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martedì 27 aprile 2010

Cos'è il 25 aprile

Per quanto riguarda le polemiche che ci sono state sul 25 aprile vorrei dire anch'io la mia.

Il 25 aprile è la festa della Liberazione, non della "libertà".
Il 25 aprile è la festa degli italiani che si sono liberati, non degli americani liberatori.
Il 25 aprile è la festa di tutti quelli che considerano il fascismo un male, dall'inizio alla fine, non la festa dei fascisti riabilitati.
Il 25 aprile non è "la festa di tutti gli italiani" ma la festa di tutti gli italiani antifascisti.
Il 25 aprile è la festa di tutti coloro che odiano ogni genere di fascismo, vecchio o nuovo.
il 25 aprile è la festa di coloro e solo di coloro che non infangano la Resistenza e che non diffondono calunnie su di essa,
Il 25 aprile non è la festa di chi dice "gli americani ci hanno liberato sia dai fascisti che dai comunisti".
Il 25 aprile è la festa di chi è grato ai partigiani.
Il 25 aprile non è la festa di chi dice "Mussolini non ha ammazzato nessuno".
Il 25 aprile è la festa di chi si riconosce negli ideali su cui si fonda la Costituzione.
Il 25 aprile non è la festa di chi quella Costituzione vuole cambiarla per creare un governo autoritario e uno stato diviso.
Il 25 aprile è la festa degli italiani e dei non italiani che vivono e lavorano in Italia e che danno il loro contributo alla comunità.
Il 25 aprile non è la festa dei razzisti e degli xenofobi che vogliono un'Italia etnica.
Il 25 aprile è la festa di chi ha contribuito e contribuisce alla costruzione di un'Italia migliore, quindi più vicina a quella immaginata dai partigiani, con la sua militanza civile o politica, ma anche solo con il suo lavoro o con il suo impegno nella vita.
Il 25 aprile non è la festa di chi sfrutta il lavoro, di chi evade le tasse, di chi specula sui mercati, dei banchieri usurai, dei padroni che fanno morire gli operai, dei mafiosi e dei parassiti che succhiano il sangue di questa nazione.
Il 25 aprile è la festa di chi ama non una "libertà" astrattamente idealizzata, come una parola vuota e retorica, ma quella libertà che i nostri nonni che andavano sui monti a combattere hanno sognato e per cui hanno combattuto, quella libertà che adesso manca e che potrà essere trovata solo nella lotta contro i nuovi fascismi.

Tanto per mettere le cose in chiaro.

