martedì 16 giugno 2009

Il colonialismo israeliano non arretra



Il capo di governo israeliano Benjamin Netanyahu ha detto di essere disposto a sostenere la costituzione di uno stato palestinese. E questo fatto è stato salutato come “un grosso passo in avanti” (secondo le parole di Obama) da tutti i governi e dalla stampa occidentali.
Tuttavia questa apparente apertura israeliana è concessa solo a patto di durissime condizioni da imporre ai palestinesi. Prima fra tutte la demilitarizzazione totale del futuro stato di Palestina. Una condizione davvero improponibile che ha fatto protestare il presidente egiziano Mubarak il quale ha dichiarato che questa proposta “farà abortire tutte le possibilità di pace”.
Anche da parte palestinese naturalmente c'è una totale contrarietà, e nonostante questo in Occidente si cantano le lodi di questa “apertura” da parte israeliana come una possibile soluzione del conflitto.
In realtà la situazione è ben diversa. Israele ha perseguito in tutti questi anni una politica di occupazione e di colonizzazione a danno del popolo palestinese. Anche quando si sono ritirate (unilateralmente) le colonie israeliane si sono però chiuse le frontiere, “intrappolando” così i civili palestinesi. Un embargo durissimo è stato imposto a Gaza, costringendo il sistema economico e sociale palestinese al collasso durante il periodo dei bombardamenti israeliani.
Adesso Netanyahu parla di uno stato palestinese smilitarizzato, dimenticando di dire che finora Israele ha continuato progressivamente ad armarsi e a far aumentare la spesa militare, per continuare bombardamenti e azioni militari che violavano trattati internazionali e risoluzioni ONU.
Nessuno ha mai proposto un disarmo di Israele, che pure è quello che più si è avvalso e ha goduto di una politica di riarmo, non solo nei confronti dei palestinesi (si veda il conflitto in Libano). Eppure, in una situazione di così forte superiorità geo-politica e militare (l'alleanza con gli Stati Uniti e con l'Europa), oltre che economica (tutte le forniture energetiche nel territorio palestinese provengono da Israele) adesso si vuole imporre anche uno stato disarmato, e quindi uno stato debole, per continuare così (questa volta sotto l'avallo della comunità internazionale) a fare quello che si è sempre fatto. Il governo di Israele si è limitato poi ad escludere il congelamento degli insediamenti. La questione delle colonie rimane quindi immutata.
In queste condizioni è ovvio che un eventuale stato palestinese sarebbe di fatto senza poteri, ma gli israeliani avrebbero il pretesto per giustificare le loro politiche espansionistiche.
Questa presunta moderazione del governo Netanyahu è solo una facciata. In realtà il partito del Likud attualmente al potere si dichiara contrario, nel proprio statuto, ad uno stato palestinese. I media occidentali hanno continuato a dare risalto al mancato riconoscimento di Israele da parte di Hamas. Senza dire che il principale partito della destra israeliana, adesso, come già in passato, al potere, è sempre stato contrario ad uno stato palestinese. Era solo Hamas a passare per “estremista”.
Senza contare poi che in posti importanti siedono personaggi legati ad ambianti chiaramente estremisti per non dire eversivi, come è il caso del Ministro degli Esteri filo-nazista Lieberman, che proponeva prima delle elezioni la deportazione i civili palestinesi.
Come possono personaggi di questo tipo, che hanno sempre soffiato sui venti di guerra, diventare tutto a un tratto moderati e interessati alla pace è un mistero che solo alla Casa Bianca e all'Europa è dato di comprendere.
Ma se si guarda la questione da un'ottica diversa si vede che quella israeliana più che una proposta ragionevole è in realtà un'operazione di “restailing”, di immagine, per portare dalla propria parte l'opinione pubblica internazionale. Dichiarandosi a favore di uno stato palestinese Netanyahu apparirà come disponibile ad aprire alle trattative e al processo di pace e i quotindiani potranno titolare “Sì ad uno stato palestinese” accanto al nome del Primo Ministro ebraico, come fa il Corriere della Sera. I palestinesi, che non possono fare altro che respingere questa proposta, invece saranno i soliti estremisti, quelli che non vogliono la pace. Ma quello che i quotidiani non dicono è la solita postilla a margine del contratto, che di fatto esautora l'eventuale stato palestinese da ogni potere. “Sì ad uno stato palestinese” è quindi la sintesi corretta “purché sia debole ed espropriato delle sue funzioni”.
Quindi non facciamoci ingannare da questo gioco di specchi orchestrato dal governo israeliano con l'avallo, come al solito, degli Usa e dell'Europa, e naturalmente anche dell'Italia. È in realtà un tentativo per mettere all'angolo sia Hamas che Fatah e spostare il sostegno della comunità internazionale tutto dalla propria parte per continuare a perpetrare quella politica colonialistica che finora non si è mai fermata.

