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giovedì 29 aprile 2010

Sì, siete razzisti

Non ci sono più quei razzisti di una volta, che ce l'avevano coi “negri” e con gli ebrei e che di essere razzisti ne erano orgogliosi e lo ammettevano apertamente.

Oggi i razzisti si offendono se li chiami razzisti. Sono responsabili di comportamenti che sicuramente potrebbero essere qualificati come razzismo, ma non vogliono ammetterlo. Sono quelli che “prima gli italiani”, che vogliono favorire i nativi rispetto agli immigrati e che cacciano i bambini immigrati dalle mense scolastiche, che fanno morire le bambine extracomunitarie senza dare loro l'assistenza medica che la nostra Costituzione obbliga a dare, per tutti gli individui, non solo per quelli con la cittadinanza. Quelli che impediscono le costruzioni delle moschee, quelli che “gli immigrati ci rubano il lavoro e la casa”, quelli che “ se non vi sta bene potete cambiare paese”, quelli che “l'Italia agli italiani” oppure (altra versione di chi non può dire di amare un paese il cui tricolore usa per nettarsi l'ano) “padroni a casa propria”. Dopo che costoro hanno enumerato una serie di insulsi stereotipi, che ovviamente non sarebbero mai capaci di motivare e di argomentare se qualcuno gliene chiedesse ragione, aggiungono candidamente “io non sono razzista”.

Questa ipocrisia è qualcosa di insopportabile. Se volete seguire i fascisti in camicia verde, fate pure, ma ameno assumetevi la responsabilità delle conseguenze di questa scelta.

Cito da wikipedia alla voce razzismo:


“Nella sua definizione più semplice, per razzismo si intende la convinzione che la specie umana sia suddivisa in razze biologicamente distinte e caratterizzate da diversi tratti somatici e diverse capacità intellettive, e la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare razza possa essere definita "superiore" o "inferiore" a un'altra.

Più analiticamente si possono distinguere diverse accezioni del termine:

Definizione



  1. storicamente rappresenta un insieme di teorie con fondamenti anche molto antichi (ma smentite dalla scienza moderna) e manifestatesi in ogni epoca con pratiche di oppressione e segregazione razziale, che sostengono che la specie umana sarebbe un insieme di razze, biologicamente differenti, e gerarchicamente ineguali. Tra gli ispiratori ideologici degli aspetti contemporanei di questa teoria vi fu l'aristocratico francese Joseph Arthur de Gobineau, autore di un Essai sur l'inégalité des races humaines[1] (Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane, 1853-1855). Nel XIX secolo quello che sarebbe stato poi definito razzismo nel secolo successivo ebbe rilevanza scientifica, al punto da venire oggi chiamata dagli storici razzismo scientifico. Intorno al 1850 il razzismo esce dall'ambito scientifico e assume una connotazione politica, diventando l'alibi con cui si cerca di giustificare la legittimità di prevaricazioni e violenze. Una delle massime espressioni di questo uso è stato il nazionalsocialismo.

  2. in senso colloquiale definisce ogni atteggiamento attivo di intolleranza (che può tradursi in minacce, discriminazione, violenza) verso gruppi di persone identificabili attraverso la loro cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico o altre caratteristiche. In tale senso, però, sarebbero più corretti, anche se sono raramente usati nel linguaggio popolare corrente, termini come xenofobia o meglio ancora etnocentrismo

  3. in senso più lato, e di uso non appropriato, comprende anche ogni atteggiamento passivo di insofferenza, pregiudizio, discriminazione verso persone che si identificano attraverso la loro regione di provenienza, cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico, accento dialettale o pronuncia difettosa, abbigliamento, modo di socializzarsi o altre caratteristiche”.



Da World Reference.com: “la convinzione che alcune razze siano inferiori e quindi vadano trattate in modo diverso rispetto ad altre o addirittura sterminate

  • in generale l'atteggiamento di chi disprezza chi è diverso”

Dal Sabatini Coletti: “1 Ideologia che, fondata su un'arbitraria distinzione dell'uomo in razze, giustifica la supremazia di un'etnia sulle altre e intende realizzarla attraverso politiche discriminatorie e persecutorie

  • 2 estens. Ogni atteggiamento o manifestazione di intolleranza"





È evidente quindi che con razzismo non si intende solo la credenza nell'esistenza di razza superiori e inferiori, ma questo termine con il tempo ha finito per designare anche l'intolleranza e la discriminazione nei confronti di una data cultura, etnia, religione, ecc.

Quindi comportamenti come privilegiare gli italiani rispetto agli immigrati, nelle graduatorie per le case popolari o nei sussidi, e via dicendo, possono essere definiti tranquillamente comportamenti razzisti.

Perciò che non si affannino più tutti questi sindaci, parlamentari e ministri leghisti a negare una qualità incontrovertibile dei loro elettori. Per la lingua italiana lo sono, e finché non viene inventato il padano dovranno accettare di essere chiamati razzisti, a meno che non smettano di comportarsi come tali. Perché quindi, avere, anche da parte di noi antirazzisti , un inutile riserbo nell'usare la lingua italiana? Sarebbe bene che quando, dopo un'affermazione del tipo “fuori dalle balle”, volessero aggiungere “ma non sono razzista” qualcuno facesse loro notare, dizionario alla mano, che invece lo sono eccome. Poi ognuno è libero di esprimere le proprie idee e anche i propri pregiudizi. Se vuole vivere in una società dove gli italiani vengono favoriti rispetto agli immigrati, hanno diritto di esprimere questa opinione, a patto però di assumersene la responsabilità e di accettare l'inevitabile e corretto epiteto di razzista.