domenica 22 novembre 2009

Terrorismo di stato

Se siete tra quelli che credono che i magistrati hanno sempre ragione e che sono tutti degli eroi senza macchia pronti a immolarsi per la patria, state per apprendere una brutta notizia che potrebbe mettere in discussione le vostre certezze. Se pensate che la magistratura sia l'ultimo bastione della democrazia in Italia, il mio scopo è appunto quello di farvi ricredere.
In questi giorni c'è stato un grande clamore su giornali e telegiornali intorno al caso Battisti, il presunto (a me, eretico e comunista, piace ancora usare certe aggettivazioni) terrorista per la cui estradizione i parlamentari e il governo italiano, maggioranza e opposizione (si fa per dire), con la solita e solida complicità della Presidenza della Repubblica, brigano e si affannano, con esagitato attivismo, un attivismo che si risveglia sempre quando si tratta di difendere interessi corporativi e/o speculativi e che dorme placidamente quando invece ci sono in gioco gli interessi generali e popolari.
Così tutti uniti contro il Brasile brutto e cattivo, pronto a concedere asilo a un “terrorista” e per di più comunista. Perché finché le due cose sono separate, pazienza, ma quando compaiono insieme allora la sete di giustizia si risveglia miracolosamente tra politici e giornalisti. Il Brasile brutto e cattivo ha avuto l'ardire di proteggere uno che è stato condannato dalla “Giustizia” italiana in contumacia. Queste cose non si fanno. Non si mette in dubbio la correttezza del modus operandi di certa magistratura, soprattutto negli anni in cui, '70 e '80, le pressioni per fare tabula rasa di terroristi anche a costo di immolare qualche articolo costituzionale, erano all'ordine del giorno.
È ben strano e singolare in un paese come l'Italia tutto questo agitarsi di scimitarre e di improvvisi risvegli di coscienze da lungo tempo sopite. Forse giova ricordare che l'Italia assetata di giustizia difese il banchiere brasiliano Salvatore Cacciola condannato a tredici anni dalla magistratura brasiliana, rifiutandosi di concedere l'estradizione al Brasile. È vero, spesso i paesi di tutto il mondo sono molto più severi con i propri criminali che con quelli degli altri. Ma allora come spiegare le decine di terroristi neri scampati alla condanna e di cui l'Italia sembra essersi presto dimenticata e molti dei quali si trovano tutt'ora a piede libero? Come Roberto Fiore fondatore del partito fascista Forza Nuova, condannato per strage, rifugiatosi in Inghilterra per sfuggire alla pena, e rientrato dopo la prescrizione in Italia, dove esercita la sua attività di “politico” come se nulla fosse. Per la Cronaca l'Inghilterra rifiutò l'estradizione alla magistratura italiana cui negò la collaborazione, eppure non si videro allora i paladini delle “vittime del terrorismo” (espressione di cui amano spesso riempirsi la bocca) insorgere o protestare, anche se si trattava di una condanna ben più grave di quella di Battisti, cioè la strage.
È curioso notare come tutti coloro che sbraitano contro le “toghe rosse” in nome di un “garantismo” liberamente interpretato, diventino improvvisamente dei forcaioli e pretendano che dei paesi democratici, o comunque più democratici di noi, come Francia e Brasile, si accontentino della giustizia sommaria che ha decretato sulla base di prove confutabilissime la colpevolezza di Battisti.
A ben vedere tutte queste prove, che non compaiono mai sui giornali scandalizzati, e anche un po' scandalistici, che si occupano della vicenda, si riducono a una sola: la testimonianza del pentito Pietro Mutti, ex terrorista e fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC) lo stesso gruppo in cui militò Battisti. Testimonianze assai contraddittorie, difficilmente assemblabili in un quadro coerente. Ma fermiamoci un attimo e facciamo un passo indietro.
Siamo negli anni in cui gli attentati terroristici si susseguono, terrorismo rosso, quello delle Brigate Rosse ma non solo, e terrorismo nero, quello di Piazza Fontana ma non solo, quello della strategia della tensione ma non solo.
In questi anni, c'è una parte considerevole della politica e una parte considerevole della magistratura, che spinge per una maggiore “durezza” nei confronti dei terroristi, veri o presunti, anche a costo di fare qualche delega allo stato di diritto. Così, a cavallo degli anni '70 e '80, vengono approvate quelle “leggi speciali” per contrastare il terrorismo. Queste leggi prevedevano (e prevedono tutt'ora) ad esempio, un uso molto disinvolto e prolungato della carcerazione preventiva, l'internamento nelle “carceri speciali” senza le dovute garanzie, le perquisizioni senza la necessaria autorizzazione del magistrato, in contrasto con la Costituzione. Sia detto per inciso tra queste leggi vi è anche quella del divieto di andare in giro col volto coperto, cui i laici a corrente alternata si appellano per giustificare la loro avversione al burqua islamico. C'è anche la temibile “legge Cossiga”, che autorizza la polizia a trattenere per quattro giorni l'arrestato senza che questi possa ricevere avvocati o familiari. Una legge che permise di consumare violenze e torture ai danni di numerosi indagati e di estorcere confessioni.
È in questo contesto giuridico che si svolge il processo a Cesare Battisti, accusato di essere complice dell'omicidio di Pierluigi Torregiani e di Lino Sabbadin. I giornali hanno parlato a sproposito di esecuzione dell'omicidio Torregiani, mentre è sicuro che non fu Battisti a ucciderlo. Tutto questo in un contorno assai romanzesco in cui Torregian viene santificato come una sorta di eroe e Battisti descritto come un mostro impietoso. Torregiani fu ucciso per la sua “mania” di farsi giustizia dà sé, sparando ai rapinatori del suo ristorante e causando in questo modo la morte di un cliente innocente. Ciò ovviamente non ne giustifica l'assassinio, ma non lo rende nemmeno un santo.
Battisti fu accusato di essere l'esecutore materiale di altri due delitti: gli omicidi di Campagna e Santoro.
