Visualizzazione post con etichetta informazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta informazione. Mostra tutti i post

mercoledì 21 aprile 2010

Difendiamo la controinformazione

La mafia ha molti volti, ma sempre la stessa caratteristica, quella di intimidire chi tenta di dire la verità.
Diffondo perciò due appelli per il sostegno a due giornalisti, alla loro vita e alla loro attività. Uno di essi per il suo lavoro rischia la carriera, un altro addirittura la vita.

"Non lasciamo solo Gianni Lannes. Si batte per tutti noi"



"Era settembre 2009, ve la ricordate quella brutta storia di navi dei veleni affondate al largo delle coste calabresi? Quel traffico allucinante che va avanti da decenni facendo ammalare il popolo calabrese di tumori in modo insolitamente frequente e di cui a settembre la stampa parlò (solo) perchè un pentito di mafia tirò fuori questa storia…

Se ne era occupato (e se ne sta occupando tuttora) Gianni Lannes, un giornalista di Terra Nostra, che aveva indagato sulle società colluse con la ‘ndrangheta che si occupano di smaltire i rifiuti nucleari da piazzare su navi destinate all’affondamento. Do You Remember?

Come era “finita”, o meglio: cosa dissero i media prima che tornassero a non occuparsi piu’ di questa storia?

1) che la Prestigiacomo aveva smentito Lannes, dicendo che le navi affondate non erano navi piene di rifiuti radioattivi ma relitti della prima guerra mondiale :-D

2) Che Lannes propose a Prestigiacomo un incontro pubblico in cui avrebbe portato le prove (fotografiche e documentali) del fatto che si sta morendo tutti di acqua resa radioattiva da un traffico trentennale di navi piene di rifiuti affondate nel Tirreno e che la Prestigiacomo si è guardata bene dall’accettare di presenziare a un qualsivoglia confronto con Lannes

3)Lannes (che, nel frattempo minacciato da anonimi l’hanno messo in guardia sull’incolumità sua e del suo bimbo piccolo, se avesse continuato ad occuparsi di ’sta brutta storia aveva ottenuto di girare sotto scorta) si era riproposto di presentare ad Aprile in parlamento una documentazione riassuntiva completa sul fenomeno dell’affondamento di queste navi

4) e mò che siamo ad aprile Lannes è stato di nuovo pesantemente minacciato: lui, la sua famiglia e i collaboratori dell’organizzazione “Terra nostra” che Lannes dirige.
Non dimentichiamoci di Gianni Lannes. Ricordiamolo sempre nei blog, lui e la sua battaglia, pericolosissima, per la verità e per la salute di noi italiani. Non è famoso e ricco come Saviano, ma è altrettanto in pericolo, se non di piu’. Riporto il comunicato su queste ultime minacce a quest’uomo coraggioso e idealista. Non lasciamolo solo: sta combattendo per tutti contro un nemico gigantesco e apparentemente invincibile.

da Terra Nostra, di cui Gianni Lannes è il direttore.
Ben 4 telefonate anonime alle 6,30 del mattino hanno raggiunto e colpito la famiglia di Gianni Lannes. Il noto cronista è impegnato attualmente nelle battute finali della fruttuosa inchiesta giornalistica sull’affondamento nel Mediterraneo di navi, container, droni, penetratori e barili di rifiuti chimico-radioattivi. A tutt’oggi secondo le disposizioni del ministero dell’Interno il cronista gode di un livello di tutela della Polizia di Stato addirittura minimo. Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha rifiutato il contraddittorio televisivo sullo scottante tema proposto da Lannes prove alla mano".

da Agorà di Cloro


"FARLA FINITA CON FULVIO GRIMALDI"


















"Questa è davvero personale, però con implicazioni che non faticherete a vedere
quanto siano generali. Qui sotto riproduco un appello a formare un gruppo di sostegno che ho inserito in facebook. E' in gioco qualcosa di più vasto e importante della salvaguardia di questa voce. Voce che molti di voi troveranno discutibile e anche insopportabile, che altri condividono e credono che debba sopravvivere. Se siete tra costoro, vi chiedo di aggiungervi alla lista che a oggi, in meno di cinque giorni, ha raggiunto i mille firmatari. E se poi ci credete e volete fare un ulteriore sforzo, potete anche indirizzare una lettera al quotidiano Liberazione. Forse tutto questo non servirà a impedire che i compagni del PRC mi inceneriscano, ma sarà quantomeno una prova che l'abuso, la censura, la tracotanza di qualsiasi potere, la soppressione di chi, nel nome della verità, osa dissentire da un qualsiasi vertice, non passano lisci.

Vi ringrazio.
Testo su facebook

Cari amici che avete la generosità di aver seguito e di seguire il mio lavoro a suo tempo sui giornali e in tv (Tg3), ora in rete (www.fulviogrimaldicontroblog.info) e con i video (documentari sulle situazioni di conflitto), vi racconto una vicenda del tutto esemplare per il quadro in cui ci muoviamo. E vi chiedo adesioni e supporto. Potrebbero essere importanti per l’esito finale.

Il 9 maggio del 2003, collaboratore a contratto del quotidiano del PRC Liberazione, scrivevo nella mia rubrica un articolo su recenti accadimenti a Cuba che avevano visto la condanna a morte di tre terroristi, dirottatori a mano armata di un’imbarcazione cubana, e a pene detentive di altri 75. La valutazione di quei fatti non corrispondeva a quella data dall’allora segretario nazionale Fausto Bertinotti, né tantomeno allo tsunami di attacchi a Cuba da parte della destra mondiale, unanimi tutti nel deplorare il trattamento riservato a “intellettuali e giornalisti dissidenti”. Le mie informazioni, poi nel tempo confermate da documenti incontrovertibili, mi avevano fatto invece rivelare nell’articolo come quei “democratici dissidenti” fossero al soldo degli Stati Uniti e stessero preparando una campagna di azioni terroristiche, di cui il dirottamento sarebbe stato solo il primo. Erano cioè mercenari al soldo di uno Stato che lavorava per la distruzione della rivoluzione cubana. Il giorno successivo alla pubblicazione del pezzo, in cui peraltro deploravo quella come tutte le condanne a morte, fui licenziato su due piedi, pur nel pieno di una campagna del PRC in difesa dell’articolo 18 aggredito. Non ricevetti la lettera di prammatica del direttore, Curzi, ma solo una telefonata dell’amministratore. Chiesi di ricevere una comunicazione ufficiale. Non la ricevetti. Ma alla rabbia di numerosi lettori e compagni del PCR, che si espressero contro il brutale provvedimento con oltre 2000 firme, Bertinotti, Curzi e la vice-direttrice Gagliardi risposero sul giornale e su altri mezzi d’informazione (Il Foglio, Radio Anch’io), affermando cose false: che avrei deviato dal tema assegnatomi, l’ambiente, o che avrei deviato dalla linea politica del partito.

La prima giustificazione era falsa, perché fin dal primo giorno della mia collaborazione, 1999, avevo potuto occuparmi in articoli e rubriche di ogni tema che volessi scegliere. Una smentita radicale veniva poi dalle mie corrispondenze di guerra dai conflitti nei Balcani, in Palestina e in Iraq, tutti viaggi effettuati a spese mie. Anche la seconda spiegazione era indebita, giacchè della linea politica della maggioranza si trattava semmai, non di quella di tutto il partito, in quanto una forte minoranza appoggiava le mie valutazioni. Inoltre era sempre stato affermato dai vertici del partito che nel partito stesso, come nel giornale, doveva essere rispettato il massimo della dialettica e del pluralismo. Un articolo dello Statuto del PRC garantiva addirittura il diritto degli iscritti di manifestare le proprie critiche alla linea del partito, perfino all’esterno del partito stesso. Il diritto di replica alla false affermazioni dei vertici, assicurato dalla legge sulla stampa, mi venne sistematicamente negato.

Da questa vicenda ricavai un forte danno, oltreché morale, professionale, di perdita di credibilità e di prestigio tra compagni e lettori, anche di riduzione del bacino di coloro che erano interessati ai miei documentari e libri. Feci causa e la vinsi. Il risarcimento del danno fu calcolato dal giudice in 100mila euro. Ora, sette anni dopo, il giudice d’appello, contravvenendo a una consolidata giurisprudenza in materia di cause di lavoro, ha rovesciato tale sentenza e mi ha imposto di restituire quella somma. Somma, che forte appunto di quella giurisprudenza, ho impegnato in gran parte nei viaggi che mi hanno permesso di realizzare i miei documentari da Iraq, Palestina, America Latina, Balcani. Si ricordi che quando vinsi la causa, Bertinotti era il segretario di un piccolo partito di opposizione, quando si avviò l’appello, però, l’uomo aveva assunto la terza carica dello Stato.
A dispetto della sostanziale ingiustizia del provvedimento, ho offerto alla controparte una transazione per metà della somma. E’ stata respinta e mi si è manifestata l’intenzione di arrivare all’esecuzione, cioè al pignoramento di quanto possiedo. Sarebbe la fine della mia attività di militanza giornalistica, con ovvia soddisfazione di non pochi. Ho scritto a Paolo Ferrero, segretario del PRC, a Dino Greco, direttore di Liberazione, e a Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Ad oggi, nessuna risposta.

Credo che a questo punto solo una forte pressione di quel pezzo di società che crede nell’informazione libera e nella libera espressione del pensiero, specie in un giornale e in un partito che si dicono comunisti, possa convincere i responsabili dal recedere da un comportamento che viola ogni principio normativo, etico e deontologico della mia professione. In attesa di altre iniziative cui sto pensando, come una conferenza stampa e uno sciopero della fame davanti alla sede di Liberazione e del PRC, chiedo alle persone di buona volontà di esprimere qui e in tutti i modi la solidarietà a questa causa di democrazia, giustizia e libertà. A una voce che rischia di essere soppressa. Grazie a tutti".

da Mondocane

venerdì 16 aprile 2010

Fate largo ai buoni!

