica che mercifica il corpo ed elide i sentimenti, l'affettività.
Questa scissione provoca, da un lato, un moralismo bigotto da parte di chi si rinchiude nel mito del “rapporto matrimoniale” e della sessualità finalizzata alla procreazione che esclude qualsiasi piacere; dall'altro la mercificazione del corpo e del rapporto ridotto a semplice scambio, alienando così la dimensione affettiva. Come diceva Marcuse, si fa sesso come si prova un'auto da corsa.
Nell'un caso, quindi, il corpo viene privato del piacere fisico, nell'altro dell'affetto, in entrambi i casi esso subisce lo stesso destino, cioè viene mutilato.

Neanche l'articolo di Nicoletta Forcheri ho potuto condividere, che non è nient'altro che la riproposizione speculare del primo, solo che in questo caso anziché vittimizzare il maschio si vittimizza la femmina (e parlo a ragion veduta di maschio e di femmina anziché di uomo e di donna). In entrambi è riscontrabile una gara tra generi a chi è più “facile”, ovvero chi si fa meno domande sulla personalità del proprio partner prima di farci sesso.
Anche in questo caso manca qualsiasi significativo e non marginale riferimento alla sfera affettiva riducendo il sesso a una mera questione biologica, “scambio di umori e di liquidi” come si è espressa l'autrice mentre stigmatizzava il preservativo, assieme ai suoi avversari reazionari. La differenza è solo che in questo caso la prospettiva è rovesciata: anziché su Eva, la colpa pesa su Adamo, ma la forma mentis rimane immutata.
La falsa coscienza borghese induce a scaricare la responsabilità della frustrazione sessuale sul genere opposto, mascherando così quelli che sono la vera causa del male, ovvero i rapporti sociali. Non è un problema psicologico, né tantomeno biologico, perché affonda le radici nella struttura stessa della società, nei rapporti di produzione.