domenica 14 giugno 2009

Tornano le squadracce nere

Proprio così. Ieri a Milano il Movimento sociale, partito di estrema destra, ha presentato il proprio progetto di istituire una “Guardia nazionale” per partecipare alle ronde autorizzate dal ddl sulla sicurezza del governo. Il loro capo è Gaetano Saya, indagato per istigazione all'odio razziale. Intanto la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per apologia di fascismo.
Già sono immaginabili le loro intenzioni criminali, sotto la copertura di una legge infame. Gli immigrati, i barboni, le prostitute, gli omosessuali, sarebbero i primi ad essere presi di mira. Le ronde fasciste non farebbero che radicalizzare le già temibili ronde padane, che certo non si può dire vadano molto per il sottile.
Il loro equipaggiamento rivela già tutto: “elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero” (La Repubblica). Insomma da truppe paramilitari.
Ecco a cosa conduce una legge securitaria e liberticida, in cui la gestione dell'ordine pubblico vine tolta alle forze di polizia (composte da professionisti addestrati per questo) e affidata a dei dilettanti, degli inesperti che non sanno come bisogna comportarsi e per giunta di idee politiche eversive.
La situazione sembra analoga a quella dell'Italia pre-fascista e proto-fascista, quando lo squadrismo di Mussolini si diffondeva, favorito dai liberali allora al governo che vedevano in esso un mezzo per fermare l'avanzata dei socialisti e dei comunisti. Gli effetti sciagurati di questa politica si sono visti. Analogamente oggi il governo strizza l'occhio a quei gruppi incostituzionali di chiare idee razziste per fermare questa volta non i “rossi”, ma gli extracomunitari, soprattuto, ma anche tutti coloro che vivono ai margini della società, i senzatetto, i ladruncoli disperati, magari anche minorenni, i tossicomani. Contro tutti questi, che minacciano l'immagine di splendente ottimismo che dovrebbe irradiare dal suolo italico, si abbatterà la dura repressione del neo-squadrismo fascio-leghista.
Fascisti e leghisti li abbiamo già visti insieme. In Germania Borghezio manifestava contro la moschea assieme ai naziskin. In Italia sono numerosi i cortei, con tanto di spranghe e saluti romani, che vedono i leghisti uniti a quelli di Forza Nuova.
Già le telecamere nascoste delle Iene avevano immortalato le minacce subite dal reporter Paolo Calabresi, travestito da romeno, che stava rischiando il pestaggio dai rondisti.
Ecco il filmato:


Non ci dovrebbero essere più dubbi sulle reali intenzioni di questa gente.
Naturalmente nessun tg da spazio a queste notizie. Se una donna italiana viene violentata da un immigrato compare in prima pagina, ma se dei fascisti o dei leghisti picchiano un immigrato, nelle televisioni di pre-regime cala il silenzio assoluto.
Ricordate:

