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martedì 1 giugno 2010

Come you masters of war

Questo è un post breve. Perché non ho molto da dire. Molto sdegno, molta rabbia e molta tristezza, ma poche parole.
Un popolo sta morendo, uno stato lo sta uccidendo.
Una cosa positiva però c'è: il mostro ha gettato la maschera, questa volta non può nascondersi dietro il silenzio. Ora il mondo intero sa chi è e di cosa è capace.
Questo mostro, ha compiuto atti molto peggiori di questo, ma adesso è sotto gli occhi di tutti, tutti lo possono vedere e capire la sua mostruosità.
Non ho altro da dire se non lasciarvi a parole e a note già dette e suonate.


You fasten the triggers
For the others to fire
Then you set back and watch
When the death count gets higher
You hide in your mansion
As young people's blood
Flows out of their bodies
And is buried in the mud.

Voi caricate le armi
che altri dovranno sparare
e poi vi sedete e guardate
mentre il conto dei morti sale
voi vi nascondete nei vostri palazzi
mentre il sangue dei giovani
scorre dai loro corpi
e viene sepolto nel fango.






giovedì 24 settembre 2009

Obama: il restauro del capitalismo

Dopo otto anni di amministrazione Bush, l'immagine degli Stati Uniti agli occhi del mondo, e dello stesso popolo americano, si era molto deteriorata. Anni di politiche espansionistiche e militariste in medioriente, nonché una gestione dell'economia in chiave apertamente liberistica, prerogativa non solo di Bush ma anche dei governi precedenti, che aveva svantaggiato le classi deboli, ha fatto sì che attorno
all'amministrazione americana crescesse un ampio fronte del dissenso. Il dissenso si opponeva alla guerra in Iraq e alle scelte economiche di un governo fortemente conservatore. Così è cresciuto negli Usa e nel mondo intero un fronte di opposizione che infine è diventato maggioranza. Barack Obama si è fatto il catalizzatore politico delle proteste anti-Bush e nello stesso tempo è riuscito ad apparire come una possibile alternativa, sapendo abilmente raccogliere le speranze degli americani e rappresentandosi come “l'uomo del cambiamento”. Sulla scia di questo consenso ha vinto le elezioni presidenziali con una schiacciante maggioranza, con un consenso popolare forse senza precedenti nella storia del paese.
Obama avrebbe dovuto, secondo i suoi sostenitori, riuscire nell'impresa di ridare slancio all'economia americana e nello stesso tempo risollevare le classi medie impoverite attraverso una riforma del welfare. Inoltre doveva ridare prestigio internazionale agli Usa, attraverso una politica estera più aperta alla collaborazione con le altre potenze mondiali ed europee. Si trattava di far apparire l'America come benefattrice verso i paesi poveri e in via di sviluppo, senza abbandonare l'egemonia mondiale. In altre parole doveva “migliorare” il capitalismo senza riforme particolarmente radicali, senza nemmeno un nuovo “New Deal”, ma mettendo d'accordo sia le lobby economiche che la classe lavoratrice e i piccoli risparmiatori americani. In politica estera invece si doveva conservare e consolidare il ruolo imperialista degli Usa, rendendolo però “accettabile” al mondo e persino aiutando i paesi in difficoltà. Una sorta di “paternalismo benevolo”, l'ennesima riproposizione di un imperialismo dal volto umano, che già aveva cercato di rilanciare Clinton.
In questi primi otto mesi il governo Obama si è trovato a dover gestire una fortissima crisi economica, causata dalla deregolamentazione dei mercati finanziari (cominciata proprio con Clinton), dal calo del reddito e dei salari congiunto all'incentivo smodato dato ai consumi.
Tuttavia Obama non ha affrontato la crisi “alla radice”, ad esempio con una sovratassazione dei redditi finanziari e con un sostegno pubblico ai salari e all'occupazione. In questa prospettiva un aumento della spesa pubblica sarebbe stato comprensibile e persino auspicabile, anche a costo di un aumento temporaneo del debito, permettendo una tenuta dell'occupazione e dei salari.
Invece si è limitato a pompare risorse pubbliche alle banche, come d'altro canto aveva già cominciato a fare Bush. La spesa pubblica è stata enorme, ma questo non ha determinato vantaggi per l'occupazione, non essendo la spesa orientata in senso sociale [1]. Obama, quindi, non ha saputo rispondere alla crisi nemmeno in chiave socialdemocratica, con aiuti allo stato sociale e con un riequilibrio dei rapporti capitale-lavoro. Il suo intervento è stato una sorta di “socialismo per ricchi” in cui l'ingente intervento dello stato, che avrebbe potuto benissimo dare luogo ad una nazionalizzazione del settore creditizio, ha avuto l'unico effetto di sostenere i profitti, allargando il divario rispetto ai salari.
