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lunedì 29 marzo 2010

Nullità

Avrei dovuto scrivere la seconda parte del post sulla democrazia, ma dato che ci sono le elezioni, tratterò del voto in corso per la seconda e ultima volta rimandando la trattazione dell'argomento affrontato. Non mi avventurerò dopo le elezioni in sofisticate analisi politiche. Lascerò questo onore a qualcun altro. Detto francamente, che il centrosinistra o il centrodestra guadagnino o perdano consensi non mi interessa granché, anche perché non sempre vanno uniti, vedrei piuttosto, caso per caso, se esistono amministrazioni locali di centrosinistra, per cui valga la pena votare, non dico eccezionali ma quantomeno accettabili.
Se fossi in Puglia voterei per Vendola, anche non essendo un vendoliano e anche non condividendo la sua linea politica a livello nazionale. Ma certamente preferisco mille volte un Vendola a un Loiero o a un De Luca. Inoltre considero prepotente e scorretto sotto tutti i profili la scelta che il Pd aveva preso di contrapporgli un candidato impresentabile alle primarie o addirittura di non svolgere proprio le primarie ma candidare uno che voleva fare sia il sindaco che il presidente regionale. Poi le cose sono andate diversamente. Comunque credo che la politica non si faccia così e penso che per questo gli elettori di sinistra in Puglia dovrebbero sostenere Vendola.
Se fossi in Emilia Romagna non voterei né, ovviamente, per la destra, perché la destra non mi piace mai, in nessun caso, essendo io di sinistra, né per il centrosinistra che ricandida per la terza volta un Presidente di Regione dopo dieci anni di governo, in violazione della legge italiana e della costituzione. Se fossi nel Lazio non voterei assolutamente per la Bonino, che è esponente di un partito liberista, militarista, e atlantista. Se fossi in Lombardia non voterei Penati che mi piace quanto il suo partito, ma è anche vero che mi darebbe immensa gioia dare un dispiacere a Comunione e Liberazione e alla Chiesa mandando a casa il loro pupazzo di regione. Ma me ne darebbe altrettanta mandare dare un dispiacere anche ai Moratti, per cui Penati pure sarebbe da escludere. Penso che voterei Agnoletto, perché è uno dei rari casi in cui Rifondazione decide di non fare alleanze con Pd e Di Pietro.
Questo per far capire la mia posizione. Ed evitare che possa essere confusa con quella dei grillini (che poi sostengono Di Pietro, viva la coerenza!) o delle anime belle che darebbero del corrotto anche a Gesù Cristo, se si candidasse.
Tuttavia non mi trovo in nessuna delle regioni sopraelencate. Nella mia regione non si vota per le regionali. Nella mia città però si vota per le comunali. Premetto che fino ad ora c'è stata un'amministrazione di centrosinistra, decaduta due mesi fa per crisi di maggioranza. Preciso e sottolineo che il sindaco era dell'Italia dei Valori. Non mi addentro nei particolari della politica di una città di provincia, non penso che a qualcuno che non sia della mia zona possa interessare. Dico solo che questa amministrazione ha governato malissimo. Tanto male quanto la destra, se non peggio. Inutile dire che di politiche di sinistra o anche solo vagamente progressiste non se ne è vista neanche l'ombra. L'unica preoccupazione di questa amministrazione è stata di piazzare i propri uomini per nomina politica nei posti chiave, rendendo la vita quanto meno difficile a quelli già presenti e vincitori di concorsi.
Aggiungo che tutti gli esponenti politici della mia città (e della mia regione) si sono espressi contro la realizzazione di una centrale nucleare promettendo chissà quali rimostranze a Roma. Risultato: la centrale si farà lo stesso.
Ora io mi chiedo e vi chiedo: quale incognita ragione esiste per cui io avrei dovuto votare questa gente o chi, nonostante tutto, decide di allearvisi? Io non sono riuscito a trovarne una. E, credetemi, ho sempre votato e sempre a sinistra.
Per nessuna ragione al mondo voterò mai la destra tranne quella di un mio eventuale impazzimento. Però questa non è una buona ragione per dare un voto a chi non è in alcun modo utile alla realizzazione di un progetto politico che sia molto approssimativamente vicino a quello che io vorrei (e che molti elettori di sinistra vorrebbero) e che non si preoccupa nemmeno di nasconderlo.
Dobbiamo capire che il voto è un mezzo non un fine. Se questo mezzo a un certo punto si rompe e non viene riparato diventa inutile ed è inutile servirsene. Ciò è esattamente quanto è accaduto.
Perciò io a votare ci sono andato ma sulla scheda ho scritto: “Questa scheda è come l'utilità di questa classe dirigente: nulla”.
A livello nazionale, invece, quando sarà il momento, come ho già detto altrove, voterò per quel partito di sinistra che non si allei né con il Pd, né con l'Italia dei Valori (né con affini come Udc, radicali, socialisti, ecc.) i quali portano avanti delle politiche coerentemente di destra, e che abbia un programma coerentemente di sinistra. Non mi interessa che abbia lo zero virgola, se è così è perché c'è chi si ostina a votare per la destra mascherata che chiamano “centrosinistra”. Ho il diritto di votare chi voglio, non soltanto il “male minore” (che poi si rivela sempre non così minore come si credeva) e intendo avvalermi appieno di questo diritto.
I partiti attualmente presenti in parlamento infatti fanno l'interesse delle grandi lobby economiche e finanziarie.
Perciò non si creda, ribadisco, la mia decisione frutto di qualunquismo, di cui sono acerrimo nemico, bensì di semplice realismo politico, di contro all'utopismo di chi si illude che il male stia in una sola persona o in un solo partito. Votare per i servi non aiuta gli schiavi, ma i padroni.
Siamo un popolo (e purtroppo non il solo) a credere nei demoni e negli untori. E chi crede in essi crede anche nei messia. Si aspetta il capo carismatico che viene a portare la salvezza universale senza che ci sia tuttavia un movimento politico e sociale altrettanto forte e determinato. È questo fatto, più che un Berlusconi qualsiasi, a rappresentare il vero pericolo di svolta autoritaria, di fascismo.
Per questa ragione penso che il secondo criterio in base al quale votare sia scegliere quel partito che si rivolga non a un indistinto cittadino elettore (si veda la differenza che Marx rilevava tra cittadino e borghese) ma che si batta per un movimento interessato ad abolire lo stato di cose presente. Stato di cose non significa “regime berlusconiano”, ma struttura socio-economica mondiale, in una parola capitalismo.
Esiste in Italia un partito che sia così o che si avvicini ad esserlo? Io penso di sì, ma di questo ne parlerò quando sarà il momento. Per ora dico solo che non è né il Pd, né l'IdV, né i radicali, né i verdi, né la sinistra vendoliana, né Rifondazione (che non a caso si sono alleati tra di loro in certe zone).

lunedì 8 marzo 2010

Che fine ha fatto la sinistra?