lunedì 25 gennaio 2010

Alieni e immigrati

Un saluto a tutti e ben ritrovati dopo questo mio lungo periodo di assenza e questa lunga vacanza di Eresia rossa (non del suo autore però!). Molti di voi forse mi avranno, comprensibilmente, abbandonato, data la mia prolungata assenza, ma spero possiate tornare numerosi. Devo dire che ci sono tanti argomenti con cui avrei voluto ricominciare. Ma probabilmente già se ne occupano, ed esaustivamente, altri blog. Perciò desidero parlarvi di un film, che consiglio caldamente di vedere. Si chiama District 9, uscito qualche mese fa, e forse alcuni di voi l'hanno già visto. È una intelligente satira sociale (anche se drammatica) di genere fantascientifico. Una nave aliena sbarca a Johannesburg (tra le righe si legge un riferimento all'apartheid) e resta ferma a causa di un guasto. La popolazione aliena della nave viene rinchiusa in un campo chiamato appunto “Distretto 9”. Gli alieni (soprannominati spregiativamente “gamberoni”) sono così costretti a vivere in una specie di “bidonville”. A seguito della crescente tensione con gli umani il governo sudafricano decide di trasferire gli alieni in un nuovo campo e incarica di farlo l'agenzia MNU rappresentata da Wikus Van De Merwe, il quale tratta gli alieni senza troppi riguardi. Tuttavia dovrà presto ricredersi a seguito di un inspiegabile evento che lo trasforma da carnefice a vittima. Mi fermo qui, nel caso non l'abbiate visto e vogliate farlo (e ve lo consiglio).
La pellicola riesce ad essere molto efficace nel rappresentare la situazione inizialmente dalla parte degli uomini, i quali non hanno molte preoccupazioni per la sorte toccata agli alieni, esseri mostruosi e orripilanti, che possono anche essere uccisi senza pietà alla minima infrazione. In seguito c'è un capovolgimento e il punto di vista diventa quello degli alieni costretti a sopravvivere duramente su un pianeta ostile.
Pensate anche voi quello che penso io? Sostituite “alieni” con “immigrati”, l'appellativo “gamberoni” con “negri”, “Distretto 9” con “Centro di Identificazione” e otterrete non la trama di un film di fantascienza, ma la realtà. Una realtà che sembra tra l'altro replicarsi periodicamente, come già è successo giorni fa nell'“accogliente” Rosarno. Questa associazione io l'ho fatta subito. È inevitabile. Non è provincialismo, il voler ricondurre tutto al cortile di casa propria. La vicenda di Rosarno è sintomatica di un fenomeno mondiale, che coinvolge la specie umana in quanto tale e la sua organizzazione sociale.
L'aspetto che la pellicola centra in pieno è la segregazione come fenomeno profondamente moderno, talmente moderno da essere trasponibile in un'opera di fantascienza. Fenomeno, purtroppo, assai sottovalutato, oggi. Si pensa alla segregazione come a qualcosa che avvenne in passato, la cui ultima e tragica apparizione fu proprio quella sudafricana. Eppure essa è sempre presente, magari sotto nuove forme. Ovunque nel mondo si trovano situazioni come queste. Basta andare in Palestina e vedere come il governo israeliano tratta i palestinesi, oppure in Cecenia, o nelle prigioni della Libia, a seguito dell'accordo col nostro governo, o nella stessa Italia. I fenomeni migratori si rafforzano, perché si inaspriscono guerre, carestie e miseria. Alle migrazioni i governi rispondono con un rifiuto oppure con la segregazione, scoraggiando in tutti i modi la mescolanza e costruendo muri, compartimenti stagni.
La caccia al negro di Rosarno non è un episodio di cronaca locale o nazionale. È una questione che sta assumendo proporzioni gigantesche e che le azioni dei governi e dei potentati economici aggravano costantemente.
La segregazione non è l'apartheid di un paio di decenni fa, il razzismo non è il lascito di un passato barbarico. È qui e ora. È questo il senso del film: è qualcosa di profondamente moderno, radicato nelle nostre società e che riaffiora non appena qualcosa di inaspettato e di diverso infrange il precario equilibrio delle nostre metropoli, o delle nostre province, che ci illudiamo di poter conservare. Non a caso il film è ambientato nel 1982. Il passato è presente. Probabilmente possiamo rassicurarci con l“'uguaglianza formale” scritta sulle leggi, o con l'apparente noncuranza che ostentiamo di fronte alla diversità, ma ciò non cancella una caratteristica profonda della nostra società. Essa è razzista strutturalmente e per costituzione: una verità sconcertante, certo, ma pur sempre una verità, come l'“esperimento virtuale” di District 9 dimostra ampiamente.

lunedì 21 settembre 2009

Quando è aggredito l'aggressore


Ci sono persone ossessionate da qualcosa. Daniela Santanché è ossessionata dal velo islamico. A lei proprio non va giù. C'è chi non sopporta i cani, chi è intollerante al latte. Lei è intollerante al velo.
È più forte di lei. Così ieri, nell'anniversario della breccia di porta Pia e dell'annessione di Roma, ha deciso di passare all'azione. Un gruppo di mussulmani milanesi, uomini e donne, tentava (quale crimine immondo!) di entrare in moschea. Ma lei ha deciso che la cosa non s'ha da fare. Così si è piazzata, assieme al suo codazzo di fascistelli, davanti alla moschea e ha deciso di aggredire le donne che portavano il velo per strapparglielo.
Questa al mio paese si chiama aggressione. La paladina delle libertà femminili (solo però col velo degli altri) ha avuto per tutta risposta uno sganassone in pieno volto da qualcuno che ha giustamente perso la pazienza per la sua prepotenza, il che ha causato la caduta della politicante. Apriti cielo! Si scatena un putiferio attorno agli islamici che avrebbero “aggredito” la “povera” deputata. Giornali che titolano “Santanché aggredita” o persino “picchiata”, facendola passare quasi per una martire della libertà, attaccata da terribili terroristi.
Tutti i giornali, a cominciare dal “Corriere della Sera” e “Repubblica”, quelli che parlano di libertà di espressione (il primo un po' di meno) e se la prendono contro la censura, hanno creduto ciecamente alla versione della Santanché. Sarebbe stata aggredita, mentre cercava di manifestare pacificamente. Giudicate voi se manifestare pacificamente significa proiettarsi su delle poverette di un'altra religione per cercare di strappare loro il velo. Se degli atei andassero davanti ad un convento e si gettassero sulle suore per togliere loro l'abito che portano, voi cosa pensereste? Che si tratta di una violenza, credo.
Posso capire fare una battaglia culturale perché le donne tolgano il velo (ma che dire allora delle nostre donne “disinibite” che si arrampicano sui tacchi a spillo o che devono fare pompini per fare carriera? Non mi sembra una grande libertà) questo fa parte del diritto di ogni cittadino a manifestare la propria idea. Ma pensare di imporlo per le legge, e arrivare al punto da piazzarsi di fronte ad una moschea per strappare il velo a delle povere donne la cui unica colpa è una certa interpretazione del Corano, è davvero una prevaricazione! Che non si lamenti poi se si becca la giusta reazione.
Invece la nostra è davvero esperta in questa tattica di aggredire per poi fare la vittima. Basti ricordare che è la stessa che aveva “la bava alla bocca” e che diceva che i clandestini vuole “cacciarli a calci in culo”. Una che andava con i fascisti di Fiamma Tricolore e che tutt'ora condivide le manifestazioni di Casa Pound, il centro sociale di estrema destra razzista e violento, una che ha deciso persino di farsi accompagnare dalla scorta, quasi fosse una vittima di mafia, immaginandosi di essere seguita da chissà quali schiere di terroristi (ma chi se la fila?).
Evitiamo di far passare quindi una così, una che, come si suol dire, “va a cercare rogne” per una paladina della libertà. E magari prima di prendere per oro colato tutto ciò che dice sentiamo prima la versione dei suoi presunti “carnefici”.


Link:
http://www.giornalettismo.com/archives/37358/santanche-burqa-aggredita/

martedì 8 settembre 2009

Le radici del razzista


BRUXELLES - Come si direbbe in Italia: «Chi la fa l’aspetti». O meglio: «Il bue non chiami cornuto l’asino». Come si direbbe in Italia, si dice oggi in Olanda: dove il bue del proverbio, con rispetto parlando, sarebbe Geert Wilders; e l’asino, gli immigrati turchi o nordafricani. Perché Wilders, il deputato dal ciuffo giallissimo e dal l’occhio ceruleo finito sotto processo per incitamento alla discriminazione e al l’odio religioso, l’uomo che vince le elezioni gridando «No all’Eurarabia» o «l’Olanda agli olandesi», e invocando la cacciata di tutti gli im migrati musulmani «che non rispettano la nostra cultura», lo stesso che per le sue idee viene espulso dalla Gran Bretagna e che i nemici bef fardi chiamano «il più bianco dei bianchi», insomma proprio lui sarebbe in qualche modo «nero»: figlio e nipote di immigrati dall’Asia, pronipote di meticci dalla pelle scura, discen dente di musulmani.
In altre parole un «indo», come nella lingua di tutti i giorni molti olandesi chiamano que sti cittadini. Parentele neppure trop po lontane, poi: già la nonna materna di Wilders, Johanna Ording-Meijere, moglie di un colono olandese nelle ex-Indie Orientali (l’attuale Indonesia, il più grande paese a maggioranza musulmana nel mondo) avrebbe avuto, come si usa dire, sangue misto. Tutto questo ha rivelato un esperto di genealogia, ricostruendo l’«albero» dei Wilders, e ora lo conferma - con uno studio di sei pagine appena pubblicato sul settimanale dei Verdi di Amsterdam - un’antropologa culturale, Lizzy van Leeuwen, che ha svolto lunghe ricerche negli archivi nazionali e che aggiunge un pizzico velenosetto della sua scienza alla zuppa già piccante delle polemiche: an che il ciuffo quasi albino e clamorosa mente ritinto di Wilders, dice infatti la studiosa, si può spiegare con la vo lontà di nascondere certe radici, di fuggire da un passato familiare che Wilders avrebbe sempre nascosto o dimenticato, tant’è che non lo cita nel le sue biografie. E anche le sue idee sarebbero così radicali, proprio per il desiderio di chiudere certe pagine.
Secondo la ricostruzione fatta ora, Johann Ording, il nonno materno di Wilders, proveniva da un’antica fami glia ebrea della madrepatria e si era trapiantato nell’isola di Giava, in Indo nesia, come direttore dell’amministra zione finanziaria. Sua moglie, Johanna, era una di quelle bellezze euro-asiatiche che così spesso si incontravano nelle famiglie dei coloni: e aveva, ovviamente, dei parenti musulmani. Gli Ording erano benestanti, avevano una numerosa servitù. Ma in torno al 1930, Johann fu colpito da un dissesto finanziario, e mentre era in vacanza in Olanda scoprì di essere sta to licenziato. Seguirono periodi di cri si e di frustrazione, anche perché nel 1949 l’Indonesia divenne indipenden te e molti altri coloni rimpatriarono. Negli anni '70, con l’esplodere dell’immigrazione dal Nordafrica e dalla Turchia, crebbero le difficoltà per gli «indi », in un mercato del lavoro sempre più ristretto (molti di loro, ricordano gli storici locali, militavano nei partiti di estrema destra). E nacquero i primi attriti con gli «altri», i musulmani: an che questo sfondo avrebbe contribui to al germogliare delle idee di Wilders. Il quale, finora, non ha replicato alle ricostruzioni: lavora a preparare le prossime elezioni a L’Aja, distribuisce vignette satiriche su Maometto, ripete che «non ho nulla contro i musulmani come persone» e nel frattempo auspica che Romania e Bulgaria «lascino l’Unione Europea». Chissà se qualcuno sta già cercando un bisnonno romeno, in quello stesso albero genealogico.