La società capitalistica, man mano che si evolve, tende a ridurre tutto a merce, a oggetto di scambio, anche le persone e i rapporti umani e la sessualità non fa eccezione.
Così si cerca “sesso veloce”, perché lo scambio è veloce, un “do ut des” senza riflessione. Lo scambio è privo della sfera affettiva. Ciò che è scambiato non può avere una valore affettivo, altrimenti non sarebbe inserito nel circuito di acquisto-vendita della società di mercato. La merce è in un certo senso un prodotto della creatività umana ma “disumanizzato”, alienato da qualsiasi valore che non sia quello di scambio. Ogni merce si equivale. Una certa quantità di una merce equivale a un'altra quantità di un'altra merce. La quantificazione è propria di un oggetto spersonalizzato, sottratto alla creatività e alla emozionalità umana. La merce non conosce altra legge che quella della ragion calcolante.
Riducendo perciò il sesso a uno scambio di organi sessuali, o di liquidi, se ne elide la dimensione affettiva, che non può essere quantificata, misurata, comparata. La sessualità realizzata, non alienante, liberata, non può essere né “veloce” né “lenta”, perché non è misurabile.
Per gli individui anaffettivi, le donne o gli uomini facili, i partner sono interscambiabili, perché ogni scambio è un momento a se, che non coinvolge la sfera affettiva. Ci si trova di fronte a degli agenti di commercio che pubblicizzano la loro merce e cercano di renderla attraente. Un'aspirapolvere che riscuote poco successo presso la clientela lo si modifica. Così gli agenti del sesso modificano chirurgicamente il loro corpo, per renderlo più appetibile agli “acquirenti”. Ma una volta ridotto a mero scambio di merci il sesso aliena la propria funzione essenziale, che non è né il piacere fisico fine a se stesso, né la procreazione e la famiglia, ma l'armonia sociale. Naturalmente in una società conflittuale e alienante anche il sesso viene vissuto in maniera conflittuale e alienante.
È in voga una concezione di cui ci si deve sbarazzare. E cioè che il sesso deve essere ricondotto alle sue categorie elementari biologiche, deve essere, insomma, lo stesso degli animali, per essere soddisfacente. Questa è una visione astratta perché nella sessualità umana non può essere scisso l'elemento biologico da quello culturale. Anche il piacere meramente fisico, l'orgasmo fine a se stesso è debitore alla cultura. L'immagine del corpo, essenziale nella sessualità, non può prescindere dall'elaborazione culturale. Non può farlo nemmeno l'orgasmo. Analogamente, anche il rapporto più sublimato non può fare a meno di una base fisiologica. Il sesso meramente biologico, quello del bonobo che si accoppia continuamente, per far riferimento a un'immagine utilizzata, è un'illusione, perché la sessualità non è un fattore immutabile, ma un fenomeno storico, soggetto a mutamenti.
Ci si è illusi, e questo dibattito mi fa concludere che ci si continua a illudere, che l'elisione netta del retaggio culturale possa portare a una liberazione sessuale dell'uomo o della donna o di entrambi. Basta che la donna si liberi dell'etichetta di “puttana” quando le va di fare sesso e che l'uomo faccia a meno di sentirsi il “cacciatore” che deve catturare una preda. Una concezione meramente negativa, quindi, che si limita a negare il passato, finendo poi però, involontariamente, per riproporlo sotto altre vesti.
In realtà ciò non basta. E la cosiddetta “rivoluzione sessuale” doveva avercelo dimostrato ampiamente. Il venir meno delle inibizioni non è sufficiente di per sé a consentire una realizzazione piena del desiderio dei due sessi. È quello che aveva cercato, inascoltato dopotutto, di dirci Marcuse parlandoci di “desublimazione repressiva”. L'idea ingenua che il mondo possa essere meno conflittuale una volta abbattute le inibizioni circa il sesso e quindi che l'armonia dei rapporti sociali sia direttamente proporzionale alla facilità delle relazioni sessuali e alla mancanza di divieti non corrisponde necessariamente al vero. Questo perché si è avuta una “deerotizzazione” dell'ambiente in seguito alla desublimazione che ha permesso di integrare il sesso nella sfera pubblica. Ma è una soddisfazione locale, che non abolisce, ma anzi esalta, la frustrazione globale, pur dando all'individuo l'impressione di appagamento. “Il sesso è integrato nelle relazioni di lavoro così come nelle relazioni pubbliche, e per tal via gli si permette di trovare più facilmente soddisfazione (controllata). Il progresso tecnico ed una vita più confortevole permettono di includere sistematicamente certe componenti libidiche nel regno della produzione e dello scambio di merci. Ma per quanto possa essere controllata la mobilitazione dell'energia istintuale (in certi casi si tratta di “organizzazione scientifica del lavoro” applicata alla libido) per quanto possa servire a sostenere lo status quo, essa rappresenta pur sempre una gratificazione per gli individui amministrati, così come li diverte far scattare il fuoribordo, spingere sull'aiuola la falciatrice a motore e guidare l'auto ad alta velocità” (da L'uomo a una dimensione).

venerdì 31 luglio 2009

Il coraggio di una donna in lotta



È una donna sudanese che dovrebbe insegnare a tutta la nostra classe politica il significato dell'impegno civile:

Rinviato il processo della giornalista Lubna Ahmad Hussein che ha rinunciato all'immunità
Fermata con altre donne in un locale. Ha chiesto ai colleghi di assistere alla fustigazione
Sudan, rischia condanna a 40 frustate
perché indossava i pantaloni

KHARTOUM - E' stato rinviato al 4 agosto il processo alla giornalista sudanese Lubna Ahmad Hussein che rischia 40 frustate per aver indossato i pantaloni, tenuta considerata "indecente" secondo i canoni islamici e che tre settimane fa è costata una pena analoga ad altre dieci donne vestite allo stesso modo che si trovavano con lei in un locale a Khartoum.

"Le autorità mi hanno detto che devo comparire davanti al giudice - ha annunciato ieri la giornalista che scrive per il giornale di sinistra Al-Sahafa e lavora per la missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis). "E' importante che la gente sappia quello che accade", ha aggiunto la donna chiedendo ai colleghi di essere presenti quando sarà frustata. "Mi daranno 40 frustate e mi imporranno una multa di 250 sterline sudanesi", circa 80 euro, ha aggiunto.

Stamani la corte l'ha convocata per chiederle se intendeva avvalersi dell'immunità o rinunciarvi e andare a processo. La giornalista ha detto di voler dare le dimissioni da funzionaria dell'Onu, rinunciare quindi all'immunità ed essere processata: l'udienza è stata fissata al 4 agosto.