Con quell'intervento sarebbe stata possibile una nazionalizzazione delle banche per assicurare tassi agevolati ai lavoratori e sostenere le imprese in difficoltà in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali. Del resto le stesse scelte nelle nomine politiche non vanno a favore di nessun “cambiamento” avendo riproposto vecchi personaggi dell'amministrazione Clinton [2] e nominando la stessa Hillary segretario di Stato. La riprova la si è avuta con la riconferma di Bernanke alla guida della Fed, che sottintende una continuità con la gestione precedente, un chiaro messaggio alle lobby finanziarie che potevano temere una svolta “sociale” di questo governo.
Molte delle proposte fatte in campagna elettorale sono state semplicemente dimenticate, come l'aumento della tassazione sui grandi redditi, in favore di una redistribuzione del reddito e della spesa. In particolare la tanto invocata riforma sanitaria, uno dei cavalli di battaglia della nuova amministrazione, rischia di rimanere lettera morta. Essa ha suscitato un forte ostruzionismo non solo da parte repubblicana, ma anche tra le file dei democratici più moderati. Le elite economiche e le assicurazioni private erano preoccupate dal disegno di intervento pubblico in questo campo, volto a garantire ai redditi bassi un livello minimo di assistenza medica. L'opposizione del grande capitale, fuori e dentro il parlamento, rischia, se non di cassare completamente la riforma, quantomeno di svuotarla dei suoi, tra l'altro miseri, contenuti migliorativi. Tutto sembra far concludere che ci sarà una sorta di compromesso a ribasso, dove le uniche a guadagnarci saranno le assicurazioni. Lo dimostra la nuova proposta, che cancellando ogni possibile progetto di Medicare si limita a rendere obbligatoria per tutti un'assicurazione medica [3]. Una sorta di polizza auto applicata alla sanità.
Del resto Obama non hai numeri, nonostante l'ampia maggioranza legale, per intraprendere un qualsiasi intervento, nemmeno di riforma radicale, ma anche solo di “miglioramento” delle tutele sociali. L'influenza dei monopoli e delle lobby nella politica americana e nel Congresso è pressoché assoluta. La classe politica americana è assolutamente organica al capitale, a quello stesso sistema che ha permesso una crisi di proporzioni storiche e ogni tentativo seppur minimo di cambiamento viene stroncato sul nascere. Perché stupirsi quando le maggiori multinazionali creditizie e industriali finanziano la campagna elettorale dei due maggiori candidati alla presidenza, nonché di pressoché tutti i futuri deputati del Congresso? La corruzione è la prassi nel sistema politico americano, una corruzione legalizzata, formalmente corretta ma che nei fatti assicura alle elite economiche il controllo delle istituzioni politiche.
Se dalle questioni interne si passa ad analizzare il ruolo internazionale degli Usa, la situazione cambia, ma in peggio. Qui troviamo una continuità totale con la precedente amministrazione e non c'è nemmeno l'apparenza di un diverso approccio. Obama ha nominato Hillary Clinton segretario di stato. La Clinton aveva votato a favore della guerra in Iraq e a favore delle leggi antiterrorismo che limitavano le libertà costituzionali [4]. È vero che Obama ha predisposto il disimpegno delle truppe dal territorio iracheno, ma è anche vero che lo stesso Bush, constatando il sostanziale fallimento dell'azione bellica, si era avviato su questa strada verso la fine del suo mandato. Comunque Obama le truppe non le ha ritirate, ha semplicemente ordinato il passaggio di consegna alle forze armate irachene, ma i militari americani fisicamente non si sono mossi dal territorio occupato [5].
Per quanto riguarda l'Afghanistan invece ha persino rafforzato la presenza statunitense. Anche dal punto di vista ideologico non ha cambiato di una virgola la dottrina Bush: rimane lo stendardo della “guerra al terrorismo” per un
intervento di natura prettamente militare, riconosciuto apertamente dalla Casa Bianca, nonostante le reticenze del governo italiano.