Ha avuto senz'altro un merito, la puntata di ieri di Annozero, quello di permettere che in Italia si tornasse finalmente a parlare di guerra. Perché immersi come siamo nei nostri teatrini filo o antiberlusconiani, c'eravamo dimenticati di un popolo sotto assedio, ostaggio di due regimi, quello dei talebani, come quello degli americani “esportatori di democrazia”.
C'è voluto il rapimento di tre cittadini italiani, nonché volontari di una delle più stimate organizzazioni umanitarie, perché ce lo ricordassimo. A dire il vero, la puntata è stata inframmezzata dalla discussione tra Di Pietro e La Russa (che certo non interessava i nostri concittadini rapiti) sulla politica interna. Però, ci si è ricordati che esiste una guerra in corso a cui noi diamo il nostro sanguinoso contributo.
Certo, abbiamo dovuto assistere alle arrampicate sugli specchi di La Russa, che cercava in tutti i modi di difendere la posizione del governo italiano, che è apparso un po' a tutti come lo zimbello della coalizione, il ventre molle, quello che anche un pupazzo come Karzai può permettersi di schiaffeggiare senza temere seri contraccolpi. Vedevamo il nostro ministro che si affannava per spiegare come l'esecutivo fosse intento a lavorare per la liberazione dei rapiti (perché di questo si è trattato, di un rapimento) con le letterine. Peccato, che nessuno gli ha fatto notare che, sperando che il governo sia davvero interessato alla liberazione dei suoi cittadini, dovrebbe rivolgersi direttamente agli americani, o agli inglesi, piuttosto che agli spaventapasseri del governo afghano per corrispondenza. Basterebbe, è evidente, una parola di Obama o di Brown, perché i nostri connazionali siano liberati.
Ma il nostro governo, dicevamo, è talmente lo zimbello della coalizione, a causa del suo servilismo, che non ha evidentemente il coraggio per tentare una simile richiesta.
La speranza, l'unica, che a questo punto possiamo avere, è che, avendo le truppe afgane e l'Isaf, raggiunto il loro deprecabile scopo, la cacciata di Emergency dalla zona, e la privazione delle cure mediche per centinaia di civili, restituiscano alle famiglie i volontari rapiti, non avendo più interesse a trattenerli.
Il Ministro La Russa pensa di liberare i tre con le letterine e riponendo le sue speranze in queste velleità pensa che anche le dichiarazioni di Strada possano influenzare la sorte dei prigionieri. Come se queste non fossero già note a tutti, come se l'esercito di coalizione non fosse mosso da interessi di ben altro tipo. Ma come si sa, noi non siamo lì per obbedire ai diktat di Washinghton e per permettere alle nostre multinazionali di partecipare alla spartizione del Medio Oriente assieme a quelle degli altri paesi, bensì, per portare la pace e la democrazia, anche se in tutto questo tempo, non si è avuta né l'una, nell'altra (come sarebbe possibile pace e democrazia sotto le bombe?). E allora alla domanda di Santoro (quanto tempo dobbiamo restare ancora in Afghanistan? È legittimo pensare che prima o poi dovremmo andarcene?) La Russa risponde che il ritiro è previsto per il 2011, ma rendendosi conto lui stessa della scarsa credibilità di questa affermazione, precisa che poi potrebbero esserci dei rinvii, per chissà quali improrogabili necessità e, aggiunge, buttandosi la zappa sui piedi, “come in Kosovo”. Si, infatti, come in Kosovo.
Certo, abbiamo dovuto assistere all'equilibrismo di Di Pietro che da un lato difendeva Emergency e si dichiarava contrario alla guerra e dall'altro, cercando di salvare capre e cavoli, tentava di difendere la scelta del suo partito di astenersi nella votazione sul rifinanziamento della missione “per rispetto ai nostri soldati”. Ma come? Che significa? Dici di essere contrario a questa guerra, i tuoi elettori lo sono, gli italiani lo sono, quindi voti contro? No! Ti astieni! Dunque immaginiamo che l'Italia dei Valori debba astenersi anche sul legittimo impedimento per rispetto dei magistrati!
Ma la acrobazie più strepitose le ha compiute il grande esperto di strategie (di diffamazione) Edward Luttwak, al cui confronto La Russa sembra quasi un pacifista.
Il nostro geniale stratega, non sapendo evidentemente in quale maniera deturpare l'immagine di una organizzazione che gode di grande rispetto presso la comunità internazionale, nonché presso tutte le popolazioni che assiste e che cura, ha pensato bene di mantenersi sul vago. Ci sarebbero delle Ong, che sostanzialmente pagherebbero le milizie nemiche per distribuire cibo alla popolazione. Ovviamente egli si guardava bene dal dire quali sarebbero queste Ong, e senza alcuna prova ci mette dentro tutte, anche Emergency, che cibo non ne distribuisce, ma cura i feriti, cerca di salvare la vita dei civili che le aggressioni dei talebani e degli amici di Luttwak costringono negli ospedali di Emergency. Si guardava bene dal ricordare come gli unici a finanziare i talebani fornendo loro armi e preparazione militare siano stati quelli del suo governo e della CIA, quando faceva comodo, quando bisognava darei ai sovietici “il loro Vietnam”, prima che questa tattica finisse per ritorcersi contro proprio chi l'aveva messa in atto.
Affermazioni talmente sconclusionate e prive della benché minima credibilità da suscitare il riso amaro di Gino Strada, il divertimento imbarazzato di tutti gli astanti e persino le prese di distanza di La Russa che si è sentito in dovere di dire che Emergency non poteva rientrare nella descrizione che Luttwak aveva fatto.
Vista la malaparata, il grande stratega, ha pensato bene di cambiare strategia. Quindi ha avuto la geniale idea di straparlare circa il presunto aiuto che i volontari di Emergency fornirebbero ai talebani curando i loro feriti “che così possono ritornare a combattere”. Evidentemente l'organizzazione di Gino Strada non può chiedere la carta d'identità ai feriti, per vedere se sono civili o talebani o membri delle forze afghane. Cura qualsiasi ferito, di qualsiasi etnia, di qualsiasi esercito e di qualsiasi parte in causa. Questo fanno e hanno sempre fatto i buoni medici e il buon personale sanitario di tutte le parti del mondo.
Senza considerare che si potrebbe ribaltare il ragionamento di Luttwak e dire che Emergency aiuta anche le truppe e la polizia afghane curandone anche i suoi feriti, non essendoci altri ospedali nel territorio se non quelli gestiti dalla medesima organizzazione. Ma evidentemente questa semplice constatazione sfuggiva al grande esperto di guerra. Come anche sfuggiva che una guerra in corso da nove anni, come faceva notare Gino Strada, finora non ha prodotto risultati apprezzabili per la popolazione, ma l'unico a non essersene accorto è proprio Luttwak.
Così ha cercato ancora di sviare l'argomento “ma allora gli americani non dovevano liberare l'Italia dai nazisti?” esempio decisamente fuoriluogo, nessuna attinenza con la situazione attuale. Ci sono tre differenze che ancora una volta il grande esperto non coglieva. La prima è che gli afghani non hanno chiesto l'intervento delle truppe americane nel loro territorio, contrariamente a quanto fecero allora gli italiani e tutti i paesi occupati dai nazisti. La seconda è che gli americani non sono andati a liberare il territorio afghano da una potenza straniera, perché erano appunto loro stessi la potenza straniera occupante. Se i talebani sono un regime spietato e dispotico lo erano anche i governi di Hitler e di Mussolini, che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non si sognarono mai di combattere (anzi!!) finché non iniziarono una politica aggressiva contro altri paesi (come appunto fanno ora gli americani) divenendo una minaccia per il mondo intero. La terza è che il pericolo per il mondo del governo talebano non è neanche minimamente paragonabile a quello che rappresentò il Terzo Reich, dotato di un potentissimo esercito e intenzionato a conquistare il pianeta, caratteristiche che certo non si possono attribuire ai miliziani talebani o al vecchio governo di Saddam, così come non si possono attribuire ai pakistani, dotati di una potenza bellica ben superiore rispetto a questi ultimi e con cui tuttavia gli Stati Uniti decisero di allearsi. Tutto questo evidentemente è troppo difficile da capire per il consumato stratega.
Ma la ciliegina sulla torta la si è avuta quando Travaglio gli ha chiesto, cito ovviamente a memoria: “Scusi Luttwak, ma lei all'inizio non era contrario alla guerra?”. La risposta esilarante è stata: “sì, ero contrario perché ero egoista”. Ah! Ecco! Lui era “egoista”, invece, George Bush e il suo governo, immaginiamo, fossero “altruisti” e si preoccupavano per le sorti degli afghani! Davvero qui siamo al livello delle favole per bambini. Fate largo ai buoni che sbaragliano i malvagi terroristi!


venerdì 12 marzo 2010

Il Mondo secondo il Bilderberg

Poiché vedo che negli altri blogs si insiste ad occuparsi delle talpe che infestano il giardino di casa, mentre un uragano sta per travolgere la città, io preferirei pensare prima all'uragano, che alle talpe.
Per chi non avesse capito la metafora le talpe sono le vicende e i battibecchi provincialotti di casa nostra, l'ammissione o meno di una lista alle regionali, il candidato tal dei tali in odor di mafia, i massaggi di Bertolaso e così via. Posso capire che queste cose possano riscuotere un certo interesse nel pubblico. Purtroppo però i giornali e le televisioni, e anche, ahimè, la maggior parte dei bloggers, non pensano ad altro che a queste faccende secondarie, nel pieno di un progetto eversivo mondiale, per stravolgere la nostra società, non quella italiana (sia chiaro nel caso che alcuni pensassero io stia parlando del regime berlusconiano) ma quella del mondo intero. Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, mentre continuiamo a guardare il dito, invece di guardare la luna. Lo dico senza alcuna intenzione polemica. Per un attimo smettiamola di occuparci di Berlusconi e degli affari del piccolo orticello di casa nostra. Ormai lo abbiamo capito che è un mafioso, massone, delinquente, corruttore e quant'altro e chi non lo ha ancora capito non lo capirà mai. Quindi è inutile. Cerchiamo di concentrarci almeno una volta su dei fatti di portata internazionale che sono ben più importanti e determinanti di quanto accade a Palazzo Chigi o ad Arcore e purtroppo assai meno conosciuti.
Il pericolo per la democrazia c'è, o meglio, non per la democrazia che non esiste, ma per quella sorta di tribunato della plebe che fino a qualche anno fa permetteva al popolo di contare qualcosa. Questo pericolo, però, non viene dal governo italiano, quest'ultimo è una mera pedina e abbastanza secondaria del piano mondiale volto a cancellare i nostri diritti.