La giornalista era stata fermata dalla polizia il 3 luglio mentre si trovava al ristorante insieme ad altre donne perché indossavano i pantaloni. Dieci di loro erano state convocate dalla polizia due giorni più tardi e ciascuna di loro aveva ricevuto dieci frustate. Lei e altre due sono state segnalate alla magistratura per essere processate. In vista dell'applicazione della sentenza, la giornalista sudanese ha distribuito 500 inviti a suoi colleghi e politici del paese affinché assistano di persona alla fustigazione.

La Repubblica, 29 luglio 2009.



Questa donna, ha rinunciato all'immunità correndo il rischio di essere frustata per una legge ingiusta. Aveva tutto il diritto di ricorrervi e se lo avesse fatto sarebbe stato perfettamente comprensibile. Eppure ha deciso di affrontare coraggiosamente l'ingiustizia. Come la legge difende un privilegio, lei ha deciso di rinunciare ad ogni minimo privilegio, anche in una situazione estrema come la sua.
In Italia c'è un Presidente del Consiglio che ha fatto una legge appositamente per non essere giudicato, nonostante non ne avesse alcun diritto, nonostante la magistratura avesse tutto il diritto di porlo sotto inchiesta e nonostante rischiasse una condanna assai meno severa di quella della donna sudanese. Quest'ultima, poi, lotta per una causa giusta, il nostro capo di governo, invece, difende i suoi egoistici interessi personali.
Ognuno ne tragga le sue conclusioni.

mercoledì 24 giugno 2009

Il rap della vergogna


Con questo orribile, crudele e psicotico manifesto viene pubblicizzato il concerto del rapper italiano noyz narcos. Come si può chiaramente vedere viene mostrata una donna stuprata e massacrata. Questo è il modo in cui l'industria culturale considera le donne. Arriva al punto di istigare persino alla violenza.
Il manifesto è una chiara istigazione di reato, punibile dal codice penale. Invito tutti a scrivere all'indirizzo
initroma@yahoo.it per chiedere il ritiro di questa vergognosa rappresentazione e l'annullamento dell'evento musicale.

Link:
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2009/06/24/il-rapper-italiano-e-il-manifesto-sessista
Aggiornamento.
Mi è arrivata una e-mail di risposta dall'INIT Club che ha organizzato l'evento:
"L' intero staff dell'INIT. Club,
dalla direzione artistica, ai responsabili di produzione, agli addetti al bar, all'ufficio stampa, ai fonici, al webmaster e a chiunque lavori per il nostro locale,
si dissocia unanimamente dalla SCURRILE E IRRISPETTOSA INADEGUATEZZA di alcuni manifesti che stanno circolando in relazione ad un concerto che si terrà da noi il giorno 25 di giugno e ci tiene a precisare che la locandina che sta girando in questi giorni non è , chiaramente, di nostra creazione, bensì del gruppo in questione.
Invitiamo chiunque voglia manifestare il proprio dissenso a venire al club il giorno giovedi 25 giugno (in forma pacifica).I microfoni sul palco saranno a disposizione per esprimere pubblicamente ed ufficialmente il proprio dissenso dalle immagini usate dal gruppo per la promozione, nonostante il nostro invito a non far circolare una locandina del genere.
A chi ci sta chiedendo di sospendere il concerto ricordiamo che i musicisti in questione hanno suonato in molti club, prima di arrivare a promuovere una loro uscita discografica all'Init. e che nessuno prima d'ora aveva mai chiesto a nessuno di questi club di sospendere il concerto.
Precisiamo che non è di facile attuazione il controllo di tutto il materiale pubblicitario che circola per la promozione degli eventi in programma nel club, soprattutto per gli eventi che non sono direttamente curati da noi.
INIT
".

venerdì 19 giugno 2009

L'utilizzatore finale



Viviamo in una società in cui il corpo della donna è usato per scopi politici, economici, in generale egemonici; questo abuso lo si giustifica con una apparente “libertà di espressione” di fatto inesistente.