Tutti sono impegnati in questi giorni a occuparsi delle elezioni regionali, dopo aver parlato delle escort di Berlusconi e dei massaggi erotici di Bertolaso.
In piena crisi economica (mentono quelli che dicono che è finita), una crisi che ha spazzato via come un ciclone tutti i dogmi del liberismo – che negli anni Ottanta e Novanta avrebbe dovuto inaugurare la via di un radioso avvenire – ci si aspetterebbe che coloro che per tutti questi anni hanno proposto queste ricette fallimentari dovessero essere scaraventati via dal piedistallo su cui li aveva posti il vento mutevole (e spesso beffardo) della storia. E invece li ritroviamo ancora in sella a riproporre le stesse ricette di sempre come una litania, magari infarcendole di qualche parola “innovativa” che li faccia sembrare abbastanza “obamiani” per riciclarsi.
Di fronte al catastrofico fallimento delle teorie e delle pratiche politiche della destra (quella destra che dopo la caduta del Muro di Berlino già cantava vittoria e arrivava persino a teorizzare una utopistica “fine della storia”) ci si aspetterebbe una sinistra in ascesa straordinaria, o quantomeno in ripresa, capace di sfruttare quelle “dure repliche della storia”, quelle che qualche anno prima dovevano costringerla alla capitolazione, questa volta, contro i propri avversari.
E invece la ritroviamo in stato comatoso, in una condizione molto peggiore che durante l'epoca thatcheriana.
Il problema, per meglio dire, non è che la sinistra non sia abbastanza efficace nel proporre le proprie idee, o che non riesca a comunicarle, ma che semplicemente ha smesso di proporle e di comunicarle, decretando frettolosamente la propria sconfitta, che sarebbe stata rappresentata simbolicamente dalla caduta del Muro di Berlino, la quale avrebbe dovuto dimostrare ciò che in realtà non dimostrava.
Così, arresisi ad una falsa evidenza, quei dirigenti che un tempo parlavano di lotta di classe e di socialismo, si sono consegnati alla destra, e così facendo a coloro che ne muovono i fili, industriali, banchieri e speculatori.
Illusi da questa propaganda del “nemico alla propria testa” come diceva una vecchia canzone, come dei giornali e delle televisioni dei vecchi avversari (i quali erano quasi increduli di poter finalmente manifestare apertamente e senza infingimenti le loro intenzioni) anche il popolo, i lavoratori, la “base”, l'ossatura di tante lotte e di tante ribellioni, hanno finito per dimenticare le aspirazioni di giustizia ed uguaglianza ed abbandonarsi al sogno del successo individuale e della scalata sociale, sogno che poco più tardi avrebbe dovuto infrangersi contro gli scogli della dura realtà e della storia.
La sinistra, così, ha smesso di essere sinistra, conservandone, nel migliore dei casi, solo il nome (e ormai si tenta di eliminare anche quello, ultimo testimone di un passato scomodo).
Chi avrebbe mai pensato, che i rivoluzionari di un tempo, che issavano la bandiera rossa nelle piazze e cantavano l'internazionale, si sarebbero ritrovati, qualche decennio più tardi, con la tessere di un partito che annovera tra le sue file imprenditori, cattolici fondamentalisti e teorici del lavoro di ispirazione neoliberale?
Chi avrebbe potuto immaginare che coloro che per protestare erano disposti anche ad affrontare i manganelli della polizia, sarebbero stati attirati dal richiamo, un giorno, di “ordine”, “legalità” e “sicurezza” inseguendo un ex magistrato ed ex poliziotto?
Bisogna ammetterlo, la destra e i teorici conservatori sono stati molto abili. Perché hanno saputo trasformare una potenziale sconfitta, in una vittoria. Non hanno avuto ragione, le loro ideologie si sono rivelate nient'altro che delle coperture abbastanza raffazzonate dei loro veri interessi. Ma hanno saputo trasmettere quelle idee al campo avversario, hanno saputo illudere milioni di persone e di ex rivoluzionari.
Guardiamo in faccia la realtà. Tutto quello che ci rimane è un questurino e un comico che si affannano a sputar sentenze contro un unico bersaglio, come se la causa di tutti i mali risiedesse in un unica persona, fosse anche il capo del governo.
Poiché la sedicente sinistra di oggi non ha molti argomenti per distinguersi dai loro pseudo-avversari, l'unica possibilità che ha per tentare di salvare le apparenze è quella di metterla sul piano personale. L'unico torto della destra, per questi signori, non sono le politiche di destra, ma il fatto di essere corrotta. Il problema, non sono quindi le idee e le pratiche, ma gli uomini.
E allora si può anche accogliere a braccia aperte chi resta sempre di destra, ma mantiene intatta una certa reputazione. Si può anche costituire il “fronte degli onesti” e andare all'assalto della fortezza del male, senza preoccuparsi di programmi, ideologie, teorie e prassi.
Presunte differenze ideologiche non bastano a tenere gli uomini divisi se a unirli sono dei comuni interessi.
Ma non sta bene dirlo in giro. Non sta bene dire che i candidati alle elezioni nella regione Lazio vogliono in fondo la stessa cosa, anche se lo dicono in modo diverso.
E allora non è sembrato vero a certi “progressisti” potersi appigliare ai processi per fare persino la parte dei “duri e puri” e degli “intransigenti”.
I temi più importanti sono stati accantonati, perché avrebbero mostrato l'identità delle proposte dei due schieramenti. Vediamo quali contorsioni hanno fatto costoro per ritrovarsi nel letto dei loro avversari.
Economia. La destra vuole limitare l'intervento dello stato e favorire l'iniziativa privata, la sinistra invece vuole espanderlo per tutelare i diritti dei lavoratori e dei più poveri. La destra tende a privatizzare, la sinistra a nazionalizzare. Da che mondo e mondo questa è sempre stata la differenza tra destra e sinistra. Anche il più ignorante la conosceva. Finché sono arrivati i messaggeri dell'Olimpo a dire che ci eravamo sbagliati e che il mercato non è da rifiutare, perché rifiutarlo sarebbe un pregiudizio “ideologico” (ma accettarlo invece no, chissà perché).
Le nazionalizzazioni e il ruolo dello stato sono ciò che prima distinguevano la sinistra dalla destra in campo economico. Governo Prodi, primo e secondo, governo D'Alema. Adesso, dopo la “conversione” è il “centrosinistra” a privatizzare la maggior parte del patrimonio dello stato, tanto per dimostrare alle lobby di essere all'altezza del compito che gli è stato affidato. Si è partiti dalle autostrade e si è arrivati all'acqua.
Lavoro. La sinistra sta con i lavoratori, la destra con i padroni. La sinistra vuole aumentare le tutele sociali, la destra vuole abolirle o ridimensionarle. Semplice, elementare. Questa fino ad alcuni anni fa era la realtà politica. Poi sono arrivati i guru del marcato a sdoganare la “flessibilità” e la difesa degli interessi padronali anche per la (ex) sinistra. Sono arrivati i Biagi (che il fatto di essere stato assassinato non lo rende un martire) e gli Ichino a spiegarci che così non poteva andare e che i lavoratori erano “troppo protetti”, che le aziende dovevano essere libere di licenziare come e quando loro pare. Legge Treu, aggressione allo Statuto dei lavoratori (quello che la sinistra un tempo aveva conquistato) e al divieto di licenziamento senza giusta causa, liberalizzazione totale del marcato del lavoro. Questa gente non si è mai premunita di spiegarci perché un elettore di sinistra avrebbe dovuto votare un professore che, dalla sua cattedra, proponeva politiche di destra da sperimentare sulla pelle dei lavoratori.
Esteri e difesa. La sinistra è contro il militarismo e la guerra, la destra è a favore della guerra. Fu sempre la sinistra a mobilitarsi contro le guerre e i massacri delle potenze imperialiste. La sinistra sostiene da tempo un teoria la cui veridicità è stata ampiamente provata dai fatti: le vere ragioni della guerra non sono “gli interessi nazionali” ma gli interessi capitalistici delle multinazionali. Lo capirebbe anche un bambino.
Serbia, Afghanistan, interventi militari ordinati dal governo D'Alema in piena sintonia con la destra e con quelli che una volta contestavano in piazza ai tempi del Vietnam.
La questione palestinese. La sinistra è sempre stata un alleato fedele dei palestinesi e ha sostenuto la causa di un popolo sotto occupazione, massacrato, torturato e cacciato dalla propria terra e dalla proprie case (sarà pubblicato prossimamente un post su Eresia rossa a riguardo). Poi il revisionismo che tutti sappiamo e si è finito per accettare le menzogne di Israele.
Cultura. La sinistra era dalla parte degli oppressi, siano essi operai, disoccupati, barboni, piccoli delinquenti, zingari, prostitute, immigrati. Questo sembrava un dato di fatto acquisito dalla coscienza collettiva. Per la sinistra l'infrazione non è il risultato di una qualche devianza, ma un fattore sociale, determinato dalla società. Il crimine che viene punito è solo quello delle classi subalterne al contrario dei “crimini dei colletti bianchi”. Il ladro è una vittima anche lui della società che lo ha emarginato e lo ha ghettizzato. Gli immigrati oggetto di razzismo godevano della nostra solidarietà internazionalista. “Gli operai non hanno patria” era il vecchio motto. Poi ci vengono a raccontare che ci eravamo sbagliati, che Marx si era sbagliato e avevano ragione i nostri avversari. E allora i sindaci “di sinistra” cominciano a riempirsi la bocca con le parole “sicurezza”, “tolleranza zero”, come gli sceriffi texani e mettono al bando zingari e immigrati, sgomberano i campi nomadi (dopo aver abbondantemente permesso le ville abusive) e diviene persino lecito per un imprenditore sparare al ladro che gli entra in casa per difendere la proprietà, difeso a spada tratta da codesti sindaci e politici. Nessuno di simili “progressisti” odierni si alzerebbe a dire che una vita umana, fosse anche quella di un ladro, vale più della proprietà e che l'omicidio è in ogni caso un crimine assai peggiore del furto.
La sinistra è contro la repressione, contro l'autorità, contro l'ordine borghese. Adesso Di Pietro è nelle nostre piazze a chiedere “law and order”, come dicono in America, a chiedere l'apertura di nuove carceri, ad opporsi a ogni indulto o amnistia e a santificare i prefetti e i procuratori che autorizzano il pestaggio degli studenti e dei manifestanti causandone spesso la morte.
La sinistra fu protagonista del Sessantotto, degli infuocati anni Settanta e delle lotte che li attraversarono. I “radical chic” di oggi scrivono dalle pagine di Repubblica ripudiando quegli anni, unendosi al coro dei conservatori che fanno di tutto per screditarne la storia e il tentativo di cambiare il mondo, si salvano forse solo i Beatles.
La sinistra vuole l'uguaglianza, vuole che tutti possano soddisfare i propri bisogni biologici e sociali, senza distinzioni di classe.
Oggi fanno i comizi con in bocca sempre la stessa parola: “meritocrazia” dimenticando quanto somigli a un'altra parola, “aristocrazia” (che significa “governo dei migliori”) dimenticando che è un concetto di destra, perché chi è “meritevole” in genere è chi ha i mezzi per potersi creare una istruzione adeguata e chi non lo è, invece, è chi quei mezzi non li ha avuti.
La sinistra sosteneva la causa femminista, difendeva i diritti delle donne, combatteva il maschilismo. Adesso nessuno più si ribella all'immagine della donna che ci viene fornita dalla televisione. L'Unità, quello che era stato il giornale di Gramsci, uno dei padri della sinistra italiana e il suo massimo teorico, mette in prima pagina un paio di chiappe, adeguandosi all'andazzo dei giornaletti che adottano questi mezzucci per vendere più copie (e seguendo quindi, per giunta, la mera logica del profitto).
Persino Rifondazione Comunista, un partito che si vantava di essere rimasto fedele alle proprie idee e alla propria storia senza fare abiure, pochi giorni fa ha diffuso un manifesto con un tacco a spillo in primo piano con l'immagine della falce e martello e sotto la didascalia “le nostre sono donne di classe”.
Bisogna essere “moderni”, “di tendenza” e dobbiamo adeguarci alla moda del momento.

In sostanza la sinistra ha finito per portare avanti le idee della destra, al servizio di quegli stessi interessi che un tempo denunciava. Non c'è da stupirsi quindi che sia sparita. Chi fa il gioco dell'avversario alla fine perde, questa è una regola elementare. Ebbene la sinistra ha fatto proprio questo negli ultimi anni e non ha fatto che perdere finendo alla fine per scomparire definitivamente non dal parlamento, che non sarebbe ancora niente, ma, molto più tragicamente, dalla coscienza delle persone che erano dalla sua parte, che non sanno più cos'è la sinistra e che fanno discorsi di destra.
Un vero peccato se si considera che questa poteva essere una occasione favorevolissima per dimostrare che avevamo ragione, quando mettevamo in guardia dalla sbornia reaganiana, e per rilanciare i nostri programmi. Ma la sinistra è stata uccisa dai suoi stessi figli, quindi non c'era più nulla, ormai, da rilanciare.
Non è una questione di poco conto. Ciò significa che perderemo, come stiamo perdendo, tutti quei diritti, quelle tutele, che gli attivisti, i partiti e le organizzazioni di sinistra erano riuscita ad ottenere. Questo significa che la nostra vita peggiorerà, come sta peggiorando, che pagheremo sulla nostra pelle questa scelta sciagurata e miope.


E allora vi lascio alle note dei Modena City Ramblers, chissà che non sia di buon auspicio.