Fatta questa premessa verrei ora al merito della questione. Occupati come siamo nelle vicende di casa nostra forse molti di noi non si sono accorti di quanto sta succedendo in Grecia se non, al più, per la cronaca (bugiarda) di giornali e televisioni. Si è parlato della crisi del debito dello stato ellenico, paventando persino un collasso. In realtà questo grande pericolo per il debito greco non solo è inesistente, ma artatamente diffuso dall'Unione Europea e dai grandi speculatori internazionali. La situazione del debito greco non è più tragica di quella che c'era fino a un anno fa. Tuttavia questo allarme ha creato le condizioni perché si verificassero due eventi: da una parte gli interventi come il taglio della spesa pubblica che il governo della penisola ha messo in atto come contromisura per questo male immaginario, quindi l'aumento delle tasse sui prodotti di largo consumo e un taglio pesante degli stipendi; dall'altro enormi affari per gli speculatori.
Questi ultimi li chiamano Credit Default Swap e sono dei prodotti derivati che consistono in una sorta di assicurazione contro il mancato pagamento dei debiti. Più o meno quello che avviene con una normale assicurazione, solo che qui sono in gioco migliaia di miliardi. Così gli investitori, una volta diffusa la notizia dell'imminente collasso del debito in Grecia, si sono gettati su questi swap. È un po' come se viveste in un territorio sismico e venisse da voi un geologo a diffondere la notizia che presto ci sarà un terremoto dove abitate. Voi, e tutti gli altri abitanti, vi fareste l'assicurazione per proteggervi da un crollo della vostra abitazione, tuttavia il vostro assicuratore sa che non ci sarà nessun terremoto, per cui sareste solo voi a pagare e non l'assicurazione.
Chi ci guadagna in tutto questo? L'assicurazione. Chi ci perde? Gli assicurati.
In Grecia sono scesi in piazza attivisti, sindacati, partiti di sinistra, a mobilitarsi contro questa truffa che li costringerà a pagare un prezzo molto alto.
È proprio nella culla della civiltà occidentale che si gioca una partita determinante. I giocatori in campo sono da una parte le grandi istituzioni economiche (FMI in testa) e le fortissime lobby di pressione (il Gruppo Bilderberg), dall'altro i vari governi che obbediscono ciecamente alle direttive dei primi.
Lo scorso maggio uno degli attori fondamentali di questa partita, il Gruppo Bildergerg si riuniva, guarda caso, proprio in Grecia, in modo molto discreto, perfino troppo.
Per chi non lo sapesse alle riunioni del club Bilderberg partecipano tutti i più potenti magnati dell'economia e della finanza, soprattutto banchieri, qualche capo di stato e qualche politico, ma per lo più si tratta dell'elite capitalistica mondiale. Non sono dei semplici forum o conferenze, ma una sorta di comitato selezionatissimo per decidere le strategie da adottare, quali operazioni favorire sui mercati, quali politiche fiscali gli stati debbano adottare, quali riforme vanno bene e quando e in che modo decidere un intervento armato in Medio Oriente. Si tratta di decisioni tutt'altro che superflue.
Le riunioni del Bilderberg vengono tenute segrete, e si cerca di tenere i giornalisti lontano, non lesinando minacce e intimidazioni per i meno ubbidienti.
Lo sa bene Charile Skelton, l'inviato del Guardian che si trovava sul posto proprio per seguire l'attività dell'esclusivissim club dell'aristocrazia mondiale e che ha dovuto subire le sgradevoli, e per nulla cortesi, attenzioni della polizia.
Vi hanno partecipato personaggi come la regina Beatrice d'Oladna, azionista di maggioranza della Royal Dutch Shell, David Rockefeller, della JP Morgan e uno dei fondatori del Bilderberg, il direttore della Deutch Bank Josef Ackermann, Roger Altman ex sottosegretario di Clinton.
Vi erano anche nomi italiani come Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, il governatore Draghi e il direttore di Telecom Franco Bernabé
Presente anche una nutrita delegazione dell'amministrazione Obama.
Lo scopo principale del club Bilderberg è quello di creare un nuovo ordine mondiale con un unico superstato senza nessuna forma di democrazia, comandato dalle grandi istituzioni economiche.
Il tema fondamentale del vertice dello scorso maggio riguardava la situazione economica.
Si può dire che esistano due correnti di pensiero, all'interno del Bilderberg: coloro che vorrebbero una depressione economica prolungata e coloro che invece sono per una crisi intensa ma di breve durata. Tutto questo allo scopo di realizzare il progetto del nuovo ordine che è nei loro piani.
Già si progetta di creare due grandi poli, secondo il giornalista Jim Tucker l'ex Primo Ministro svedese Carl Bilt avrebbe parlato di un grande dipartimento planetario della sanità implementando i poteri dell'OMS e un analogo dipartimento del tesoro, permettendo al Fondo Monetario Internazionale di acquisire nuove funzioni.
Si vorrebbe inoltre creare una banca centrale del Mondo: Jeffrey Garten, ex sottosegretario di Clinton, ha dichiarato: “i leader mondiali dovrebbero iniziare a preparare il terreno per la creazione di una banca centrale globale”.
Tutto questo significherebbe che le scelte economiche, sanitarie e monetarie degli stati sarebbero delegate a questi organismi potentissimi e totalmente indipendenti da un qualsiasi controllo popolare. Questa deriva autoritaria è favorita dallo stesso processo di costituzione dell'Unione Europea, in particolare col Trattato di Lisbona che esautora di fatto i parlamenti nazionali e delega il potere alla Commissione, e che prevede persino la pena di morte in caso di sommossa.
Per riassumere ecco quanto accaduto: il club Bilderberg che progetta di costruire un governo mondiale autoritario e dispotico scatenando una crisi economica senza precedenti si riunisce a maggio in Grecia. Qualche mese dopo scoppia il caso del debito pubblico dello stato ellenico e il governo mette in atto delle austere misure per fare cassa sulla pelle dei cittadini. Nel frattempo il progetto dell'Unione Europea avanza e gli stati nazionali perdono sempre più la loro sovranità e tutto ciò che ad essi è connessa (diritti sociali e civili dei cittadini) a favore della UE.
Queste sono le carte in tavola. Vi renderete tutti conto di come, messe così le cose, la questione sia molto più preoccupante dei processi di Berlusconi e tuttavia non vi si dedica nemmeno la metà dell'attenzione che spendiamo per questi.
Si sta giocando una partita sulle nostre vite, una partita alla quale noi non siamo invitati. C'è bisogno di rompere quell'omertà che aleggia su queste questioni, dobbiamo smetterla di guardare semplicemente all'interno dei nostri confini nazionali e di cominciare a capire come vanno davvero le cose in questo mondo che non è stato creato né da Berlusconi, né da Bersani, né dai candidati del Lazio, ma da gruppi di interesse ben più potenti e tuttavia, non abbastanza conosciuti.
Finché non capiremo quali sono i veri responsabili dei mali che ci affliggono, non riusciremo mai non solo a cacciare un Berlusconi qualunque, ma, cosa ben più importante, a difendere i nostri diritti, le nostre vite, la nostra salute e la nostra dignità, ciò che ci spetta e che ci sta venendo tolto da loschi eppure potentissimi figuri che tramano alle nostre spalle per i loro interessi e contro i nostri.
È arrivata l'ora di svegliarsi e (per usare una metafora platonica) cominciare a guardare in faccia chi proietta le ombre nella caverna in cui siamo rinchiusi.


Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Credit_default_swap

http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22297873/L’OMBRA+DEL+BILDERBERG+E+DEL

http://www.gennarocarotenuto.it/12599-borsa-greca-seri-draghi-stesse-facce-stesse-razze/

http://it.peacereporter.net/articolo/15810/Grecia,+vertice+del+Bilderberg+Group:+brutta+esperienza+per+l%92inviato+del+Guardian

http://www.altraconsapevolezza.it/?p=90

http://www.altrainformazione.it/wp/2009/06/01/il-piano-del-bilderberg-per-il-2009-rifare-leconomia-globale/

http://www.reset-italia.net/2008/07/26/lisbona-zitta-zitta-avanza/

http://www.maristaurru.com/index.php/Articoli/Bilderberg-in-Grecia-decidono-come-affamarci-in-vista-del-nuovo-ordine-mondiale.html