Corriere della Sera, 07 settembre 2009


Ora non so voi, ma io farei un monumento a questa antropologa. Propongo che l'antropologa Lizzy van Leeuwen venga in Italia a condurre una ricerca su tutti i leghisti. Magari si scopre che Borghezio aveva un prozio arabo o che Calderoli discende da una famiglia calabrese.
Chi pensasse che si tratta di un semplice problema individuale si sbaglia di grosso; è l'espressione, invece, di un'intera società. Il razzista che grida di voler cacciare “lo straniero”, l'esponente di una cultura e di un'etnia diverse, in realtà si tinge i capelli per mascherare i caratteri di quell'etnia e rinnega i suoi antenati per cancellare ogni segno di quella cultura su di sé. È un processo tipico dello xenofobo. Nell'uomo Mosè e la religione monoteistica Sigmund Freud attacca il nazismo (proprio nel momento della sua ascesa) che parlava di razza ariana e identità tedesca e accusava gli ebrei di tutti i mali possibili. Gli ebrei sono stati un popolo tradizionalmente discriminato, anche prima del nazismo. Contro di loro veniva lanciata l'accusa pretestuosa di essere i carnefici di Cristo. Tanto è demenziale il razzismo che si fingeva di ignorare che Cristo stesso era ebreo e che il cristianesimo ha le sue origini nell'ebraismo. Il nazismo utilizzò questo vecchio pregiudizio (ma basta vedere anche la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica su questo punto fino a non molto tempo fa) per criminalizzare il popolo ebraico ed erigere la “razza ariana”, germanica e cristiana, a popolo eletto (tra l'altro condividendo proprio con l'ebraismo la credenza del “popolo eletto” appunto). Freud ridicolizzava proprio questa concezione, mostrando come in realtà ogni cultura, ogni società, non è mai un blocco granitico, un monolite uniforme e sempre uguale, ma un incontro e un insieme polimorfo di altre culture e altre società. La propria religione non esisterebbe senza l'apporto di altre religioni, anche quelle che vengono rifiutate.
Non solo, ma spesso capita che le culture che vengono respinte, sono proprio quelle che compongono la nostra. Mosè in realtà era egizio. La religione ebraica ha molte affinità con quella egizia. Proprio in coloro che sono accusati dagli ebrei per il loro culto “demoniaco” e da cui essi vogliono liberarsi, risiede l'origine del “popolo eletto”.
Era un'accusa potente, e neanche troppo velata, contro i nazisti. Proprio con le società che si vogliono cacciare o eliminare si condividono caratteri culturali fondamentali. Respingere le altre culture, quindi, significa rinnegare noi stessi, perché noi non siamo che il risultato di un processo di ibridazione e di mescolamento delle razze, delle culture e delle religioni. Siamo tutti meticci, potremmo dire.
Se volessimo dare una spiegazione psicologica al fenomeno che stiamo vivendo e di cui quel politico olandese è l'espressione lampante potremmo dire che il razzista proietta se stesso e la parte di sé che non riesce a controllare e di cui ha paura, su qualcun'altro, illudendosi così di poterla controllare meglio. Egli ha una personalità scissa e questa scissione lo porta a distruggere gli altri e se stesso.
Da un punto di vista antropologico cancellare le altre culture significa cancellare la nostra, poiché questa si è formata, e continua a formarsi e a vivere, solo in rapporto con le altre. Anche se questo rapporto fosse meramente conflittuale, finiremmo comunque per subire l'influenza del “nemico”, anche se in modo negativo. L'eliminazione del “nemico” non significa la nostra vittoria, ma il nostro suicidio.
Insomma, il razzismo rivela un rapporto insano con le proprie origini, i propri antenati e infine con se stessi. Rivela che c'è una parte di noi che non conosciamo e che vogliamo rinnegare e per questo la attribuiamo a qualcun'altro dicendo che non ci appartiene. Come è il caso di Wilders che si tinge i capelli o che rimuove la sua discendenza meticcia e islamica.
C'è chi parla di “radici cristiane” dell'Occidente. Ma l'Occidente possiede radici non solo cirstiane e giudaiche, ma anche islamiche, pagane, orfico-orientali, arabe, mistiche, animiste, deiste, atee, agnostiche e quant'altro.
Proprio coloro che parlano di “difesa della nostra identità” in realtà sono quelli che l'identità rischiano di distruggerla, perché in realtà non la conoscono e non la conoscono perché ne hanno paura, perché temono che riveli qualcosa di loro stessi che non vorrebbero scoprire.

martedì 1 settembre 2009

Criminali di Stato


ROMA
Nel giorno della visita a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, il governo italiano decide un nuovo respingimento in Libia: 75 migranti, tra loro 15 donne e 3 minori, intercettati stamattina a circa 24 miglia a sud di Capo Passero - in un’area al limite della competenza italiana per quanto riguarda il soccorso in mare - sono stati trasbordati su un pattugliatore d’altura della Guardia di finanza per essere condotti nel paese nordafricano.

Da poco atterrato a Tripoli, il premier dice di non essere al corrente dell’accaduto, ma spiega: se vogliamo procedere ad una politica di vera integrazione dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque. Arriva a stretto giro la replica Pd. Berlusconi -dice Dario Franceschini- oltre a guardare le Frecce farebbe bene a vedere cosa succede in Libia nei campi in cui si accolgono gli immigrati. «Ancora una volta -aggiunge Felice Belisario (Idv)- il premier è forte con i deboli e debole con i forti. I respingimenti preoccupano l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, invece di arginare il fenomeno dell’immigrazione si penalizzano i richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto a ottenere protezione.