sabato 7 novembre 2009

Ottobre rosso


Oggi ricorrono i 92 anni dalla rivoluzione bolscevica. Una data spesso dimenticata ormai, anche a sinistra, nell'ondata di revisionismo storico che vuole infangare la memoria di eventi come la Resistenza e il Sessantotto.
Sulla rivoluzione d'ottobre grava una pesante aria di accuse a volte false, a volte parzialmente vere ma decontestualizzate, come su tutto ciò che appartiene alla tradizione comunista.
In realtà quello fu uno dei momenti più fortemente emancipativi delle masse, degno di essere ricordato accanto alla Rivoluzione francese, alla Comune di Parigi e alla lotta contro il nazi-fascismo.
La Russia zarista d'inizio secolo, al contrario degli altri paesi europei dell'epoca, non aveva ancora conosciuto una rivoluzione borghese e un'organizzazione capitalistica della società, non aveva nemmeno visto quel pallido riformismo in cui credettero molti liberali russi all'epoca di Alessandro II. Nonostante ufficialmente la servitù della gleba fosse stata abolita nel 1861 nella realtà le cose andavano molto diversamente e la popolazione delle campagne viveva in una condizione di schiavitù effettiva.
Tuttavia la società russa era tutt'altro che immobile. Fermenti rivoluzionari attraversavano il paese già dal XIX secolo; c'erano gli anarchici, i nichilisti, i socialisti. E più tardi anche i comunisti.
La situazione di lunga sudditanza in cui versavano le masse diede così presto i suoi frutti in un'epoca di grandi trasformazioni sociali in tutto il mondo che non poteva non attraversare anche la Russia. Così nel 1905 ci fu una prima ondata di scioperi e proteste a seguito del quale lo zar fu costretto a concedere poteri alla Duma, il parlamento. Tuttavia lo zar si rimangiò la parola e questo causò ulteriore malcontento. La Prima Guerra Mondiale contribuì ad inasprire le condizioni del proletariato russo e la situazione divenne presto insostenibile.
Il 23 febbraio 1917 i lavoratori proclamarono lo sciopero generale. L'esercito ricevette l'ordine di reprimere nel sangue la rivolta. Ma nei giorni seguenti reparti dell'esercito si unirono agli operai. Il 27 febbraio venne occupata la Duma dagli insorti. Il 2 marzo Nicola II venne esautorato e il 15 marzo i ribelli formarono un governo provvisorio. Al governo parteciparono i “cadetti” cioè il partito dei liberali, i socialisti rivoluzionari e i menscevichi.
Il governo provvisorio guidato dal socialrivoluzionario Kerenskij non attuò le riforme promesse, il popolo continuava a soffrire la povertà, la libertà di parola e di riunione venne di fatto più volte violata con la repressione, l'esercito soffocò con la forza gli scioperi e le proteste, ma soprattutto il governo commise il tragico errore di continuare la guerra affamando così sempre più le masse.
La crisi si aggravò ulteriormente quando il generale Kornilov marciò contro il governo provvisorio con lo scopo di ripristinare il vecchio regime. Kerenskij allora, che nel frattempo perdeva l'appoggio anche all'interno del suo partito, fu costretto a chiedere l'aiuto dei bolscevichi guidati da Vladimir Ilic Lenin e ad armarli. Nacque così la Guardia Rossa. Decisione che sarebbe stata fatale per Kerenskij. Dopo che Kornilov fu sconfitto, infatti i bolscevichi avevano ormai la maggioranza nei soviet, l'organismo che rappresentava i lavoratori, appoggiati anche dalla sinistra socialrivoluzionaria. Così, nella notte tra il 6 e il 7 novembre (24 e 25 ottobre secondo il calendario giuliano) i bolscevichi guidarono la rivolta popolare e infine occuparono il Palazzo d'Inverno di Pietrogrado, un tempo la residenza degli zar. Deposto il governo provvisorio venne deciso il trasferimento del potere ai soviet seguendo il motto bolscevico “tutto il potere ai soviet”. Nasceva così la Repubblica Socialista Sovietica Russa.
La rivoluzione bolscevica fu il primo tentativo riuscito (e forze l'unico se si escludono le brevi esperienze della Spagna del 1936 o dei primi anni della Cuba rivoluzionaria) di realizzare la teoria marxista.
Molti assunti della tradizionale analisi marxiana, fatta propria dalla socialdemocrazia, vennero messi in discussione da Lenin. In particolare il presupposto secondo cui non ci sarebbe potuta essere una rivoluzione proletaria senza uno sviluppo capitalistico della produzione, condizione mancante nella Russia dell'epoca. Inoltre secondo Lenin gli operai non avrebbero mai potuto maturare da soli una coscienza rivoluzionaria, essi potevano al massimo raggiungerne una “tradunionistica”. Così si renderebbe necessario che un partito guidi le masse verso la rivoluzione.
La strada intrapresa grazie alla teoria leninista e al governo bolscevico venne presto abbandonata dopo la presa del potere di Stalin. Sarebbe sbagliato vedere quest'ultimo in continuità con Lenin.
Innanzitutto la politica di Lenin fu tutt'altro che estremista e avventata. Egli avviò importanti riforme tra cui la NEP, la Nuova Politica Economica, che consisteva in una parziale liberalizzazione del mercato, provvedimento necessario data la particolare situazione nazionale. Lenin sapeva benissimo che non era possibile procedere immediatamente verso collettivizzazioni a tappeto le quali sarebbero dovute succedere a un graduale processo di trasformazione. Stalin, invece, appena giunto al potere, avviò la collettivizzazione forzata delle terre e la deportazione dei contadini renitenti.
Inoltre era ben chiaro a Lenin che la rivoluzione non avrebbe mai potuto essere circoscritta al territorio nazionale ma avrebbe dovuto estendersi al mondo intero. Egli non dimenticò mai l'internazionalismo che da sempre aveva ispirato la teoria e l'azione dei comunisti di tutto il mondo. In epoca staliniana valse invece il principio del “socialismo in un solo paese” con cui si rinunciava di fatto a ogni tentativo di estendere la rivoluzione ad altri paesi.
Ma la condanna della storia più grave riguarda naturalmente le “Purghe” attraverso le quali vennero deportati e uccisi tutti coloro che fossero in disaccordo o anche solo nel sospetto di esserlo con la deriva autoritaria del regime pseudo-socialista staliniano. Tra questi anche importanti comunisti che ebbero parte attiva nella rivoluzione tra cui Kamenev, Zinov'ev, Trotsky e Bucharin. Le purghe proseguite durante tutto il periodo staliniano sarebbero costate caro durante l'attacco nazista in cui l'esercito si vide decimato e in forte difficoltà. Inoltre Stalin avviò un feroce sfruttamento dei lavoratori allo scopo di alimentare la crescita industriale. Questo rende l'URSS di Stalin a tutti gli effetti uno stato capitalista che perseguì metodi di duro sfruttamento del proletariato per aumentare il profitto. La storia ci ha dimostrato che Lenin aveva purtroppo visto giusto quando aveva raccomandato l'allontanamento di Stalin dal partito.
È perciò assai ingiusto attribuire i crimini di Stalin al comunismo in quanto tale, come se essi fossero causati da teorici e militanti che non vi presero mai parte e che anzi fecero di tutto per contrastarle. Si può invece ravvisare nel dispotismo staliniano un residuo delle vecchie forme autocratiche di gestione del potere, che in Russia non sono scomparse del tutto nemmeno oggi, unitamente a uno sfruttamento capitalistico dei lavoratori, un ibrido micidiale. Il motto dei bolscevichi “tutto il potere ai soviet” nei fatti non fu mai realizzato e questo anche a causa di Stalin che fermò quel processo emancipativo del proletariato russo avviato nel 1917.
Ma cosa ci insegna oggi, a 92 anni di distanza, la rivoluzione d'ottobre? Innanzitutto il fatto che è soltanto la classe dei lavoratori a poter rappresentare le speranze di libertà per il futuro. Ogni governo che non sia con i lavoratori, per i lavoratori e dei lavoratori (per parafrasare una celebre frase sulla democrazia) non potrà mai liberare questi ultimi. Perciò qualsiasi “tatticismo” e “opportunismo” che mira a ottenere il potere senza finalizzarlo alla liberazione dallo sfruttamento di questo sistema capitalistico è destinato non solo a fallire, ma a ritorcersi contro chi ne ha fatto uso come fu per Kerenskij e per i menscevichi. Tradire le speranze del proprio popolo per restare al potere con qualche compromesso sempre più a ribasso è una tattica fallimentare per chiunque voglia rappresentare la classe operaia.
Ogni riferimento a persone o partiti attualmente esistenti è puramente casuale.

giovedì 1 ottobre 2009

La sconfitta storica della socialdemocrazia


Le elezioni tedesche hanno ribadito un'altra volta la sconfitta della socialdemocrazia e del suo paradigma politico-economico. Il voto ha sancito la caduta disastrosa per il SPD, un arretramento dei conservatori della CDU e una clamorosa avanzata della Linke, la sinistra del parlamento tedesco, che, assieme ai liberali, è la vera vincitrice di queste consultazioni, raggiungendo il 12% dei consensi.
La socialdemocrazia europea ha cominciato la sua parabola come braccio politico del movimento operaio, manifestando nelle sedi istituzionali l'ascesa del proletariato a promotore di progresso sociale. Originariamente la socialdemocrazia aveva la sua base dottrinale nel marxismo, in particolare nell'interpretazione di Engels e Kautsky, che le permise di conciliare la teoria rivoluzionaria con la pratica riformista. I meriti storici della socialdemocrazia sono innegabili, poiché rappresentò l'opportunità per i lavoratori di far sentire la loro voce in quelle sedi che erano appannaggio della sola borghesia. Riconoscere la parte della socialdemocrazia (compresa quella dei partiti comunisti dell'Europa occidentale che di fatto adottarono una chiara impostazione socialdemocratica come avvenne in Italia e in Francia) nei miglioramenti della condizione sociale dei lavoratori non significa disconoscerne il rovescio della medaglia, ovvero la “stabilizzazione” della classe operaia, la sua accettazione dello status quo e la perdita progressiva di qualsivoglia coscienza rivoluzionaria.
Dobbiamo distinguere due fasi. In una prima, quella della socialdemocrazia “storica”, che va dalla fine dell'Ottocento fino al Dopoguerra, seppur viene accettata una prassi politica interna alle istituzioni sociali capitalistiche esistenti, viene pur sempre teorizzata la necessità di un rovesciamento contro la borghesia in grado di superare il modo capitalistico di produzione come coronamento dell'avanzata del proletariato. Ciò non escludeva temporanee convergenze con la parte più progredita della borghesia e questo si traduceva politicamente in alleanze e governi “misti” cui i socialdemocratici prendevano parte, o avrebbero dovuto prender parte, assieme ai partiti moderati.
La seconda fase, invece, quella “classica” inaugurata negli anni Sessanta, vede l'abiura dei tradizionali principi del marxismo che fino ad allora avevano indirizzato l'azione politica riformista e che le davano un senso inquadrandola in un'ottica complessa e in un progetto di trasformazione a lungo termine. In questa fase l'accettazione di fatto dell'assetto capitalistico viene depurata dall'aspirazione, pur rimandata ad un futuro imprecisato, a superarlo, e viene così a cadere la dottrina marxista come teoria portante, si può dire, di tuttala sinistra europea. Ma perdendo un fondamento dottrinale così forte, così raffinato sul piano intellettuale e, soprattutto, capace come non mai, e in questo ineguagliato, di analizzare l'assetto borghese della produzione, viene a mancare alla socialdemocrazia ogni chiaro indirizzo e obiettivo politico e sociale a lungo termine, riducendosi in pratica a una mera variante “di sinistra” del liberalismo progressista.
Purtuttavia permane un approccio all'economia di mercato, con un accento più “pessimistico” rispetto ai nuovi parenti liberali, che vedevano i socialdemocratici impegnati quantomeno a porre un freno al capitalismo e a continuare a proporre parti del loro programma tradizionale, come le nazionalizzazioni e il ruolo attivo dello Stato in economia che li mantenevano ancora assai distanti dal liberismo “puro”.
Tuttavia anche questa seconda fase è giunta al termine alla fine della anni Ottanta e all'inizio dei Novanta, quando si è fatta strada tra le file socialdemocratiche una completa fiducia nell'economia di mercato, che ha fatto abbandonare qualsiasi progetto di nazionalizzazione di importanti comparti economici, limitandosi alla mera difesa di tutele sociali già acquisite. Dobbiamo quindi aggiungere una terza fase, che chiameremo “post-socialdemocratica” in cui si assiste all'abbandono anche dell'ultima influenza della teoria marxista, e delle venature “scettiche” nei confronti del sistema economico. Ciò ha reso l'atteggiamento dei partiti socialdemocratici identico, se non nominalmente, sicuramente de facto, a quello del liberalismo sociale – anche questo assai stemperato nel tempo, a dire il vero – che propone la conciliazione del “libero mercato” con garanzie sociali per il lavoro.
Il ruolo dello stato naturalmente ne esce fortemente ridimensionato. Da attore e principale interprete dell'economia nazionale e “redistributore” di ricchezza a mero palliativo dei “mali necessari” del capitalismo, o finanche ad agenzia di second'ordine di quest'ultimo, suo “risvolto umano”.
Un marxista sa che lo stato borghese interviene nei momenti di difficoltà del capitalismo, aiutandolo a superare (senza però mai risolverle definitivamente) crisi strutturali, come dimostra l'attuale intervento dei governi a favore della grande industria e della grande finanza contro ogni rischio di collasso interno. Questa situazione però invece di rivolgersi contro la pratica e la teoria liberista e in definitiva contro la società borghese ha finito per rafforzarla, proprio grazie a quella “sinistra” organica al capitale che fa “il lavoro sporco” che non può svolgere la sua controparte conservatrice, la quale deve difendere un “purismo” teorico di facciata. Stiamo assistendo a questo processo durante il governo Obama con l'iniezione di liquidità a favore di banche e imprese. Il capitalismo aveva bisogno di essere salvato in un momento così critico, e per farlo non poteva andare tanto per il sottile, continuando a proporre teorie fallite sul “libero mercato” e la “libera concorrenza”, per questo c'era bisogno di un progressismo di facciata che giustificasse l'intervento statale, di contro a decenni di politiche di orientamento opposto. Questo intervento non è andato a vantaggio dei lavoratori, ma ha soltanto sostenuto il profitto lasciando intatti i rapporti di produzione, ed anzi rafforzando l'egemonia del capitale ed indebolendo i salari.
In Europa spesso non c'è stato bisogno di questo “restauro d'immagine” possedendo la destra già un'ideologia in qualche modo “sociale” che le permette di giustificare uno statalismo inconcepibile negli Usa (è il caso della destra francese e del gaullismo o della cristiano-democrazia tedesca).
Che ruolo ha in tutto questo la socialdemocrazia? Col suo ultimo approdo all'economia di mercato ha legittimato “da sinistra” la privatizzazione di importanti settori e la dismissione di tutele sociali cui essa stessa aveva contribuito ad ottenere e nello stesso tempo col suo retaggio storico diventa il bastone del capitalismo nei momenti di difficoltà, pronto ad essere usato e gettato all'occorrenza.
Si può dire che questo percorso fosse contenuto in embrione già agli albori della socialdemocrazia quale sua possibile deriva. La soluzione di permettere una pratica riformista quale momentanea necessità da abbandonare non appena il proletariato conquistasse il potere ha permesso da un lato di rafforzare la propria presenza nelle istituzioni e di permettere importanti migliorie e riforme sociali a vantaggio dei lavoratori, dall'altro però è stato sempre presente come una spada di Damocle che pendeva sulla testa ad ogni riforma e ad ogni compromesso, la possibilità paventata più volte nella storia, e poi fatalmente realizzatasi, di un'abiura. La socialdemocrazia ha per così dire demolito quel muro sottile che la separava dal suo nemico, ha tradito le ragioni storiche del movimento operaio e ha “venduto l'anima” al capitale.
Il procastinare una prassi rivoluzionaria può essere un bene per un tempo relativamente breve, ma quando si prolunga eccessivamente rischia di essere una rinuncia definitiva, una capitolazione, come poi effettivamente è avvenuto. Le prime avvisaglie si erano già avute con i vari “revisionismi” che avevano attraversato la socialdemocrazia, da Bernstein al neokantismo, lasciandola in un primo tempo, ma solo apparentemente, indenne, e finendo in fine per avere la meglio, seppure in una veste assai meno elegante rispetto ai loro esordi.
Quella della socialdemocrazia è una sconfitta senza appello, perché già nella sua svolta vi è l'anticipazione del proprio destino. L'accettazione del sistema sociale che aveva sempre in passato aspramente criticato e di cui ne aveva auspicato il superamento è una resa definitiva, per quanto possa permanere un certo “scetticismo” nei confronti del mercato, perché si limita a spostare il proprio orizzonte storico dall'esterno all'interno del capitalismo rendendolo organico ad esso, ed anzi finendo per legittimarlo. La socialdemocrazia non ha soltanto abbandonato la rivoluzione, l'ha uccisa, perché l'avallo dell'utopia liberale di una conciliazione, o anche solo di un compromesso, non propedeutici a una futura rottura, ma definitivi, delle ragioni del lavoro con quelle del capitale significa la condanna, la scomunica di ogni prospettiva rivoluzionaria da parte dell'alfiere storico del movimento operaio europeo.
Se tutto è risolvibile “all'interno” dello status quo, ogni differente programma politico diventa un mero cambio di prospettiva, perché tutti, conservatori e progressisti, liberali e socialdemocratici operano per uno stesso fine che è la conservazione di un sistema sociale che sancisce lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Quella che Marcuse chiamava “la chiusura dell'universo politico” opera però non a favore, ma contro ogni forza progressista, tranne di quelle che trovano il modo per marcare una distanza, una differenza, una rottura significativa, per quanto questa rottura sia astratta e non ancora capace di concretizzarsi nella realtà. La vittoria della Linke e il crollo della Spd sono la traduzione immediata di questo fenomeno, perché i lavoratori hanno intuito che la socialdemocrazia, o il social-liberalismo, non sono in grado di rappresentare i suoi interessi come classe, essendo contigui a quel sistema che li opprime. Ecco perché il loro atteggiamento è quanto meno scettico nei loro confronti.
Dobbiamo perciò registrare la sconfitta in Europa non della sinistra tout court ma di quella sinistra che ha partecipato a governi che hanno tradito le aspirazioni dei lavoratori, come la Grande Coalizione, o il governo laburista britannico o quello di centrosinistra in Italia.
Il paradigma socialdemocratico, esaurita la spinta propulsiva, è giunto alla sua fatale capitolazione, ma questo può essere un'opportunità per il proletariato perché apre ad esso nuove strade da ricercarsi in una teoria e in una prassi magari più distanti dalle istituzioni politiche per un certo tempo, ma più vicine alle sue attuali esigenze, maggiormente capaci di rappresentare un'alternativa all'attuale sistema sociale, e forse, in definitiva, anche più efficaci nel perseguire i suoi obiettivi, non ancora realizzati, eppure ancora da realizzare.

giovedì 24 settembre 2009

Obama: il restauro del capitalismo

Dopo otto anni di amministrazione Bush, l'immagine degli Stati Uniti agli occhi del mondo, e dello stesso popolo americano, si era molto deteriorata. Anni di politiche espansionistiche e militariste in medioriente, nonché una gestione dell'economia in chiave apertamente liberistica, prerogativa non solo di Bush ma anche dei governi precedenti, che aveva svantaggiato le classi deboli, ha fatto sì che attorno
all'amministrazione americana crescesse un ampio fronte del dissenso. Il dissenso si opponeva alla guerra in Iraq e alle scelte economiche di un governo fortemente conservatore. Così è cresciuto negli Usa e nel mondo intero un fronte di opposizione che infine è diventato maggioranza. Barack Obama si è fatto il catalizzatore politico delle proteste anti-Bush e nello stesso tempo è riuscito ad apparire come una possibile alternativa, sapendo abilmente raccogliere le speranze degli americani e rappresentandosi come “l'uomo del cambiamento”. Sulla scia di questo consenso ha vinto le elezioni presidenziali con una schiacciante maggioranza, con un consenso popolare forse senza precedenti nella storia del paese.
Obama avrebbe dovuto, secondo i suoi sostenitori, riuscire nell'impresa di ridare slancio all'economia americana e nello stesso tempo risollevare le classi medie impoverite attraverso una riforma del welfare. Inoltre doveva ridare prestigio internazionale agli Usa, attraverso una politica estera più aperta alla collaborazione con le altre potenze mondiali ed europee. Si trattava di far apparire l'America come benefattrice verso i paesi poveri e in via di sviluppo, senza abbandonare l'egemonia mondiale. In altre parole doveva “migliorare” il capitalismo senza riforme particolarmente radicali, senza nemmeno un nuovo “New Deal”, ma mettendo d'accordo sia le lobby economiche che la classe lavoratrice e i piccoli risparmiatori americani. In politica estera invece si doveva conservare e consolidare il ruolo imperialista degli Usa, rendendolo però “accettabile” al mondo e persino aiutando i paesi in difficoltà. Una sorta di “paternalismo benevolo”, l'ennesima riproposizione di un imperialismo dal volto umano, che già aveva cercato di rilanciare Clinton.
In questi primi otto mesi il governo Obama si è trovato a dover gestire una fortissima crisi economica, causata dalla deregolamentazione dei mercati finanziari (cominciata proprio con Clinton), dal calo del reddito e dei salari congiunto all'incentivo smodato dato ai consumi.
Tuttavia Obama non ha affrontato la crisi “alla radice”, ad esempio con una sovratassazione dei redditi finanziari e con un sostegno pubblico ai salari e all'occupazione. In questa prospettiva un aumento della spesa pubblica sarebbe stato comprensibile e persino auspicabile, anche a costo di un aumento temporaneo del debito, permettendo una tenuta dell'occupazione e dei salari.
Invece si è limitato a pompare risorse pubbliche alle banche, come d'altro canto aveva già cominciato a fare Bush. La spesa pubblica è stata enorme, ma questo non ha determinato vantaggi per l'occupazione, non essendo la spesa orientata in senso sociale [1]. Obama, quindi, non ha saputo rispondere alla crisi nemmeno in chiave socialdemocratica, con aiuti allo stato sociale e con un riequilibrio dei rapporti capitale-lavoro. Il suo intervento è stato una sorta di “socialismo per ricchi” in cui l'ingente intervento dello stato, che avrebbe potuto benissimo dare luogo ad una nazionalizzazione del settore creditizio, ha avuto l'unico effetto di sostenere i profitti, allargando il divario rispetto ai salari.
Con quell'intervento sarebbe stata possibile una nazionalizzazione delle banche per assicurare tassi agevolati ai lavoratori e sostenere le imprese in difficoltà in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali. Del resto le stesse scelte nelle nomine politiche non vanno a favore di nessun “cambiamento” avendo riproposto vecchi personaggi dell'amministrazione Clinton [2] e nominando la stessa Hillary segretario di Stato. La riprova la si è avuta con la riconferma di Bernanke alla guida della Fed, che sottintende una continuità con la gestione precedente, un chiaro messaggio alle lobby finanziarie che potevano temere una svolta “sociale” di questo governo.
Molte delle proposte fatte in campagna elettorale sono state semplicemente dimenticate, come l'aumento della tassazione sui grandi redditi, in favore di una redistribuzione del reddito e della spesa. In particolare la tanto invocata riforma sanitaria, uno dei cavalli di battaglia della nuova amministrazione, rischia di rimanere lettera morta. Essa ha suscitato un forte ostruzionismo non solo da parte repubblicana, ma anche tra le file dei democratici più moderati. Le elite economiche e le assicurazioni private erano preoccupate dal disegno di intervento pubblico in questo campo, volto a garantire ai redditi bassi un livello minimo di assistenza medica. L'opposizione del grande capitale, fuori e dentro il parlamento, rischia, se non di cassare completamente la riforma, quantomeno di svuotarla dei suoi, tra l'altro miseri, contenuti migliorativi. Tutto sembra far concludere che ci sarà una sorta di compromesso a ribasso, dove le uniche a guadagnarci saranno le assicurazioni. Lo dimostra la nuova proposta, che cancellando ogni possibile progetto di Medicare si limita a rendere obbligatoria per tutti un'assicurazione medica [3]. Una sorta di polizza auto applicata alla sanità.
Del resto Obama non hai numeri, nonostante l'ampia maggioranza legale, per intraprendere un qualsiasi intervento, nemmeno di riforma radicale, ma anche solo di “miglioramento” delle tutele sociali. L'influenza dei monopoli e delle lobby nella politica americana e nel Congresso è pressoché assoluta. La classe politica americana è assolutamente organica al capitale, a quello stesso sistema che ha permesso una crisi di proporzioni storiche e ogni tentativo seppur minimo di cambiamento viene stroncato sul nascere. Perché stupirsi quando le maggiori multinazionali creditizie e industriali finanziano la campagna elettorale dei due maggiori candidati alla presidenza, nonché di pressoché tutti i futuri deputati del Congresso? La corruzione è la prassi nel sistema politico americano, una corruzione legalizzata, formalmente corretta ma che nei fatti assicura alle elite economiche il controllo delle istituzioni politiche.
Se dalle questioni interne si passa ad analizzare il ruolo internazionale degli Usa, la situazione cambia, ma in peggio. Qui troviamo una continuità totale con la precedente amministrazione e non c'è nemmeno l'apparenza di un diverso approccio. Obama ha nominato Hillary Clinton segretario di stato. La Clinton aveva votato a favore della guerra in Iraq e a favore delle leggi antiterrorismo che limitavano le libertà costituzionali [4]. È vero che Obama ha predisposto il disimpegno delle truppe dal territorio iracheno, ma è anche vero che lo stesso Bush, constatando il sostanziale fallimento dell'azione bellica, si era avviato su questa strada verso la fine del suo mandato. Comunque Obama le truppe non le ha ritirate, ha semplicemente ordinato il passaggio di consegna alle forze armate irachene, ma i militari americani fisicamente non si sono mossi dal territorio occupato [5].
Per quanto riguarda l'Afghanistan invece ha persino rafforzato la presenza statunitense. Anche dal punto di vista ideologico non ha cambiato di una virgola la dottrina Bush: rimane lo stendardo della “guerra al terrorismo” per un
intervento di natura prettamente militare, riconosciuto apertamente dalla Casa Bianca, nonostante le reticenze del governo italiano.
Invece sulla la questione israelo-palestinese Obama si era proposto come l'unico capace, in virtù della sua immagine di “pacificatore”, di portare a una soluzione di una crisi e alla pace. Ma anche in questo caso non ha cambiato rispetto a Bush, non ha ridotto gli aiuti militari ad Israele, né ha smesso di difenderlo in sede ONU [6]. Per Obama lo stato di Israele non ha colpa, ma la causa è solo il terrorismo islamico [7]. Affermazione insostenibile visto che la questione mediorientale esiste ben prima dell' “islamizzazione” della resistenza palestinese, ed è nata proprio con la creazione di uno stato ebraico e con la cacciata di migliaia di palestinesi dal territorio, la cosiddetta nakhba.
L'interventismo americano non avviene solo alla luce del sole, ma si esplica attraverso il sostegno ai golpisti, come avvenuto nel caso di Honduras [8] e Iran, dove in quest'ultimo caso è stato perfino riconosciuto dalla Clinton la pressione esercitata dagli Usa nelle vicende iraniane [9]. Oppure è il caso del sostegno dato al Plan Colombia [10], volto al rafforzamento militare della Colombia, governata dal corrotto governo Uribe, per stroncare in quell'area con le armi ogni possibile rivendicazione sociale.
Addirittura già in campagna elettorale Obama aveva paventato un intervento militare in Pakistan [11], insomma, nulla di nuovo sotto il sole. L'ala “liberal” del partito ha da sempre spinto in favore della chiusura della base di Guantanamo dove presunti terroristi vengono tuttora interrogati attraverso la tortura. Eppure Obama nonostante la promessa di chiudere la base e di adottare metodi più “democratici” nella lotta al terrorismo non ha ancora provveduto alla chiusura di Guantanamo [12] e non ha mai messo in discussione il “patriot act”, la legge liberticida voluta da Bush che ha permesso l'internamento di cittadini di religione islamica. D'altra parte l'uso del sequestro e della tortura come metodi per interrogare presunti terroristi è stato avviato da Clinton, la cosiddetta “Extraordinary rendition” [13] che Obama ha dichiarato di voler perpetuare [14].
La sostanziale continuità della politica di Obama rispetto al passato gli ha già causato un netto calo nei consensi, è pur vero che il suo mandato è ancora all'inizio ma non si intravedono possibili sbocchi o svolte che potrebbero far pensare a una politica più “di sinistra”. Le numerose promesse della campagna elettorale sono lontane dall'essere state mantenute e pare proprio che non ci siano le condizioni per mantenerle. La parabola di Obama, che dopo pochi mesi ha già iniziato la sua discesa nei consensi del popolo americano, mostra che il sistema politico americano è bloccato, e non consente un'autentica trasformazione della società in senso progressista. Talmente bloccato che non permette nemmeno un compromesso socialdemocratico “all'europea”, che coniughi economia di mercato e stato sociale. In politica estera poi la possibilità di un abbandono dell'imperialismo che ha sempre caratterizzato qualunque amministrazione non viene nemmeno preso in considerazione, ed anzi viene persino rafforzato.
Il sistema politico americano è dominato dalle lobby dell'industria e della finanza. Per vincere le elezioni bisogna avere ingenti finanziamenti per la campagna elettorale e per avere ingenti finanziamenti bisogna ottenerli dalle lobby [15]. Le quali non danno quattrini disinteressatamente, per la “causa”, ma vogliono qualcosa in cambio. Questo qualcosa si chiama immobilismo politico, tutela dei loro privilegi o quantomeno assicurazione che il candidato se eletto non li intaccherà. Chiunque voglia riformare seriamente ed effettivamente la società americana, non troverà mai spazio nel sistema di intrallazzi e di corruzione delle istituzioni politiche americane, anche se venisse eletto. Lo dimostra ad esempio il caso del candidato socialista alla presidenza, Brian Moore, che proponeva la nazionalizzazione delle banche, o quello della candidata ecologista alle primarie, Cynthia McKinney che voleva il ritiro delle truppe dall'Afghanistan [16].
Nell'attuale situazione qualsiasi miglioramento sociale anche minimo, nemmeno riformismo, anche solo “migliorismo” è precluso negli Usa. L'alternativa è una sola: che i proletari americani prendano coscienza della propria condizione, abbandonino la via elettorale e lottino per il rovesciamento dell'ordine capitalistico e per instaurare il socialismo.


Fonti:

[1] http://www.marxist.com/obama-crisi-economica.htm

[2] http://www.altrenotizie.org/esteri/2199-tra-lobbisti-e-clintoniani,-nasce-il-gabinetto-di-obama.html

[3] http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090918/pagina/08/pezzo/260186/?tx_manigiornale_pi1[showStringa]=Obama%2Bsanit%25C3%25A0&cHash=369e89ca69

[4] http://www.radiokcentrale.it/articolinuovaera/itapiece228.htm

[5] http://youtubeinformation.blogspot.com/2009/04/obama-e-il-falso-ritiro-dalliraq.html

[6] http://www.ibrp.org/it/articles/2009-09-01/obama-e-la-nuova-politica-in-medio-oriente

[7] http://electronicintifada.net/v2/article9427.shtml

[8] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7966&lg=it

[9] http://www.voltairenet.org/article161644.html

[10] http://napoli.indymedia.org/node/8211

[11] http://it.internationalism.org/node/766

[12] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=353206

[13] http://it.wikipedia.org/wiki/Extraordinary_rendition

[14]http://www.fuoriluogo.it/home/mappamondo/nord_america/usa/da_obama_via_libera_ai_rapimenti_cia

[15] http://www.swissinfo.ch/ita/archive.html?siteSect=883&sid=9615654&ty=st
e:
http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_25/frode_fermato_finanziatore_campagna_obama_8aff5b44-91a0-11de-b01b-00144f02aabc.shtml

[16] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=300676

sabato 12 settembre 2009

11 Settembre 1973


È passato un secolo ormai da quando nacque Salvador Allende. Eppure pochi se ne sono ricordati, soprattutto tra i grandi media. Forse perché si tratta di un personaggio scomodo per l'occidente “democratico”.
Un presidente socialista eletto democraticamente dal popolo e vittima della “più grande democrazia”, come alcuni la definiscono.
Perché nel caso di Allende non si poteva usare il pretesto del contrasto alla dittatura. Lo si è provato a fare, con scarsi risultati, in un primo tempo. Ma fu un boomerang per l'estabilishment statunitense, poiché fu proprio il governo della grande democrazia a rovesciare un governo perfettamente democratico per sostituirlo con una delle più feroci dittature militari.
Cominciamo da quando, il 5 settembre 1970, Salvador Allende, fondatore del Partito socialista e candidato della coalizione Unità popolare, venne eletto presidente del Cile.
Per i conservatori, per le lobby, per l'alta finanza, per i monopoli privati, e perciò anche per gli Stati Uniti d'America, fu un duro colpo. Allende era socialista non solo di nome, aveva un programma che prevedeva riforme radicali, nazionalizzazioni e contrasto dei potentati economici.
Gli Stati Uniti lo sapevano bene e fin dall'inizio tentarono di intralciarne l'elezione finanziando i partiti avversari e compiacenti nei confronti degli Usa. L'amministrazione Nixon non fece mai mistero della sua avversione profonda, forse persino più grande di quella contro Cuba, che aveva per il governo Allende. Tentò addirittura di beffare il popolo cileno, che aveva espresso chiaramente la sua volontà, inducendo il Congresso a nominare presidente l'avversario Alessandri, il quale avrebbe dovuto dimettersi e indire nuove elezioni, in cui si sarebbe ripresentato da favorito il presidente uscente Eduardo Frei; che altrimenti non avrebbe potuto ricandidarsi perché la Costituzione vietava più di due mandati consecutivi.
Ma Frei non fu carogna a tal punto da avallare il piano orchestrato dalla CIA. Così Allende divenne il suo successore.
Una volta insediatosi i timori di Nixon e della sua combriccola di affaristi si rivelarono più che fondati. Il nuovo governo cileno diede avvio alla nazionalizzazione delle banche, alla riforma agraria e alla ridistribuzione delle terre ai contadini, alla nazionalizzazione delle risorse naturali, in particolare del rame, fino a quel momento controllato da grandi industrie statunitensi come Anaconda e Kennecott. Non ci vuole molto a capire che queste mosse diedero molto fastidio alla Casa Bianca.
Iniziò una campagna di boicottaggio contro il governo cileno. Venne l'embargo, l'inflazione e il clima nel Paese non fu certo disteso, come dimostrò lo sciopero paralizzante dei camionisti (dietro al quale si sospetta lo zampino della CIA). Il Cile era nel caos. La situazione ideale per preparare il terreno ad un golpe, molto voluto dagli ambienti conservatori. Del resto durante il mandato incompiuto di Allende più volte diversi membri del congresso avevano chiesto l'intervento delle forze armate contro la minaccia di una dittatura comunista. La dittatura arrivò. Ma non fu comunista. L'11 settembre 1973 avvene quanto già era nell'aria. Il governo fu rovesciato dal colpo di stato del generale Augusto Pinochet e Allende morì durante l'assedio dei militari al palazzo presidenziale. É legittimo pensare che egli si fosse suicidato. Gesto tutt'altro che disprezzabile, se si pensa che il presidente avrebbe potuto fuggire e invece accettò di non abbandonare il suo popolo anche a costo della vita. A quel punto la morte era l'unica alternativa alla cattura da parte di aguzzini senza scrupoli. Ce chi crede che egli abbia resistito fino alla fine combattendo da guerrigliero.
La dittatura durò 17 anni, e costò la vita a un numero di persone che secondo diverse stime vanno dalle 3000 alle 10000. Più almeno 30000 che furono torturate. Nonché la privatizzazione selvaggia di tutti i servizi e l'esproprio dei contadini.
Solo nel 1990 ci fu il ritorno alla democrazia. Pinochet fu posto agli arresti domiciliari a Londra nel 1998. Morì nel 2006, riuscendo ad evitare un processo sui crimini commessi e senza scontare un solo giorno di prigione. Il mondo era stato troppo impegnato a discutere se gli spettasse o meno l'immunità.
Un'inchiesta del New York Times confermò il finanziamento da parte della Casa Bianca di attività illegali volte a danneggiare il governo Allende.
Del resto lo stesso Kissinger, consigliere di Nixon ammise apertamente l'intervento degli USA nella politica cilena. “Non capisco perché dovremmo starcene immobili e guardare una nazione diventare comunista a causa dell'irresponsabilità del proprio popolo” le sue parole.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle attività illecite volte a contrastare prima l'elezione e poi l'attuazione del programma del presidente socialista è un fatto ormai acclarato.
L'interesse economico degli Stati Uniti e delle multinazionali andava nella direzione opposta alle riforme intraprese da Allende. E anche questo è un fatto acclarato.
Il governo popolare appena eletto stava attuando una transizione verso il socialismo incruenta e democratica ed anzi proprio la democrazia era la sua forza. Lo conferma il fatto che gli oppositori usarono metodi tutt'altro che democratici.
È lecito pensare che oltre ad un movente prettamente economico, dietro al golpe militare, ce ne fosse un altro diciamo ideologico che preoccupava la “democrazia” statunitense.
Probabilmente Nixon e i suoi si posero questa domanda, che potevano fare a meno di porsi ad esempio con Cuba, e cioè “Non è che se Allende rimane al potere e attua le riforme e realizza il socialismo superando il regime capitalistico, la gente, non soltanto del Cile, non soltanto dell'America latina, ma anche dell'Europa occidentale dove è forte la presenza di organizzazioni comuniste e socialiste e forse persino da noi dove non ce ne sono, potrebbe accorgersi che il socialismo non solo non è incompatibile con la democrazia, ma anzi la rafforza e la potenzia, non è che se Allende andasse fino in fondo rischiamo di venire travolti tutti quanti noi adesso al potere?”
È lecito pensare anche che sia questo uno dei motivi per cui Allende oggi è ancora tanto scomodo per l'Occidente, soprattutto in considerazione dell'avanzata del liberismo e del conservatorismo che si è avuta negli ultimi anni. E del risveglio di alcuni stati sudamericani, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, che stanno adottando riforme che spesso ricordano molto quelle di Allende, in primis per quanto riguarda la riappropriazione da parte di quei popoli delle loro risorse naturali.
È vero anche però che sarebbe altrettanto fastidioso per molti ricordare le complicità di alcuni con il regime di Pinochet. E spicca in questo quadro clamorosa (o forse prevedibile) la presenza del Vaticano. Le foto che Giovanni Paolo II si fece scattare in compagnia di uno dei dittatori più sanguinari del Novecento non ce le siamo scordate. I rapporti che il Vaticano (soprattutto nella persona di Angelo Sodano, che fu segretario di Stato Vaticano e per un certo tempo nunzio apostolico in Cile dal '77) ebbe con la giunta militare non si possono nascondere del tutto, malgrado le agiografie dei tg e dei giornali nostrani. Giovanni Paolo II “santo subito” definì quella di Pinochet una “dittatura di transizione” come se si trattasse di qualcosa di temporaneo ma necessario per combattere lo spettro del comunismo. Sempre lo stesso Papa si oppose all'estradizione di Pinochet, una volta terminato il suo regime, insistendo che fosse processato in Cile, dove esisteva ancora una quantità di magistrati che avrebbero chiuso volentieri un occhio sui suoi soprusi. Giovanni Paolo II si espresse a favore del perdono nei confronti di Pinochet, forse ricordando quando lo aveva benedetto in pubblico. D'altra parte il feroce anticomunismo di Wojtyla non dovrebbe essere un mistero.
Salvador Allende rappresentò un sogno, una speranza, per chi fino ad allora non aveva mai potuto sperare, per chi veniva sfruttato in miniera, nei campi, nelle fabbriche. E non solo in Cile. Fu una speranza che stava per realizzarsi. Fu l'espressione di un popolo, di una schiera di sfruttati che lottò con coraggio per la libertà. E che affrontò persino la morte pur di resistere accanto al suo popolo. Io non sono religioso. Ma se possono avere un senso le parole “santo” e “martire”, non riesco a trovarne un altro.
Questo sogno venne stroncato da coloro che si definiscono “amici della democrazia”. Con la complicità della “Chiesa dei poveri”. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni.
Ieri sono stati compiuti 36 anni dal golpe cileno, dalla tragedia di un popolo e direi del mondo intero.
Gli Stati Uniti non hanno ancora chiesto scusa ufficialmente per la loro complicità nei fatti del Cile.