Dicevamo del clima particolare di quegli anni e della normativa securitaria non molto attenta allo stato d diritto. Fu proprio per la necessità di portare avanti, con ogni mezzo, la guerra al terrorismo e ai terroristi che nacquero i “pentiti”. I pentiti erano dei terroristi che se ripudiavano la lotta armata e offrivano i nomi di altri terroristi ottenevano sconti di pena. La logica del “pentitismo” è stata più volte rimessa in discussione, soprattutto se non affiancata da altre prove. Soprattutto perché veniva previsto che la riduzione della pena fosse direttamente proporzionale al numero delle delazioni; più complici denunci, meno resti in galera. Ciò instaurava un circolo vizioso che portava i pentiti a denunciare anche coloro che erano innocenti o delle cui azioni non avevano diretto riscontro. Nella vicenda in questione ad esempio c'è il caso di Sisino Bitti o di Angelo Franco, entrambi erroneamente condannati.
Il processo si svolge in un clima fortemente intimidatorio. Innanzitutto numerosi imputati denunciarono di aver subito violenze e torture per essere indotti a confessare falsità. In secondo luogo le testimonianze. Venne utilizzata la parola di malati psichci. In terzo luogo, delle deduzioni assai libere: siccome Mutti aveva detto che Battisti aveva preso parte al delitto Sabbadin e il delitto Torregiani appariva ispirato a una identica strategia, Battisti doveva essere colpevole anche per quanto riguardava l'omicidio di Torregiani. Un vero e proprio volo pindarico giudiziario. In quarto luogo la sentenza a Battisti a dodici anni e mezzo fu commutata nell'ergastolo dalla Corte d'Appello, una pena decisamente sproporzionata, considerato che non ci sono prove circa il coinvolgimento diretto dell'imputato.
In quinto luogo il testimone chiave, Pietro Mutti, che ha tutto l'interesse a mentire (per ottenere sconti di pena via via crescenti che infatti ha ottenuto) e sul quale c'è una sentenza del '92 della Cassazione che recita: “Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.
Un testimone, dunque, molto poco credibile, e al quale tuttavia i magistrati credono ciecamente.
Alla luce di quanto detto il cattivo governo brasiliano appare un po' meno cattivo di quanto paventato dalla stampa. Anche perché il processo Battisti si è svolto in contumacia. E in Italia, contrariamente a quello che accade in altri paesi, quando viene arrestato il fuggitivo il processo non deve essere ricelebrato. In violazione al secolare principio dell'habeas corpus.
Il punto non è se Battisti sia innocente o colpevole. Le prove della sua colpevolezza sono molto labili, ma anche se fosse colpevole resta il fatto che il processo si è svolto in modo del tutto irregolare, contravvenendo ai trattati internazionali e alla Carta Costituzionale. In una cornice legislativa fortemente repressiva. È chiaro che non si può rischiare che la Francia prima e il Brasile poi neghino l'estradizione. Sarebbe come ammettere che quel processo era irregolare. Significa riaprire ferite mai cicatrizzate, mettere in discussione la “rispettabilità” di certi personaggi della magistratura e della politica. Come i PM Armando Spataro e Luciano Violante che asserivano la teoria della “durezza” contro i terroristi. Quest'ultimo, come tutti sanno, fu esponente prima dei Ds e ora del Pd. Occorre quindi gridare allo scandalo per evitare di fare emergere certe cose che è meglio tenere nascoste. Allora vigeva la dittatura del consenso sulla lotta al terrorismo. Parlamentari di maggioranza e dell'opposizione collaboravano, collaborazione che poi ebbe come effetto l'approvazione delle “leggi speciali”.
Sappiamo quante vittime, questo modo di procedere, difeso da politici e magistrati, abbia causato. Ce li ricordiamo Valpreda e Pinelli? Ce li ricordiamo Adriano Sofri e Silvia Baraldini?
Si sente da molte parti spesso parlare degli “anni di piombo” con una banalità e un conformismo spesso sconfortanti. Si dice che bisogna far chiarezza su un periodo ancora oscuro della nostra storia. Ma far chiarezza significa accertare la responsabilità di tutti. Anche di chi si ammantava dietro l'aura del soldato dell'antiterrorismo. Anche di chi, in nome della lotta al terrorismo, il terrorismo lo esercitava lui stesso. Con metodi più scaltri e raffinati delle bombe o dei mitra. Questi metodi si chiamano diritto, si chiamano leggi, si chiamano interrogatori, si chiamano processi.
Comprendere a fondo quegli anni significa comprendere come mai a quella durezza da più parti invocata si sostituì talvolta una “morbidezza” assai sospetta; per quale ragione la magistratura, e la politica, non adottarono sempre la stessa intransigenza? Come mai, ad esempio tutte le maggiori inchieste che coinvolgevano terroristi neri si sono concluse in un nulla di fatto. Come mai non si parla mai dei legami tra i terroristi fascisti e il MSI? Perché uno come Battisti ha ricevuto condanne all'ergastolo per delitti che forse non ha mai commesso e uno come Stefano delle Chiaie, colpevole della strage di Piazza Fontana e di Bologna, anello di congiunzione tra MSI e gruppi eversivi neofascisti, è tutt'ora a piede libero e impunito?
Cosa vorrebbe dire fare luce veramente su quelle vicende? Probabilmente mettere in difficoltà alcuni degli attuali parlamentari o ministri. Alcuni di loro erano membri missini. Cosa sanno loro dei rapporti tra il partito di Almirante e gli attentatori stragisti? Cosa sanno gli allora magistrati di sinistra e oggi parlamentari dell'opposizione circa i metodi assai discutibili che certa magistratura italiana usava ed usa ancora?
Comprendere il terrorismo, rosso e nero, ma anche giudiziario e politico, va al di là delle patetiche commemorazioni delle vittime o delle ipocrite invettive contro i terroristi. Significa indagare sulle complicità delle istituzioni con coloro che dicevano di combattere. Significa comprendere come la distinzione tra buoni (magistrati, istituzioni) e cattivi (terroristi, gruppi di estrema sinistra) è fittizia. Significa comprendere le “stragi di stato”. Significa comprendere il teorema della “contiguità morale” che taluni istituivano, come se l'appartenenza ideologica o anche la semplice amicizia con degli indagati potesse essere la prova di una colpevolezza “preventiva”, prima ancora che il reato fosse consumato.
Significa comprendere la complessità di un periodo che non può essere riconducibile a semplici schemi, probabilmente di impatto mediatico, ma scarsamente rispondenti alla necessità di accertamento della verità.