Dopo le recenti accuse che vedono coinvolto il Presidente del Consiglio per uno scandalo di sesso a pagamento il suo avvocato Christian Ghedini, nonché parlamentare del PdL, ha difeso Berlusconi dicendo che egli non avrebbe commesso reato essendo soltanto (soltanto?) “l'utilizzatore finale”.
Ne si evince una concezione della donna del tutto improntata al dominio maschilista e, in sostanza, patriarcale. La donna è un semplice oggetto da “utilizzare” e chi ne approfitta è un semplice “utilizzatore” come può essere utilizzatore chi guida un'automobile.
Questa concezione è stata più volte adoperata dalla classe al potere per costruire un consenso impulsivo e irrazionale, per mezzo dei media che veicolano un'immagine “disponibile” della donna, di un corpo femminile pronto a soddisfare il desiderio, di potere più che di eros, dell'uomo padrone.
“Le donne sono tutte puttane” Questa è la frase ricorrente, se non esplicitamente dichiarata sicuramente sottintesa, in ambienti fortemente monopolizzati dalla cultura maschilista, buttata spesso nella mischia da discorsi apparentemente banali e futili, fatta passare come innocua goliardata, ma che in realtà rivela una forma mentis del tutto impostata allo sfruttamento del corpo femminile e della sua immagine edulcorata dai media.
Le pubblicità di note marche di diversi prodotti espongono un corpo femminile languido e offerente, abbandonato allo sguardo maschile. Con i prodotti spazzatura dell'industria culturale che popolano le televisioni, dalle commedie sentimentali ai varietà, con un'abbondante dose di gusto kitsch, viene fatta passare l'idea di una donna sempre a disposizione delle esigenze dell'uomo, siano queste sessuali, professionali o comunicative. Le strategie di marketing e di promozione del prodotto sono tutte legate per lo più alla esibizione dell'immagine fruibile della donna.
Quello che viene fatto passare per “pansessualismo” è in realtà il desiderio di possesso assoluto della donna, un desiderio che ha poco a che fare con la sessualità, seppure questa è il veicolo attraverso cui questo desiderio si manifesta, ma che è invece legato ad esigenze di dominio di classe.
Attraverso il corpo femminile si comunica una strategia vincente, perché si offre una immagine di sé di padrone, di dominatore. Con questa strategia si può conquistare il potere politico e, prima ancora, quello economico.
Certo, l'egemonia maschile è un retaggio di una civiltà pre-borghese e patriarcale, una società di stampo feudale e familistico. Ma questo retaggio non è indipendente da quelli che sono i nuovi strumenti di dominio, il dominio delle società moderna. Un simile pregiudizio, una simile persistenza culturale che non risponde più in automatico a mutati rapporti di produzione, sopravvive e prolifica nonostante tutto, e può prolificare perché viene mantenuto in vita ed aizzato dai nuovi padroni della Proprietà e dello Stato per i propri interessi.
L'ideologia è fondamentale per consolidare un dominio che poggia su basi materiali e di classe. Perché ad agire per gli interessi dominanti non sia solo la ristretta cerchia dei dominatori, serve una ideologia che faccia apparire quegli interessi come “bene comune”, “valore universale”.
Ma questa ideologia non è sempre palese e dichiarata, fondantesi su precise e consapevoli basi dottrinali e teoriche. Non è sempre raffinata ed elaborata, dotata di una struttura complessa. L'industria culturale, infatti, tende a delegittimare ogni costruzione intellettuale che non si attenga all'interpretazione superficiale, alla “banalità”, alla appariscenza dell' “effetto speciale”, al cattivo gusto, insomma, alla evidenza più assoluta e soverchiante dell'immagine virtuale. Questa evidenza però nasconde, con una certa astuzia, i veri scopi della comunicazione. Delegittimando il discorso teorico complesso, l'analisi sistematica e organica, si sconfigge l'avversario più agguerrito sul piano della consapevolezza intellettuale. La coscienza della propria condizione sociale così viene bandita come “ideologica” per essere sostituita da un'altra ideologia destrutturata e destrutturante, l'ideologia “post-moderna”, “iper-realista”, della censura interpretativa. Ad essere censurata non è la parola in sé, la forma del discorso, come avveniva nei vecchi sistemi di dominio, ma la possibilità di interpretare quel discorso diversamente da quanto viene palesemente dichiarato. Non è sul mittente che si abbatte la censura, ma sul ricevente, sul fruitore del discorso, su colui che dovrebbe beneficiarne. La libertà di parola rimane formalmente e giuridicamente intatta. Ma ne si erode la sostanza, la base sociale. Togliendo a chi intende comunicare un pubblico interessato a ricevere, gli si toglie, di fatto, anche la possibilità di comunicare. Il messaggio viene censurato non vietando la possibilità di formularlo, ma escludendo quella di interpretarlo.