Links:
http://it.wikipedia.org/wiki/Salvador_Allende

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/allende.htm

http://alessiaguidi.provocation.net/vaticano/pinochet.htm

http://www.salvador-allende.cl/

mercoledì 17 giugno 2009

Le idee di rivolta non sono mai morte

"Se il vento fischiava ora fischia più
forte,

le idee di rivolta
non sono mai
morte;

se c'è
chi lo afferma non state a
sentire

è uno che vuole soltanto tradire"

Bertinotti prima e dopo









Così cantava Paolo Pietrangeli. Oggi c'è chi quelle idee vuole farle morire.
Sempre più insistentemente c'è chi parla di una fantomatica unione di tutte le forze “di sinistra” e con questa espressione si intende tutti coloro che possono in qualche modo, magari anche con una certa difficoltà, essere fatti rientrare nel campo progressista. Ovvero dal Pd ai comunisti.
Questo lo ha sostenuto Fausto Bertinotti, secondo cui “Queste elezioni, in Italia e in Europa, sanciscono la fine della sinistra novecentesca, dai comunisti ai socialisti, dai socialdemocratici ai laburisti”.
Per prima cosa qualcuno dovrebbe spiegare a Bertinotti che Pd, Italia dei Valori, radicali e verdi non sono né comunisti, né socialisti, né socialdemocratici né laburisti.
In secondo luogo a me non sembra che queste elezioni abbiano segnato la sconfitta della sinistra tout court, piuttosto della sinistra “moderata”, quella rappresentata da Pd in Italia (ammesso che possa definirsi ancora sinistra) dai socialdemocratici in Germania, dai laburisti in Gran Bretagna, e così via. Il risultato della sinistra “radicale” invece non è così orrendo come si vuol far credere. È vero che in Italia non ha passato lo sbarramento, ma è anche vero che ha raddoppiato, nel suo complesso, i consensi. Se poi si vedono i risultati della Germania, e soprattutto della Grecia e dell'Irlanda, si vede che in questi paesi addirittura la sinistra di alternativa avanza significativamente.
In terzo luogo mi sembra davvero paradossale questo modo di ragionare: siccome si è persa un'elezione allora vuol dire che si è perso tutto e che bisogna ricominciare da zero. Solo il masochismo tipico della sinistra e il complesso di inferiorità potrebbe indurre a ragionare così.
Chi ha visto un esponente di un partito di destra che dopo aver perso le elezioni dicesse che la destra novecentesca è finita e che perciò bisogna mandare a casa tutto il pensiero e la prassi dei partiti di destra e ricominciare daccapo? Io mai. Quando in Gran Bretagna i conservatori furono sconfitti non mi pare che abbiano ragionato in questo modo. Oggi sono di nuovo i vincitori. Quando in Italia la Lega subì un tracollo micidiale al punto che molti pensarono che fosse destinata all'estinzione nessun politico leghista disse che bisognava ripensare alla linea anti-immigrazione o al federalismo. Oggi sono i trionfatori delle ultime elezioni.
Ma la stessa sinistra quante elezioni ha perso? Se Togliatti e Nenni dopo la sconfitta nelle prime elezioni dell'Italia repubblicana avessero fatto come Bertinotti e avessero mandato in pensione comunismo, socialismo e lotta di classe riusciamo a immaginare cosa sarebbe potuto accadere?
Poi, continua l'ex segretario di Rifondazione Comunista (per fortuna soltanto ex!!) “Io dico che dovrebbero essere tutti più umili e capaci di rimettersi in discussione, abbandonando recinti, simboli e vecchie ideologie perché sono state tutte cancellate dalla storia. Vediamo oggi che la fine del comunismo ha investito anche tutti gli altri pezzi del movimento operaio europeo, un’onda lunga che in vent’anni ha cancellato tutto”.
Questo è veramente incredibile. Ma come? Durante la campagna elettorale delle politiche del 2008 da candidato della Sinistra Arcobaleno veniva accusato da Veltroni (che aveva preso per proprio avversario la sinistra invece che la destra) di voler conservare “vecchie ideologie” poiché il socialismo e il comunismo sarebbero finti. Bertinotti invece allora parlava ancora di lotta di classe e di socialismo (anche se il comunismo l'aveva già abbandonato da un pezzo). Allora cosa ci sta dicendo? Che aveva ragione Veltroni? A chi ha votato la Sinistra Arcobaleno e l'ha sostenuta, ai militanti che si sono battuti per quel progetto cosa dice adesso? Che è stato tutto uno sbaglio? Un'illusione collettiva? Ma allora aveva ragione Occhetto quando decise di sciogliere il PCI? Anche quello è stato uno sbaglio? E no, caro Bertinotti, lo sbaglio qui sei tu.
È vero la Sinistra Arcobaleno ha fallito e ha fallito alla grande. Ma qual era il progetto della SA? Era quello di unire tutte le forze della sinistra (quella propriamente tale senza aggettivi e specificazioni) la componente ecologista, quella socialista e quella comunista, partendo da ideologie ed esperienze diverse. Il progetto della SA insomma si fondava sulla stessa idea portante dell'attuale proposta che egli avanza. Ovvero che gli ideali e il programma politico, tanto meno la storia, non dovrebbero essere una discriminante tra le varie forze della sinistra. Così si scelse di togliere falce e martello, la stella, e inserire un romantico arcobaleno nel simbolo. Eliminando ogni sfondo rosso per un neutralissimo bianco. Peccato che lo slogan della SA era “fai una scelta di parte”. Ma quale scelta di parte se tutte le parti le abbiamo cancellate?
Comunque sia quel tentativo è stato seppellito dal voto.
Adesso l'ex compagno Fausto non contento ci riprova. Ma questa volta persino alzando la posta in gioco. Se la sinistra senza il Pd ha fallito, dice, mettiamoci anche il Pd. Questa visione è il risultato di un completo allontanamento dalla realtà sociale. Come se la sinistra italiana potesse rinascere da una semplice alleanza, che peraltro cancella la sua storia, quello che è stato finora e senza cui non è mai stata, che, in altre parole, cancella la sinistra stessa. Come se la sinistra potesse rinascere da un accordo di cartello. Da una miscellanea indistinta e imprecisa senza un preciso programma politico e senza un ideale ben individuato. Cosa sarebbe questa sinistra? Bertinotti dice che non deve essere né comunista, né socialista, né socialdemocratica. Ma allora cosa deve essere? Questo non lo dice. Tutti questi profeti della fine delle “vecchie ideologie” ci dicono che bisogna abbandonare le dottrine che finora ci hanno accompagnato. Ma neanche loro sanno con cosa sostituirle. Un tale rozzezza intellettuale oltre che politica ce la si poteva spettare da uno come Veltroni o come Rutelli. Ma non da Bertinotti. È l'ulteriore riprova di quello che diceva Marcuse, che nelle società industriali l'opposizione viene riassorbita all'interno del sistema e finisce per difendere proprio quesl sistema che voleva combattere.
Le “vecchie ideologie”. Tutti i profeti della sconfitta della sinistra, i cantori di sventura, che spesso stanno, o fingono di stare, propria dalla stessa parte di cui auspicano l'estinzione, si riempiono la bocca con questa espressione. Ma quale sarebbe la “nuova ideologia”? Il libero mercato? Il liberismo? Quello che fino a ieri ci dicevano che era il nemico da sconfiggere? Ma questa è una ideologia ancor più vecchia. Altro che novecentesca. Qui si parla di Settecento!
Eppure io non ho mai visto i sostenitori di questa “vecchissima ideologia” abbandonarla. Anche in una crisi che ne ha decretato gli effetti deleteri sulla società costoro si ostinano a volerla conservare. Eppure Bertinotti, Veltroni and Company non entrano in polemica con costoro. Ma il marxismo invece è la vecchia ideologia. Sono tutti liberali. Sostengono tutti l'ideologia più vecchia della storia. Ma ripudiano il marxismo, l'ideologia più recente fino ad ora (non mi risulta che ce ne sia stata un'altra dopo) perché sarebbe “vecchia” per abbracciarne una ancora più vecchia.
Ma per lo meno i liberali hanno le idee chiare. Hanno un chiaro riferimento teorico cui far riferimento. Una chiara ispirazione del loro agire politico. Il Bertinotti revisionista (ma sarebbe meglio dire nichilista) che cosa ci propone invece? Un'accozzaglia ingarbugliata. In che modo si possono far convevire, a suo dire, la Binetti con Vendola? Ma non vede le difficoltà tecniche di unità all'interno dello stesso Pd dove comunque tutti hanno una prospettiva moderata? Figuriamoci se questa unione forzata, una deportazione più che altro, fosse allargata a sinistra!
Ma c'è anche un'altra proposta di quelli che io chiamo gli “estremisti unitari”, cioè coloro che vogliono unire tutto e tutti, senza aver riguardo per ciò che si unisce e senza guardare a quello che dovrebbe essere lo scopo dell'unità, come se questa di per sé bastasse per raggiungere qualsiasi scopo.
È quella avanzata da Niki Vendola, di formare un'unione non di tutta la sinistra o di quelli più o meno di sinistra. Ma di tutti quelli più o meno di sinistra escluso il Pd e, forse, l'Italia dei Valori.
Mettiamoci dentro quindi oltre a comunisti, socialisti (quelli di Bobo Craxi e De Michelis che lottarono contro la scala mobile!) e verdi, anche i radicali.
Vendola durante la campagna elettorale ultima ha detto che la causa della crisi è stata la gestione liberista. Ora qualcuno dovrebbe spiegargli che i radicali con cui vuole unirsi sono e si definiscono liberisti. Che, infatti, in Europa fanno riferimento ai liberali europei, e che hanno votato a favore della Bolkenstein per la privatizzazione dei servizi, che hanno votato per l'innalzamento dell'orario di lavoro a 65 ore. Ora anche se si volesse tentare un improbabile compromesso con costoro, il risultato sarebbe a ribasso. Ne uscirebbe un programma irrimediabilmente moderato, magari allineato a quello di coloro che dicono “meno precarietà e più flessibilità” (come se fossero due cose opposte) in stile Partito democratico, proprio quel Partito democratico cui Vendola si propone come alternativo.
Questo incredibile capogiro di molte persone che stanno o stavano a sinistra, compreso Zipponi che è andato con Di Pietro dichiarando che destra e sinistra non esistono più, non è dovuto al risultato delle elezioni. Nemmeno una sconfitta clamorosa potrebbe giustificarlo. È invece dovuto a una perdita di contatto con la realtà sociale e materiale del Paese, all'abbandono delle fabbriche e del mondo del lavoro per fuggire verso i salotti televisivi. Questo progressivo distacco della classe dirigente della sinistra dalla propria base e dalla realtà materiale, quella che non viene rappresentata dai media, ha determinato prima il suo allontanamento dalla lotta concreta e da bisogni dei lavoratori e degli sfruttati, poi, come necessario coronamento di questo processo, anche un allontanamento ideologico dalle ragioni delle classi oppresse. In tutto questo naturalmente ha giocato un ruolo determinante anche la propaganda dei mezzi di comunicazione e la notevole potenza di persuasione dei media, capaci di “convertire” anche le coscienze più avanzate.
Ferrero, Diliberto, Salvi, non si facciano perciò irretire da costoro, dagli uccellacci del malaugurio, che dopo aver sperimentato la sconfitta politica personale, sperano, per giustificarsi, di trasformarla in una sconfitta della sinistra, non di questa sinistra, ma della sinistra in quanto tale, così come è stata e ha potuto essere finora.
Bisogna invece difendere, ora più che mai, le prospettive di una sinistra di alternativa e anticapitalista, socialista e comunista, sacrificando anche delle alleanze di cartello se necessario, pur di portare avanti un coerente progetto di trasformazione sociale e di rovesciamento dei rapporti di produzione.
Bisogna tornare a stare dalla parte delle classi oppresse in opposizione allo sfruttamento capitalistico, nella teoria e nella lotta concreta.