Fonti:






mercoledì 11 novembre 2009

Violenza squadrista a Roma

Era notte inoltrata quando una squadra di guardie armate che non sarebbe sbagliato definire fascista ha fatto irruzione all'Eutelia di Roma, dove gli operai occupavano la fabbrica per protestare contro 1200 licenziamenti.
I lavoratori tentavano di difendersi attraverso una pacifica forma di lotta per mantenere il loro posto di lavoro minacciato dalla spregiudicata logica capitalista del profitto quando quindici uomini, evidentemente ben pagati, hanno scardinato i cancelli e sono entrati con torce e spranghe minacciandoli.
I componenti della squadraccia nera, mandata da Samuele Landi, proprietario dell'azienda, si sono spacciati per poliziotti e sono stati fermati dall'arrivo dei carabinieri Un caso gravissimo di aggressione armata su cui la magistratura non può non intervenire. Sembra di essere tornati indietro di parecchi anni, quando lo squadrismo guidato da Mussolini imperversava in Italia, attaccando gli operai e i contadini che protestavano e che cercavano di rivendicare i loro diritti, col beneplacito dell'allora governo liberale, nonché dei padroni e dei proprietari che accettavano di buon grado di chiudere un occhio. Sappiamo tutti come poi è andata a finire.
Questi episodi non possono essere tollerati. Non si può rischiare una deriva autoritaria. Ci sono stati già altri momenti simili a questo ai danni di immigrati, omosessuali o di militanti di sinistra. Non sempre (specialmente quando le vittime sono questi ultimi) i media, i politici e il governo danno la dovuta attenzione al fenomeno. La strategia è sempre la stessa, aggredire i più deboli e quindi operai, immigrati o persone di diverso orientamento sessuale, sopratutto quando lottano per difendere ciò a cui hanno diritto.
La violenza, poteva costare un prezzo ben più grave ai lavoratori se non ci fosse stata una telecamera a documentare l'accaduto. Sarebbe un grande errore sottovalutare questi episodi. Ostinarsi a dire che il razzismo e l'intolleranza in Italia non esistono, e che non ci sono i segni di una chiara involuzione della società verso forme di dominio autoritarie non farebbe che aggravare il fenomeno.
Il fatto avvenuto a Roma contro gli operai è solo l'ultimo di una lunga serie. E testimonia la nuova tendenza fortemente repressiva del capitalismo.
I sindacati e la sinistra devono essere vicini ai lavoratori soprattutto in un momento in cui la lotta è più utile che mai, per evitare che eventi del genere si ripetano.


Fonti:


sabato 12 settembre 2009

11 Settembre 1973


È passato un secolo ormai da quando nacque Salvador Allende. Eppure pochi se ne sono ricordati, soprattutto tra i grandi media. Forse perché si tratta di un personaggio scomodo per l'occidente “democratico”.
Un presidente socialista eletto democraticamente dal popolo e vittima della “più grande democrazia”, come alcuni la definiscono.
Perché nel caso di Allende non si poteva usare il pretesto del contrasto alla dittatura. Lo si è provato a fare, con scarsi risultati, in un primo tempo. Ma fu un boomerang per l'estabilishment statunitense, poiché fu proprio il governo della grande democrazia a rovesciare un governo perfettamente democratico per sostituirlo con una delle più feroci dittature militari.
Cominciamo da quando, il 5 settembre 1970, Salvador Allende, fondatore del Partito socialista e candidato della coalizione Unità popolare, venne eletto presidente del Cile.
Per i conservatori, per le lobby, per l'alta finanza, per i monopoli privati, e perciò anche per gli Stati Uniti d'America, fu un duro colpo. Allende era socialista non solo di nome, aveva un programma che prevedeva riforme radicali, nazionalizzazioni e contrasto dei potentati economici.
Gli Stati Uniti lo sapevano bene e fin dall'inizio tentarono di intralciarne l'elezione finanziando i partiti avversari e compiacenti nei confronti degli Usa. L'amministrazione Nixon non fece mai mistero della sua avversione profonda, forse persino più grande di quella contro Cuba, che aveva per il governo Allende. Tentò addirittura di beffare il popolo cileno, che aveva espresso chiaramente la sua volontà, inducendo il Congresso a nominare presidente l'avversario Alessandri, il quale avrebbe dovuto dimettersi e indire nuove elezioni, in cui si sarebbe ripresentato da favorito il presidente uscente Eduardo Frei; che altrimenti non avrebbe potuto ricandidarsi perché la Costituzione vietava più di due mandati consecutivi.
Ma Frei non fu carogna a tal punto da avallare il piano orchestrato dalla CIA. Così Allende divenne il suo successore.
Una volta insediatosi i timori di Nixon e della sua combriccola di affaristi si rivelarono più che fondati. Il nuovo governo cileno diede avvio alla nazionalizzazione delle banche, alla riforma agraria e alla ridistribuzione delle terre ai contadini, alla nazionalizzazione delle risorse naturali, in particolare del rame, fino a quel momento controllato da grandi industrie statunitensi come Anaconda e Kennecott. Non ci vuole molto a capire che queste mosse diedero molto fastidio alla Casa Bianca.
Iniziò una campagna di boicottaggio contro il governo cileno. Venne l'embargo, l'inflazione e il clima nel Paese non fu certo disteso, come dimostrò lo sciopero paralizzante dei camionisti (dietro al quale si sospetta lo zampino della CIA). Il Cile era nel caos. La situazione ideale per preparare il terreno ad un golpe, molto voluto dagli ambienti conservatori. Del resto durante il mandato incompiuto di Allende più volte diversi membri del congresso avevano chiesto l'intervento delle forze armate contro la minaccia di una dittatura comunista. La dittatura arrivò. Ma non fu comunista. L'11 settembre 1973 avvene quanto già era nell'aria. Il governo fu rovesciato dal colpo di stato del generale Augusto Pinochet e Allende morì durante l'assedio dei militari al palazzo presidenziale. É legittimo pensare che egli si fosse suicidato. Gesto tutt'altro che disprezzabile, se si pensa che il presidente avrebbe potuto fuggire e invece accettò di non abbandonare il suo popolo anche a costo della vita. A quel punto la morte era l'unica alternativa alla cattura da parte di aguzzini senza scrupoli. Ce chi crede che egli abbia resistito fino alla fine combattendo da guerrigliero.
La dittatura durò 17 anni, e costò la vita a un numero di persone che secondo diverse stime vanno dalle 3000 alle 10000. Più almeno 30000 che furono torturate. Nonché la privatizzazione selvaggia di tutti i servizi e l'esproprio dei contadini.
Solo nel 1990 ci fu il ritorno alla democrazia. Pinochet fu posto agli arresti domiciliari a Londra nel 1998. Morì nel 2006, riuscendo ad evitare un processo sui crimini commessi e senza scontare un solo giorno di prigione. Il mondo era stato troppo impegnato a discutere se gli spettasse o meno l'immunità.
Un'inchiesta del New York Times confermò il finanziamento da parte della Casa Bianca di attività illegali volte a danneggiare il governo Allende.
Del resto lo stesso Kissinger, consigliere di Nixon ammise apertamente l'intervento degli USA nella politica cilena. “Non capisco perché dovremmo starcene immobili e guardare una nazione diventare comunista a causa dell'irresponsabilità del proprio popolo” le sue parole.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle attività illecite volte a contrastare prima l'elezione e poi l'attuazione del programma del presidente socialista è un fatto ormai acclarato.
L'interesse economico degli Stati Uniti e delle multinazionali andava nella direzione opposta alle riforme intraprese da Allende. E anche questo è un fatto acclarato.
Il governo popolare appena eletto stava attuando una transizione verso il socialismo incruenta e democratica ed anzi proprio la democrazia era la sua forza. Lo conferma il fatto che gli oppositori usarono metodi tutt'altro che democratici.
È lecito pensare che oltre ad un movente prettamente economico, dietro al golpe militare, ce ne fosse un altro diciamo ideologico che preoccupava la “democrazia” statunitense.
Probabilmente Nixon e i suoi si posero questa domanda, che potevano fare a meno di porsi ad esempio con Cuba, e cioè “Non è che se Allende rimane al potere e attua le riforme e realizza il socialismo superando il regime capitalistico, la gente, non soltanto del Cile, non soltanto dell'America latina, ma anche dell'Europa occidentale dove è forte la presenza di organizzazioni comuniste e socialiste e forse persino da noi dove non ce ne sono, potrebbe accorgersi che il socialismo non solo non è incompatibile con la democrazia, ma anzi la rafforza e la potenzia, non è che se Allende andasse fino in fondo rischiamo di venire travolti tutti quanti noi adesso al potere?”
È lecito pensare anche che sia questo uno dei motivi per cui Allende oggi è ancora tanto scomodo per l'Occidente, soprattutto in considerazione dell'avanzata del liberismo e del conservatorismo che si è avuta negli ultimi anni. E del risveglio di alcuni stati sudamericani, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, che stanno adottando riforme che spesso ricordano molto quelle di Allende, in primis per quanto riguarda la riappropriazione da parte di quei popoli delle loro risorse naturali.
È vero anche però che sarebbe altrettanto fastidioso per molti ricordare le complicità di alcuni con il regime di Pinochet. E spicca in questo quadro clamorosa (o forse prevedibile) la presenza del Vaticano. Le foto che Giovanni Paolo II si fece scattare in compagnia di uno dei dittatori più sanguinari del Novecento non ce le siamo scordate. I rapporti che il Vaticano (soprattutto nella persona di Angelo Sodano, che fu segretario di Stato Vaticano e per un certo tempo nunzio apostolico in Cile dal '77) ebbe con la giunta militare non si possono nascondere del tutto, malgrado le agiografie dei tg e dei giornali nostrani. Giovanni Paolo II “santo subito” definì quella di Pinochet una “dittatura di transizione” come se si trattasse di qualcosa di temporaneo ma necessario per combattere lo spettro del comunismo. Sempre lo stesso Papa si oppose all'estradizione di Pinochet, una volta terminato il suo regime, insistendo che fosse processato in Cile, dove esisteva ancora una quantità di magistrati che avrebbero chiuso volentieri un occhio sui suoi soprusi. Giovanni Paolo II si espresse a favore del perdono nei confronti di Pinochet, forse ricordando quando lo aveva benedetto in pubblico. D'altra parte il feroce anticomunismo di Wojtyla non dovrebbe essere un mistero.
Salvador Allende rappresentò un sogno, una speranza, per chi fino ad allora non aveva mai potuto sperare, per chi veniva sfruttato in miniera, nei campi, nelle fabbriche. E non solo in Cile. Fu una speranza che stava per realizzarsi. Fu l'espressione di un popolo, di una schiera di sfruttati che lottò con coraggio per la libertà. E che affrontò persino la morte pur di resistere accanto al suo popolo. Io non sono religioso. Ma se possono avere un senso le parole “santo” e “martire”, non riesco a trovarne un altro.
Questo sogno venne stroncato da coloro che si definiscono “amici della democrazia”. Con la complicità della “Chiesa dei poveri”. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni.
Ieri sono stati compiuti 36 anni dal golpe cileno, dalla tragedia di un popolo e direi del mondo intero.
Gli Stati Uniti non hanno ancora chiesto scusa ufficialmente per la loro complicità nei fatti del Cile.