martedì 15 dicembre 2009

Il diritto di odiare

Avrei preferito non occuparmene. Telegiornali e talk show, o come preferisco chiamarli, talk shoe, sono riempiti dall'unico
argomento del momento. Un povero malato di mente aggredisce il Presidente del Consiglio, dopo che questi aveva smesso di insultare giudici, avversari politici, elettori, giornalisti e chiunque abbia osato criticarlo. Provoca, crea malessere e poi va in mezzo alla folla a fare il grande taumaturgo. È ovvio che prima o poi lo avrebbero aggredito. Anzi c'è da stupirsi che fino ad ora non lo abbia fatto nessuno data la facilità con cui chiunque può avvicinarglisi a breve distanza.
Un Presidente del Consiglio che non fa altro che insultare e provocare e poi va in mezzo alla folla come se le varie menzogne infarcite di invettive che spara su chiunque non gli vada a genio fossero azioni di cui vantarsi. C'era da aspettarsi che prima o poi una reazione violenta lo avrebbe colpito. Quell'aggressione è un atto inutile, anzi dannoso per chiunque sia contro Berlusconi. Ma non per una qualche forma di rispetto o di pietà umana per la “vittima” (ammesso che così si possa definire chi ha fatto per anni il carnefice e per una volta si ritrova sotto). Io non esprimo nessuna solidarietà al Delinquente del Consiglio che considero un nemico e invito tutti a considerarlo tale. E scrivessero ciò che vogliono certi cronisti di corte arroccati nel loro “terzismo” alla Pigi Battista (ve li immaginate loro in epoca fascista e in piene leggi razziali invocare il “dialogo” tra squadristi e antifascisti?). Berlusconi è un “nemico del popolo” come si diceva una volta. È stato davvero pietoso assistere a quella sfilata di politici al capezzale della presunta vittima. Bersani ha preferito recarsi col cappello in mano a dare la sua “solidarietà” a Berlusconi piuttosto che scendere in piazza contro di lui. Adesso quindi si sa da che parte stia.
Sappiate quindi che Bersani, segretario del Pd, solidarizza con un colluso, un evasore fiscale, un corruttore e in sintesi un delinquente. Degno della entusiastica stretta di mano che la capogruppo del medesimo partito Anna Finocchiaro si precipitò a dare all'altro mafioso, Renato Schifani, dopo che questi era stato appena, malauguratamente, eletto Presidente del Senato. Degno della “costola della sinistra” secondo quanto il D'Alema bicamerale diceva di quella Lega che vuole pulirsi il culo col tricolore (ma solo dopo averci messo la croce sopra!?) e fare pulizia etnica.
Non c'è nulla da solidarizzare con un piduista eversivo, un collaboratore della mafia, un criminale di stato responsabile di tutte le stragi che hanno commesso i “nostri” (non miei) soldati in giro per il mondo. Nessuna pietà umana. Potrebbe anche schiattare o “andare a morire ammazzato” come il nanerottolo (in quanto a statura morale) Brunetta augurava alla sinistra (senza distinzioni quindi rivolto alla metà degli italiani) qualche tempo fa, dimostrando tutta la “non violenza” di certi ipocriti e scandalizzati benpensanti dalle mani insanguinate. Potrebbe andare all'inferno, se esistesse, che io non verserei una lacrima né spenderei una parola di compassione per questa sedicente vittima.
Dicono che ci sarebbe un “clima di odio” diffuso da certi “agitatori” (come nel romanzo di Steinbeck Furore venivano chiamati i braccianti che si ribellavano ai padroni). Ma la causa dell'odio non è chi odia. Se c'è chi odia è perché qualcuno o qualcosa ha compiuto certe azioni o comportamenti che hanno dato motivo di odiare. C'è un governo che compie gli atti più osceni (che non starò qui a elencare tutti) come privatizzare l'acqua o riaprire le centrali nucleari per farci ammalare di cancro, che inganna milioni di persone, che svende i beni pubblici, che compie i peggiori reati riuscendo impunito per poi perseguitare i diversi, come gli immigrati, e ci si domanda perché c'è l'odio? C'è invece da domandarsi come mai questo odio non sia già esploso, non abbia già provocato una rivoluzione!
“Il clima di odio”, “la violenza”, tutti all'improvviso diventano pacifisti. Dopo aver contribuito alle carneficine internazionali che chiamano “missioni di pace”, dopo aver mandato la polizia a manganellare studenti, operai e militanti, riducendoli molto peggio di quanto sia adesso il volto loro capo, si lamentano per l'odio. Ma dov'erano costoro quando Carlo Giuliani veniva ammazzato da un carabiniere? Dov'erano quando Stefano Cucchi veniva pestato a morte dalle guardie? Qualcuno di loro è forse andato a trovare i parenti di queste vittime? Qualcuno di questi amanti delle pace espresse solidarietà? Qualcuno denunciò i mandanti (non “morali” ma effettivi) di quelle mattanze? Dov'erano Libero e Il Giornale, dov'erano Bersani e Casini quando l'attuale governo permetteva la tortura degli immigrati nelle carceri libiche attraverso un accordo con uno dei peggiori dittatori?
Si lamentano del “clima di odio”. Ma devono ringraziare la loro buona stella che nessuno non li insegua coi forconi, che non li abbia ancora presi per la collottola e appesi a una corda per i piedi come durante la Resistenza! Odiare? Ma certo che odiamo! Cosa c'è di sbagliato nell'odiare un mafioso, un criminale, un terrorista che purtroppo è a capo del governo? Odiare, anzi, è d'obbligo, un dovere civico e morale di ogni buon cittadino. Bisogna odiare i soprusi, le ingiustizie e chi li commette. Io odio e rivendico il diritto a odiare questi parassiti, questi vampiri che ci succhiano il sangue e poi vanno in televisione con la loro faccia da culo a parlare di pace e di solidarietà!
Il problema, anzi, è l'opposto, e cioè che gli italiani odiano troppo poco chi li opprime e li inganna. Se li odiassero decentemente forse a quest'ora vivremmo in un paese migliore.
L'odio non è sbagliato di per sé. C'è odio e odio. C'è l'odio della Lega, dei piccolo-borghesi e degli operai imborghesiti, quello razzista nei confronti degli immigrati, degli omosessuali e dei diversi.
Odio, questo, che invece non viene mai biasimato. Forse il Capo dello Stato era distratto quando Gentilini, sindaco leghista, invitava a far pulizia etnica dei “culattoni” o a “eliminare” (non solo cacciare, proprio eliminare) i bambini zingari che rubano. Questo genere di odio, mai censurato e mai biasimato, va profondamente rifiutato e combattuto.
Ma poi c'è anche un odio legittimo. Quello del debole contro il potente, dello sfruttato contro lo sfruttatore, della vittima contro il suo carnefice. Lenin diceva che uno schiavo che è cosciente della sua schiavitù ha già smesso di essere schiavo. Per esserne coscienti bisogna comprendere le vessazioni che si è costretti a subire, morali o materiali che siano. E questa comprensione non può far altro che generare odio. Bisogna odiare. Odiare il sistema che genera quest'odio e chi in questo sistema ci sguazza beatamente, schizzando pure il fango in faccia a chi lo subisce.
Odiare questo sistema e chi è al suo servizio significherebbe il risveglio dello schiavo.

Immagini in alto: qual è la violenza peggiore?

lunedì 7 dicembre 2009

Perché vi odiano



Caro Segretario di Stato Hillary Clinton, a seguito della sentenza sull'omicidio Kercher che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e a 25 anni di reclusione, i giornali americani hanno sollevato uno scandalo incomprensibile. Premetto che non sono accusabile di nazionalismo né di difendere ad oltranza la magistratura italiana e chi segue ciò che scrivo lo sa. Però, questa volta, caro Segretario di Stato, avete torto marcio. Voi, i vostri giornali e i vostri politici. A cominciare dalla senatrice Maria Cantwell del suo stesso partito, che crede evidentemente di sapere meglio dei giudici che si sono occupati del caso e che lo hanno studiato, quale sia la verità, per finire a tutti quelli secondo cui la sentenza sarebbe stata dettata da “antiamericanismo”. Un idea davvero demenziale, perché solo un demente potrebbe pensare che un giudice emette una sentenza che condanna un americana perché gli sono antipatici gli americani. Un'idea che denota tutta l'ignoranza e la superficialità di chi la esprime e che mi rattrista non sia stata censurata dal suo partito. Mi rattrista anche che lei, Signor Segretario di Stato, invece di prenderne le distanze e di dire se non di condividere, quanto meno di rispettare la sentenza della magistratura italiana, ha detto di essere pronta ad ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire sul caso, come se il compito di un politico non fosse quello di occuparsi dei problemi del proprio paese, ma di mettere il naso in faccende che non li riguardano, come le sentenze emesse da giudici di altre nazioni, che in quanto a diritto, onestamente, non hanno nulla da imparare dal vostro sistema. Anzi, se c'è qualcuno che dovrebbe imparare quelli siete voi. Ho già detto che sono quanto di più lontano ci sia da un nazionalista. Però, come diceva un vecchio cantautore italiano:

“...ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono”