La Stampa, 30 agosto 2009


Bisogna dirlo chiaramente senza troppi giri di parole. A capo del nostro governo ci sono dei criminali veri e propri, degli assassini, dei macellai che barattano la vita delle persone per fare affari e guadagnare qualche voto in più dagli ignoranti chi li hanno eletti.
Lasciamo perdere il solito anatema qualunquista “governo ladro”, questo non è solo un governo ladro, è un governo assassino.
Come si potrebbe definire altrimenti chi respinge dei disperati venuti per terra e per mare, attraverso trabiccoli galleggianti sovraffollati di gente affamata e terrorizzata per condannarli a una sorte senza scampo? Il Delinquente del Consiglio a capo di una coalizione di affaristi, fascisti e criminali della peggior specie, unisce tutta la bestialità di cui è capace con un'ipocrisia filistea. Finge di ignorare il fatto che i “clandestini”, che altro non sono che esseri umani nascosti dietro le cifre che il Ministero degli Internamenti snocciola con macabra freddezza, una volta respinti andranno a popolare le carceri libiche dove saranno pestati dalle guardie, torturati e maltrattati, quando non abbandonati nel deserto libico a morire di fame e di sete. Come si può definire chi è complice di azioni simili? È forse eccessivo paragonare una simile deportazione e un simile massacro all'olocausto ebreo della Seconda Guerra Mondiale? Non si dica che loro “non sanno”, patetica scusa accampata da tutti i criminali nazisti. Se i giornalisti sono in grado di conoscere il destino di migliaia di profughi che cercano disperatamente di entrare in Italia per fuggire alla guerra, alle persecuzioni o alla fame, a fortiori è in grado di venirne a conoscenza un governo che dispone di un apparato di servizi segreti. Ma non conviene agli imprenditori della morte mostrare gli scheletri nell'armadio di un regime tirannico. Con la Libia vige un accordo che permette ai sicari al potere di provvedere grandi appalti all'industria nazionale e oliare la macchina della propaganda razzista e fascista che si vanta dei respingimenti come di una grande risultato della biopolitica, anzi della “tanatopolitica”.
Il governo sa e quasi lo ammette esplicitamente quando Roberto “Zanna Verde” Maroni (il “moderato” della Lega, lo stesso che morse un poliziotto e che disse che con i clandestini bisogna essere “cattivi”) risponde a chi lo accusa di violare i diritti umani con la riduzione del numero di sbarchi. Come dire: se questi sono i risultati, ben venga anche violare i diritti umani, negare il diritto di asilo, mandare a morte nelle carceri libiche migliaia di disperati colpevoli solo della loro condizione. In cambio, in un perfetto mercato di bieca propaganda di regime, la Banda Berlusconi che governa l'Italia manda all'anniversario del governo fascista di Gheddafi le frecce tricolore. Cioè manda il fior fiore della nostra aviazione a festeggiare l'inizio di una dittatura, a spese ovviamente del contribuente. Come se durante il Ventennio la Gran Bretagna avesse mandato la RAF in Italia per celebrare la marcia su Roma.
Finiamola anche con la favola, sentita ripetere dalle canaglie leghiste, che “bisogna aiutarli a casa loro”. Se ogni immigrato dovesse aspettare gli aiuti del governo italiano farebbe in tempo a morire, assieme ai suoi figli, ai suoi nipoti e a tutta la sua stirpe. Per non smentirsi gli aiuti alla Cooperazione e allo sviluppo sono stati, ancora una volta, tagliati. Come “Aspettando Godot” questi aiuti “a casa loro” si aspettano sempre ma non arriveranno mai.
Ma poi è un ragionamento da testa di Cota: se un clandestino bussa alla porta di casa mia per chiedermi due spiccioli, io glieli do, non dico “non te li posso dare perché bisogna aiutarti a casa tua” bell'aiuto! Che bontà! Ci sono migliaia di esseri umani che lottano sul filo del rasoio, spesso tra la vita e la morte e certo non possono aspettare che venga varata la prossima finanziaria, ammesso, per pura fantasia, che venga fatto qualcosa. Per loro bisogna agire subito, adesso, senza perdere tempo perché ogni giorno in più può costare la vita ad altri.
Ma non si spreca nemmeno lo humor nero che possiedono Popolo delle Impunità e la Lega dei Fasci. Infatti vorrebbero anche praticare la cristiana virtù del perdono con la sanatoria (quasi fosse un condono edilizio, come se si stesse parlando di cose e non di persone) per regolarizzare colf e badanti. A parte il fatto che è un provvedimento fortemente classista, che andrà a vantaggio dei soliti ricchi che possono permettersi di pagare 500 euro solo per regolarizzare la propria cameriera. Ma ne emerge tutto il bieco cinismo spacciato per umanitarsimo. Gli stranieri vanno bene solo quando servono ai nostri scopi. Se si tratta di pulire le nostre case o il culo dei nostri anziani affetti da Alzehimer, allora gli stranieri vanno bene. Salvo poi rimandarli nella tana del lupo quando fa comodo. Certo questo atteggiamento riflette quello di molti italiani, cinici, ipocriti, rozzi e ignoranti, che considerano le persone di un altro paese niente più che dei servi.
E allora “bisogna rispedirli a casa loro” (perché essendo dei pacchi postali li si spedisce) ma non la colf che mi pulisce la casa. Questo è il modo di pensare del leghista tipo (e non solo).
Quindi smettiamola con questo falso fairplay che molti dell'opposizione sperano di portare avanti. Quei beceri palloni gonfiati ignoranti della Lega non si fanno certo problemi a definire i gay “froci”, i meridionali “terroni” e quelli che hanno la pelle un po' più scura della loro “negri”. E allora perché dovrei pormi io il problema di chiamare loro teste di cazzo? “Quanno ce vo', ce vo'” dicono a Roma ladrona. Tra l'altro è la pura verità. Anche se li chiamassi teste di organo sessuale maschile o teste di augello, il concetto sarebbe sempre lo stesso. Come del resto non c'è da censurarsi nel definire assassino un capo di governo che firma un accordo per avere appalti sulla pelle di esseri umani.
Per cui finiamola con questo timore reverenziale dell'opposizione, con la panzana veltroniana che se ti azzardi a dire troppo male dell'avversario, anzi del nemico (perché gli assassini e i razzisti sono miei nemici, non “avversari politici”) perdi le elezioni. I fatti dimostrano il contrario. Non mi pare che Berlusconi sia stato molto tenero con i suoi oppositori. E allora perché non ha perso?
Quindi diciamolo chiaramente: Berlusconi è un affarista e un criminale, Maroni un fascista manganellatore, Calderoli un porco che fa vergogna ai porci, Bossi un ignorante, Gentilini un nazista.
Se volete contribuire anche voi alla ricerca della migliore definizione per questa gente, fatevi avanti.

sabato 4 luglio 2009

Le leggi razziali


Il razzismo programmatico del governo è reso possibile dalla mancanza di coscienza di classe dei lavoratori italiani aizzati dai media contro lo straniero.



Il decreto in materia di ordine pubblico – impropriamente definito “sicurezza” – segna una vittoria per le forze retrograde e xenofobe. Il decreto provvede, coma mai prima d'ora, a criminalizzare lo straniero. Innanzitutto con l'introduzione del reato di “clandestinità”. Ciò determinerà la condanna penale e la reclusione per gli stranieri che si trovano irregolarmente in Italia. Se si considera che praticamente tutti gli immigrati, in Italia, a causa della legge vigente, sono costretti a passare per un periodo di irregolarità (perché non si può ottenere permesso di soggiorno senza contratto lavorativo) ci si accorge che la criminalizzazione non riguarda solo l'immigrato irregolare, ma lo straniero in generale additato come nemico o minaccia da cui bisogna difendersi.
In secondo luogo ciò comporterà la privazione, di fatto, delle cure mediche per gli irregolari, dato che il personale medico viene costretto a denunciare alle autorità la situazione di irregolarità dell'immigrato che ricorre alle sue cure.
In terzo luogo priva i “clandestini” anche dell'alloggio, perché vieta ai proprietari di affittare agli extracomunitari senza permesso di soggiorno.
In quarto luogo aizza una vera e propria “caccia alle streghe” delegando il mantenimento dell'ordine pubblico a delle ronde di privati cittadini, inesperti e non addestrati alla responsabilità che viene loro affidata e per giunta vicini a gruppi politici dichiaratamente razzisti, quando non addirittura fascisti.
In quinto luogo, aumenta il periodo di detenzione degli immigrati nei centri di identificazione, dei veri e propri lager, per le pessime condizioni igieniche e sanitarie, delle strutture detentive peggiori dei carceri per persone che si sono macchiate del solo delitto di essere nate in un paese in cui si muore per la guerra o per la fame.
Tutto questo ci fa concludere che è in atto in Italia una vera e propria persecuzione ai danni degli extracomunitari, essi vengono privati di:


  • diritti civili (mancato riconoscimento del permesso di soggiorno per cercare lavoro)
  • cure mediche
  • alloggio
  • libertà di movimento (la presenza delle ronde ne limiterà gli spostamenti)
  • habeas corpus (vengono incarcerati in strutture detentive per l'identificazione senza un processo, senza essere stati incriminati e senza potersi difendere in sede civile o penale).