Links:
http://it.wikipedia.org/wiki/Salvador_Allende

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/allende.htm

http://alessiaguidi.provocation.net/vaticano/pinochet.htm

http://www.salvador-allende.cl/

martedì 1 settembre 2009

Criminali di Stato


ROMA
Nel giorno della visita a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, il governo italiano decide un nuovo respingimento in Libia: 75 migranti, tra loro 15 donne e 3 minori, intercettati stamattina a circa 24 miglia a sud di Capo Passero - in un’area al limite della competenza italiana per quanto riguarda il soccorso in mare - sono stati trasbordati su un pattugliatore d’altura della Guardia di finanza per essere condotti nel paese nordafricano.

Da poco atterrato a Tripoli, il premier dice di non essere al corrente dell’accaduto, ma spiega: se vogliamo procedere ad una politica di vera integrazione dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque. Arriva a stretto giro la replica Pd. Berlusconi -dice Dario Franceschini- oltre a guardare le Frecce farebbe bene a vedere cosa succede in Libia nei campi in cui si accolgono gli immigrati. «Ancora una volta -aggiunge Felice Belisario (Idv)- il premier è forte con i deboli e debole con i forti. I respingimenti preoccupano l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, invece di arginare il fenomeno dell’immigrazione si penalizzano i richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto a ottenere protezione.