Allora mi permetta di sbatterle in faccia i nostri oltre duemila anni di civiltà giuridica. Mi permetta di sbatterle in faccia che noi di diritto ci occupiamo da molti secoli prima che gli Stati Uniti nascessero. Mi permetta di sbatterle in faccia che senza il diritto romano la civiltà giuridica occidentale non esisterebbe nemmeno. Mi permetta di sbatterle in faccia chi fu Cesare Beccaria che scriveva contro la tortura e la pena di morte quando voi sfruttavate ancora gli schiavi nelle piantagioni. Mi permetta di sbatterle in faccia la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza contro l'oppressore, e di fronte alla quale dovreste togliervi il cappello. In tutto questo tempo, qualcosa lo avremmo pure imparato, non le pare?
Ma potevo pure accettare questa lezione di diritto da un francese, o da un brasiliano, soprattutto dopo la vicenda Battisti in cui i giudici di questi altri paesi hanno effettivamente mostrato di essersi comportati meglio dei nostri. Del resto nessun sistema è perfetto. Ma non posso accettarlo in nessun modo dal vostro paese. Mi pare che non sia il caso di ricordarle, Signor Segretario di Stato, il disastro del Cermis in cui, a causa di piloti americani, che con un eufemismo molto generoso si possono definire scellerati, perirono venti miei concittadini, i quali, a causa degli impedimenti frapposti dal vostro paese, non poterono avere mai giustizia. Non mi pare sia il caso di ricordarle, per andare ancora più a ritroso nel tempo, il caso dei due anarchici italiani, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, che, innocenti, furono condannati dai vostri giudici alla sedia elettrica. Alla sedia elettrica, Signor Segretario, non a 26 anni (che in Italia possono essere ridotti nel corso della pena).
Mi preme invece farle notare, come i vostri “censori” prima di giudicare cose che non conoscono nemmeno dovrebbero pensare alla trave negli occhi del paese a cui appartengono. Alla giustizia italiana si possono fare tante accuse. Ad esempio quella della lunghezza dei processi. Ma non si può fare per nulla al mondo l'accusa di mancanza di garantismo. I vostri giornali, Signor Segretario, stanno tentando di far passare ai loro lettori un'immagine dell'Italia come quella di un paese barbaro, forcaiolo, “giustizialista” come si dice, dove si verrebbe condannati dopo processi sommari. Mi dispiace, Signor Segretario di Stato, ma non siamo noi i forcaioli, non siamo noi i barbari, non siamo noi i giustizialisti. Non lo siamo, quantomeno, rispetto a voi. Noi, ad esempio, non abbiamo la pena di morte. Salvo durante il fascismo (e per prevenire vostre probabili osservazioni aggiungo che voi avete contribuito a sostenerlo) in Italia la pena di morte non è mai esistita. I nostri “padri nazionali” hanno sempre assunto una posizione di rifiuto verso, questa volta sì, un tale barbaro strumento. Giuseppe Mazzini, celebre rivoluzionario e patriota italiano, aveva sempre espresso il suo giudizio fortemente contrario nei confronti della pena capitale. Altrettanto fece il neonato stato italiano nel 1861. Nel 1946 nacque la Repubblica e i padri costituenti furono praticamente all'unanimità d'accordo nell'escluderlo dal nostro ordinamento. Voi, invece, lo avete sempre avuto. Come una macchia indelebile sul vostro sistema, la pena di morte non ha mai smesso (e io spero che lo faccia presto) di accompagnarvi. Avete avuto prima l'impiccagione. Poi siete passati alla sedia elettrica. Fino a ieri avevate persino la camera a gas. Non starò qui a enumerare tutti i trattati internazionali sui diritti umani che non avete firmato. E quelli che avete firmato violandoli, come dimostrano le torture praticate dai vostri soldati a Guantanamo. Ma voi, Signor Segretario, non potete proprio permettervi il lusso di dare lezioni di garantismo a noi italiani. Questo proprio mai. Forse dovrebbe dire alla sua collega Maria Cantwell di informarsi, e vedrà che l'ordinamento italiano possiede non uno, ma tre gradi di giudizio. Al contrario degli Stati Uniti in cui si accettano casi di ricorso alla Corte Suprema solo in via eccezionale. Dovrebbe dirle inoltre che da noi le indagini le fa il Pubblico Ministero, un magistrato, non un comune agente di polizia. Dovrebbe dire alla senatrice ignorante che un caso del genere, fossimo stati in America, ci sarebbe stata una condanna come minimo all'ergastolo, se non addirittura a morte, quindi è inutile che si lamentano coloro che giudicavano eccessiva la pena. Il nostro ordinamento prevede che la pena tenda alla rieducazione del condannato. Per cui può darsi che Amanda Knox e Raffaele Sollecito (quest'ultimo se fosse stato da solo nessuno di voi bravi americani garantisti se ne sarebbe occupato perché non è nato in America) non scontino per intero la loro condanna. Infatti, in Italia viene applicato un principio in linea con i più avanzati sistemi penali (tra cui, mi duole dirlo, non figura il vostro!) secondo cui, prove statistiche alla mano, i detenuti che escono prima della scadenza della loro condanna è assai probabile che non reiterino il reato.
Dica anche alla senatrice Cantwell che, da noi, non si finisce in galera per non aver pagato delle contravvenzioni. È vero, anche da noi, purtroppo, talvolta (sempre troppo spesso) i detenuti vengono maltrattati e a volte uccisi. Ma cosa dire allora dei cittadini di colore che negli Stati Uniti subiscono costantemente violenza da parte delle vostre forze dell'ordine? Vogliamo vedere, in proporzione, quanti episodi di violenza accadono nelle vostre carceri (soprattutto quelle di massima sicurezza!) e quanti nelle nostre? Basti sapere che in Italia i detenuti sono lo 0,1% della popolazione, in America si arriva all'1%, dieci volte tanto!
Fossi Amanda Knox, mi riterrei fortunato, dopotutto, di scontare la pena in Italia e non negli Usa (dove avrebbe potuto costargli anche la vita). Mi riterrei fortunato di essere stato giudicato da un tribunale italiano e non da uno americano. Il nostro sistema, Signor Segretario, permetterà ad Amanda Knox, che ha commesso un gesto ingiustificabile checché ne dicano i sui genitori e la senatrice Cantwell, il più grave dei delitti, quello di sopprimere una vita umana, di scontare la pena, comprendere, forse, il suo tragico errore, e, una volta fuori di prigione, ricostruirsi una vita normale e rispettosa degli altri esseri umani. Certo, non è detto che comprenderà il suo errore, che si pentirà per quello che ha fatto. Soprattutto se è circondata da persone, come i suoi genitori, ma anche certi giornalisti, e certi politici, che giustificano il suo gesto.
I genitori, per primi, per quanto questo possa essere doloroso, dovrebbero rendersi conto del male che ha fatto la loro figlia a una sua coetanea, una sua concittadina e soprattutto una persona. Del male che ha fatto ai familiari di Meredith Kercher, cui il nostro tribunale ha reso quantomeno giustizia. Dovrebbero rendersi conto che quei familiari hanno subito una perdita molto più grave della loro. Perché in Italia non vige la legge del taglione.
In secondo luogo, i giornalisti americani, che non so se si rendono conto della quantità di menzogne che stanno raccontando ai loro concittadini, danno un'immagine falsata di un paese, il mio, che non gode di buna reputazione, ma che in realtà non conoscono.
The last but not the least, come dite voi, i politici – a cominciare da lei Signor Segretario – che non si rendono conto dell'ingiustizia che fanno all'Italia che ha sempre mostrato lealtà nei vostri confronti, spesso immeritata. L'Italia, che ha offerto il sacrificio dei propri soldati per guerre che non condivideva (cioè il popolo non le condivideva, i governanti e le multinazionali sì) sopportando servitù militari quantomai anacronistiche, non merita tutto questo.