Invece sulla la questione israelo-palestinese Obama si era proposto come l'unico capace, in virtù della sua immagine di “pacificatore”, di portare a una soluzione di una crisi e alla pace. Ma anche in questo caso non ha cambiato rispetto a Bush, non ha ridotto gli aiuti militari ad Israele, né ha smesso di difenderlo in sede ONU [6]. Per Obama lo stato di Israele non ha colpa, ma la causa è solo il terrorismo islamico [7]. Affermazione insostenibile visto che la questione mediorientale esiste ben prima dell' “islamizzazione” della resistenza palestinese, ed è nata proprio con la creazione di uno stato ebraico e con la cacciata di migliaia di palestinesi dal territorio, la cosiddetta nakhba.
L'interventismo americano non avviene solo alla luce del sole, ma si esplica attraverso il sostegno ai golpisti, come avvenuto nel caso di Honduras [8] e Iran, dove in quest'ultimo caso è stato perfino riconosciuto dalla Clinton la pressione esercitata dagli Usa nelle vicende iraniane [9]. Oppure è il caso del sostegno dato al Plan Colombia [10], volto al rafforzamento militare della Colombia, governata dal corrotto governo Uribe, per stroncare in quell'area con le armi ogni possibile rivendicazione sociale.
Addirittura già in campagna elettorale Obama aveva paventato un intervento militare in Pakistan [11], insomma, nulla di nuovo sotto il sole. L'ala “liberal” del partito ha da sempre spinto in favore della chiusura della base di Guantanamo dove presunti terroristi vengono tuttora interrogati attraverso la tortura. Eppure Obama nonostante la promessa di chiudere la base e di adottare metodi più “democratici” nella lotta al terrorismo non ha ancora provveduto alla chiusura di Guantanamo [12] e non ha mai messo in discussione il “patriot act”, la legge liberticida voluta da Bush che ha permesso l'internamento di cittadini di religione islamica. D'altra parte l'uso del sequestro e della tortura come metodi per interrogare presunti terroristi è stato avviato da Clinton, la cosiddetta “Extraordinary rendition” [13] che Obama ha dichiarato di voler perpetuare [14].
La sostanziale continuità della politica di Obama rispetto al passato gli ha già causato un netto calo nei consensi, è pur vero che il suo mandato è ancora all'inizio ma non si intravedono possibili sbocchi o svolte che potrebbero far pensare a una politica più “di sinistra”. Le numerose promesse della campagna elettorale sono lontane dall'essere state mantenute e pare proprio che non ci siano le condizioni per mantenerle. La parabola di Obama, che dopo pochi mesi ha già iniziato la sua discesa nei consensi del popolo americano, mostra che il sistema politico americano è bloccato, e non consente un'autentica trasformazione della società in senso progressista. Talmente bloccato che non permette nemmeno un compromesso socialdemocratico “all'europea”, che coniughi economia di mercato e stato sociale. In politica estera poi la possibilità di un abbandono dell'imperialismo che ha sempre caratterizzato qualunque amministrazione non viene nemmeno preso in considerazione, ed anzi viene persino rafforzato.
Il sistema politico americano è dominato dalle lobby dell'industria e della finanza. Per vincere le elezioni bisogna avere ingenti finanziamenti per la campagna elettorale e per avere ingenti finanziamenti bisogna ottenerli dalle lobby [15]. Le quali non danno quattrini disinteressatamente, per la “causa”, ma vogliono qualcosa in cambio. Questo qualcosa si chiama immobilismo politico, tutela dei loro privilegi o quantomeno assicurazione che il candidato se eletto non li intaccherà. Chiunque voglia riformare seriamente ed effettivamente la società americana, non troverà mai spazio nel sistema di intrallazzi e di corruzione delle istituzioni politiche americane, anche se venisse eletto. Lo dimostra ad esempio il caso del candidato socialista alla presidenza, Brian Moore, che proponeva la nazionalizzazione delle banche, o quello della candidata ecologista alle primarie, Cynthia McKinney che voleva il ritiro delle truppe dall'Afghanistan [16].
Nell'attuale situazione qualsiasi miglioramento sociale anche minimo, nemmeno riformismo, anche solo “migliorismo” è precluso negli Usa. L'alternativa è una sola: che i proletari americani prendano coscienza della propria condizione, abbandonino la via elettorale e lottino per il rovesciamento dell'ordine capitalistico e per instaurare il socialismo.


Fonti:

[1] http://www.marxist.com/obama-crisi-economica.htm

[2] http://www.altrenotizie.org/esteri/2199-tra-lobbisti-e-clintoniani,-nasce-il-gabinetto-di-obama.html

[3] http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090918/pagina/08/pezzo/260186/?tx_manigiornale_pi1[showStringa]=Obama%2Bsanit%25C3%25A0&cHash=369e89ca69

[4] http://www.radiokcentrale.it/articolinuovaera/itapiece228.htm

[5] http://youtubeinformation.blogspot.com/2009/04/obama-e-il-falso-ritiro-dalliraq.html

[6] http://www.ibrp.org/it/articles/2009-09-01/obama-e-la-nuova-politica-in-medio-oriente

[7] http://electronicintifada.net/v2/article9427.shtml

[8] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7966&lg=it

[9] http://www.voltairenet.org/article161644.html

[10] http://napoli.indymedia.org/node/8211

[11] http://it.internationalism.org/node/766

[12] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=353206

[13] http://it.wikipedia.org/wiki/Extraordinary_rendition

[14]http://www.fuoriluogo.it/home/mappamondo/nord_america/usa/da_obama_via_libera_ai_rapimenti_cia

[15] http://www.swissinfo.ch/ita/archive.html?siteSect=883&sid=9615654&ty=st
e:
http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_25/frode_fermato_finanziatore_campagna_obama_8aff5b44-91a0-11de-b01b-00144f02aabc.shtml