venerdì 12 giugno 2009

Io sto con Berlinguer

Ieri è stato il venticinquesimo anniversario della morte di uno dei più grandi politici della sinistra italiana, Enrico Berlinguer.
Lo si potrebbe probabilmente definire come l'ultimo leader del P.C.I. perché fu l'ultimo che credeva ancora nel comunismo e l'ultimo a volerlo salvare.
Negli ultimi anni della sua vita si poteva dire che avesse intuito il nuovo vento che stava girando a sinistra. Era l'ascesa del craxismo, dell'individualismo, dell'edonismo consumistico, della “Milano da bere”, dell'illusione che la ricchezza e le arrampicate sociali avrebbero creato il Paese della Cuccagna. Egli si era sempre opposto a questa specie di cinismo ingenuo. Quando Craxi aveva cominciato a sferrare il suo attacco contro la scala mobile e contro i lavoratori egli era rimasto al fianco dei lavoratori, deciso a non cedere di un millimetro alla nuova ondata restauratrice, perché capiva che cedere di un millimetro avrebbe voluto dire aprire la strada alla perdita dei diritti sociali faticosamente conquistati e alla sconfitta del movimento operaio.
La storia gli ha dato ragione. E ha dato torto a quanti allora lo criticavano per volere opporsi alla “modernizzazione”. Abbiamo visto questa modernizzazione a cosa ha portato: alla più grande crisi mondiale dal dopoguerra. Adesso quei profeti delle “magnifiche sorti e progressive” hanno smesso di decantare il libero mercato.
Berlinguer era comunista davvero e questo non era scontato allora, quando una parte all'interno del partito spingeva per farne uno nuovo, moderato e liberale, come sarebbe successo in seguito. Non era scontato e non lo è visto che Walter Veltroni che si dice suo ammiratore ha detto di non essere mai stato comunista. Non lo era scontato alla luce degli avvenimenti di qualche hanno più tardi, della caduta del muro di Berlino nell'89 e della svolta del '91 che avrebbe decretato la fine del P.C.I.
Egli non c'era, purtroppo. Se ci fosse stato si sarebbe di sicuro opposto a quella capitolazione come lo ha fatto un altro pilastro della sinistra, Pietro Ingrao. La sua voce sarebbe stata ascoltata da milioni di compagne e di compagni. Forse oggi il P.C.I. Non esisterebbe lo stesso. Ma forse avremmo una sinistra un po' più forte e il lavoro un po' più tutelato.
Berlinguer era comunista, ma ebbe il coraggio di riconoscere le sconfitte dei comunisti e seppe allontanarsi dall'Unione Sovietica quando era giunto il momento di farlo, senza per questo rinnegare tutto ciò per cui aveva lottato, senza cadere nella alternativa fatale tra un capitalismo di stampo reaganiano e un falso socialismo di stampo tardo-sovietico. Egli scelse le ragioni del comunismo autentico, quelle che furono di Marx ed Engels. Scelse le ragioni dei lavoratori e degli sfruttati.
Oggi sentiamo dei politici che hanno smarrito le ragioni per cui fanno politica, le ragioni del cuore e della testa, li sentiamo parlare di crescita economica, di imprese, di banche, ma mai di lavoro; li sentiamo rivolgersi agli imprenditori, ai risparmiatori, agli azionisti, ma mai ai lavoratori.
Egli invece non li abbandonò mai, anche quando il vento sembrava girare da un'altra parte. Non salì sul carro del vincitore. Non si spartì la torta con i convertiti alla causa del libero mercato.
In anticipo su tutti gli altri ha parlato di “questione morale”, quando i partiti cominciavano a intrattenere con sempre maggior disinvoltura rapporti con l'economia e la finanza e questa nuova disinvoltura era salutata come un bene, una positiva innovazione. E il traditore del socialismo, del marxismo e del lavoro, Bettino Craxi si fece portatore di questa teoria. Adesso quest'ultimo viene elogiato da tutti, anche da coloro che un tempo stavano con Enrico che combatteva la deriva craxiana (che poi sarebbe stata berlusconiana) dell'Italia. I suoi compagni di un tempo lo tradirono, vigliaccamente perché aspettarono che egli non ci fosse più per farlo, e abbracciarono il suo pugnalatore politico.
Io invece sto con Enrico. Anche se adesso non c'è più. Anche se quando lui c'era non c'ero io. Anche se nacqui due giorni dopo la sua morte. Sto con Enrico perché la sua lezione, le sue battaglie, le sue idee sono ancora attuali.
Sto con Enrico perché sto con i lavoratori, sto con il comunismo e con la sinistra.