Voi, occupate incarichi di responsabilità, dovreste sapere allora quali problemi le posizioni di certi vostri senatori e senatrici possono provocare a noi. In Italia infatti è in corso un'opera di delegittimazione dell'apparato giudiziario, da parte dell'esecutivo, opera che avrà dalla sua, ora, il contributo di un alleato insperato e quanto mai inopportuno.
Dopotutto, Signor Segretario di Stato, questa vicenda potrebbe apparire secondaria alla luce degli eventi che il mondo intero si trova ad affrontare. Ma se si vede la questione da un altro punto di vista si può scorgere un significato più profondo e fondamentale.
L'atteggiamento che il vostro paese ha tenuto nei confronti del nostro paese, è indice, infatti, caro Signor Segretario, di un'arroganza e di una spocchia che non può non risultare insopportabile a chi non è vostro connazionale. Un imperialismo culturale, oltre che economico e politico, che vi accompagna in ogni vostro ingresso, certo mai discreto, sulla scena internazionale. Avete dominato e continuate da molti anni a dominare il mondo, non c'è che dire. Non solo conservate questo vostro dominio con metodi assai sconvolgenti dal punto di vista etico (e non c'è bisogno che ricordi proprio a lei la miriade di colpi di stato che avete organizzato e concluso spesso con successo in tutto il mondo) non solo esercitate sul mondo intero un potere che è quanto di più lontano ci possa essere dalla democrazia di cui vi ergete a evangelizzatori, ma accompagnate per di più queste vostre mirabili gesta a una spocchia che si fa accondiscendenza nel migliore dei casi e aggressiva pretesa nel peggiore, una presunta superiorità culturale e civile con cui vi arrogate il diritto di giudicare tutto e tutti, pretendendo di non essere giudicati da nessuno. Come potete allora, con il candore immacolato della vostra falsa coscienza, chiedervi perché in molte parti del mondo siete odiati? Non mancate di manifestare la vostra superbia e la vostra impudenza persino con un paese che, nonostante tutto, non vi ha ancora negato la propria alleanza, come potete allora chiedere di essere trattati con riguardo finanche dai vostri nemici?
Probabilmente appartengo a quella schiera di persone che i bravi giornalisti che ci danno lezioni di diritto definirebbero “antiamericani”. Ma ciò non deriva da un qualche fanatismo, estremismo, o terrorismo. Io odio il vostro sistema. Non odio il vostro popolo, la vostra gente. Credo nel principio sancito da ambedue le nostre Costituzioni (e tanto spesso, ahimé, inapplicato!) che sancisce l'uguaglianza di tutti gli uomini senza distinzione di razza, sesso, o religione. Come potrei allora odiare una persona per la sua nazionalità? Odio, invece, il vostro sistema di potere. Quel sistema di potere cui avete assuefatto il mondo intero e il vostro stesso paese. Quel sistema di potere che a parole proclama libertà e democrazia e nei fatti opprime le altre culture e chiunque non si adatti ai vostri interessi. È facile accusare chi non la pensa come voi, chi antepone il valore dell'uomo al mercato, chi cerca di realizzare un mondo più giusto di quello attuale (come delineato, quasi poeticamente, nella Costituzione italiana) chi è in disaccordo col vostro modo di intendere la società, o che semplicemente si limita a fare il proprio mestiere in un'altra società, di essere un terrorista, un estremista o un antiamericano. Meno facile è comprenderne le ragioni, le motivazioni e le cause di quello che voi definite sbrigativamente antiamericanismo.
Non voglio difendere, Signor Segretario di Stato tutto quello che appartiene al mio Paese. Sono perfettamente cosciente dei numerosi mali che lo affliggono. Né tanto meno voglio difenderlo per un puro patriottismo. Ma nello stesso tempo mi sento solidale con le vittime delle vostre, e purtroppo tante, prepotenze. So che c'è chi ha sofferto pene assai peggiori a causa vostra, per questo, quando ho saputo dell'offesa che certi suoi concittadini, Signor Segretario, hanno rivolto ai miei concittadini, come sono i giudici che hanno redatto quella sentenza, alla mia cultura, e ai miei ideali riflessi in quella Costituzione, riconosciuta a livello internazionale come una delle più avanzate al mondo, mi sono sentito offeso io stesso. Quei valori e quegli ideali nei quali io credo, sui quali la Repubblica italiana è stata fondata e che spesso, lo ammetto, vengono dimenticati, vengono calpestati quotidianamente da voi, tanto metaforicamente (come nel caso in questione) quanto, e in modo ben più grave, materialmente, come accade nelle numerose guerre da voi provocate.
Se voi volete sostenere un sistema che discrimina tra il ricco e il povero, il cristiano e il mussulmano, noi certo non possiamo impedirvelo. Nessuno verrà a invadervi, con la cultura o con l'esercito, almeno non fino a quando sarete così potenti (ma il potere spesso tradisce).
Ma nessuno vi dà il diritto di andare in giro per il mondo a “esportare” una qualche idea di civiltà, maschera di interessi assai più prosaici e inconfessabili. Né con la forza, a suon di bombe, né con l'inganno, serviti da falsi profeti che diffondono menzogne.
Quando vedo la mia Patria trasformarsi fino a smarrire se stessa, non solo la propria cultura, che di per sé potrebbe non essere un gran danno, ma quei principi di giustizia sociale, di solidarietà e di uguaglianza con cui poteva orgogliosamente distinguersi da voi, quando vedo la privatizzazione dei servizi essenziali, dell'acqua, della sanità (che il vostro Presidente dice adesso di volere universale, sarà vero?) quando vedo lo Stato e il servizio pubblico che arretra di fronte a un privato sempre più aggressivo e spregiudicato, quando vedo quell'insieme di tutele sociali e di diritti, faticosamente conquistati dalla mia gente, svanire, per far posto alle magnifiche sorti e progressive del mercato, quando vedo quella che è la mia civiltà giuridica e sociale che permise al popolo di elevarsi fin quasi – forse fu un illusione – a contendere il diritto di governare col potere costituito, ridursi alla pallida ombra di se stessa per far posto alle fanfare del progresso dell'americanizzazione trionfante, quando vedo i miei concittadini abbagliati dal consumismo e dall'industria culturale che voi ci avete imposto per dominarci meglio, allora sento una rabbia profonda che mi costringe a odiarvi. A odiare il vostro sistema. Non la vostra gente che come noi ne è vittima.
Per questo, Signor Segretario di Stato, io chiedo, pretendo, che quella senatrice che ha scagliato deliranti accuse contro i magistrati italiani e la civiltà giuridica del mio paese ci rivolga le sue scuse. Chiedo che anche lei, Signor Segretario di Stato, e il suo Presidente, rivolgiate le vostre scuse al popolo italiano, in nome del quale è amministrata quella giustizia che ha condannato una vostra concittadina, e reso giustizia a un'altra. Chiedo che la finiate con la vostra prepotenza, morale e materiale, col vostro imperialismo culturale ed economico.
Chiedo che solleviate il Mondo dalla vostra inquietante e ubiqua presenza. Chiedo, anche se so che non lo farete, tanti e tali sono gli interessi che tengono avvinti voi stessi, come una macchina infernale che è diventata impossibile controllare.
Ma le macchine, Signor Segretario, sono create dagli uomini, che così come le hanno create possono anche distruggerle. Allora, finalmente, smetteremo di odiarvi.