La situazione degli extracomunitari oggi presenti in Italia non è molto diversa da quella degli ebrei durante il fascismo, e ciò non dovrebbe farci esitare nel concludere che il parlamento ha approvato delle vere e proprie leggi razziali.
Di fronte alla gravità della situazione non sembra ci sia una adeguata reazione da parte non solo dell'opposizione politica, ma della stessa società civile, che anzi in molti casi sembra approvare le misure liberticide e discriminatorie della maggioranza.
Il consenso di questo governo, d'altronde, è stato costruito anche su una forte componente xenofoba della sua azione politica, che mira a dividere le classi deboli tra italiani e stranieri.
La destra sta perseguendo una politica in favore della elite dominante e fortemente penalizzante nei confronti della classe lavoratrice. Queste misure antipopolari, anche se spesso non impopolari, sono state giustificate scaricando la responsabilità della questione sociale sugli immigrati, anziché sulla sregolatezza economica della classe dominante.
Ma il consenso della destra più reazionaria che sia mai stata al governo da diversi decenni non va attribuito soltanto a una propaganda ideologica martellante e sistematica degli ultimi mesi.
Né può bastare, per comprendere fino in fondo il fenomeno, appellarsi all'incapacità dell'opposizione e della sinistra (senza dubbio reale) di proporre una alternativa al modello liberista e autoritario imposto dalle forze conservatrici.
La maggioranza di destra, soprattutto la sua parte più xenofoba ed esagitata, ottiene un consenso senza precedenti non solo tra la ricca borghesia o tra i ceti piccolo-borghesi arricchiti, ma proprio tra quegli strati che maggiormente hanno pagato per la sua gestione della situazione sociale, vale a dire i lavoratori.
Tanto più sembra stupefacente questo consenso se si considera la forte presenza in passato, in Italia, di partiti politici che hanno a lungo, e spesso con successo, portato avanti gli interessi della classe lavoratrice.
Il loro forte radicamento ha condizionato la vita non solo economica ma anche culturale del Paese, contribuendo a una forte consapevolezza dei lavoratori circa le loro condizione e le dinamiche strutturali responsabili del loro sfruttamento, nonché delle possibilità reali di emancipazione.
Non basta liquidare questo incredibile mutamento con la storia, pur vera, della crisi della sinistra. Senza dubbio la sinistra negli ultimi anni non è stata abbastanza efficace nel porsi come alternativa al modello che fa comodo all'industria e alla finanza.
Senza dubbio ha perso radicamento sul territorio, permettendo la nascita di forti pulsioni eversive e addirittura, anche se a intermittenza, “secessioniste”. Ma non si spiega come il proletariato più avanzato dell'Europa occidentale possa essere diventato nel giro di pochi anni quello più arretrato e maggiormente in ostaggio di una borghesia tutt'altro che illuminata.
Come è possibile che sia passato da “avanguardia rivoluzionaria” dell'Europa a baluardo della conservazione? Certo, la situazione è molto più complessa di ciò che possa rendere ogni schematizzazione. Senza dubbio persistono diversi momenti all'interno della classe lavoratrice italiana, alternativamente emancipativi e recessivi, si fronteggiano istanze progressive e regressive all'interno di un medesimo comparto produttivo.
Ma è innegabile il “voltafaccia”, l'inversione di tendenza che ha accompagnato i lavoratori italiani negli ultimi tempi.
Per capire ciò che sta succedendo e il profondo mutamento avvenuto nella società italiana dobbiamo risalire a un momento storico essenziale nella società italiana, e occidentale in genere.
Dobbiamo tornare agli anni '80 del Novecento, il periodo della grande Restaurazione borghese.
Siamo alla fine dei movimenti di emancipazione che hanno sconvolto l'Italia e il Mondo culminati negli anni '60 e '70. Ora questi movimenti, che vedono la classe operaia in testa, arrancano, si ripiegano su se stessi.
Sono gli anni della “rivoluzione conservatrice” di Reagan e della Thatcher, e in Italia quelli del craxismo.
È il momento colto dalla ricca borghesia per mettere in atto un grande piano di ristrutturazione dell'ordine capitalistico internazionale messo in crisi nei decenni passati.
Questo piano comprende i seguenti punti: abbandono della linea “moderata” e di compromesso che a livello politico le classi dominanti avevano intrapreso, per mezzo, in particolare, della Democrazia Cristiana e della Chiesa; aggressione diretta e dichiarata alla classe operaia che va a colpire importanti diritti sociali conquistati con decenni di lotte; campagna di delegittimazione ideologica attraverso stampa e televisioni delle lotte sociali; conquista del consenso tra la piccola borghesia conservatrice (commercianti, artigiani, liberi professionisti) attraverso la medesima campagna; estensione di tale consenso (nel corso degli anni Novanta soprattutto) a settori della classe lavoratrice stessa, convinti dalla promessa della “scalata sociale”.
Si è trattato quindi di un disegno politico che la borghesia industriale e finanziaria ha abilmente saputo mettere in atto per erodere i presupposti sociali di ogni possibilità di trasformazione strutturale.
Questo disegno, abbiamo detto, poggia su due pilastri: l'attacco politico contro i lavoratori e la deregolamentazione in ambito economico e giuslavorista da un lato e la campagna mediatica di sostegno ideologico a tale deregolamentazione dall'altro.
Nel primo caso si è proceduti al progressivo smantellamento della scala mobile, per arrivare alla precarizzazione dei contratti di lavoro, alla erosione del salario, alla derubricazione della contrattazione nazionale a livello sindacale che hanno causato la perdita di potere contrattuale per il lavoro.
Nel secondo caso ci si è avvalsi di un avamposto senza precedenti, quello della televisione commerciale e privata. L'apertura del governo Craxi alla monopolizzazione della cultura da parte di Berlusconi, soprattutto attraverso l'affermazione di mediaset, fu il passo politico necessario per portare a compimento questo disegno.
Da allora la propaganda di mediaset, che ha contagiato anche la rai, ha formato e forgiato la coscienza delle masse, facendola regredire attraverso l'imbonimento della pubblicità e di prodotti culturali artisticamente scadenti ma promotori di un edonismo individualista e cinico, che ha progressivamente cancellato la coscienza di classe dei lavoratori italiani, ipnotizzati dalle promesse del mercato decantato dai media. A questo naturalmente va aggiunto il controllo, diretto o indiretto, dell'informazione, orientata al sostegno di questa strategia.
Tutto ciò è quanto si intende con l'espressione berlusconismo che sta a significare non tanto la gestione del potere di un singolo individuo, quanto la strategia attuata in Italia dalle classi dominanti che hanno trovato un valido “cavallo di Troia” nella persona e nei mezzi di Silvio Berlusconi.
Alla luce di questo rapido excursus è possibile individuare le radici di un tale collasso della coscienza delle classi povere italiane che ha spianato la strada alla destra e alla sua politica razzista e persecutoria.
Negli anni '80 l'arma politica era il craxismo, ovvero un liberismo travestito “da sinistra” che serviva per ampliare il consenso tra la piccola borghesia e metterla contro i lavoratori.
Oggi il bastione politico della Restaurazione è la Lega, utile a conquistare gli stessi strati della classe lavoratrice italiana per metterla contro quella straniera e coprire con la “guerra tra poveri” il consolidamento dell'egemonia dell'elite al potere.

