lunedì 12 ottobre 2009

Odiare la videocrazia


Ho visto finalmente Videocracy. Molti di voi l'avranno già visto quindi potranno capire bene ciò di cui parlo. Ho provato tre diversi generi di sentimenti: disgusto, rabbia, frustrazione.
Disgusto.
È un concentrato di tutto quello che ho sempre odiato. Voglio dire, non il film come prodotto della creatività umana, ma l'oggetto del film, il mondo all'interno del quale ha indagato.
In fondo è grazie a quel mondo, che sono quel che sono. Nel senso che mi sono avvicinato a idee politiche progressiste e al marxismo proprio come rifiuto di quel mondo, rifiuto emozionale, perché suscitava e continua a suscitare in me i sentimenti sopramenzionati e rifiuto intellettuale, perché sentivo il bisogno di criticarlo attraverso l'uso della Ragione, quella stessa che viene umiliata dalle trasmissioni della De Filippi o della Ventura. Spesso mi sono sentito rispondere che ci sono cose più importanti, come la povertà o le guerre, solita ipocrita giustificazione dell'ingiustificabile. Tuttavia quel mondo non è qualcosa di distaccato dalla povertà e dalle guerre, ma vi è profondamente connesso, come dire, l'altra faccia, dello stesso sistema.
Non sono mai riuscito a capire come si faccia a considerare “arte” un film dei Vanzina, “cultura” un programma a quiz, “approfondimento” una puntata del “Maurizio Costanzo Show”.
Il disgusto dovrebbe essere una cosa spontanea. Se si vede un branco di attorucoli e attricette o di divetti caduti in disgrazia alla disperata ricerca di una qualche forma notorietà, fosse anche una che li metta in ridicolo di fronte a milioni di spettatori, rotolarsi nel fango o mangiare vermi su un'isola deserta (o resa deserta appositamente) dovrebbe sorgere un naturale senso di nausea in qualunque essere umano sano di mente, similmente alla nausea che si prova, così dicono, di fronte ad un cadavere mutilato. Vuol dire che c'è qualcosa dentro di noi che ci avverte che quello che stiamo vedendo non è bello, non è accettabile, non deve far parte delle nostra quotidianità e quindi deve essere respinto ad ogni costo. Così come questo senso di malessere ci avverte che l'assassinio di un altro essere umano dovrebbe essere evitato, dovrebbe avvertirci di fronte all'umiliazione della propria o altrui dignità, l'offesa dell'intelligenza umana, l'attentato alla sanità psichica di tenerci lontani da simili oscenità. Quando questo malore non si avverte, quando non proviamo nessun disagio di fronte a certe scene, quando non si realizza in noi il momento negativo, per dirla alla Hegel, vuol dire che c'è qualcosa che non va. Ma questa volta non solo in ciò che si sta guardando, ma anche in colui che guarda, non solo nell'attore, ma anche nell'agito, non solo nell'oggetto, ma anche nel soggetto. Il soggetto, evidentemente, si è assuefatto all'oggetto che subisce e finisce per considerarlo parte della sua quotidianità, proprio ciò che non dovrebbe fare, così finisce per farsene una ragione e dunque il malessere sparisce. Ma non perché la causa sia sparita. Siamo in un palese caso di cura sintomatica: vengono eliminati solo i sintomi ma la malattia esiste ancora e continua a nuocere. Nuoce senza che noi ce ne accorgiamo, forse persino con nostro superficiale gradimento, come avviene durante l'assunzione di sostanza stupefacenti. E il disgusto sparisce. Certe malattie forse un sano non può comprenderle. Così io non comprendo come sia possibile non solo affondare nella merda, ma persino sguazzarci dentro e mangiarne a pieni bocconi per poi chiederne dell'altra. Non comprendo come sia possibile che delle persone vogliano diventare delle puttane televisive cui si richiede solo la pubblica esposizione del loro corpo e nessuna forma di partecipazione intellettuale, fosse anche per guadagnare miliardi di euro. Non comprendo come sia possibile che delle persone, quelle che magari incontri tutti i giorni per strada, quelle con cui ti fermi a chiacchierare, possano pagare il biglietto per assistere allo show di un delinquente che si chiama Fabrizio Corona senza prenderlo a pedate e poi elemosinare con la bava alla bocca un autografo, o una fotografia insieme, col sorriso ebete, come se si fosse realizzato il sogno della loro vita. Non comprendo come si possa andare in Costa Smeralda per vedere gli yacht o per sperare di immortalare qualche celebrità con la macchina fotografica.
Di fronte a tutto questo il mio disgusto sale. Nel vedere un branco di porci sguazzare nel fango provo disgusto. Ma se vedo che quei porci sono acclamati più di qualunque martire, eroe, intellettuale o scienziato, allora il mio disgusto raggiunge livelli quasi intollerabili.
Ed è qui che subentra il secondo sentimento.
Rabbia.
Perché di fronte a un giovane che vive in funzione della televisione, non nel senso che la guarda soltanto, ma nel senso che vorrebbe entrarci, vorrebbe far parte di quel sistema, vorrebbe diventare uno dei tanti miseri, ridicoli e pietosi divetti che strillano e strepitano per un posto in prima fila, mi vien la voglia di andare da quel ragazzo e gridargli nelle orecchie, con tutto il fiato che ho in gola, che è un fottuto idiota. Proprio così. Non è cattivo, non c'è nessuna malizia in lui, ne sono convinto. È solo stupidità allo stato puro. Mancanza di coscienza critica, gli direi se fosse capace di capirne il significato.
Provo rabbia e oggi non è facile. Perché non è facile conoscere la causa della propria rabbia e far sì che la sua causa e il suo oggetto, cosa la provoca e ciò contro cui è diretta, siano la stessa cosa. Non è facile perché la rabbia cercano di incanalarla verso oggetti diversi dalla causa, di scaricarla addosso al capro espiatorio, di disinnescarla e quindi, in sostanza, di distruggerla. Spesso ci si domanda perché si stuprano le donne, perché si ammazzano i genitori o i figli, perché si aggrediscono gli extracomunitari, perché si pestano gli omosessuali, perché si incendiano i barboni. A queste domande si possono dare mille risposte, ma quella vera, quella fondamentale, quella che le riassume tutte, io credo è una sola: non siamo capaci di gestire la rabbia. Non sappiamo contro chi scagliarla. E quindi a gestirla e a scagliarla non siamo noi, sono coloro che l'hanno provocata e che non vorrebbero vedersela ritornare indietro come un boomerang. Quindi questa rabbia viene scagliata contro coloro che non possono ribellarsi, contro coloro che non possono dire di esseri innocenti. Viene scagliata dagli urlatori contro chi non ha voce, dai teleimbonitori contro chi non appare, contro gli invisibili.
La rabbia è una cosa divina. È un grande dono fatto agli esseri umani. La rabbia è un capolavoro, un'opera d'arte della natura. Sbaglia chi la demonizza, chi dice che va repressa o anestetizzata. La rabbia ha sempre ragione, se si impara ad ascoltarla.
L'oligarchia al potere ha sempre temuto la rabbia. Per questo ha tentato di soffocarla o quantomeno di lasciarla sfogare dove non potesse colpirla. Le religioni hanno avuto il compito di smorzare la rabbia. Di farla scemare, di mutarla in qualcos'altro, ma questo questo qualcos'altro era pur sempre rabbia. Sii umile, non alzare mai la voce, non ribellarti mai, porgi l'altra guancia, non curarti delle faccende terrene. La rabbia contro i potenti diventava allora rabbia verso se stessi e rabbia verso coloro che odiano se stessi. Ma quando questa rabbia verso se stessi tracimava, raggiungeva livelli non più tollerabili e diventava rabbia verso il potere allora c'erano le impiccagioni in pubblica piazza, o le feste comandate per farla sfogare e scaricare.
Oggi si può dire che il potere, attraverso la televisione, sia riuscito a smorzare la rabbia, ad attenuarla quantomeno se non a soffocarla del tutto. L'uomo ha subito un mutamento antropologico. La sua soglia di sopportazione si è alzata, non abbassata. Gli viene sbattuta in faccia ogni giorno la sua povertà e la sua miseria e chi specula su quella povertà, su quella miseria. Ma la rabbia non può scomparire e talvolta ricompare, magari dopo periodi di apparente tranquillità come è proprio di una personalità schizofrenica. E allora il potere ha inventato nuove cerimonie sociali. Nuovi riti collettivi per controllarla.
In questo film non viene fatto esplicito riferimento all'altra faccia della medaglia. Non sono presenti nelle immagini coloro che da quel mondo scintillante, ammiccante e frivolo sono esclusi. Non sono nominati i poveri. Non sono nominati i poveri tra i poveri. Può sembrare strano ma questo film mi ha fatto pensare agli immigrati. Essi sono al polo opposto rispetto alla televisione. In quest'ultima ci sono i divi, le persone “importanti”, i famosi, i ricchi, i potenti, coloro che sono acclamati dalle folle e che sono visti da tutti, gli inclusi. Dall'altra parte ci sono i clandestini, le persone che non contano nulla, che nessuno conosce perché sono stranieri, i poveri, i deboli, coloro che sono disprezzati dalla gente, e di cui nessuno si cura, gli esclusi. Ricordate quando era il momento degli sbarchi di albanesi in Italia? Dicevano di vedere la televisione italiana e di essere attratti dalle sue promesse. La delusione per loro deve essere stata cocente. E la rabbia grande. Loro sono esclusi. Non dalla televisione ma da tutto quello che la televisione controlla. Un immigrato in Italia non si fa più illusioni circa le promesse del potere. Ne sperimenta tutti i giorni la falsità. Un immigrato non può credere alla televisione. Un immigrato non può prendersela con nessuno che stia dopo di lui, perché dopo di lui non c'è nessuno. Un immigrato non può sfogare la propria rabbia contro gli esclusi, perché è lui l'escluso. Se solo gli immigrati potessero imparare ad usare la loro rabbia...
La rabbia mi fa pensare. Convulsamente, nervosamente. Guardando le riprese della villa megagalattica di Lele Mora penso. Penso che la sua villa si trova in Costa Smeralda, uno dei posti più belli del mondo. Penso che quel posto è stato strappato all'umanità da una combriccola di ricchi, speculatori, politicanti per poterla ricoprire dei loro abusi edilizi e dei loro festini a base di sesso, droga e immagine. E penso agli sbarchi di immigrati. Gli sbarchi che nessuno vuole, che tutti si affrettano ad allontanare. Ognuno tenta di scaricare su qualcun'altro l'incombenza di accogliere dei disperati. Penso. Gli immigrati provengono da paesi poveri. Paesi dove ville come quelle di Lele Mora esistono e chi ci vive si accaparra tutte le ricchezze, ma dove la gente muore per la fame, le malattie e le guerre. Penso che le ville siano sempre di più e che le ricchezze fuggano sempre da chi ne ha bisogno per concentrarsi presso chi ne ha sempre meno bisogno. Penso che i poveri aumentano e le malattie aumentano e le guerre aumentano. Penso che i poveri fuggano dai paesi poveri per andare verso i paesi ricchi. Penso che i poveri fuggano anche nei paesi ricchi per cercare di accaparrarsi le briciole lasciate dai ricchi.
Gli immigrati. Davvero il potere teme l'invasione? È solo un'invenzione della loro propaganda o c'è qualcosa di più? Penso alla villa di Lele Mora che si affaccia sul mare e ai barconi di immigrati stipati non come animali ma come merce, merce per di più indesiderata. Una villa tra ettari di vegetazione. Migliaia di uomini in pochi metri. E il cerchio si chiude. E capisco che in fondo i ricchi e i potenti temono davvero gli immigrati. E fanno bene.
Rabbia, immigrazione, povertà. Tutto questo fa una miscela esplosiva che giustamente combinata può dare risultati sconvolgenti e terrificanti.
Lele Mora forse non ha paura mentre ospita decine di aspiranti star. Mentre osserva l'orizzonte e il mare non teme di scorgerci una nave stracolma di esseri umani. Ma chissà! Basterebbe un puntino, piccolo, microscopico a confronto della sua villa, a fargli sorgere un dubbio. Basterebbe che poi quel puntino si ingrossasse sempre di più sino a diventare una palla da golf, e allora il suo cuore comincerebbe ad accelerare i battiti. Basterebbe che la palla da golf crescesse fino ad assumere la forma affusolata di un imbarcazione e allora il suo cuore si metterebbe a battere all'impazzata, senza che lui possa controllarlo. Basterebbe che quella imbarcazione indefinita divenisse una nave fatta di metallo, forte, imponente, perché il suo sudore imbratti la camicia di seta bianca e gli imperli la fronte. E mentre la goccia di sudore gli scende lungo la guancia grassoccia, la nave di metallo è già diventata una nave umana, di tanti colori quante sono le carnagioni. La nave ora è un gigante che sovrasta la sua villa, fatto da centinaia di esseri umani, molti di più di quelli che prendono il sole ai bordi della sua piscina, molto più affamati, molto più disperati e molto più arrabbiati. Già si sentono le prime grida. E a questo punto le vene del suo collo iniziano a palpitare quasi dovessero scoppiare, le sue mani tremano come non hanno mai tremato, il bicchiere di cristallo scivola dalle sue mani lisce e sudate e si infrange in mille pezzi contro il suolo.
Cosa prova un ricco che ha paura? Lo stesso che provò Luigi XVI prima di venire ghigliottinato, lo stesso che provò Maria Antonietta quando le donne del popolo invasero Versailles.
È il momento in cui gli odori e gli umori dei ricchi e dei potenti si mescolano con quelli dei poveri e dei non più deboli.
Frustrazione.
Capisco che tutto questo, per ora, è un sogno, una fantasia, un'utopia. Capisco che, per ora, le coste private sono presidiate dalla Guardie che difendono la proprietà ed offendono la vita. Capisco che, per ora, le navi umane sono lontane dalla villa di Lele Mora. Capisco che Lele Mora, per ora, non teme nessuna nave. E questa è la frustrazione. La rabbia che non trova uno sbocco, una risoluzione, che non ha un oggetto su cui fermarsi, un punto d'appiglio, una speranza. La rabbia è negata dalla realtà.
La frustrazione ti assale quando vedi il deserto intorno a te, anche se quel deserto lo riempiono di corpi nudi abbronzati e di luci abbacinanti.
La frustrazione ti assale quando vedi la rabbia, tua e degli altri, svanire, disperdersi in mille rivoli, diradarsi, evaporare, senza capire bene in che modo. La rabbia non scompare del tutto. Ma ha perso quello slancio, quella forza propulsiva. Al sogno subentra la realtà. E ti accorgi che il Fronte della Rabbia si è disciolto. Non esiste più da diversi anni. Il Reale ha sconfitto il Razionale. Ma prima ancora ha sconfitto la rabbia e quindi il sogno.
Un tempo, mi dicono, prima che io nascessi, si poteva sperare per il fatto che non c'era il deserto. Un tempo si poteva sperare perché gli operai protestavano. Un tempo si poteva sperare perché i sindacati non concertavano. Un tempo si poteva sperare perché gli operai non avevano patria. Un tempo si poteva sperare perché c'era sempre qualcuno pronto ad aiutarti. Un tempo si poteva sperare perché c'era la rivoluzione cubana. Un tempo si poteva sperare perché la gente era più sincera. Un tempo si poteva sperare perché c'era il Sessantotto. Un tempo si poteva sperare perché c'era il posto fisso. Un tempo si poteva sperare perché c'era il Partito Comunista. Un tempo si poteva sperare perché esisteva il Grande Rifiuto, c'era qualcosa capace di incarnarlo, di profetizzarlo, di praticarlo. C'era la capacità di non compromettersi. Si poteva sperare. Si poteva.
Nell'Italia di Berlusconi, che prima di essere quella del conflitto di interessi, della corruzione legalizzata, delle connivenze mafiose, delle menzogne, dei ricatti, delle raccomandazioni, prima ancora di essere tutto questo è l'Italia che guarda le sue televisioni e che ne è forgiata, plagiata fin nel suo intimo, in questa Italia, si spera di fare fortuna, di vincere la lotteria e diventare ricchi, di far carriera ai danni del proprio “collega”, quello che un tempo si chiamava “compagno”, si spera di aver la raccomandazione giusta per piazzare il proprio figlio, si pensa solo a se stessi, alla propria famiglia tutt'al più, si vive nel proprio mondo minuscolo infischiandosene di quello che succede intorno. Si spera di diventare veline e magari trovarsi un giorno nella villa di Berlusconi.
So che credere nella sinistra, nel comunismo, diventa inutile se non si trova una forma per realizzare concretamente questi ideali. E allora il disgusto, la frustrazione, la rabbia devono fondersi e mutarsi in odio. Odio verso quel mondo e ciò che lo ha prodotto. Bisogna saper odiare.

venerdì 9 ottobre 2009

I poveri esistono


Sembravano una categoria mitologica, come i centauri, le sirene o gli unicorni, stando a quello che si vede sulle nostre televisioni o si legge sui nostri giornali. Un paese che non ha altri problemi se non quello delle gaffes del suo presidente, che non si pone altre domande se non di quale parte politica sia la magistratura o che non ha altri impegni se non quello di punire gli impiegati scansafatiche. Un paese così prospero che si può permettere persino di pagare stipendi a chi non lavora, e che regala miliardi di euro a calciatori e veline, nonché a manager incapaci.
Poi ogni tanto sbucano fuori, da un articolo di giornale, disperso tra le mille diatribe più e meno inutili che affollano i quotidiani nostrani o da un'inchiesta televisiva sopravvissuta al “Grande Fratello” e ai varietà scintillanti che brulicano sui teleschermi.
Sono i poveri. Degli esseri invisibili, che si aggirano per le città opulente senza essere visti dai ricchi o dai finti ricchi che tentano la scalata. Sono come i prolet di George Orwell, abitanti silenziosi distanti dai problemi quotidiani degli amanti della libertà di stampa e di espressione, sepolti e nascosti dalla propaganda martellante che descrive un mondo patinato ed elitario.
Ogni tanto qualcuno se ne accorge. I poveri esistono. Percorrono le stesse strade, ma con auto scassate o anche senza nessun'auto, vanno a lavoro ma non sempre perché può anche darsi che il lavoro non ce l'abbiano, si divertono ma raramente, perché non c'è nulla di divertente nella fame, si sposano, ma senza cerimonie e banchetti pantagruelici, hanno figli che vanno a scuola e studiano, forse, ma fino a un certo punto perché le università non sono alla loro portata. Sono intorno a noi, in molti casi siamo proprio noi. I poveri.
I poveri non vanno mai di moda. Non finiscono sulle pagine dei giornali o nella prima serata di qualche programma demenziale. Un barbone non è chic. Un disoccupato non è abbastanza figo. Un operaio in cassa integrazione non fa abbastanza audience.
Nel “bel paese” poi nessuno può pensare ai poveri, se non i poveri stessi. Nel “bel paese” non esistono i poveri, ovvero, i poveri sono nulla, una nullità. Sono al massimo poveri di un altro mondo, extraterrestri atterrati provenienti dalla luna. La povertà non è un affare che ci riguarda, è una cosa da “Terzo Mondo”. Si mandano SMS di beneficenza ai poveri del “Terzo Mondo” per poterli continuare a ignorare.
Ma capita che a volte qualcuno scopra che i poveri sono anche qui, che il Terzo Mondo è in Europa e in Nord America. I poveri esistono.
Secondo l'Istat in solo in Italia sono 2 milioni e mezzo, il 13,1% della popolazione, Al Sud diventano il 22,7%. Bene, si dirà, il restante 76,9% non è povero. E invece no, perché quella misurata è la povertà assoluta, quella cioè per cui non si hanno abbastanza soldi per fare la spesa, per mangiare. Poi c'è un'altra povertà, forse meno evidente, quella detta relativa, cioè di coloro i cui consumi sono al di sotto della media pro capite nazionale.
Magari molti di questi vengono anche considerati parte della famosa e favolosa classe media.


Fonti:

http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/economia/istat-poverta/istat-poverta/istat-poverta.html

mercoledì 7 ottobre 2009

La legge è uguale per tutti


Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Art. 3 della Costituzione italiana.

È l'articolo violato dal Lodo Alfano assieme al 138 come stabilito dalla Corte Costituzionale.
Un atto dovuto perché era palese l'incostituzionalità di un provvedimento ad personam che discriminava tra i cittadini italiani e le quattro massime cariche dello Stato.
Un provvedimento che aveva la sola finalità di bloccare i processi che vedono coinvolto il presidente del Consiglio, quello sul caso Mills, l'avvocato di Berlusconi, già condannato perché corrotto da quest'ultimo per giurare il falso, e il caso Mediaset sui diritti tv.
Berlusconi ha dichiarato che i giudici della Consulta sarebbero tutti di sinistra, ipotesi assurda visto che è stato qualche mese fa ospite di uno dei magistrati della Corte, proprio nel periodo in cui si discuteva del Lodo (v. "Toghe Azzurre".)
Timidi i commenti dell'opposizione tranne l'Italia dei Valori che chiede le dimissioni del presidente del consiglio. Il pd è inspiegabilmente molto cauto, si tratterebbe di una sentenza senza conseguenze politiche, e si rifiutano di chiedere le dimissioni del premier, nonostante per la terza volta questo governo abbia tentato di far passare leggi palesemente incostituzionali e perfino anticostituzionali, perché contrari allo spirito stesso della Carta. Sembrano dimenticare quelli del pd i processi in cui è coinvolto Berlusconi non da privato cittadino ma da capo di governo, cosa anche questa assai distante dallo spirito del dettato costituzionale. Del resto non ci si potrebbe aspettare altro da chi ha già salvato questo governo dalla caduta inevitabile come abbiamo già denunciato in questo post.
Il Pd sembra in qualche modo dare segni di vita solo quando la maggioranza ha l'ardire di attaccare il Capo dello Stato, per la sua presunta parzialità. Ora se parzialità c'è stata da parte del Quirinale non è stata certo a sfavore del governo visto che Napolitano avrebbe avuto tutto il diritto e il dovere di non firmare il Lodo, come tante altre leggi, cosa che puntualmente ha omesso di fare col bizzarro argomento che il parlamento l'avrebbe riapprovato. Forse il parlamento sì (Napolitano non ha certo la palla di vetro per esserne sicuro) ma la Consulta no, come si è visto, è non firmarlo avrebbe spianato il lavoro della Corte, che invece, stando così le cose ha dovuto schierarsi anche contro il Presidente della Repubblica, per l'inettitudine di questi.
Insomma i presupposti ci sono tutti per chiedere le dimissioni non solo del capo di governo ma anche del Capo dello Stato che non si è dimostrato all'altezza del delicato compito affidatogli di farsi garante della Costituzione, avendo liquidato proprio il ruolo che ricopre previsto dall'ordinamento repubblicano con la bizzarra e decisamente inopportuna frase “tanto la riapprovano”. Tanto varrebbe, se è questa l'opinione di Napolitano dell'incarico che ricopre, che si dimetta, perché è evidente la sua mancanza di capacità e di volontà di esercitare i poteri di cui legittimamente dispone, come confermato da questa stessa sentenza.
Le conseguenze politiche ci sono eccome, perché non si può impunemente tentare di violare uno degli articoli portanti della Costituzione senza conseguenze, forse l'articolo più importante, che stabilisce l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l'essenza stessa della democrazia. E perché questo è stato solo l'ultimo di una serie di tentativi di scardinare la Carta fondamentale, e perciò l'ordinamento democratico. Perché un capo di governo è per la prima volta nella storia italiana sotto processo e per la prima volta ha tentato di sfuggire ai processi che lo riguardano con una legge mirata, senza preoccuparsi della sua legittimità.
La sentenza della Consulta è provvidenziale perché stabilisce un principio inderogabile delle nostre istituzioni, un principio che non può essere scavalcato senza provocare gravi danni al funzionamento della giustizia e della democrazia stessa.

lunedì 5 ottobre 2009

L'opposizione non esiste


Ne abbiamo avuta l'ennesima e malaugurata riprova. L'approvazione dello “scudo” (o meglio il condono) fiscale per il rientro dei capitali illecitamente esportati, che pagheranno ora una quota puramente simbolica, è stata possibile anche grazie ai parlamentari che in teoria rappresenterebbero l'opposizione. Sono mancati 22 deputati del Pd, 6 dell'Udc e 1 dell'Idv. E non sarebbe neanche particolarmente grave se non fosse che sul voto il governo aveva posto la fiducia e che se non fosse passata sarebbe finita la legislatura. Per soli 20 voti è passato questo insulto allo Stato e ai contribuenti onesti, nonché alla nostra Costituzione. Non solo, ma per soli 20 voti, quelli del Pd mancanti, il governo non è caduto.
Ora in un paese, non dico democratico, ma quanto meno con un minimo di etica politica l'opposizione dovrebbe per prima cosa cercare di far terminare, ove possibile, la legislatura e il governo degli avversari nel più breve tempo possibile, per sostituirsi ad essi il più a lungo.
Invece in Italia accade il contrario. Quando è al governo il centrosinistra le inventa tutte per farlo cadere, bicamerali, mancato rispetto degli accordi tra alleati, della volontà di chi li ha eletti e continue minacce da parte dei loro politici di togliere la fiducia.
Dopo che questa tattica ha avuto successo, e quindi una volta che si torna a votare, il maggior partito di centro(sinistra?) le inventa tutte per perdere le elezioni: auspica un improbabile dialogo con il proprio avversario colluso con la mafia, e ne rifiuta un altro con le poche forze di sinistra ancora esistenti, non nomina nemmeno “il principale esponente della coalizione avversa” e candida personaggi a dir poco discutibili. Alla fine riesce nel suo intento. Perde le elezioni. Ma non finisce qui. Una volta meritevolmente all'opposizione ce la mette tutta per far sì che i propri avversari restino al governo il più a lungo possibile e così arriva a negar loro la meritata sfiducia. Si può dire che i partiti al potere ormai da troppo tempo abbiano fatto l'impensabile per distruggere l'Italia, tra favori alla mafia, corruzione, censure, razzismo e persino uno scandalo a sfondo sessuale. Ma è stato tutto inutile, i nostri non demordono e imperterriti continuano a salvare i loro avversari da un quanto mai provvidenziale declino.
Dopo quanto accaduto, che ha del surreale, sorge spontanea la domanda: ma esiste in Italia un'opposizione? I fatti dovrebbero farci concludere che no, non esiste affatto. Semmai esiste una maggioranza che governa e una minoranza che guarda chi governa pronta a correre in aiuto della maggioranza quando questa si trova in difficoltà.
I fatti parlano chiaro: il miglior alleato di Berlusconi non è la Lega, non è la Chiesa e nemmeno la massoneria che pure ne ha spianato la scalata sociale, ma il Partito democratico. Non è la prima volta che accade. Qualche giorno fa infatti si era votato sulla pregiudiziale di incostituzionalità dello “scudo” (o condono) fiscale, le pregiudiziali non passarono neanche allora, per 27 voti di scarto. Mancarono allora alla Camera 70 deputati, che hanno permesso così l'approvazione di un provvedimento “salva-evasori”. Alla notizia i giornali non hanno dato molto risalto forse per l'assenza di alcuni nomi importanti. Noi riportiamo la lista di chi è mancato di seguito:


59 esponenti del PD

1. Argentin
2. Bersani
3. Boccuzzi
4. Boffa
5. Bucchino
6. Calearo Ciman
7. Calgaro
8. Capodicasa
9. Carra Enzo
10. Ceccuzzi
11. Cesario
12. Codurelli
13. D’Alema
14. Damiano
15. D’Antoni
16. De Micheli
17. Esposito
18. Fiano
19. Fioroni
20. Franceschini
21. Gaglione
22. Garofani
23. Giacomelli
24. Gozi
25. La Forgia
26. Levi
27. Lolli
28. Losacco
29. Maran
30. Marchignoli
31. Martino Pierdomenico
32. Meta
33. Mogherini Rebesani
34. Mosella
35. Picierno
36. Pistelli
37. Pollastrini
38. Pompili
39. Porta
40. Portas
41. Realacci
42. Rosato
43. Sani
44. Servodio
45. Tenaglia
46. Turco Livia
47. Vaccaro
48. Vassallo
49. Vernetti
50. Villecco Calipari
51. Zampa

IN MISSIONE

52. Bratti
53. Bindi
54. Cavallaro
55. Farina
56. Lusetti
57. Mecacci
58. Migliavacca
59. Rigoni

8 esponenti del UDC

1. Cesa
2. Ciccanti
3. Drago
4. Galletti
5. Mannino
6. Pisacane

IN MISSIONE

7. Volontè
8. Buttiglione

2 esponenti del IDV

1. Barbato
2. Cimadoro



Come vedete non si tratta di esponenti di secondo piano, ma di dirigenti di alto livello, tra cui i candidati alla segreteria del Pd Franceschini e Bersani. Ora questi sono coloro che dovranno guidare il principale partito d'“opposizione”, coloro che hanno contribuito a salvare gli evasori fiscali facendo quindi un favore anche a Berlusconi che ha un conto in una banca svizzera sotto indagine come fu rivelato qualche tempo fa dall'Espresso.
Spero che tutto ciò sia sufficiente per convincere il lettore a non riporre più nessuna fiducia in questa gente e a non illudersi che ci possa essere un miglioramento seppur lieve rispetto alla destra. Il “voto utile” non esiste, perché non esiste in parlamento una forza realmente alternativa a Berlusconi, perché quello che dovrebbe essere il principale partito di opposizione è invece il maggiore alleato della maggioranza, quello che l'ha sempre aiutata e sostenuta nei momenti di difficoltà, nonostante le chiacchiere che i suoi politici diffondevano ai giornali.
Credete che sia ancora il caso di manifestare con questa gente per una libertà che costoro non hanno mai difeso, e anzi hanno sempre ostacolato?
Rivolgo perciò un appello a chiunque sia capitato su questo blog perché:

  • Diffonda la lista degli assenti o attraverso internet o con altri mezzi.
  • Non voti in nessuna elezione in futuro, locale o nazionale, né per il PdL, né per l'Udc, né per il Pd, né per qualsiasi lista o partito alleati con uno di essi.
  • Voti per partiti o liste minori che attualmente non sono presenti in parlamento, quali lascio ovviamente a lui deciderlo.
  • Diffonda questo appello ovunque possibile.

Fonti:


giovedì 1 ottobre 2009

La sconfitta storica della socialdemocrazia


Le elezioni tedesche hanno ribadito un'altra volta la sconfitta della socialdemocrazia e del suo paradigma politico-economico. Il voto ha sancito la caduta disastrosa per il SPD, un arretramento dei conservatori della CDU e una clamorosa avanzata della Linke, la sinistra del parlamento tedesco, che, assieme ai liberali, è la vera vincitrice di queste consultazioni, raggiungendo il 12% dei consensi.
La socialdemocrazia europea ha cominciato la sua parabola come braccio politico del movimento operaio, manifestando nelle sedi istituzionali l'ascesa del proletariato a promotore di progresso sociale. Originariamente la socialdemocrazia aveva la sua base dottrinale nel marxismo, in particolare nell'interpretazione di Engels e Kautsky, che le permise di conciliare la teoria rivoluzionaria con la pratica riformista. I meriti storici della socialdemocrazia sono innegabili, poiché rappresentò l'opportunità per i lavoratori di far sentire la loro voce in quelle sedi che erano appannaggio della sola borghesia. Riconoscere la parte della socialdemocrazia (compresa quella dei partiti comunisti dell'Europa occidentale che di fatto adottarono una chiara impostazione socialdemocratica come avvenne in Italia e in Francia) nei miglioramenti della condizione sociale dei lavoratori non significa disconoscerne il rovescio della medaglia, ovvero la “stabilizzazione” della classe operaia, la sua accettazione dello status quo e la perdita progressiva di qualsivoglia coscienza rivoluzionaria.
Dobbiamo distinguere due fasi. In una prima, quella della socialdemocrazia “storica”, che va dalla fine dell'Ottocento fino al Dopoguerra, seppur viene accettata una prassi politica interna alle istituzioni sociali capitalistiche esistenti, viene pur sempre teorizzata la necessità di un rovesciamento contro la borghesia in grado di superare il modo capitalistico di produzione come coronamento dell'avanzata del proletariato. Ciò non escludeva temporanee convergenze con la parte più progredita della borghesia e questo si traduceva politicamente in alleanze e governi “misti” cui i socialdemocratici prendevano parte, o avrebbero dovuto prender parte, assieme ai partiti moderati.
La seconda fase, invece, quella “classica” inaugurata negli anni Sessanta, vede l'abiura dei tradizionali principi del marxismo che fino ad allora avevano indirizzato l'azione politica riformista e che le davano un senso inquadrandola in un'ottica complessa e in un progetto di trasformazione a lungo termine. In questa fase l'accettazione di fatto dell'assetto capitalistico viene depurata dall'aspirazione, pur rimandata ad un futuro imprecisato, a superarlo, e viene così a cadere la dottrina marxista come teoria portante, si può dire, di tuttala sinistra europea. Ma perdendo un fondamento dottrinale così forte, così raffinato sul piano intellettuale e, soprattutto, capace come non mai, e in questo ineguagliato, di analizzare l'assetto borghese della produzione, viene a mancare alla socialdemocrazia ogni chiaro indirizzo e obiettivo politico e sociale a lungo termine, riducendosi in pratica a una mera variante “di sinistra” del liberalismo progressista.
Purtuttavia permane un approccio all'economia di mercato, con un accento più “pessimistico” rispetto ai nuovi parenti liberali, che vedevano i socialdemocratici impegnati quantomeno a porre un freno al capitalismo e a continuare a proporre parti del loro programma tradizionale, come le nazionalizzazioni e il ruolo attivo dello Stato in economia che li mantenevano ancora assai distanti dal liberismo “puro”.
Tuttavia anche questa seconda fase è giunta al termine alla fine della anni Ottanta e all'inizio dei Novanta, quando si è fatta strada tra le file socialdemocratiche una completa fiducia nell'economia di mercato, che ha fatto abbandonare qualsiasi progetto di nazionalizzazione di importanti comparti economici, limitandosi alla mera difesa di tutele sociali già acquisite. Dobbiamo quindi aggiungere una terza fase, che chiameremo “post-socialdemocratica” in cui si assiste all'abbandono anche dell'ultima influenza della teoria marxista, e delle venature “scettiche” nei confronti del sistema economico. Ciò ha reso l'atteggiamento dei partiti socialdemocratici identico, se non nominalmente, sicuramente de facto, a quello del liberalismo sociale – anche questo assai stemperato nel tempo, a dire il vero – che propone la conciliazione del “libero mercato” con garanzie sociali per il lavoro.
Il ruolo dello stato naturalmente ne esce fortemente ridimensionato. Da attore e principale interprete dell'economia nazionale e “redistributore” di ricchezza a mero palliativo dei “mali necessari” del capitalismo, o finanche ad agenzia di second'ordine di quest'ultimo, suo “risvolto umano”.
Un marxista sa che lo stato borghese interviene nei momenti di difficoltà del capitalismo, aiutandolo a superare (senza però mai risolverle definitivamente) crisi strutturali, come dimostra l'attuale intervento dei governi a favore della grande industria e della grande finanza contro ogni rischio di collasso interno. Questa situazione però invece di rivolgersi contro la pratica e la teoria liberista e in definitiva contro la società borghese ha finito per rafforzarla, proprio grazie a quella “sinistra” organica al capitale che fa “il lavoro sporco” che non può svolgere la sua controparte conservatrice, la quale deve difendere un “purismo” teorico di facciata. Stiamo assistendo a questo processo durante il governo Obama con l'iniezione di liquidità a favore di banche e imprese. Il capitalismo aveva bisogno di essere salvato in un momento così critico, e per farlo non poteva andare tanto per il sottile, continuando a proporre teorie fallite sul “libero mercato” e la “libera concorrenza”, per questo c'era bisogno di un progressismo di facciata che giustificasse l'intervento statale, di contro a decenni di politiche di orientamento opposto. Questo intervento non è andato a vantaggio dei lavoratori, ma ha soltanto sostenuto il profitto lasciando intatti i rapporti di produzione, ed anzi rafforzando l'egemonia del capitale ed indebolendo i salari.
In Europa spesso non c'è stato bisogno di questo “restauro d'immagine” possedendo la destra già un'ideologia in qualche modo “sociale” che le permette di giustificare uno statalismo inconcepibile negli Usa (è il caso della destra francese e del gaullismo o della cristiano-democrazia tedesca).
Che ruolo ha in tutto questo la socialdemocrazia? Col suo ultimo approdo all'economia di mercato ha legittimato “da sinistra” la privatizzazione di importanti settori e la dismissione di tutele sociali cui essa stessa aveva contribuito ad ottenere e nello stesso tempo col suo retaggio storico diventa il bastone del capitalismo nei momenti di difficoltà, pronto ad essere usato e gettato all'occorrenza.
Si può dire che questo percorso fosse contenuto in embrione già agli albori della socialdemocrazia quale sua possibile deriva. La soluzione di permettere una pratica riformista quale momentanea necessità da abbandonare non appena il proletariato conquistasse il potere ha permesso da un lato di rafforzare la propria presenza nelle istituzioni e di permettere importanti migliorie e riforme sociali a vantaggio dei lavoratori, dall'altro però è stato sempre presente come una spada di Damocle che pendeva sulla testa ad ogni riforma e ad ogni compromesso, la possibilità paventata più volte nella storia, e poi fatalmente realizzatasi, di un'abiura. La socialdemocrazia ha per così dire demolito quel muro sottile che la separava dal suo nemico, ha tradito le ragioni storiche del movimento operaio e ha “venduto l'anima” al capitale.
Il procastinare una prassi rivoluzionaria può essere un bene per un tempo relativamente breve, ma quando si prolunga eccessivamente rischia di essere una rinuncia definitiva, una capitolazione, come poi effettivamente è avvenuto. Le prime avvisaglie si erano già avute con i vari “revisionismi” che avevano attraversato la socialdemocrazia, da Bernstein al neokantismo, lasciandola in un primo tempo, ma solo apparentemente, indenne, e finendo in fine per avere la meglio, seppure in una veste assai meno elegante rispetto ai loro esordi.
Quella della socialdemocrazia è una sconfitta senza appello, perché già nella sua svolta vi è l'anticipazione del proprio destino. L'accettazione del sistema sociale che aveva sempre in passato aspramente criticato e di cui ne aveva auspicato il superamento è una resa definitiva, per quanto possa permanere un certo “scetticismo” nei confronti del mercato, perché si limita a spostare il proprio orizzonte storico dall'esterno all'interno del capitalismo rendendolo organico ad esso, ed anzi finendo per legittimarlo. La socialdemocrazia non ha soltanto abbandonato la rivoluzione, l'ha uccisa, perché l'avallo dell'utopia liberale di una conciliazione, o anche solo di un compromesso, non propedeutici a una futura rottura, ma definitivi, delle ragioni del lavoro con quelle del capitale significa la condanna, la scomunica di ogni prospettiva rivoluzionaria da parte dell'alfiere storico del movimento operaio europeo.
Se tutto è risolvibile “all'interno” dello status quo, ogni differente programma politico diventa un mero cambio di prospettiva, perché tutti, conservatori e progressisti, liberali e socialdemocratici operano per uno stesso fine che è la conservazione di un sistema sociale che sancisce lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Quella che Marcuse chiamava “la chiusura dell'universo politico” opera però non a favore, ma contro ogni forza progressista, tranne di quelle che trovano il modo per marcare una distanza, una differenza, una rottura significativa, per quanto questa rottura sia astratta e non ancora capace di concretizzarsi nella realtà. La vittoria della Linke e il crollo della Spd sono la traduzione immediata di questo fenomeno, perché i lavoratori hanno intuito che la socialdemocrazia, o il social-liberalismo, non sono in grado di rappresentare i suoi interessi come classe, essendo contigui a quel sistema che li opprime. Ecco perché il loro atteggiamento è quanto meno scettico nei loro confronti.
Dobbiamo perciò registrare la sconfitta in Europa non della sinistra tout court ma di quella sinistra che ha partecipato a governi che hanno tradito le aspirazioni dei lavoratori, come la Grande Coalizione, o il governo laburista britannico o quello di centrosinistra in Italia.
Il paradigma socialdemocratico, esaurita la spinta propulsiva, è giunto alla sua fatale capitolazione, ma questo può essere un'opportunità per il proletariato perché apre ad esso nuove strade da ricercarsi in una teoria e in una prassi magari più distanti dalle istituzioni politiche per un certo tempo, ma più vicine alle sue attuali esigenze, maggiormente capaci di rappresentare un'alternativa all'attuale sistema sociale, e forse, in definitiva, anche più efficaci nel perseguire i suoi obiettivi, non ancora realizzati, eppure ancora da realizzare.