(v. La Stampa)

venerdì 12 giugno 2009

Io sto con Berlinguer

Ieri è stato il venticinquesimo anniversario della morte di uno dei più grandi politici della sinistra italiana, Enrico Berlinguer.
Lo si potrebbe probabilmente definire come l'ultimo leader del P.C.I. perché fu l'ultimo che credeva ancora nel comunismo e l'ultimo a volerlo salvare.
Negli ultimi anni della sua vita si poteva dire che avesse intuito il nuovo vento che stava girando a sinistra. Era l'ascesa del craxismo, dell'individualismo, dell'edonismo consumistico, della “Milano da bere”, dell'illusione che la ricchezza e le arrampicate sociali avrebbero creato il Paese della Cuccagna. Egli si era sempre opposto a questa specie di cinismo ingenuo. Quando Craxi aveva cominciato a sferrare il suo attacco contro la scala mobile e contro i lavoratori egli era rimasto al fianco dei lavoratori, deciso a non cedere di un millimetro alla nuova ondata restauratrice, perché capiva che cedere di un millimetro avrebbe voluto dire aprire la strada alla perdita dei diritti sociali faticosamente conquistati e alla sconfitta del movimento operaio.
La storia gli ha dato ragione. E ha dato torto a quanti allora lo criticavano per volere opporsi alla “modernizzazione”. Abbiamo visto questa modernizzazione a cosa ha portato: alla più grande crisi mondiale dal dopoguerra. Adesso quei profeti delle “magnifiche sorti e progressive” hanno smesso di decantare il libero mercato.
Berlinguer era comunista davvero e questo non era scontato allora, quando una parte all'interno del partito spingeva per farne uno nuovo, moderato e liberale, come sarebbe successo in seguito. Non era scontato e non lo è visto che Walter Veltroni che si dice suo ammiratore ha detto di non essere mai stato comunista. Non lo era scontato alla luce degli avvenimenti di qualche hanno più tardi, della caduta del muro di Berlino nell'89 e della svolta del '91 che avrebbe decretato la fine del P.C.I.
Egli non c'era, purtroppo. Se ci fosse stato si sarebbe di sicuro opposto a quella capitolazione come lo ha fatto un altro pilastro della sinistra, Pietro Ingrao. La sua voce sarebbe stata ascoltata da milioni di compagne e di compagni. Forse oggi il P.C.I. Non esisterebbe lo stesso. Ma forse avremmo una sinistra un po' più forte e il lavoro un po' più tutelato.
Berlinguer era comunista, ma ebbe il coraggio di riconoscere le sconfitte dei comunisti e seppe allontanarsi dall'Unione Sovietica quando era giunto il momento di farlo, senza per questo rinnegare tutto ciò per cui aveva lottato, senza cadere nella alternativa fatale tra un capitalismo di stampo reaganiano e un falso socialismo di stampo tardo-sovietico. Egli scelse le ragioni del comunismo autentico, quelle che furono di Marx ed Engels. Scelse le ragioni dei lavoratori e degli sfruttati.
Oggi sentiamo dei politici che hanno smarrito le ragioni per cui fanno politica, le ragioni del cuore e della testa, li sentiamo parlare di crescita economica, di imprese, di banche, ma mai di lavoro; li sentiamo rivolgersi agli imprenditori, ai risparmiatori, agli azionisti, ma mai ai lavoratori.
Egli invece non li abbandonò mai, anche quando il vento sembrava girare da un'altra parte. Non salì sul carro del vincitore. Non si spartì la torta con i convertiti alla causa del libero mercato.
In anticipo su tutti gli altri ha parlato di “questione morale”, quando i partiti cominciavano a intrattenere con sempre maggior disinvoltura rapporti con l'economia e la finanza e questa nuova disinvoltura era salutata come un bene, una positiva innovazione. E il traditore del socialismo, del marxismo e del lavoro, Bettino Craxi si fece portatore di questa teoria. Adesso quest'ultimo viene elogiato da tutti, anche da coloro che un tempo stavano con Enrico che combatteva la deriva craxiana (che poi sarebbe stata berlusconiana) dell'Italia. I suoi compagni di un tempo lo tradirono, vigliaccamente perché aspettarono che egli non ci fosse più per farlo, e abbracciarono il suo pugnalatore politico.
Io invece sto con Enrico. Anche se adesso non c'è più. Anche se quando lui c'era non c'ero io. Anche se nacqui due giorni dopo la sua morte. Sto con Enrico perché la sua lezione, le sue battaglie, le sue idee sono ancora attuali.
Sto con Enrico perché sto con i lavoratori, sto con il comunismo e con la sinistra.