giovedì 11 giugno 2009

L'Asse Roma-Tripoli: un patto criminale tra due governi autoritari



Con l'accordo del governo italiano con la Libia sull'immigrazione la destra xenofoba e reazionaria ha raggiunto un picco di cinismo ineguagliato. Il dittatore libico Gheddafi, criminale internazionale e violatore dei diritti umani, viene ricevuto al Senato, accolto come un eroe dal Presidente Schifani, a Roma al Campidoglio dal sindaco Alemanno e alla Sapienza dal Rettore. Questo ha spinto gli studenti a mobilitarsi per protestare contro le persecuzioni nei confronti dei migranti cui collaborano Italia e Libia.
Pur di assicurarsi consensi sul tema dell'immigrazione soffiando sul razzismo Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia che garantisse alle multinazionali italiane ingenti profitti nella costruzione di opere pubbliche nel paese nordafricano.
Il governo italiano ha mostrato di condividere la linea libica di violazione sistematica dei diritti umani, come ha già dimostrato la vicenda dei respingimenti dei barconi a largo di Lampedusa, negando il diritto di asilo e violando i trattati internazionali. Di fronte agli immigrati che fuggono dalla miseria, dalle guerre e dalle persecuzioni di regimi sanguinari come quello di Gheddafi, Berlusconi e la Lega hanno pensato bene di lavarsene le mani: loro non c'entrano, la Libia facesse quello che gli pare. Affidare gli immigrati respinti alle autorità libiche significa consegnare centinaia di persone alla morte certa. Un modo per aggirare le norme nazionali e internazionali sul diritto d'asilo avallando la repressione e le torture della polizia nelle prigioni libiche. I migranti, la cui tragedia viene sfruttata dai trafficanti e dalle autorità colluse, vengono spesso abbandonati nel deserto a morire di fame e di sete.
Con questa associazione a delinquere di stato le multinazionali italiane si aggiudicano importanti profitti sul territorio libico e il governo potrà vantarsi di aver mandato a morire degli innocenti vittime delle persecuzioni, Ma come si sa Berlusconi ha detto che l'Italia non deve essere una società multietnica e quindi l'ideologia fascistoide del “Dio, Patria, Famiglia” è più importante della tutela dei diritti umani.
E su questo ha trovato una sponda persino in ambienti ecclesiastici: il segretario della CEI ha elogiato l'accordo stipulato dall'Italia. Smentendo la linea che la Chiesa aveva tenuto nei confronti dei respingimenti.
Ma c'è qualcuno che si ricorda dell'epoca in cui Gheddafi era demonizzato dai governi occidentali come terribile dittatore quando aveva sottratto i giacimenti petroliferi agli interessi euro-atlantici e cacciato le basi militari straniere? Tutto dimenticato. Da quando la Libia si è riavvicinata aquegli interessi da “Stato canaglia” è diventato un alleato nella lotta al terrorismo. Ma il terrorismo contro i migranti viene perpetrato dai governi stessi, che spingono le popolazioni locali contro i nuovi arrivati, in una guerra tra poveri in cui è lecito persino ammazzare bambini. Lo diceva il sindaco Gentilini: “bisogna eliminare i bambini zingari che vanno a rubare”. L'eliminatore che si sporca le mani al posto loro l'hanno trovato, il Colonnello Gheddafi.