Ma l'apparenza, la superficie, che vorrebbe essere fatta apparire come l'unico referente esistente, cela in realtà un altro messaggio che viene fatto trapelare al destinatario senza che questi ne abbia coscienza. Demolendo la difesa razionale, la contestualizzazione del messaggio e la sua analisi connessa a tale contestualizzazione, demolendo, cioè, la riflessione critica, è possibile infiltrare nella mente del destinatario un certo messaggio senza bisogno di una valida e articolata giustificazione. I mezzi di comunicazione, così, disabituano il pubblico all'attenzione critica, convogliandola tutta sull'esteriorità, e permettendo così l'interiorizzazione dell'oggetto della comunicazione senza passare per la sua interpretazione.
È in questo modo che la concezione maschilista viene trasmessa alle masse. I mezzi di comunicazione moderni danno la possibilità persino di ampliare la potenzialità di persuasione. Non è necessario che la platea di fruitori del messaggio sia per forza ignorante e sprovveduta sul piano intellettuale. Essi raggiungono e conquistano anche le fasce più colte di pubblico perché nel momento della comunicazione hanno azzerato la capacità e la volontà critica.
Così, in forma strisciante, non dichiarata, latente, viene fatta filtrare l'ideologia che serve ai dominatori. In realtà la “profondità” del messaggio esiste ed è assai evoluta; ma questa “profondità” non vuole rivelarsi, si nasconde al destinatario, perché altrimenti questi non potrebbe che rifiutarla. Non è la polivalenza di interpretazioni dell'opera d'arte. L'oggetto vero del discorso, al contrario, quello celato, non ha attinenza con la superficie della comunicazione. Le trame delle soap operas televisive sono in genere sempre uguali e perfettamente interscambiabili tra di loro. La specifica qualità del prodotto da pubblicizzare non è rilevante ai fini del modo in cui lo si comunica. In genere non ha addirittura nessuna attinenza. Se si vuole fare la pubblicità di un'auto, il messaggio non è l'auto in sé, o un discorso sull'auto, ma l'apprezzamento sociale che deriverebbe dall'acquisto, lo status, il prestigio. Questo prestigio non è legato alle qualità intrinseche dell'auto, alle sue caratteristiche tecniche, alla potenza del motore o alla eleganza della carrozzeria. Ma al messaggio che attraverso l'immagine esteriore dell'auto trasmette prestigio.
Similmente viene usata l'immagine del corpo della donna. Esso viene deprivato delle sue funzioni e attività vitali. Ne rimane solo l'immagine che serve per veicolare l'idea del potere, del successo. La donna nella comunicazione è un oggetto, un oggetto di prestigio, come un'auto di lusso, un oggetto il cui possesso esibito esprime la capacità e la legittimità del dominio di chi lo esercita.
Avere molte donne vuol dire comunicare il proprio successo, la propria attitudine al comando e al possesso.
La manifestazione di questo successo, basta di per se stesso a giustificarlo. È uno circolo vizioso. Se si ha successo vuol dire che lo si è meritato. È un ragionamento che non regge alla più elementare analisi, neanche sociale e storica, ma semplicemente logica. Eppure questo concetto incoerente viene acquisito dalla più vasta platea, anche da quella più evoluta sul piano intellettuale.
Il messaggio viene accettato così come appare perché la possibilità che significhi qualcosa di diverso è stata esclusa a priori, prima ancora che la comunicazione abbia inizio.
Attraverso la banalità simulata, lo scherzo, la “goliardata”, si comunica un'idea, un ordine: il potere è nelle mani giuste e deve restarvi.
Attraverso la barzelletta a sfondo sessuale, attraverso le allusioni sessiste e spesso anche razziste, attraverso la gestualità marcata , attraverso la descrizione della propria virilità e del proprio potere sulle donne, attraverso l'immagine della donna – una donna posseduta, disponibile, fruibile, dominata, una donna, naturalmente, puttana, spogliata da tutte le sue qualità, di tutta la sua personalità e di tutti i suoi caratteri che la rendono un essere vivente e pensante, perché possa essere ridotta a cosa – attraverso l'immagine della donna dominata dal maschio si comunica l'ineluttabilità del dominio esercitato a tutti i livelli, dalla sfera economica all'amministrazione pubblica e statale. La donna dominata e umiliata sui teleschermi è l'immagine stessa della società, non solo delle classi oppresse, ma anche della borghesia rampante, sempre pronta all'obbedienza e alla sottomissione per potersi un giorno farsi obbedire; una società che ricerca e brama il dominio che subisce perché lo ha interiorizzato, lo ha accettato, lo ha, socialmente e psicologicamente, giustificato.