domenica 14 giugno 2009

Tornano le squadracce nere

Proprio così. Ieri a Milano il Movimento sociale, partito di estrema destra, ha presentato il proprio progetto di istituire una “Guardia nazionale” per partecipare alle ronde autorizzate dal ddl sulla sicurezza del governo. Il loro capo è Gaetano Saya, indagato per istigazione all'odio razziale. Intanto la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per apologia di fascismo.
Già sono immaginabili le loro intenzioni criminali, sotto la copertura di una legge infame. Gli immigrati, i barboni, le prostitute, gli omosessuali, sarebbero i primi ad essere presi di mira. Le ronde fasciste non farebbero che radicalizzare le già temibili ronde padane, che certo non si può dire vadano molto per il sottile.
Il loro equipaggiamento rivela già tutto: “elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero” (La Repubblica). Insomma da truppe paramilitari.
Ecco a cosa conduce una legge securitaria e liberticida, in cui la gestione dell'ordine pubblico vine tolta alle forze di polizia (composte da professionisti addestrati per questo) e affidata a dei dilettanti, degli inesperti che non sanno come bisogna comportarsi e per giunta di idee politiche eversive.
La situazione sembra analoga a quella dell'Italia pre-fascista e proto-fascista, quando lo squadrismo di Mussolini si diffondeva, favorito dai liberali allora al governo che vedevano in esso un mezzo per fermare l'avanzata dei socialisti e dei comunisti. Gli effetti sciagurati di questa politica si sono visti. Analogamente oggi il governo strizza l'occhio a quei gruppi incostituzionali di chiare idee razziste per fermare questa volta non i “rossi”, ma gli extracomunitari, soprattuto, ma anche tutti coloro che vivono ai margini della società, i senzatetto, i ladruncoli disperati, magari anche minorenni, i tossicomani. Contro tutti questi, che minacciano l'immagine di splendente ottimismo che dovrebbe irradiare dal suolo italico, si abbatterà la dura repressione del neo-squadrismo fascio-leghista.
Fascisti e leghisti li abbiamo già visti insieme. In Germania Borghezio manifestava contro la moschea assieme ai naziskin. In Italia sono numerosi i cortei, con tanto di spranghe e saluti romani, che vedono i leghisti uniti a quelli di Forza Nuova.
Già le telecamere nascoste delle Iene avevano immortalato le minacce subite dal reporter Paolo Calabresi, travestito da romeno, che stava rischiando il pestaggio dai rondisti.
Ecco il filmato:


Non ci dovrebbero essere più dubbi sulle reali intenzioni di questa gente.
Naturalmente nessun tg da spazio a queste notizie. Se una donna italiana viene violentata da un immigrato compare in prima pagina, ma se dei fascisti o dei leghisti picchiano un immigrato, nelle televisioni di pre-regime cala il silenzio assoluto.
Ricordate:

giovedì 11 giugno 2009

L'Asse Roma-Tripoli: un patto criminale tra due governi autoritari



Con l'accordo del governo italiano con la Libia sull'immigrazione la destra xenofoba e reazionaria ha raggiunto un picco di cinismo ineguagliato. Il dittatore libico Gheddafi, criminale internazionale e violatore dei diritti umani, viene ricevuto al Senato, accolto come un eroe dal Presidente Schifani, a Roma al Campidoglio dal sindaco Alemanno e alla Sapienza dal Rettore. Questo ha spinto gli studenti a mobilitarsi per protestare contro le persecuzioni nei confronti dei migranti cui collaborano Italia e Libia.
Pur di assicurarsi consensi sul tema dell'immigrazione soffiando sul razzismo Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia che garantisse alle multinazionali italiane ingenti profitti nella costruzione di opere pubbliche nel paese nordafricano.
Il governo italiano ha mostrato di condividere la linea libica di violazione sistematica dei diritti umani, come ha già dimostrato la vicenda dei respingimenti dei barconi a largo di Lampedusa, negando il diritto di asilo e violando i trattati internazionali. Di fronte agli immigrati che fuggono dalla miseria, dalle guerre e dalle persecuzioni di regimi sanguinari come quello di Gheddafi, Berlusconi e la Lega hanno pensato bene di lavarsene le mani: loro non c'entrano, la Libia facesse quello che gli pare. Affidare gli immigrati respinti alle autorità libiche significa consegnare centinaia di persone alla morte certa. Un modo per aggirare le norme nazionali e internazionali sul diritto d'asilo avallando la repressione e le torture della polizia nelle prigioni libiche. I migranti, la cui tragedia viene sfruttata dai trafficanti e dalle autorità colluse, vengono spesso abbandonati nel deserto a morire di fame e di sete.
Con questa associazione a delinquere di stato le multinazionali italiane si aggiudicano importanti profitti sul territorio libico e il governo potrà vantarsi di aver mandato a morire degli innocenti vittime delle persecuzioni, Ma come si sa Berlusconi ha detto che l'Italia non deve essere una società multietnica e quindi l'ideologia fascistoide del “Dio, Patria, Famiglia” è più importante della tutela dei diritti umani.
E su questo ha trovato una sponda persino in ambienti ecclesiastici: il segretario della CEI ha elogiato l'accordo stipulato dall'Italia. Smentendo la linea che la Chiesa aveva tenuto nei confronti dei respingimenti.
Ma c'è qualcuno che si ricorda dell'epoca in cui Gheddafi era demonizzato dai governi occidentali come terribile dittatore quando aveva sottratto i giacimenti petroliferi agli interessi euro-atlantici e cacciato le basi militari straniere? Tutto dimenticato. Da quando la Libia si è riavvicinata aquegli interessi da “Stato canaglia” è diventato un alleato nella lotta al terrorismo. Ma il terrorismo contro i migranti viene perpetrato dai governi stessi, che spingono le popolazioni locali contro i nuovi arrivati, in una guerra tra poveri in cui è lecito persino ammazzare bambini. Lo diceva il sindaco Gentilini: “bisogna eliminare i bambini zingari che vanno a rubare”. L'eliminatore che si sporca le mani al posto loro l'hanno trovato, il Colonnello Gheddafi.

venerdì 29 maggio 2009

Viva l'immigrazione



Il caso dei cosiddetti “respingimenti” di immigrati dalle coste italiane ha generato diverse reazioni nel mondo. L'Unione europea, l'ONU e adesso anche Amnesty International hanno denunciato le politiche del governo italiano che violano i trattati internazionali e i diritti umani perché non vengono verificati i richiedenti asilo.

In Italia si è formato un fronte compatto che crede sia giusto limitare il più possibile l'immigrazione e favorire gli interessi della comunità locale.

Ma questa opinione, purtroppo così largamente diffusa, è molto fondata sui pregiudizi e molto poco su motivazioni logiche e reali.

Analizziamo ciò che propongono gli “anti-immigrazionisti” e vediamo come i loro argomenti al lume della ragione si sciolgano come neve al sole.


Innanzitutto ci sono diverse ragioni che costoro avanzano a sostegno delle loro tesi, e sono di ordine morale, culturale e pratico.


  1. Per quanto riguarda gli argomenti di ordine morale gli anti-immigrazionisti sostengono innanzitutto che ci sarebbe una sorta di precedenza degli italiani nell'usufruire di un certo diritto rispetto agli immigrati.

    Ad esempio nel caso delle assegnazioni di alloggi popolari o di asili nido si dovrebbe dare la precedenza agli italiani sugli stranieri poiché altrimenti un posto assegnato a uno straniero sarebbe sottratto a un italiano.

    A ben vedere però l'argomento non regge minimamente. L'idea di dare la precedenza agli italiani è assolutamente arbitraria. Per quale ragione gli italiani dovrebbero essere privilegiati? Perché sono nati in Italia? E allora? Certo non si può dire si tratti di un merito nascere in Italia o un demerito nascere all'estero. Non abbiamo deciso noi il nostro luogo di nascita. Ma non si capisce perché dovrebbero essere favoriti proprio gli italiani. Con quale criterio si sceglie una classe di persone da privilegiare? Questo non viene spiegato. Di questo passo potrebbe arrivare qualcuno che sostenga che i piemontesi dovrebbero essere favoriti rispetto ai siciliani o che i milanesi dovrebbero esserlo rispetto ai bresciani e così via. Dove ci porterebbero questi discorsi? Le convenzioni internazionali e anche le leggi nazionali non garantiscono diritti sulla base della zona geografica di provenienza.

    Qualcuno potrebbe controbattere che la discriminante non è la nazionalità ma la cittadinanza: un immigrato ha gli stessi diritti di chi è nato in Italia purché sia cittadino italiano. Ma anche in questo caso attueremmo una discriminazione. La cittadinanza infatti per gli italiani è acquisita alla nascita, mentre per gli immigrati solo dopo un lungo percorso burocratico. Quindi ancora una volta sarebbe il luogo di nascita a fare la differenza, che si è visto essere qualcosa di arbitrario.

    Gli anti-immigrazionisti sostengono che gli italiani dovrebbero essere privilegiati perché si trovano in Italia. Mentre se si trovassero in un altro paese sarebbero i nativi di questo paese ad aver diritto a un certo privilegio. Ma per quale ragione lo Stato italiano dovrebbe favorire gli italiani, quello francese i francesi, quello indiano gli indiani e così via? Nelle Costituzioni degli stati democratici non c'è riferimento a un diritto di precedenza dei nativi rispetto agli stranieri. E non si capisce perché una volta assodato il criterio dell'uguaglianza di diritti di tutti gli individui si debba poi distinguere sulla base della natalità.

  2. Per quanto riguarda invece gli argomenti culturali viene affermato che favorire il libero accesso nel nostro stato di popoli diversi finirebbe per disperdere la nostra cultura e quindi per indebolirci.

    Anche qui non si comprende il nesso tra la premessa e la conclusione. Per quale motivo situazioni di sincretismo e di meticciato dovrebbero danneggiarci? Nella storia hanno avuto successo quei popoli che hanno vissuto e accettato situazioni di convivenza tra diverse culture. Si pensi all'Impero Romano. Roma garantì libertà religiosa presso i popoli che conquistava, lasciava immutati lingua, tradizione e costumi e permetteva l'accesso alle massime cariche dello stato anche a individui provenienti dalle diverse Province. Se non avesse attuato questa politica probabilmente la sua esistenza non sarebbe durata più di duemila anni (se si considera anche l'Impero d'Oriente). Oppure si prenda il caso dell'Impero Ottomano. Decretò la fine dell'epoca bizantina ma nei territori occupati, che giungevano fino all'Europa orientale, lasciò una larga libertà di culto. Permise addirittura ai cristiani convertiti di raggiungere alti incarichi ufficiali. I cristiani eretici e gli ebrei, perseguitati nell'Europa cristiana, fuggivano in Turchia e nei paesi arabi dove godevano di una certa libertà. Se non avessero attuato questa politica “multietnica” i turchi non sarebbero riusciti a controllare le zone conquistate per molto tempo.

    In secondo luogo vale lo stesso discorso che si faceva prima: per quale ragione dovrebbe essere la “l'identità nazionale” ammesso che esista qualcosa del genere, a dover essere preservata e non magari una qualche cultura siciliana o abruzzese o lombarda, di contro a quella delle altre regioni? Ancora una volta è una scelta puramente arbitraria. Nessuno ci dice che italiano sia meglio che straniero.

    Ma oltre ad essere errata la conclusione, lo è anche la premessa: infatti non esiste una cultura italiana “originale”, “pura”, che andrebbe a mescolarsi con quella di altre popolazioni. La nostra cosiddetta “identità nazionale” è anch'essa il risultato di diversi “incroci” tra culture, di contaminazioni con tradizioni di popoli molteplici. L'Italia nel corso dei secoli ha vissuto sotto la dominazione di greci, arabi, francesi, spagnoli, austriaci. Nel suo territorio sono transitate popolazioni slave e albanesi con le loro lingue, sono comparse religioni diverse, Cattolicesimo ma anche Protestantesimo, Islam ed Ebraismo. Tutt'ora la lingua italiana assorbe influssi di altre lingue, a cominciare dall'inglese. Tutto ciò ha costituito “l'identità nazionale” italiana. Senza l'unione di diverse culture l'Italia, come diceva Metternich, sarebbe ancora oggi soltanto “un'espressione geografica”.

    Prima dell'unificazione della nostra penisola, e ancora molto tempo dopo, i piemontesi avevano molto più in comune con i francesi che con i siciliani. Probabilmente qualche conservatore all'epoca sosteneva la necessità di preservare “l'identità savoiarda” e guardava a Garibaldi come a un pericolo di smarrimento delle proprie “radici”. Ma la storia sappiamo a chi abbia dato ragione.

    Tanto più assurdo risulta l'argomento culturale se si considera il fatto che la cultura non rispecchia esattamente i confini nazionali. Non è che giunti ai confini delle Alpi italiane termina la nostra “identità” e comincia quella altrui. Non è che un centimetro prima della linea di confine si ha una certa cultura e un centimetro dopo un'altra. I confini molto spesso rispondono a ragioni molto più politiche e militari che culturali. Solo approssimativamente la geografia politica descrive diversi costumi, diverse tradizioni, diverse lingue. Le popolazioni alto-atesine parlano molto più in tedesco che in italiano. Se si visita una di queste città si ha l'impressione di trovarsi nei villaggi bucolici dell'Austria. Qualcosa di molto lontano dal paesaggio calabrese.

    La cultura non solo tende a favorire il meticciato ma è meticciato, perché nasce sempre dalla fusioni di popoli e costumi diversi. Coloro che intendono preservare “l'identità nazionale” di fronte a una “invasione” straniera in realtà non fanno che difendere un meticciato, un multiculturalismo diverso da quello di coloro che intendono ampliarlo.

    La migrazione è un fenomeno epocale. Può darsi che tra cento anni l'Italia sarà un posto completamente diverso in conseguenza dell'apporto di altre culture. Ma dov'è il male in questo? Così come la sua forma attuale è cambiata rispetto al passato, cambierà anche in futuro. È storia.

  3. Infine esiste l'argomento pratico.

    Gli anti-immigrazionisti dicono che favorire l'immigrazione anziché limitarla significa creare tutta una serie di problemi alla nostra società. Il primo sarebbe quello della criminalità. Più immigrati vorrebbe dire anche più criminali. Il problema è che considerano la questione solo dal lato negativo. Gli immigrati sono esseri umani come tutti. E come tutti i gruppi umani portano dei danni ma anche dei benefici alla società. Il punto è che i benefici prevalgono sui danni. Ma su questo torneremo in seguito. Per ora passiamo all'altro argomento pratico, quello secondo cui gli immigrati sottrarrebbero il posto di lavoro agli italiani.

    Gli argomenti precedenti dovrebbero aver già dimostrato come sia assolutamente immotivato privilegiare gli italiani rispetto agli immigrati, per il principio di uguaglianza. Quindi se bisogna scegliere tra un italiano e un immigrato, l'italianità non può essere un requisito per far decidere di lavorare il primo e lasciare senza lavoro il secondo.

    Ma forse non si vuole intendere questo. Forse quello che si vuole intendere è che non si sarebbe in grado di assicurare a tutti il posto di lavoro con un tasso alto di immigrazione.

    Ora questo può anche essere vero. Ma non può essere la ragione per una politica sull'immigrazione restrittiva. Sarebbe il caso di dare quanto meno l'opportunità all'immigrato di cercare lavoro nel nostro paese. Se non lo trova probabilmente sarebbe lui stesso a voler andare in da un'altra parte per cercare lì lavoro. Molto spesso gli stranieri non hanno i mezzi per viaggiare. Allora sarebbe il caso che lo Stato, anziché riportare l'immigrato alla frontiera del paese da cui proviene, assicurandolo alla fame o alla guerra, da cui magari finirebbe per fuggire di nuovo, gli assicurasse i mezzi, se ne è sprovvisto, per recarsi in un posto dove potrebbe trovare lavoro. L'Unione europea potrebbe elaborare un coordinamento tra i vari stati e gestire l'immigrazione in questo modo.

    Abbiamo però dato per scontato che più immigrazione significhi più disoccupazione. Ma è veramente così? Se studiamo bene la faccenda più immigrazione vuol dire più popolazione, quindi più bisogni, quindi più domanda di beni e servizi. Quindi più incentivo a produrre e a lavorare. Più lavoro. Naturalmente lo Stato dovrebbe intervenire per assicurare dei livelli salariali e un'assistenza sociale, che permetta anche agli immigrati di accedere al consumo di beni e servizi. Evidentemente anche i figli degli immigrati vorranno andare a scuola, quindi si dovranno assumere più insegnanti, più personale scolastico, costruire più scuole, quindi impiegare più manodopera. Evidentemente gli immigrati dovranno curarsi, quindi più medici, più infermieri, e così via. Inoltre gli stranieri più capaci e preparati sono una risorsa perché consentono di aumentare la qualità del lavoro L'immigrazione quindi è un'occasione di crescita per il paese che la ospita.


Avevamo lasciato in sospeso un punto. Quello di dimostrare che l'immigrazione apporta più benefici che danni al paese che la ospita.

Innanzitutto bisogna considerare il contesto nel quale si sviluppa il fenomeno migratorio. Molti emigrano per sfuggire da guerre e da persecuzioni. Ma la maggior parte fugge dalla miseria. Anche la guerra in genere provoca una situazione di povertà diffusa tra la popolazione, quindi anche in questo caso è la carenza di risorse la causa, anche se indiretta, dell'emigrazione.

Possiamo dire perciò che si emigra quando in un paese c'è una situazione di sovrappopolazione ovvero le risorse effettivamente disponibili non bastano per tutta la popolazione. Per risorse effettivamente disponibili non intendiamo la ricchezza complessiva, ma quella circolante, di cui può disporre ogni individuo, preso singolarmente. Può darsi che potenzialmente le risorse siano sufficienti, ma non effettivamente perché ad esempio le multinazionali straniere sottraggono materie prime a quel paese.

Viceversa abbiamo una condizione di sottopopolazione quando le ricchezze effettivamente disponibili non solo bastano per tutta la popolazione, ma basterebbero anche in caso di incremento demografico.

I paesi da cui si emigra, sembra ovvio, sono paesi sovrappopolati. E ovviamente si dirigono verso paesi sottopopolati. Tra cui anche l'Italia, la sesta potenza industriale e uno dei paesi con il pil più alto. Può darsi che nei paesi sottopopolati ci siano casi di povertà localizzata. Ma la ragione di questo è la mancanza di una equa distribuzione, non la mancanza di ricchezza effettiva.

Dunque i migranti lasciano paesi sovrappopolati per andare verso paesi sottopopolati. Come il principio fisico dei vasi comunicanti: così come si raggiungere lo stesso livello di riempimento in tutti i vasi così nella società si tende a raggiungere, quando si presenta un dislivello, lo stesso rapporto tra popolazione e risorse in tutti i paesi. Naturalmente si parla in senso approssimativo, trattandosi di fenomeni sociali e perciò soggetti a infinite variabili, non si pretende la precisione matematica. Ma la tendenza è delineata.

Ora a ben vedere questo fenomeno dei vasi comunicanti va a beneficare il paese da cui sono partiti i migranti. Non solo perché questi, recandosi in un paese sottopopolato, con più risorse disponibili, guadagnano di più che nei loro paesi d'origine e mandano una parte del loro guadagno alle loro famiglie, permettendo così una crescita economica del loro paese; ma anche perché si riequilibra quello scarto tra popolazione e risorse. Poiché una parte della popolazione fugge dai paesi sovrappopolati, la popolazione diminuisce e quindi le ricchezze effettive diventano disponibili per una fetta sempre crescente di popolazione in proporzione al crescere dell'emigrazione. In altre parole non solo i migranti, ma anche gli abitanti del paese dal quale provengono tendono a migliorare la loro condizione.

Non solo. Ma giova anche al paese verso il quale è diretto il fenomeno migratorio. Infatti uno dei problemi dei paesi sovrappopolati è che essendo paesi in cui la natalità è, al pari della mortalità, molto bassa, la fascia di popolazione sopra i 60 anni è più numerosa. Quindi più aumenta la sottopolazione (e in Europa e in Italia soprattutto è quello che sta avvenendo) più diminuisce la disponibilità di individui produttivi o altamente produttivi, poiché l'età media si alza. Questo significa che c'è una fascia sempre crescente di popolazione improduttiva o parzialmente produttiva (un lavoratore che ha superato i 50 anni non è paragonabile a uno con meno di 30 anni nel pieno delle sue energie psico-fisiche) i cui bisogni devono essere soddisfatti. Bisogna assicurare ad esempio un reddito a chi va in pensione e smette di produrre. Aumentando l'età poi aumentano anche i disagi fisici e le malattia e quindi le spese sanitarie. A ciò bisogna aggiungere i servizi di assistenza sociale (per disabili, anziani, disoccupati, ecc.) e di welfare. Tutto questo diventa sempre più difficile da assicurare col calo della natalità e con l'allungarsi dell'età. Gli immigrati, provenienti da paesi sovrappopolati, possono colmare questo deficit e reintegrare le energie che il paese sottopopolato va perdendo. Infatti i migranti in genere appartengono a una fascia di età compresa tra i 20 e i 40 anni, quindi abbastanza giovane, nel pieno delle sue capacità produttive.

L'Unione europea ha calcolato che per mantenere gli attuali livelli di welfare saranno necessari entro il 2060 almeno 50 milioni di immigrati extracomunitari. Cioè non dobbiamo calcolare l'immigrazione interna, quella proveniente da paesi dell'Unione. In Italia se si sottraggono gli immigrati rumeni, la cifra si abbassa notevolmente.

Tutto questo ci fa concludere che l'immigrazione favorisce sia i paesi di provenienza che quelli di arrivo. Se a questo si aggiunge che “effetti collaterali” come la criminalità possono essere combattuti attraverso un processo di integrazione nel tessuto sociale bisogna dedurne che le politiche “immigrazioniste” sono di gran lunga preferibili, per tutti, a quelle di contenimento e restrittive.

Infine per concludere guardiamo un aspetto più giuridico della vicenda. Ovvero la questione della regolarizzazione degli stranieri e dei cosiddetti clandestini.

Lo Stato dovrebbe favorire la regolarizzazione degli immigrati. Altrimenti le conseguenze sono deleterie.

Infatti gli immigrati irregolari sono facilmente ricattabili, poiché possono essere licenziati senza giustificazione, non avendo contratto, o addirittura denunciati alle autorità. Questo va a scapito anche dei lavoratori italiani che a loro volta vengono ricattati di essere sostituiti da manodopera a basso prezzo. Allora converrebbe regolarizzare tutti gli immigrati che lavorano, anche in nero, in modo che questi abbiano l'interesse a denunciare un reato e a rientrare nella legalità. Se gli immigrati hanno un permesso di soggiorno possono ottenere maggiori diritti. Il problema allora non sono i clandestini, ma le politiche dei governi. La clandestinità la creano politiche sbagliate e restrittive che rendono difficile il processo di regolarizzazione e mettono nelle condizioni di essere ricattati i lavoratori, sia italiani che stranieri.

Possiamo quindi affermare ormai che l'unica identità da difendere e che siamo interessati a difendere è una sola, per tutti, quella della specie umana.