mercoledì 10 giugno 2009

Si riparte. In basso a sinistra

Dopo il miglioramento che la sinistra, e in particolare i comunisti, ha fatto registrare alle europee e la delusione delle amministrative è giunto il momento del “Che fare?”.
Prima di partire con progetti elettoralisti di alleanze tattiche sarebbe meglio interrogarsi sulla lezione che si può trarre dalle urne.
La sconfitta dell'“estremismo unitario”
Per molto tempo ha prevalso a sinistra l'idea della priorità dell'unione a tutti i costi di tutte le forze non solo di sinistra, ma anche solo vagamente progressiste e a volte persino conservatrici.
Questa teoria ha avuto la sua applicazione negli anni del governo Prodi dove c'era una coalizione che andava da Rifondazione a Mastella.
L'insuccesso del governo Prodi è talmente palese ormai a tutti da rendere inutile spiegarlo.
In sintesi il governo Prodi ha perso perché non ha voluto e non ha saputo scegliere: non ha scelto tra la sinistra e il centro, tra una politica di redistribuzione in favore delle classi popolari e un conservatorismo opportunista di scuola mastelliana. Il risultato è stato che a scegliere sono stati i poteri forti e ciò ha causato lo scontento giustificato della base sociale.
A distanza di un anno c'è chi vuole riproporre quella stessa esperienza semplicemente passando una mano di vernice sulla ruggine abbondante.
Costoro hanno proposto un'unione fittizia da cartello elettorale di tutte le forze a sinistra del PD, o che almeno si dicono tali. Questi individuano il vero problema nella “divisione” della sinistra. Ma per “sinistra” intendono, più che una forza politica reale, operante concretamente sul territorio, una categoria dello spirito. Sinistra e Libertà ha proposto un aggregato indistinto, di cui non si comprende bene la linea politica, incapace di una sintesi originale e nello stesso tempo sprovvista di ogni storia che si è deciso di dimenticare.
Hanno dimenticato però il fallimento della Sinistra Arcobaleno alle elezioni politiche. Anche in quel caso si volle creare una sinistra non meglio specificata e il risultato si è visto.
Le europee invece hanno affondato questa linea politica che tende ad unire tutto e tutti. Infatti le due liste della sinistra, andando separate, hanno più che raddoppiato i consensi di un anno fa. Come non si accorgono gli “estremisti unitari” di questo semplice verdetto?
Il problema è che si sono scambiati i mezzi e i fini. Il fine non è quello di unire la sinistra, ma di far sì che la sinistra realizzi una trasformazione della società a vantaggio della classe lavoratrice. L'unità è semmai solo un mezzo per questo obiettivo. Quindi unirsi va bene, ma finché questa unione non comprometta il progetto politico di trasformazione radicale. Diluire la componente antiliberista di parte della sinistra con quella che invece si pone acriticamente di fronte all'economia di mercato vuol dire diluire l'ideale e abbandonare di fatto ogni modello alternativo di società, inseguendo così il riformismo moderato che è stato sconfitto in tutta Europa.
Al contrario l'unificazione deve partire da un'idea chiara di società e da un progetto politico ben delineato. Perciò non si può subordinare la componente antiliberista e anticapitalista a tale unificazione, altrimenti quest'ultima non produrrà nessun risultato apprezzabile.
Bisogna invece spingere per unire tutte le forze della sinistra anticapitalista ed è su questo piano che si poneva la lista di Ferrero, Diliberto e Salvi.
La sconfitta dell'“estremismo identitario”
Il deludente risultato delle amministrative, dove la sinistra anticapitalista e di alternativa è andata divisa in alcune zone e l'incoraggiante risultato delle europee dove invece si è unita, e la sconfitta, preannunciata, del Partito Comunista dei Lavoratori che ha scelto di non appoggiare la Lista Comunista e di correre da solo, testimoniano come, se da un lato è stata bocciata la linea dell'unione a tutti i costi, dall'altro è stato parimenti respinto il velleitarismo della divisione fondata sul rancore. Laddove si sprecano tempo ed energie per rinfacciarsi le scelte passate si perde inevitabilmente. Il PCdL di Ferrando ha speso la campagna elettorale a criticare l'appoggio della sinistra al governo Prodi. Critiche a volte anche condivisibili, ma che finiscono per attestarsi su una posizione di totale chiusura, peraltro sulla base di motivazioni attinenti al passato e non certo al presente. La scelta di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani di non ripetere gli errori del passato e di non cercare alleanze impossibili con forze politiche tendenzialmente moderate che negli anni di governo hanno tradito il programma del centrosinistra e spostato l'asse della coalizione al centro doveva portare a un ripensamento gli stessi “compagni separati”. Tanto più che il centrosinistra non esiste più e che data la linea estremamente moderata del PD difficilmente sarà riproponibile. Tanto più che adesso al governo c'è una destra tra le peggiori di sempre e non più un centrosinistra deludente.
Quindi respingere la linea delle alleanze di plastica tra forze politicamente distanti e nello stesso tempo quella delle scissioni incomprensibili tra forze che condividono sostanzialmente lo stesso progetto politico dovrebbe essere un impegno per tutti coloro che si oppongono “da sinistra” all'economia di mercato.
La sconfitta dello radicalismo spontaneo
A partire dal 2001 in Italia sono nati tutta una serie di movimenti spontanei di lotta e di protesta sganciati dai partiti della sinistra, formati da comitati, associazioni e liberi cittadini. Ne sono un esempio il movimento anti G8, quello contro la guerra, i comitati contro la TAV e contro le basi militari, quelli contro le discariche. Ma a questi si possono aggiungere anche le lotte operaie contro il modello portato avanti dalle destre. A questi movimenti “eclettici” hanno offerto il loro contributo le forze della sinistra politica, il mondo sindacale, i centri sociali.
Il successo territoriale di questi movimenti è stato notevole. Sono riusciti a coinvolgere buona parte della popolazione locale e ad aggregarla attorno alla protesta. Le istituzioni locali, quando anche non nazionali, anche se con fastidio, hanno dovuto fare i conti con questo fenomeno.
La loro forza è stata la presa sul territorio ma anche la tendenza a toccare temi di interesse globale, la necessità di interrogarsi, a partire da un problema o da un avvenimento locale, sul genere di società desiderabile. In un'epoca in cui si tende ad escludere e a bollare come utopico qualsiasi tentativo di costruzione di un modello sociale alternativo, questo è stato un merito notevole.
L'autonomia di questi movimenti dai partiti, anche da quelli “di alternativa”, e dalle loro logiche tattiche di coalizione che allora imperavano in tutto il panorama politico è stata la loro forza ma anche la loro debolezza.
L'isolamento in cui si sono trovati, non tanto per colpa loro quanto per incapacità della sinistra politica di fare da “ponte” tra di loro, ne ha causato a lungo andare la dispersione e di conseguenza l'estinzione. Anziché cogliere l'occasione per creare una rete di fuochi di protesta e porre le basi per una sorta di “guerriglia pacifica” che portasse l'assedio dalle succursali al centro degli interessi dominanti, ci si è limitati a una partecipazione puramente rappresentativa ma nei fatti scarsamente incisiva. Così si è avuto un dissenso diffuso ma “a macchia d'olio” formato da tante piccole “eruzioni” isolate e scollegate tra di loro. È mancato un coordinamento che fosse capace di dare ai vari movimenti quella visione organica di sistema che sferrasse il suo attacco contro la struttura stessa dell'ordine sociale.
Il movimento studentesco dell'“onda” nato dall'opposizione alla riforma Gelmini ha tentato di incontrarsi con i sindacati e il mondo del lavoro per uscire da ogni possibile settarismo e far convergere la protesta attorno a un fulcro comune.
Tuttavia i tentativi non hanno avuto particolare seguito e sembra che si sia tornati alla indifferenza reciproca tra le varie “anime”.
Il mondo del lavoro e la classe operaia che un tempo erano il cuore di tutte le altre lotte tendono anch'essi a “specializzarsi” focalizzandosi attorno a rivendicazioni locali perdendo ogni rapporto con i fini generali.
A segnare la battuta di arresto della stagione del dissenso è stata la mancanza di un progetto politico di trasformazione sociale di ampio respiro. Ha prevalso una linea, pur contro le intenzioni di molti partecipanti, “post-moderna” fatta di tante singole lotte separate l'una dall'altra, magari anche con la capacità di far valere alcune rivendicazioni di base, ma del tutto inadeguate nel modificare i rapporti sociali. È mancata una “grande narrazione” capace di sintetizzarle dialetticamente in un progetto globale.
Obiettivi
Recuperare la riflessione teorica e la coscienza di classe
Per imparare da questa “sconfitta silenziosa” dei movimenti di base e della classe lavoratrice passata inosservata presso i dirigenti della sinistra occorre prendere atto della loro potenziale continuità (perché le diverse rivendicazioni hanno le stesse radici) che è stata tradita dalla loro effettiva dispersione.
Tutte le rivendicazioni hanno alla base l'aggressività del Capitale nel mondo del mercato globale, un'aggressività che è causa di guerre (Iraq e Afghanistan in particolare) disastri ambientali (TAV, discariche) devastazione dei territori (inquinamento industriale e abusivismo edilizio) dirigismo autoritario persino dichiarato da parte delle elites internazionali (G8) definanziamento della spesa pubblica sociale che non sia favorevole al profitto (Riforma Gelmini) e naturalmente precarizzazione del lavoro (Legge 30).
Bisogna quindi innanzitutto comprendere la comune radice di questi mali. Serve perciò una riflessione teorica all'altezza dei tempi che si assuma l'incarco di studiare da un lato le connessioni strutturali tra le diverse contraddizioni della società e il conseguente malcontento popolare, dall'altro le contromisure messe in atto dal sistema che divide e disperde, quando non riesce integrare, queste forme di opposizione. Bisogna affrontare quella che è la vocazione del marxismo: riuscire a sintetizzare l'azione concreta in risposta ai bisogni particolari immediati hic et nunc con il bisogno sociale universale di emancipazione e di rovesciamento dell'ordine costituito.
Per farlo è necessario porre di nuovo al centro la riflessione intellettuale nello sforzo di declinarla a seconda di quelle che sono le contingenze storiche.
Tuttavia non ci si deve illudere che questa consapevolezza intellettuale sia di per sé sufficiente per ricominciare una lotta su basi solide. Con essa deve procedere di pari passo l'avanzamento della consapevolezza da parte delle masse della condizione e della ragione del loro sfruttamento, la coscienza di classe. Senza coscienza di classe non si dà nemmeno lotta di classe. E senza lotta di classe non si dà nessuna lotta capace di intaccare i rapporti sociali.
Non bisogna neanche, però, cadere nell'errore di credere che questa consapevolezza delle masse sia bastante a condurre una lotta efficace intorno a un progetto politico coerente. Si devono evitare da un lato l'intellettualismo di chi crede che un'intellighenzia di sinistra avanzata possa da sola “dettare la linea” a tutti gli altri che si limiterebbero a seguire ciecamente; dall'altro l'anti-intellettualismo di chi si illude che l'analisi sistematica e scientifica della società non sia utile alla lotta.
Le due componenti, ricerca teorica dell'intellighenzia di sinistra e coscienza pratica delle masse, non sono separate, ma interagiscono reciprocamente. Il progresso nella ricerca teorica è in grado di condizionare il pensiero della base sociale di riferimento e viceversa la consapevolezza dei lavoratori e delle classi popolari che sperimentano tutti i giorni l'oppressione non può venire ignorata dalla teoria.
La convergenza delle due sfere deve avvenire in ogni momento: perciò l'elaborazione teorica non può limitarsi a stare rinchiusa nelle università o sugli scaffali delle librerie, ma deve essere strumento di lotta, deve essere accessibile a coloro verso i quali è destinata. I libri, come è avvenuto per il Manifesto del partito comunista, devono poter essere letti da tutti e spiegati a chiunque.
Gli intellettuali, nello stesso tempo, devono confrontarsi con le esigenze e i bisogni anche immediati delle lotte particolari, senza per questo dover rinnegare una prospettiva sistematica.
Ritornare sul territorio e nei luoghi di lavoro
Attraverso la coscienza collettiva è possibile tornare ad affrontare quelle sfide che il momento storico propone senza la debolezza di coordinamento e con dei mezzi ideologici un po' meno naif.
Ma la dialettica tra lotta particolare ed emancipazione universale deve avvenire anche in concreto, tramite la lotta e l'organizzazione della lotta.
Occorre perciò superare quel divario storico che esiste tra la dirigenza dei partiti della sinistra comunista e di alternativa e la loro base sociale. Questo divario ha permesso che i primi si vedessero come i fautori esclusivamente delle tendenze universali di emancipazione e i secondi come esclusivamente interessati alle rivendicazioni di impatto immediato. La prima prospettiva è causa della gestione verticista, la seconda dell'atteggiamento spontaneista.
La dirigenza politica credendosi la sola interprete affidabile del comunismo, del socialismo, del modello alternativo di società, si è vista autorizzata a sacrificare le rivendicazioni particolari in favore dell'ideale finale. Questo ha fatto sì che venissero intraprese tattiche di compromesso con il potere economico e imposte queste scelte alla base. Paradossalmente ciò ha causato proprio il contrario, cioè il venir meno del “fine” di fronte ad opportunismi tattici sempre più asfissianti. Si è perso il contatto con le rivendicazioni locali e parziali e ciò veniva giustificato nel nome della necessità storica e delle “magnifiche sorti e progressive”. Ciò ha determinato che non si centrassero neanche quegli obiettivi parziali della lotta a vantaggio di compromessi sempre più a ribasso. Ciò si è riscontrato negli anni della partecipazione della sinistra al governo Prodi e nell'alleanza con le forze moderate dove al “radicalismo” nella teoria faceva seguito un “moderatismo” nella prassi. Questa perdita di contatto con la base e con i suoi bisogni immediati è all'origine della sconfitta storica della sinistra nel 2008.
Dall'altra parte però, presso le classi popolari, il bisogno di difendere i propri interessi hic et nunc di fronte all'avanzata del liberismo e alla deregolamentazione dei mercati ha determinato un atteggiamento tutto sbilanciato nei confronti di questi interessi e scarsamente proiettato al rovesciamento dello status quo, che pure sarebbe il modo migliore di farli valere. La delegittimazione di ogni idea alternativa a quelle dominanti da parte degli apparati mediatici e la scarsa incidenza delle forze politiche che si richiamano a queste idee sul terreno delle rivandicazioni particolari ha prodotto un allontanarsi dei lavoratori e delle classi sfruttate da queste stesse idee e la rinuncia ad ogni prospettiva di superamento dei rapporti sociali di produzione attualmente in vigore. Si è sacrificato l'“ideale” a vantaggio delle battaglie combattute giorno per giorno, separatamente e indipendentemente l'una dall'altra, senza nessun collegamento, perché l'unico collegamento possibile, il superamento dei rapporti di produzione in vigore appunto, è stato rimosso. Così queste singole lotte si sono svolte senza guardare minimamente a quella che è la missione storica delle forze sociali e politiche progressive. Astrattamente staccate dalle esigenze universali, le rivendicazioni si sono sentite libere da ogni condizionamento esterno alle singole rivendicazioni stesse. E questo ha permesso un'azione “anarchica” non organizzata e non coordinata in vista di un fine ultimo e perciò in sostanza velleitaria. Di conseguenza si è avuto un atteggiamento opposto a quello della dirigenza della sinistra: in questo caso ad un “moderatismo” ideologico ha fatto riscontro un “radicalismo” pratico.
Entrambi questi approcci sono privi di sbocchi. L'uno conduce all'incasellamento della sinistra nella trappola del gioco di coalizione e al sostanziale immobilismo parlamentare in nome di una “missione storica” che di fatto viene tradita. L'altro alla protesta furente ma velleitaria perché priva di respiro storico e politico.
Solo ricostruendo il rapporto tra la dirigenza della sinistra e la sua base è possibile superare questa aporia in cui sembra si sia finiti, perché si può ritrovare la sintesi tra le due esigenze, l'emancipazione universale e la rivendicazione particolare, senza sacrificarne una delle due, che condannerebbe anche l'altra, senza dover scegliere tra l'opportunismo tattico e il ribellismo sterile, ma trovando la giusta misura di tattica politica, perseguimento degli interessi immediati dei lavoratori e azione per la trasformazione della società nel suo complesso che è e deve rimanere comunque lo scopo fondamentale.
In questa chiave, quindi, deve essere letta la ricostruzione del radicamento territoriale di una sinistra di alternativa efficace, capace di porsi come punto focale delle lotte dei movimenti locali e dei lavoratori, capace di trovare una sintesi, un interesse comune e originale delle diverse manifestazioni di uno stesso fenomeno: l'opposizione al sistema di sfruttamento di classe.
Non è sufficiente sventolare una bandiera rossa in un corteo contro l'installazione di una base militare, né può bastare fare volantinaggio davanti alle fabbriche.
Il punto è trovare una sintesi, teorica e pratica, tra il sostegno ai movimenti locali e la presenza sul territorio e la “missione storica” della sinistra.