[16] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=300676

martedì 16 giugno 2009

Il colonialismo israeliano non arretra



Il capo di governo israeliano Benjamin Netanyahu ha detto di essere disposto a sostenere la costituzione di uno stato palestinese. E questo fatto è stato salutato come “un grosso passo in avanti” (secondo le parole di Obama) da tutti i governi e dalla stampa occidentali.
Tuttavia questa apparente apertura israeliana è concessa solo a patto di durissime condizioni da imporre ai palestinesi. Prima fra tutte la demilitarizzazione totale del futuro stato di Palestina. Una condizione davvero improponibile che ha fatto protestare il presidente egiziano Mubarak il quale ha dichiarato che questa proposta “farà abortire tutte le possibilità di pace”.
Anche da parte palestinese naturalmente c'è una totale contrarietà, e nonostante questo in Occidente si cantano le lodi di questa “apertura” da parte israeliana come una possibile soluzione del conflitto.
In realtà la situazione è ben diversa. Israele ha perseguito in tutti questi anni una politica di occupazione e di colonizzazione a danno del popolo palestinese. Anche quando si sono ritirate (unilateralmente) le colonie israeliane si sono però chiuse le frontiere, “intrappolando” così i civili palestinesi. Un embargo durissimo è stato imposto a Gaza, costringendo il sistema economico e sociale palestinese al collasso durante il periodo dei bombardamenti israeliani.
Adesso Netanyahu parla di uno stato palestinese smilitarizzato, dimenticando di dire che finora Israele ha continuato progressivamente ad armarsi e a far aumentare la spesa militare, per continuare bombardamenti e azioni militari che violavano trattati internazionali e risoluzioni ONU.
Nessuno ha mai proposto un disarmo di Israele, che pure è quello che più si è avvalso e ha goduto di una politica di riarmo, non solo nei confronti dei palestinesi (si veda il conflitto in Libano). Eppure, in una situazione di così forte superiorità geo-politica e militare (l'alleanza con gli Stati Uniti e con l'Europa), oltre che economica (tutte le forniture energetiche nel territorio palestinese provengono da Israele) adesso si vuole imporre anche uno stato disarmato, e quindi uno stato debole, per continuare così (questa volta sotto l'avallo della comunità internazionale) a fare quello che si è sempre fatto. Il governo di Israele si è limitato poi ad escludere il congelamento degli insediamenti. La questione delle colonie rimane quindi immutata.
In queste condizioni è ovvio che un eventuale stato palestinese sarebbe di fatto senza poteri, ma gli israeliani avrebbero il pretesto per giustificare le loro politiche espansionistiche.
Questa presunta moderazione del governo Netanyahu è solo una facciata. In realtà il partito del Likud attualmente al potere si dichiara contrario, nel proprio statuto, ad uno stato palestinese. I media occidentali hanno continuato a dare risalto al mancato riconoscimento di Israele da parte di Hamas. Senza dire che il principale partito della destra israeliana, adesso, come già in passato, al potere, è sempre stato contrario ad uno stato palestinese. Era solo Hamas a passare per “estremista”.
Senza contare poi che in posti importanti siedono personaggi legati ad ambianti chiaramente estremisti per non dire eversivi, come è il caso del Ministro degli Esteri filo-nazista Lieberman, che proponeva prima delle elezioni la deportazione i civili palestinesi.
Come possono personaggi di questo tipo, che hanno sempre soffiato sui venti di guerra, diventare tutto a un tratto moderati e interessati alla pace è un mistero che solo alla Casa Bianca e all'Europa è dato di comprendere.
Ma se si guarda la questione da un'ottica diversa si vede che quella israeliana più che una proposta ragionevole è in realtà un'operazione di “restailing”, di immagine, per portare dalla propria parte l'opinione pubblica internazionale. Dichiarandosi a favore di uno stato palestinese Netanyahu apparirà come disponibile ad aprire alle trattative e al processo di pace e i quotindiani potranno titolare “Sì ad uno stato palestinese” accanto al nome del Primo Ministro ebraico, come fa il Corriere della Sera. I palestinesi, che non possono fare altro che respingere questa proposta, invece saranno i soliti estremisti, quelli che non vogliono la pace. Ma quello che i quotidiani non dicono è la solita postilla a margine del contratto, che di fatto esautora l'eventuale stato palestinese da ogni potere. “Sì ad uno stato palestinese” è quindi la sintesi corretta “purché sia debole ed espropriato delle sue funzioni”.
Quindi non facciamoci ingannare da questo gioco di specchi orchestrato dal governo israeliano con l'avallo, come al solito, degli Usa e dell'Europa, e naturalmente anche dell'Italia. È in realtà un tentativo per mettere all'angolo sia Hamas che Fatah e spostare il sostegno della comunità internazionale tutto dalla propria parte per continuare a perpetrare quella politica colonialistica che finora non si è mai fermata.