La Stampa, 30 agosto 2009


Bisogna dirlo chiaramente senza troppi giri di parole. A capo del nostro governo ci sono dei criminali veri e propri, degli assassini, dei macellai che barattano la vita delle persone per fare affari e guadagnare qualche voto in più dagli ignoranti chi li hanno eletti.
Lasciamo perdere il solito anatema qualunquista “governo ladro”, questo non è solo un governo ladro, è un governo assassino.
Come si potrebbe definire altrimenti chi respinge dei disperati venuti per terra e per mare, attraverso trabiccoli galleggianti sovraffollati di gente affamata e terrorizzata per condannarli a una sorte senza scampo? Il Delinquente del Consiglio a capo di una coalizione di affaristi, fascisti e criminali della peggior specie, unisce tutta la bestialità di cui è capace con un'ipocrisia filistea. Finge di ignorare il fatto che i “clandestini”, che altro non sono che esseri umani nascosti dietro le cifre che il Ministero degli Internamenti snocciola con macabra freddezza, una volta respinti andranno a popolare le carceri libiche dove saranno pestati dalle guardie, torturati e maltrattati, quando non abbandonati nel deserto libico a morire di fame e di sete. Come si può definire chi è complice di azioni simili? È forse eccessivo paragonare una simile deportazione e un simile massacro all'olocausto ebreo della Seconda Guerra Mondiale? Non si dica che loro “non sanno”, patetica scusa accampata da tutti i criminali nazisti. Se i giornalisti sono in grado di conoscere il destino di migliaia di profughi che cercano disperatamente di entrare in Italia per fuggire alla guerra, alle persecuzioni o alla fame, a fortiori è in grado di venirne a conoscenza un governo che dispone di un apparato di servizi segreti. Ma non conviene agli imprenditori della morte mostrare gli scheletri nell'armadio di un regime tirannico. Con la Libia vige un accordo che permette ai sicari al potere di provvedere grandi appalti all'industria nazionale e oliare la macchina della propaganda razzista e fascista che si vanta dei respingimenti come di una grande risultato della biopolitica, anzi della “tanatopolitica”.
Il governo sa e quasi lo ammette esplicitamente quando Roberto “Zanna Verde” Maroni (il “moderato” della Lega, lo stesso che morse un poliziotto e che disse che con i clandestini bisogna essere “cattivi”) risponde a chi lo accusa di violare i diritti umani con la riduzione del numero di sbarchi. Come dire: se questi sono i risultati, ben venga anche violare i diritti umani, negare il diritto di asilo, mandare a morte nelle carceri libiche migliaia di disperati colpevoli solo della loro condizione. In cambio, in un perfetto mercato di bieca propaganda di regime, la Banda Berlusconi che governa l'Italia manda all'anniversario del governo fascista di Gheddafi le frecce tricolore. Cioè manda il fior fiore della nostra aviazione a festeggiare l'inizio di una dittatura, a spese ovviamente del contribuente. Come se durante il Ventennio la Gran Bretagna avesse mandato la RAF in Italia per celebrare la marcia su Roma.
Finiamola anche con la favola, sentita ripetere dalle canaglie leghiste, che “bisogna aiutarli a casa loro”. Se ogni immigrato dovesse aspettare gli aiuti del governo italiano farebbe in tempo a morire, assieme ai suoi figli, ai suoi nipoti e a tutta la sua stirpe. Per non smentirsi gli aiuti alla Cooperazione e allo sviluppo sono stati, ancora una volta, tagliati. Come “Aspettando Godot” questi aiuti “a casa loro” si aspettano sempre ma non arriveranno mai.
Ma poi è un ragionamento da testa di Cota: se un clandestino bussa alla porta di casa mia per chiedermi due spiccioli, io glieli do, non dico “non te li posso dare perché bisogna aiutarti a casa tua” bell'aiuto! Che bontà! Ci sono migliaia di esseri umani che lottano sul filo del rasoio, spesso tra la vita e la morte e certo non possono aspettare che venga varata la prossima finanziaria, ammesso, per pura fantasia, che venga fatto qualcosa. Per loro bisogna agire subito, adesso, senza perdere tempo perché ogni giorno in più può costare la vita ad altri.
Ma non si spreca nemmeno lo humor nero che possiedono Popolo delle Impunità e la Lega dei Fasci. Infatti vorrebbero anche praticare la cristiana virtù del perdono con la sanatoria (quasi fosse un condono edilizio, come se si stesse parlando di cose e non di persone) per regolarizzare colf e badanti. A parte il fatto che è un provvedimento fortemente classista, che andrà a vantaggio dei soliti ricchi che possono permettersi di pagare 500 euro solo per regolarizzare la propria cameriera. Ma ne emerge tutto il bieco cinismo spacciato per umanitarsimo. Gli stranieri vanno bene solo quando servono ai nostri scopi. Se si tratta di pulire le nostre case o il culo dei nostri anziani affetti da Alzehimer, allora gli stranieri vanno bene. Salvo poi rimandarli nella tana del lupo quando fa comodo. Certo questo atteggiamento riflette quello di molti italiani, cinici, ipocriti, rozzi e ignoranti, che considerano le persone di un altro paese niente più che dei servi.
E allora “bisogna rispedirli a casa loro” (perché essendo dei pacchi postali li si spedisce) ma non la colf che mi pulisce la casa. Questo è il modo di pensare del leghista tipo (e non solo).
Quindi smettiamola con questo falso fairplay che molti dell'opposizione sperano di portare avanti. Quei beceri palloni gonfiati ignoranti della Lega non si fanno certo problemi a definire i gay “froci”, i meridionali “terroni” e quelli che hanno la pelle un po' più scura della loro “negri”. E allora perché dovrei pormi io il problema di chiamare loro teste di cazzo? “Quanno ce vo', ce vo'” dicono a Roma ladrona. Tra l'altro è la pura verità. Anche se li chiamassi teste di organo sessuale maschile o teste di augello, il concetto sarebbe sempre lo stesso. Come del resto non c'è da censurarsi nel definire assassino un capo di governo che firma un accordo per avere appalti sulla pelle di esseri umani.
Per cui finiamola con questo timore reverenziale dell'opposizione, con la panzana veltroniana che se ti azzardi a dire troppo male dell'avversario, anzi del nemico (perché gli assassini e i razzisti sono miei nemici, non “avversari politici”) perdi le elezioni. I fatti dimostrano il contrario. Non mi pare che Berlusconi sia stato molto tenero con i suoi oppositori. E allora perché non ha perso?
Quindi diciamolo chiaramente: Berlusconi è un affarista e un criminale, Maroni un fascista manganellatore, Calderoli un porco che fa vergogna ai porci, Bossi un ignorante, Gentilini un nazista.
Se volete contribuire anche voi alla ricerca della migliore definizione per questa gente, fatevi avanti.