Un cittadino dell'Italia e del Mondo


AGGIORNAMENTO, 8 dicembre:

Non ci sono irregolarità nella condanna della studentessa americana Amanda Knox per l'omicidio di Meredith. Lo sostiene il Dipartimento di Stato americano. "Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata", ha detto il Ian Kelly. Il portavoce ha annunciato che il segretario di Stato Hillary Clinton incontrerà la senatrice Maria Cantwell, che aveva parlato di "sentimenti anti-americani" nella sentenza.
"Il governo italiano ha autorizzato il nostro personale consolare ad assistere al processo - ha detto Kelly - Abbiano inoltre potuto visitare periodicamente Amanda Knox e continueremo ad avere questo ruolo di verifica e sostegno.


Faccio notare, non hanno detto: la legge italiana è stata rispettata, non c'è nessun antiamericanismo, ma "Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata" cioè: noi ce ne laviamo le mani.
Una dichiarazione comunque tardiva e decisamente inopportuno tutto questo interesse del Dipartimento di Stato per una criminale e per un'idiozia stratosferica come quella sul presunto "antiamericanismo" dei giudici. Evidentemente la Cantwell deve contare molto nel suo partito per aver tanto seguito dopo la figura decisamente meschina che ha fatto.

domenica 22 novembre 2009

Terrorismo di stato

Se siete tra quelli che credono che i magistrati hanno sempre ragione e che sono tutti degli eroi senza macchia pronti a immolarsi per la patria, state per apprendere una brutta notizia che potrebbe mettere in discussione le vostre certezze. Se pensate che la magistratura sia l'ultimo bastione della democrazia in Italia, il mio scopo è appunto quello di farvi ricredere.
In questi giorni c'è stato un grande clamore su giornali e telegiornali intorno al caso Battisti, il presunto (a me, eretico e comunista, piace ancora usare certe aggettivazioni) terrorista per la cui estradizione i parlamentari e il governo italiano, maggioranza e opposizione (si fa per dire), con la solita e solida complicità della Presidenza della Repubblica, brigano e si affannano, con esagitato attivismo, un attivismo che si risveglia sempre quando si tratta di difendere interessi corporativi e/o speculativi e che dorme placidamente quando invece ci sono in gioco gli interessi generali e popolari.
Così tutti uniti contro il Brasile brutto e cattivo, pronto a concedere asilo a un “terrorista” e per di più comunista. Perché finché le due cose sono separate, pazienza, ma quando compaiono insieme allora la sete di giustizia si risveglia miracolosamente tra politici e giornalisti. Il Brasile brutto e cattivo ha avuto l'ardire di proteggere uno che è stato condannato dalla “Giustizia” italiana in contumacia. Queste cose non si fanno. Non si mette in dubbio la correttezza del modus operandi di certa magistratura, soprattutto negli anni in cui, '70 e '80, le pressioni per fare tabula rasa di terroristi anche a costo di immolare qualche articolo costituzionale, erano all'ordine del giorno.
È ben strano e singolare in un paese come l'Italia tutto questo agitarsi di scimitarre e di improvvisi risvegli di coscienze da lungo tempo sopite. Forse giova ricordare che l'Italia assetata di giustizia difese il banchiere brasiliano Salvatore Cacciola condannato a tredici anni dalla magistratura brasiliana, rifiutandosi di concedere l'estradizione al Brasile. È vero, spesso i paesi di tutto il mondo sono molto più severi con i propri criminali che con quelli degli altri. Ma allora come spiegare le decine di terroristi neri scampati alla condanna e di cui l'Italia sembra essersi presto dimenticata e molti dei quali si trovano tutt'ora a piede libero? Come Roberto Fiore fondatore del partito fascista Forza Nuova, condannato per strage, rifugiatosi in Inghilterra per sfuggire alla pena, e rientrato dopo la prescrizione in Italia, dove esercita la sua attività di “politico” come se nulla fosse. Per la Cronaca l'Inghilterra rifiutò l'estradizione alla magistratura italiana cui negò la collaborazione, eppure non si videro allora i paladini delle “vittime del terrorismo” (espressione di cui amano spesso riempirsi la bocca) insorgere o protestare, anche se si trattava di una condanna ben più grave di quella di Battisti, cioè la strage.
È curioso notare come tutti coloro che sbraitano contro le “toghe rosse” in nome di un “garantismo” liberamente interpretato, diventino improvvisamente dei forcaioli e pretendano che dei paesi democratici, o comunque più democratici di noi, come Francia e Brasile, si accontentino della giustizia sommaria che ha decretato sulla base di prove confutabilissime la colpevolezza di Battisti.
A ben vedere tutte queste prove, che non compaiono mai sui giornali scandalizzati, e anche un po' scandalistici, che si occupano della vicenda, si riducono a una sola: la testimonianza del pentito Pietro Mutti, ex terrorista e fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC) lo stesso gruppo in cui militò Battisti. Testimonianze assai contraddittorie, difficilmente assemblabili in un quadro coerente. Ma fermiamoci un attimo e facciamo un passo indietro.
Siamo negli anni in cui gli attentati terroristici si susseguono, terrorismo rosso, quello delle Brigate Rosse ma non solo, e terrorismo nero, quello di Piazza Fontana ma non solo, quello della strategia della tensione ma non solo.
In questi anni, c'è una parte considerevole della politica e una parte considerevole della magistratura, che spinge per una maggiore “durezza” nei confronti dei terroristi, veri o presunti, anche a costo di fare qualche delega allo stato di diritto. Così, a cavallo degli anni '70 e '80, vengono approvate quelle “leggi speciali” per contrastare il terrorismo. Queste leggi prevedevano (e prevedono tutt'ora) ad esempio, un uso molto disinvolto e prolungato della carcerazione preventiva, l'internamento nelle “carceri speciali” senza le dovute garanzie, le perquisizioni senza la necessaria autorizzazione del magistrato, in contrasto con la Costituzione. Sia detto per inciso tra queste leggi vi è anche quella del divieto di andare in giro col volto coperto, cui i laici a corrente alternata si appellano per giustificare la loro avversione al burqua islamico. C'è anche la temibile “legge Cossiga”, che autorizza la polizia a trattenere per quattro giorni l'arrestato senza che questi possa ricevere avvocati o familiari. Una legge che permise di consumare violenze e torture ai danni di numerosi indagati e di estorcere confessioni.
È in questo contesto giuridico che si svolge il processo a Cesare Battisti, accusato di essere complice dell'omicidio di Pierluigi Torregiani e di Lino Sabbadin. I giornali hanno parlato a sproposito di esecuzione dell'omicidio Torregiani, mentre è sicuro che non fu Battisti a ucciderlo. Tutto questo in un contorno assai romanzesco in cui Torregian viene santificato come una sorta di eroe e Battisti descritto come un mostro impietoso. Torregiani fu ucciso per la sua “mania” di farsi giustizia dà sé, sparando ai rapinatori del suo ristorante e causando in questo modo la morte di un cliente innocente. Ciò ovviamente non ne giustifica l'assassinio, ma non lo rende nemmeno un santo.
Battisti fu accusato di essere l'esecutore materiale di altri due delitti: gli omicidi di Campagna e Santoro.
Dicevamo del clima particolare di quegli anni e della normativa securitaria non molto attenta allo stato d diritto. Fu proprio per la necessità di portare avanti, con ogni mezzo, la guerra al terrorismo e ai terroristi che nacquero i “pentiti”. I pentiti erano dei terroristi che se ripudiavano la lotta armata e offrivano i nomi di altri terroristi ottenevano sconti di pena. La logica del “pentitismo” è stata più volte rimessa in discussione, soprattutto se non affiancata da altre prove. Soprattutto perché veniva previsto che la riduzione della pena fosse direttamente proporzionale al numero delle delazioni; più complici denunci, meno resti in galera. Ciò instaurava un circolo vizioso che portava i pentiti a denunciare anche coloro che erano innocenti o delle cui azioni non avevano diretto riscontro. Nella vicenda in questione ad esempio c'è il caso di Sisino Bitti o di Angelo Franco, entrambi erroneamente condannati.
Il processo si svolge in un clima fortemente intimidatorio. Innanzitutto numerosi imputati denunciarono di aver subito violenze e torture per essere indotti a confessare falsità. In secondo luogo le testimonianze. Venne utilizzata la parola di malati psichci. In terzo luogo, delle deduzioni assai libere: siccome Mutti aveva detto che Battisti aveva preso parte al delitto Sabbadin e il delitto Torregiani appariva ispirato a una identica strategia, Battisti doveva essere colpevole anche per quanto riguardava l'omicidio di Torregiani. Un vero e proprio volo pindarico giudiziario. In quarto luogo la sentenza a Battisti a dodici anni e mezzo fu commutata nell'ergastolo dalla Corte d'Appello, una pena decisamente sproporzionata, considerato che non ci sono prove circa il coinvolgimento diretto dell'imputato.
In quinto luogo il testimone chiave, Pietro Mutti, che ha tutto l'interesse a mentire (per ottenere sconti di pena via via crescenti che infatti ha ottenuto) e sul quale c'è una sentenza del '92 della Cassazione che recita: “Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.
Un testimone, dunque, molto poco credibile, e al quale tuttavia i magistrati credono ciecamente.
Alla luce di quanto detto il cattivo governo brasiliano appare un po' meno cattivo di quanto paventato dalla stampa. Anche perché il processo Battisti si è svolto in contumacia. E in Italia, contrariamente a quello che accade in altri paesi, quando viene arrestato il fuggitivo il processo non deve essere ricelebrato. In violazione al secolare principio dell'habeas corpus.
Il punto non è se Battisti sia innocente o colpevole. Le prove della sua colpevolezza sono molto labili, ma anche se fosse colpevole resta il fatto che il processo si è svolto in modo del tutto irregolare, contravvenendo ai trattati internazionali e alla Carta Costituzionale. In una cornice legislativa fortemente repressiva. È chiaro che non si può rischiare che la Francia prima e il Brasile poi neghino l'estradizione. Sarebbe come ammettere che quel processo era irregolare. Significa riaprire ferite mai cicatrizzate, mettere in discussione la “rispettabilità” di certi personaggi della magistratura e della politica. Come i PM Armando Spataro e Luciano Violante che asserivano la teoria della “durezza” contro i terroristi. Quest'ultimo, come tutti sanno, fu esponente prima dei Ds e ora del Pd. Occorre quindi gridare allo scandalo per evitare di fare emergere certe cose che è meglio tenere nascoste. Allora vigeva la dittatura del consenso sulla lotta al terrorismo. Parlamentari di maggioranza e dell'opposizione collaboravano, collaborazione che poi ebbe come effetto l'approvazione delle “leggi speciali”.
Sappiamo quante vittime, questo modo di procedere, difeso da politici e magistrati, abbia causato. Ce li ricordiamo Valpreda e Pinelli? Ce li ricordiamo Adriano Sofri e Silvia Baraldini?
Si sente da molte parti spesso parlare degli “anni di piombo” con una banalità e un conformismo spesso sconfortanti. Si dice che bisogna far chiarezza su un periodo ancora oscuro della nostra storia. Ma far chiarezza significa accertare la responsabilità di tutti. Anche di chi si ammantava dietro l'aura del soldato dell'antiterrorismo. Anche di chi, in nome della lotta al terrorismo, il terrorismo lo esercitava lui stesso. Con metodi più scaltri e raffinati delle bombe o dei mitra. Questi metodi si chiamano diritto, si chiamano leggi, si chiamano interrogatori, si chiamano processi.
Comprendere a fondo quegli anni significa comprendere come mai a quella durezza da più parti invocata si sostituì talvolta una “morbidezza” assai sospetta; per quale ragione la magistratura, e la politica, non adottarono sempre la stessa intransigenza? Come mai, ad esempio tutte le maggiori inchieste che coinvolgevano terroristi neri si sono concluse in un nulla di fatto. Come mai non si parla mai dei legami tra i terroristi fascisti e il MSI? Perché uno come Battisti ha ricevuto condanne all'ergastolo per delitti che forse non ha mai commesso e uno come Stefano delle Chiaie, colpevole della strage di Piazza Fontana e di Bologna, anello di congiunzione tra MSI e gruppi eversivi neofascisti, è tutt'ora a piede libero e impunito?
Cosa vorrebbe dire fare luce veramente su quelle vicende? Probabilmente mettere in difficoltà alcuni degli attuali parlamentari o ministri. Alcuni di loro erano membri missini. Cosa sanno loro dei rapporti tra il partito di Almirante e gli attentatori stragisti? Cosa sanno gli allora magistrati di sinistra e oggi parlamentari dell'opposizione circa i metodi assai discutibili che certa magistratura italiana usava ed usa ancora?
Comprendere il terrorismo, rosso e nero, ma anche giudiziario e politico, va al di là delle patetiche commemorazioni delle vittime o delle ipocrite invettive contro i terroristi. Significa indagare sulle complicità delle istituzioni con coloro che dicevano di combattere. Significa comprendere come la distinzione tra buoni (magistrati, istituzioni) e cattivi (terroristi, gruppi di estrema sinistra) è fittizia. Significa comprendere le “stragi di stato”. Significa comprendere il teorema della “contiguità morale” che taluni istituivano, come se l'appartenenza ideologica o anche la semplice amicizia con degli indagati potesse essere la prova di una colpevolezza “preventiva”, prima ancora che il reato fosse consumato.
Significa comprendere la complessità di un periodo che non può essere riconducibile a semplici schemi, probabilmente di impatto mediatico, ma scarsamente rispondenti alla necessità di accertamento della verità.


Fonti:






sabato 17 ottobre 2009

Censura legale


In questi giorni in cui la questione della libertà di informazione è al centro dell'attenzione, si discute della pressione che ricevono i giornalisti da parte di poteri politici o economici per non pubblicare determinate notizie.
Tuttavia esiste un'altra forma di censura probabilmente meno clamorosa e di cui si discute di meno ma altrettanto pericolosa per chi si occupa di documentare fatti accaduti. Stiamo parlando non dell'informazione “di regime” quella asservita a questo o a quel gruppo politico, ma di quello stesso giornalismo “coraggioso” che si trova a fronteggiare mille difficoltà anche quando riesce a rendere pubblico il proprio lavoro.
Come tutti sanno le denunce di giornali o trasmissioni televisive comportano spesso cause civili interminabili e quindi una notevole spesa di denaro, oltre che di tempo, per l'editore e il responsabile del servizio o dell'articolo incriminato. Non sempre però l'editore è disposto ad accollarsi i rischi di una causa che potrebbe comportare per lui ingenti perdite economiche. Oppure non sempre quell'editore è disposto a compromettere l'immagine di influenti gruppi di potere. Si parla in questo caso di censura, eppure non sempre viene impedita la pubblicazione di un documento, si usa invece un metodo molto più subdolo. Certe volte infatti l'editore si accolla la responsabilità della pubblicazione di un certo lavoro giornalistico e quindi anche delle eventuali spese legali. Ma non sempre accade questo. Molto spesso può spogliarsi di ogni responsabilità civile e penale e scaricare tutto sulle spalle del singolo giornalista che in genere è privo dei mezzi per difendersi adeguatamente da solo. L'editore può farlo attraverso un cavillo legale. Si chiama “clausola di Manleva”, che è quel vincolo che il professionista è obbligato ad accettare sul suo contratto di collaborazione se vuole poter lavorare. Questo vincolo rende l'editore immune da ogni rischio legale nel caso di una causa, scaricando la responsabilità sul giornalista che nel contratto ha dichiarato di esonerare il proprio editore da ogni responsabilità. Naturalmente si tratta di una dichiarazione forzata perché l'alternativa ad essa per un giornalista è in genere la disoccupazione o un altro lavoro. Così molto spesso quel giornalista può non sentirsi abbastanza forte da portare avanti il proprio mestiere fino alle estreme (e tanto più apprezzabili) conseguenze, ovvero potrebbe rinunciare a trattare argomenti delicati o a urtare la sensibilità di determinati personaggi.
È quanto accaduto a Paolo Barnard, all'epoca della sua collaborazione con la famosa trasmissione Report, su raitre. Egli si occupò di un servizio riguardante il “comparaggio farmaceutico” ovvero la prassi diffusa da parte delle ditte farmaceutiche, in Italia e all'estero, di corrompere i medici perché questi prescrivano determinati farmaci che hanno deciso di piazzare sul mercato, anche quando non sono necessari o addirittura quando sono nocivi per la salute. Fece molto scalpore il caso del Vioxx, che negli Stati Uniti causò tra le 35000 e le 55000 vittime.
La trasmissione fu molto apprezzata dal pubblico al punto che la rai decise di rimandarlo in onda un'altra volta a distanza di due anni. Tuttavia un testimone dell'inchiesta decise di rivalersi sul programma. Paolo Barnard afferma che la rai e la Gabanelli gli avevano assicurato che l'azienda avrebbe provveduto alla sua difesa e all'eventuale rimborso. Tuttavia le cose sarebbero andate ben diversamente e, secondo quando afferma Barnard, non solo la rai avrebbe fatto valere la clausola Manleva, ma avrebbe dichiarato ufficialmente la propria estraneità al fatto scaricando la responsabilità tutta sul giornalista. La stessa cosa avrebbe fatto Milena Gabanelli in qualità di caporedattrice del programma. La rai avrebbe pagato per difesa propria e della Gabanelli, rifiutandosi però di provvedere a quella dell'autore del servizio.
Milena Gabanelli ha assicurato che avrebbe provveduto per le spese anche per la parte spettante a Barnard, ma quest'ultimo nega categoricamente di esserne stato informato.
Molti spettatori di Report avevano scritto alla trasmissione o pubblicato commenti sul forum per chiedere delucidazioni. Tuttavia la redazione si sarebbe limitata a bannare gli autori delle proteste e a chiudere il suddetto forum. Un comportamento non certo degno di una trasmissione di questo livello.
Ora aldilà della vicenda personale e umana di Paolo Barnard, cui va tutta la solidarietà di chi scrive per quel che può servire, c'è un punto essenziale. E cioè che esiste uno strumento perfettamente legale per impedire di fatto la pubblicazione di notizie scomode. Questo strumento fa leva sulla paura del giornalista, paura giustificabile perché è umano non sentirsi capaci di reggere da soli le conseguenze di una causa che persone potenti potrebbero intentare contro di lui. La libertà di informazione passa anche per la tutela di chi svolge questo mestiere. Costui non deve temere ripercussioni, di alcun genere, altrimenti potrebbe ritenere che sia meglio per la sua carriera o anche per la propria sopravvivenza quella di lavorare un po' meno scrupolosamente di come invece vorrebbe fare.
Spesso siamo abituati a porre la questione della censura solo in termini diretti. Ci immaginiamo che ci sia sempre un politico o un magnate della finanza che telefoni al caporedattore intimandogli di non pubblicare una notizia che potrebbe nuocere ai suoi interessi. Questo caporedattore a sua volta esercita sul giornalista il divieto.
Tuttavia non sempre la situazione è così lineare è chiara. Il potente di turno potrebbe non aver bisogno di alcuna telefonata, di alcun diktat proferito al direttore di un giornale. Non è detto che si renda necessario un qualche editto da un paese straniero per impedire illecitamente a un reporter di render note alcune vicende. Può usare un metodo molto più persuasivo e perfettamente lecito: la legge.
Ci siamo abituati a pensare che oggi la censura sia formalmente vietata. Che le leggi del nostro paese la condannino. Poi farla rispettare è un altro paio di maniche ma comunque siamo portati a credere che censurare una notizia scomoda sia un atto illegale. Ma non è sempre così.
Minacciare querele è una condotta perfettamente legale. Come è perfettamente legale per un editore scaricare qualsiasi responsabilità sul giornalista che lavora per lui e grazie al quale ottiene un profitto. È perfettamente legale che un giornalista venga la ciato solo dall'azienda per la quale ha lavorato per anni senza avere la possibilità effettiva (e quindi economica) per difendersi da eventuali ritorsioni. Non meravigliamoci allora se di fronte a difficoltà e pericoli così spesso insormontabili, molti decidano di gettare la spugna e di accontentarsi di fornire una mediocre ma meno rischiosa informazione.
Pertanto se si vuole evitare la censura non basta intervenire sui mezzi di comunicazione per limitarne la monopolizzazione. Non basta affrontare la questione del conflitto di interessi. Occorre escogitare delle tutele giuridiche per il giornalista.
Credo perciò siano necessari i seguenti tipi di azione legislativa:
  1. Stabilire per legge la responsabilità giuridica in sede sia penale che civile da parte dell'editore di tutto ciò che pubblica, rendendo illegittime e nulle tutte quelle clausole che assolvono gli editori dal dovere di difendere l'autore.
  2. Vietare qualsiasi azione legale da parte dell'azienda contro l'autore per rifarsi delle spese sostenute in sede processuale ai danni di quest'ultimo.
  3. Assolvere l'autore (e l'editore) dall'accusa di diffamazione nel caso in cui questi dica la verità o nel caso in cui, pur dando una notizia falsa, lo fa in buona fede e inconsapevolmente, ovvero per errore (purtroppo in Italia avviene l'esatto contrario cioè si può querelare e avere soddisfazione anche nel caso che la notizia motivo del contenzioso sia vera).
  4. Commisurare il risarcimento pecuniario alle effettive capacità dell'azienda; ovvero, non si può far pagare la stessa cifra a un giornale come il Corriere della Sera che ha una tiratura di migliaia di copie e all'ultimo quotidiano locale, anche perché il danno è diverso poiché a parità di diffamazione fa più danno un giornale che è più diffuso.

Proporrei addirittura uno “Statuto dell'autore” che stabilisca i diritti di chi dà informazioni, con qualunque mezzo (tv, radio, stampa o internet).
Si tratta perciò non solo di agire su un piano tecnico-mediatico, ovvero concernente il processo di accumulazione dei media e del loro controllo, ma anche su quello giuridico-sindacale, ovvero permettere a chi fa informazione, e alle organizzazioni che si occupano della sua tutela, di poter disporre di validi mezzi legali che lo protegga, in modo da compensare la sua debolezza su un altro fronte, quello dei mezzi economici e politici. Non bisogna soltanto colpire i “censori”, ma anche proteggere i “censurati”. Solo se esiste una protezione per chi si occupa di informazione sarà possibile allora una libertà di espressione concreta e non meramente formale.



Fonti:
Consiglio vivamente questa videointervista a Paolo Barnard su http://www.youtube.com/watch?v=IPZAJAAuWUE&feature=related molto interessanti anche i video correlati che trattano dell'informazione in italia.

Il dibattito sulla questione specifica che riguarda Paolo Barnard e la trasmissione Report è presente su Arcoiris tv: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Lettere&op=esteso&id=3871 e http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=9128

mercoledì 14 ottobre 2009

La sinistra e i falsi martiri del giornalismo


Sarebbe ora che certa sinistra la smetta di trattare come martiri della libera informazione quelli che fino all'altro giorno hanno sempre obbedito ai diktat che vengono dall'alto. La dimostrazione l'abbiamo avuta con Ferruccio De Bortoli che dopo essere stato attaccato da Berlusconi per non averlo difeso abbastanza invece di dire, “scusi presidente, ma il mio giornale scrive quello che cazzo gli pare” ha fatto un editoriale in cui afferma di aver sempre difeso il governo e di non essersi mai unito ai suoi accusatori, come dire, se lo avesse fatto allora il presidente del consiglio avrebbe tutto il diritto di censurarlo.
Purtroppo questo comportamento nei confronti di certi giornalisti non è nuovo. Un esempio è Giampaolo Pansa, colui che si autodefinisce “revisionista” che ha mosso accuse gravi non solo ai partigiani ma alla Resistenza in quanto tale. Oppure Oriana Fallaci, la profetessa della guerra di civiltà, quella che nell'ultima parte della sua vita si è messa a difendere Bush, Ratzinger, lo stato criminale di Israele, allineandosi su posizioni apertamente reazionarie, molto simili a quelle della destra razzista, eppure non sono stati molti coloro che ebbero il coraggio di contraddirla, quasi fosse una divinità scesa in terra che con acida espressione sputa sentenze su chiunque, ci fu addirittura chi, come Rutelli, da ministro della cultura le dedicò una mostra fotografica con tanto di elogio senza nessuna presa di distanze dal periodo anti-islamico della giornalista.
Poi ci sono quelli che non prendono mai una posizione fissa e dichiarata, li chiamano “terzisti”, quelli tipo Pierluigi Battista che dichiarano la loro equidistanza dai partiti politici, arrivano persino a dichiararsi “di sinistra”, come nel caso del suddetto Battista, ma poi la loro posizione finisce di fatto sempre con l'allinearsi con chi ha il potere.
Prendiamo uno come Enrico Mentana. Uno che dopo aver lavorato per anni e anni nel gruppo mediaset viene scaricato per un capriccio del padrone che ha deciso che non è abbastanza piegato ai suoi voleri. Eppure era sempre lui quello che quando in Italia coloro che venivano additati come “estremisti” dicevano che in Italia non c'era sufficiente libertà di espressione, lui negava, assieme a tutti quelli che “la sinistra deve abbandonare l'antiberlusconismo”. Francamente non mi è parso che Mentana si sia mai messo in mostra per una mancanza di riguardo verso i potenti. Del resto per condurre per tanto tempo il tg5 non credo che si possano essere molto inflessibile con il padrone della rete. O forse vogliamo dire che il tg5 prima fosse neutro e imparziale? Certo, molti se ne sono accorti solo ora dello stato della libertà di stampa in Italia, ma questo è un altro discorso.
Le epurazioni non sono cosa nuova in Italia. Eppure quando capita a giornalisti come Paolo Mieli certo non si può dire siano venute meno delle voci critiche. Ne sa qualcosa Carlo Vulpio cacciato quando sul Corriere uscì un servizio sulle perquisizioni della Procura di Salerno contro quella di Catanzaro. Vogliamo forse ricordare Gianni Riotta? Quello che si vantava nel suo ultimo giorno da direttore dei successi di ascolto del tg1 durante il terremoto a L'Aquila? Il patito dell'Auditel?
Bisogna distinguere censure come quelle a danno di giornalisti come Santoro o Travaglio e censure agli scribacchini di regime come può essere un Paolo Mieli o un Ferruccio de Bortoli, che forse più per la volontà di dire la verità sono stati sostituiti con chi facesse meglio il loro lavoro, ovvero la prostituzione a mezzo stampa. Non è che siccome hanno subito un'epurazione questa persone diventano automaticamente degli eroi. Anche perché può esserci una ragione strategica nel sacrificare delle pedine alleate. Ovvero quello di far credere “avversari” giornali che invece hanno sempre sostenuto la linea governativa, capita spesso di vedere accomunati da esponenti del centrodestra un giornale come Repubblica, vicino all'opposizione con uno come il Corriere della Sera, vicino invece alla maggioranza. Facendo passare questo concetto Berlusconi ha gioco facile nel sostenere che i giornali sarebbero tutti di sinistra, pur trattandosi di una palese falsità.