mercoledì 10 giugno 2009

Si riparte. In basso a sinistra

Dopo il miglioramento che la sinistra, e in particolare i comunisti, ha fatto registrare alle europee e la delusione delle amministrative è giunto il momento del “Che fare?”.
Prima di partire con progetti elettoralisti di alleanze tattiche sarebbe meglio interrogarsi sulla lezione che si può trarre dalle urne.
La sconfitta dell'“estremismo unitario”
Per molto tempo ha prevalso a sinistra l'idea della priorità dell'unione a tutti i costi di tutte le forze non solo di sinistra, ma anche solo vagamente progressiste e a volte persino conservatrici.
Questa teoria ha avuto la sua applicazione negli anni del governo Prodi dove c'era una coalizione che andava da Rifondazione a Mastella.
L'insuccesso del governo Prodi è talmente palese ormai a tutti da rendere inutile spiegarlo.
In sintesi il governo Prodi ha perso perché non ha voluto e non ha saputo scegliere: non ha scelto tra la sinistra e il centro, tra una politica di redistribuzione in favore delle classi popolari e un conservatorismo opportunista di scuola mastelliana. Il risultato è stato che a scegliere sono stati i poteri forti e ciò ha causato lo scontento giustificato della base sociale.
A distanza di un anno c'è chi vuole riproporre quella stessa esperienza semplicemente passando una mano di vernice sulla ruggine abbondante.
Costoro hanno proposto un'unione fittizia da cartello elettorale di tutte le forze a sinistra del PD, o che almeno si dicono tali. Questi individuano il vero problema nella “divisione” della sinistra. Ma per “sinistra” intendono, più che una forza politica reale, operante concretamente sul territorio, una categoria dello spirito. Sinistra e Libertà ha proposto un aggregato indistinto, di cui non si comprende bene la linea politica, incapace di una sintesi originale e nello stesso tempo sprovvista di ogni storia che si è deciso di dimenticare.
Hanno dimenticato però il fallimento della Sinistra Arcobaleno alle elezioni politiche. Anche in quel caso si volle creare una sinistra non meglio specificata e il risultato si è visto.
Le europee invece hanno affondato questa linea politica che tende ad unire tutto e tutti. Infatti le due liste della sinistra, andando separate, hanno più che raddoppiato i consensi di un anno fa. Come non si accorgono gli “estremisti unitari” di questo semplice verdetto?
Il problema è che si sono scambiati i mezzi e i fini. Il fine non è quello di unire la sinistra, ma di far sì che la sinistra realizzi una trasformazione della società a vantaggio della classe lavoratrice. L'unità è semmai solo un mezzo per questo obiettivo. Quindi unirsi va bene, ma finché questa unione non comprometta il progetto politico di trasformazione radicale. Diluire la componente antiliberista di parte della sinistra con quella che invece si pone acriticamente di fronte all'economia di mercato vuol dire diluire l'ideale e abbandonare di fatto ogni modello alternativo di società, inseguendo così il riformismo moderato che è stato sconfitto in tutta Europa.
Al contrario l'unificazione deve partire da un'idea chiara di società e da un progetto politico ben delineato. Perciò non si può subordinare la componente antiliberista e anticapitalista a tale unificazione, altrimenti quest'ultima non produrrà nessun risultato apprezzabile.
Bisogna invece spingere per unire tutte le forze della sinistra anticapitalista ed è su questo piano che si poneva la lista di Ferrero, Diliberto e Salvi.
La sconfitta dell'“estremismo identitario”
Il deludente risultato delle amministrative, dove la sinistra anticapitalista e di alternativa è andata divisa in alcune zone e l'incoraggiante risultato delle europee dove invece si è unita, e la sconfitta, preannunciata, del Partito Comunista dei Lavoratori che ha scelto di non appoggiare la Lista Comunista e di correre da solo, testimoniano come, se da un lato è stata bocciata la linea dell'unione a tutti i costi, dall'altro è stato parimenti respinto il velleitarismo della divisione fondata sul rancore. Laddove si sprecano tempo ed energie per rinfacciarsi le scelte passate si perde inevitabilmente. Il PCdL di Ferrando ha speso la campagna elettorale a criticare l'appoggio della sinistra al governo Prodi. Critiche a volte anche condivisibili, ma che finiscono per attestarsi su una posizione di totale chiusura, peraltro sulla base di motivazioni attinenti al passato e non certo al presente. La scelta di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani di non ripetere gli errori del passato e di non cercare alleanze impossibili con forze politiche tendenzialmente moderate che negli anni di governo hanno tradito il programma del centrosinistra e spostato l'asse della coalizione al centro doveva portare a un ripensamento gli stessi “compagni separati”. Tanto più che il centrosinistra non esiste più e che data la linea estremamente moderata del PD difficilmente sarà riproponibile. Tanto più che adesso al governo c'è una destra tra le peggiori di sempre e non più un centrosinistra deludente.
Quindi respingere la linea delle alleanze di plastica tra forze politicamente distanti e nello stesso tempo quella delle scissioni incomprensibili tra forze che condividono sostanzialmente lo stesso progetto politico dovrebbe essere un impegno per tutti coloro che si oppongono “da sinistra” all'economia di mercato.
La sconfitta dello radicalismo spontaneo
A partire dal 2001 in Italia sono nati tutta una serie di movimenti spontanei di lotta e di protesta sganciati dai partiti della sinistra, formati da comitati, associazioni e liberi cittadini. Ne sono un esempio il movimento anti G8, quello contro la guerra, i comitati contro la TAV e contro le basi militari, quelli contro le discariche. Ma a questi si possono aggiungere anche le lotte operaie contro il modello portato avanti dalle destre. A questi movimenti “eclettici” hanno offerto il loro contributo le forze della sinistra politica, il mondo sindacale, i centri sociali.
Il successo territoriale di questi movimenti è stato notevole. Sono riusciti a coinvolgere buona parte della popolazione locale e ad aggregarla attorno alla protesta. Le istituzioni locali, quando anche non nazionali, anche se con fastidio, hanno dovuto fare i conti con questo fenomeno.
La loro forza è stata la presa sul territorio ma anche la tendenza a toccare temi di interesse globale, la necessità di interrogarsi, a partire da un problema o da un avvenimento locale, sul genere di società desiderabile. In un'epoca in cui si tende ad escludere e a bollare come utopico qualsiasi tentativo di costruzione di un modello sociale alternativo, questo è stato un merito notevole.
L'autonomia di questi movimenti dai partiti, anche da quelli “di alternativa”, e dalle loro logiche tattiche di coalizione che allora imperavano in tutto il panorama politico è stata la loro forza ma anche la loro debolezza.
L'isolamento in cui si sono trovati, non tanto per colpa loro quanto per incapacità della sinistra politica di fare da “ponte” tra di loro, ne ha causato a lungo andare la dispersione e di conseguenza l'estinzione. Anziché cogliere l'occasione per creare una rete di fuochi di protesta e porre le basi per una sorta di “guerriglia pacifica” che portasse l'assedio dalle succursali al centro degli interessi dominanti, ci si è limitati a una partecipazione puramente rappresentativa ma nei fatti scarsamente incisiva. Così si è avuto un dissenso diffuso ma “a macchia d'olio” formato da tante piccole “eruzioni” isolate e scollegate tra di loro. È mancato un coordinamento che fosse capace di dare ai vari movimenti quella visione organica di sistema che sferrasse il suo attacco contro la struttura stessa dell'ordine sociale.
Il movimento studentesco dell'“onda” nato dall'opposizione alla riforma Gelmini ha tentato di incontrarsi con i sindacati e il mondo del lavoro per uscire da ogni possibile settarismo e far convergere la protesta attorno a un fulcro comune.
Tuttavia i tentativi non hanno avuto particolare seguito e sembra che si sia tornati alla indifferenza reciproca tra le varie “anime”.
Il mondo del lavoro e la classe operaia che un tempo erano il cuore di tutte le altre lotte tendono anch'essi a “specializzarsi” focalizzandosi attorno a rivendicazioni locali perdendo ogni rapporto con i fini generali.
A segnare la battuta di arresto della stagione del dissenso è stata la mancanza di un progetto politico di trasformazione sociale di ampio respiro. Ha prevalso una linea, pur contro le intenzioni di molti partecipanti, “post-moderna” fatta di tante singole lotte separate l'una dall'altra, magari anche con la capacità di far valere alcune rivendicazioni di base, ma del tutto inadeguate nel modificare i rapporti sociali. È mancata una “grande narrazione” capace di sintetizzarle dialetticamente in un progetto globale.
Obiettivi
Recuperare la riflessione teorica e la coscienza di classe
Per imparare da questa “sconfitta silenziosa” dei movimenti di base e della classe lavoratrice passata inosservata presso i dirigenti della sinistra occorre prendere atto della loro potenziale continuità (perché le diverse rivendicazioni hanno le stesse radici) che è stata tradita dalla loro effettiva dispersione.
Tutte le rivendicazioni hanno alla base l'aggressività del Capitale nel mondo del mercato globale, un'aggressività che è causa di guerre (Iraq e Afghanistan in particolare) disastri ambientali (TAV, discariche) devastazione dei territori (inquinamento industriale e abusivismo edilizio) dirigismo autoritario persino dichiarato da parte delle elites internazionali (G8) definanziamento della spesa pubblica sociale che non sia favorevole al profitto (Riforma Gelmini) e naturalmente precarizzazione del lavoro (Legge 30).
Bisogna quindi innanzitutto comprendere la comune radice di questi mali. Serve perciò una riflessione teorica all'altezza dei tempi che si assuma l'incarco di studiare da un lato le connessioni strutturali tra le diverse contraddizioni della società e il conseguente malcontento popolare, dall'altro le contromisure messe in atto dal sistema che divide e disperde, quando non riesce integrare, queste forme di opposizione. Bisogna affrontare quella che è la vocazione del marxismo: riuscire a sintetizzare l'azione concreta in risposta ai bisogni particolari immediati hic et nunc con il bisogno sociale universale di emancipazione e di rovesciamento dell'ordine costituito.
Per farlo è necessario porre di nuovo al centro la riflessione intellettuale nello sforzo di declinarla a seconda di quelle che sono le contingenze storiche.
Tuttavia non ci si deve illudere che questa consapevolezza intellettuale sia di per sé sufficiente per ricominciare una lotta su basi solide. Con essa deve procedere di pari passo l'avanzamento della consapevolezza da parte delle masse della condizione e della ragione del loro sfruttamento, la coscienza di classe. Senza coscienza di classe non si dà nemmeno lotta di classe. E senza lotta di classe non si dà nessuna lotta capace di intaccare i rapporti sociali.
Non bisogna neanche, però, cadere nell'errore di credere che questa consapevolezza delle masse sia bastante a condurre una lotta efficace intorno a un progetto politico coerente. Si devono evitare da un lato l'intellettualismo di chi crede che un'intellighenzia di sinistra avanzata possa da sola “dettare la linea” a tutti gli altri che si limiterebbero a seguire ciecamente; dall'altro l'anti-intellettualismo di chi si illude che l'analisi sistematica e scientifica della società non sia utile alla lotta.
Le due componenti, ricerca teorica dell'intellighenzia di sinistra e coscienza pratica delle masse, non sono separate, ma interagiscono reciprocamente. Il progresso nella ricerca teorica è in grado di condizionare il pensiero della base sociale di riferimento e viceversa la consapevolezza dei lavoratori e delle classi popolari che sperimentano tutti i giorni l'oppressione non può venire ignorata dalla teoria.
La convergenza delle due sfere deve avvenire in ogni momento: perciò l'elaborazione teorica non può limitarsi a stare rinchiusa nelle università o sugli scaffali delle librerie, ma deve essere strumento di lotta, deve essere accessibile a coloro verso i quali è destinata. I libri, come è avvenuto per il Manifesto del partito comunista, devono poter essere letti da tutti e spiegati a chiunque.
Gli intellettuali, nello stesso tempo, devono confrontarsi con le esigenze e i bisogni anche immediati delle lotte particolari, senza per questo dover rinnegare una prospettiva sistematica.
Ritornare sul territorio e nei luoghi di lavoro
Attraverso la coscienza collettiva è possibile tornare ad affrontare quelle sfide che il momento storico propone senza la debolezza di coordinamento e con dei mezzi ideologici un po' meno naif.
Ma la dialettica tra lotta particolare ed emancipazione universale deve avvenire anche in concreto, tramite la lotta e l'organizzazione della lotta.
Occorre perciò superare quel divario storico che esiste tra la dirigenza dei partiti della sinistra comunista e di alternativa e la loro base sociale. Questo divario ha permesso che i primi si vedessero come i fautori esclusivamente delle tendenze universali di emancipazione e i secondi come esclusivamente interessati alle rivendicazioni di impatto immediato. La prima prospettiva è causa della gestione verticista, la seconda dell'atteggiamento spontaneista.
La dirigenza politica credendosi la sola interprete affidabile del comunismo, del socialismo, del modello alternativo di società, si è vista autorizzata a sacrificare le rivendicazioni particolari in favore dell'ideale finale. Questo ha fatto sì che venissero intraprese tattiche di compromesso con il potere economico e imposte queste scelte alla base. Paradossalmente ciò ha causato proprio il contrario, cioè il venir meno del “fine” di fronte ad opportunismi tattici sempre più asfissianti. Si è perso il contatto con le rivendicazioni locali e parziali e ciò veniva giustificato nel nome della necessità storica e delle “magnifiche sorti e progressive”. Ciò ha determinato che non si centrassero neanche quegli obiettivi parziali della lotta a vantaggio di compromessi sempre più a ribasso. Ciò si è riscontrato negli anni della partecipazione della sinistra al governo Prodi e nell'alleanza con le forze moderate dove al “radicalismo” nella teoria faceva seguito un “moderatismo” nella prassi. Questa perdita di contatto con la base e con i suoi bisogni immediati è all'origine della sconfitta storica della sinistra nel 2008.
Dall'altra parte però, presso le classi popolari, il bisogno di difendere i propri interessi hic et nunc di fronte all'avanzata del liberismo e alla deregolamentazione dei mercati ha determinato un atteggiamento tutto sbilanciato nei confronti di questi interessi e scarsamente proiettato al rovesciamento dello status quo, che pure sarebbe il modo migliore di farli valere. La delegittimazione di ogni idea alternativa a quelle dominanti da parte degli apparati mediatici e la scarsa incidenza delle forze politiche che si richiamano a queste idee sul terreno delle rivandicazioni particolari ha prodotto un allontanarsi dei lavoratori e delle classi sfruttate da queste stesse idee e la rinuncia ad ogni prospettiva di superamento dei rapporti sociali di produzione attualmente in vigore. Si è sacrificato l'“ideale” a vantaggio delle battaglie combattute giorno per giorno, separatamente e indipendentemente l'una dall'altra, senza nessun collegamento, perché l'unico collegamento possibile, il superamento dei rapporti di produzione in vigore appunto, è stato rimosso. Così queste singole lotte si sono svolte senza guardare minimamente a quella che è la missione storica delle forze sociali e politiche progressive. Astrattamente staccate dalle esigenze universali, le rivendicazioni si sono sentite libere da ogni condizionamento esterno alle singole rivendicazioni stesse. E questo ha permesso un'azione “anarchica” non organizzata e non coordinata in vista di un fine ultimo e perciò in sostanza velleitaria. Di conseguenza si è avuto un atteggiamento opposto a quello della dirigenza della sinistra: in questo caso ad un “moderatismo” ideologico ha fatto riscontro un “radicalismo” pratico.
Entrambi questi approcci sono privi di sbocchi. L'uno conduce all'incasellamento della sinistra nella trappola del gioco di coalizione e al sostanziale immobilismo parlamentare in nome di una “missione storica” che di fatto viene tradita. L'altro alla protesta furente ma velleitaria perché priva di respiro storico e politico.
Solo ricostruendo il rapporto tra la dirigenza della sinistra e la sua base è possibile superare questa aporia in cui sembra si sia finiti, perché si può ritrovare la sintesi tra le due esigenze, l'emancipazione universale e la rivendicazione particolare, senza sacrificarne una delle due, che condannerebbe anche l'altra, senza dover scegliere tra l'opportunismo tattico e il ribellismo sterile, ma trovando la giusta misura di tattica politica, perseguimento degli interessi immediati dei lavoratori e azione per la trasformazione della società nel suo complesso che è e deve rimanere comunque lo scopo fondamentale.
In questa chiave, quindi, deve essere letta la ricostruzione del radicamento territoriale di una sinistra di alternativa efficace, capace di porsi come punto focale delle lotte dei movimenti locali e dei lavoratori, capace di trovare una sintesi, un interesse comune e originale delle diverse manifestazioni di uno stesso fenomeno: l'opposizione al sistema di sfruttamento di classe.
Non è sufficiente sventolare una bandiera rossa in un corteo contro l'installazione di una base militare, né può bastare fare volantinaggio davanti alle fabbriche.
Il punto è trovare una sintesi, teorica e pratica, tra il sostegno ai movimenti locali e la presenza sul territorio e la “missione storica” della sinistra.