domenica 14 giugno 2009

Tornano le squadracce nere

Proprio così. Ieri a Milano il Movimento sociale, partito di estrema destra, ha presentato il proprio progetto di istituire una “Guardia nazionale” per partecipare alle ronde autorizzate dal ddl sulla sicurezza del governo. Il loro capo è Gaetano Saya, indagato per istigazione all'odio razziale. Intanto la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per apologia di fascismo.
Già sono immaginabili le loro intenzioni criminali, sotto la copertura di una legge infame. Gli immigrati, i barboni, le prostitute, gli omosessuali, sarebbero i primi ad essere presi di mira. Le ronde fasciste non farebbero che radicalizzare le già temibili ronde padane, che certo non si può dire vadano molto per il sottile.
Il loro equipaggiamento rivela già tutto: “elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero” (La Repubblica). Insomma da truppe paramilitari.
Ecco a cosa conduce una legge securitaria e liberticida, in cui la gestione dell'ordine pubblico vine tolta alle forze di polizia (composte da professionisti addestrati per questo) e affidata a dei dilettanti, degli inesperti che non sanno come bisogna comportarsi e per giunta di idee politiche eversive.
La situazione sembra analoga a quella dell'Italia pre-fascista e proto-fascista, quando lo squadrismo di Mussolini si diffondeva, favorito dai liberali allora al governo che vedevano in esso un mezzo per fermare l'avanzata dei socialisti e dei comunisti. Gli effetti sciagurati di questa politica si sono visti. Analogamente oggi il governo strizza l'occhio a quei gruppi incostituzionali di chiare idee razziste per fermare questa volta non i “rossi”, ma gli extracomunitari, soprattuto, ma anche tutti coloro che vivono ai margini della società, i senzatetto, i ladruncoli disperati, magari anche minorenni, i tossicomani. Contro tutti questi, che minacciano l'immagine di splendente ottimismo che dovrebbe irradiare dal suolo italico, si abbatterà la dura repressione del neo-squadrismo fascio-leghista.
Fascisti e leghisti li abbiamo già visti insieme. In Germania Borghezio manifestava contro la moschea assieme ai naziskin. In Italia sono numerosi i cortei, con tanto di spranghe e saluti romani, che vedono i leghisti uniti a quelli di Forza Nuova.
Già le telecamere nascoste delle Iene avevano immortalato le minacce subite dal reporter Paolo Calabresi, travestito da romeno, che stava rischiando il pestaggio dai rondisti.
Ecco il filmato:


Non ci dovrebbero essere più dubbi sulle reali intenzioni di questa gente.
Naturalmente nessun tg da spazio a queste notizie. Se una donna italiana viene violentata da un immigrato compare in prima pagina, ma se dei fascisti o dei leghisti picchiano un immigrato, nelle televisioni di pre-regime cala il silenzio assoluto.
Ricordate: