lunedì 12 ottobre 2009

Odiare la videocrazia


Ho visto finalmente Videocracy. Molti di voi l'avranno già visto quindi potranno capire bene ciò di cui parlo. Ho provato tre diversi generi di sentimenti: disgusto, rabbia, frustrazione.
Disgusto.
È un concentrato di tutto quello che ho sempre odiato. Voglio dire, non il film come prodotto della creatività umana, ma l'oggetto del film, il mondo all'interno del quale ha indagato.
In fondo è grazie a quel mondo, che sono quel che sono. Nel senso che mi sono avvicinato a idee politiche progressiste e al marxismo proprio come rifiuto di quel mondo, rifiuto emozionale, perché suscitava e continua a suscitare in me i sentimenti sopramenzionati e rifiuto intellettuale, perché sentivo il bisogno di criticarlo attraverso l'uso della Ragione, quella stessa che viene umiliata dalle trasmissioni della De Filippi o della Ventura. Spesso mi sono sentito rispondere che ci sono cose più importanti, come la povertà o le guerre, solita ipocrita giustificazione dell'ingiustificabile. Tuttavia quel mondo non è qualcosa di distaccato dalla povertà e dalle guerre, ma vi è profondamente connesso, come dire, l'altra faccia, dello stesso sistema.
Non sono mai riuscito a capire come si faccia a considerare “arte” un film dei Vanzina, “cultura” un programma a quiz, “approfondimento” una puntata del “Maurizio Costanzo Show”.
Il disgusto dovrebbe essere una cosa spontanea. Se si vede un branco di attorucoli e attricette o di divetti caduti in disgrazia alla disperata ricerca di una qualche forma notorietà, fosse anche una che li metta in ridicolo di fronte a milioni di spettatori, rotolarsi nel fango o mangiare vermi su un'isola deserta (o resa deserta appositamente) dovrebbe sorgere un naturale senso di nausea in qualunque essere umano sano di mente, similmente alla nausea che si prova, così dicono, di fronte ad un cadavere mutilato. Vuol dire che c'è qualcosa dentro di noi che ci avverte che quello che stiamo vedendo non è bello, non è accettabile, non deve far parte delle nostra quotidianità e quindi deve essere respinto ad ogni costo. Così come questo senso di malessere ci avverte che l'assassinio di un altro essere umano dovrebbe essere evitato, dovrebbe avvertirci di fronte all'umiliazione della propria o altrui dignità, l'offesa dell'intelligenza umana, l'attentato alla sanità psichica di tenerci lontani da simili oscenità. Quando questo malore non si avverte, quando non proviamo nessun disagio di fronte a certe scene, quando non si realizza in noi il momento negativo, per dirla alla Hegel, vuol dire che c'è qualcosa che non va. Ma questa volta non solo in ciò che si sta guardando, ma anche in colui che guarda, non solo nell'attore, ma anche nell'agito, non solo nell'oggetto, ma anche nel soggetto. Il soggetto, evidentemente, si è assuefatto all'oggetto che subisce e finisce per considerarlo parte della sua quotidianità, proprio ciò che non dovrebbe fare, così finisce per farsene una ragione e dunque il malessere sparisce. Ma non perché la causa sia sparita. Siamo in un palese caso di cura sintomatica: vengono eliminati solo i sintomi ma la malattia esiste ancora e continua a nuocere. Nuoce senza che noi ce ne accorgiamo, forse persino con nostro superficiale gradimento, come avviene durante l'assunzione di sostanza stupefacenti. E il disgusto sparisce. Certe malattie forse un sano non può comprenderle. Così io non comprendo come sia possibile non solo affondare nella merda, ma persino sguazzarci dentro e mangiarne a pieni bocconi per poi chiederne dell'altra. Non comprendo come sia possibile che delle persone vogliano diventare delle puttane televisive cui si richiede solo la pubblica esposizione del loro corpo e nessuna forma di partecipazione intellettuale, fosse anche per guadagnare miliardi di euro. Non comprendo come sia possibile che delle persone, quelle che magari incontri tutti i giorni per strada, quelle con cui ti fermi a chiacchierare, possano pagare il biglietto per assistere allo show di un delinquente che si chiama Fabrizio Corona senza prenderlo a pedate e poi elemosinare con la bava alla bocca un autografo, o una fotografia insieme, col sorriso ebete, come se si fosse realizzato il sogno della loro vita. Non comprendo come si possa andare in Costa Smeralda per vedere gli yacht o per sperare di immortalare qualche celebrità con la macchina fotografica.
Di fronte a tutto questo il mio disgusto sale. Nel vedere un branco di porci sguazzare nel fango provo disgusto. Ma se vedo che quei porci sono acclamati più di qualunque martire, eroe, intellettuale o scienziato, allora il mio disgusto raggiunge livelli quasi intollerabili.
Ed è qui che subentra il secondo sentimento.
Rabbia.
Perché di fronte a un giovane che vive in funzione della televisione, non nel senso che la guarda soltanto, ma nel senso che vorrebbe entrarci, vorrebbe far parte di quel sistema, vorrebbe diventare uno dei tanti miseri, ridicoli e pietosi divetti che strillano e strepitano per un posto in prima fila, mi vien la voglia di andare da quel ragazzo e gridargli nelle orecchie, con tutto il fiato che ho in gola, che è un fottuto idiota. Proprio così. Non è cattivo, non c'è nessuna malizia in lui, ne sono convinto. È solo stupidità allo stato puro. Mancanza di coscienza critica, gli direi se fosse capace di capirne il significato.
Provo rabbia e oggi non è facile. Perché non è facile conoscere la causa della propria rabbia e far sì che la sua causa e il suo oggetto, cosa la provoca e ciò contro cui è diretta, siano la stessa cosa. Non è facile perché la rabbia cercano di incanalarla verso oggetti diversi dalla causa, di scaricarla addosso al capro espiatorio, di disinnescarla e quindi, in sostanza, di distruggerla. Spesso ci si domanda perché si stuprano le donne, perché si ammazzano i genitori o i figli, perché si aggrediscono gli extracomunitari, perché si pestano gli omosessuali, perché si incendiano i barboni. A queste domande si possono dare mille risposte, ma quella vera, quella fondamentale, quella che le riassume tutte, io credo è una sola: non siamo capaci di gestire la rabbia. Non sappiamo contro chi scagliarla. E quindi a gestirla e a scagliarla non siamo noi, sono coloro che l'hanno provocata e che non vorrebbero vedersela ritornare indietro come un boomerang. Quindi questa rabbia viene scagliata contro coloro che non possono ribellarsi, contro coloro che non possono dire di esseri innocenti. Viene scagliata dagli urlatori contro chi non ha voce, dai teleimbonitori contro chi non appare, contro gli invisibili.
La rabbia è una cosa divina. È un grande dono fatto agli esseri umani. La rabbia è un capolavoro, un'opera d'arte della natura. Sbaglia chi la demonizza, chi dice che va repressa o anestetizzata. La rabbia ha sempre ragione, se si impara ad ascoltarla.
L'oligarchia al potere ha sempre temuto la rabbia. Per questo ha tentato di soffocarla o quantomeno di lasciarla sfogare dove non potesse colpirla. Le religioni hanno avuto il compito di smorzare la rabbia. Di farla scemare, di mutarla in qualcos'altro, ma questo questo qualcos'altro era pur sempre rabbia. Sii umile, non alzare mai la voce, non ribellarti mai, porgi l'altra guancia, non curarti delle faccende terrene. La rabbia contro i potenti diventava allora rabbia verso se stessi e rabbia verso coloro che odiano se stessi. Ma quando questa rabbia verso se stessi tracimava, raggiungeva livelli non più tollerabili e diventava rabbia verso il potere allora c'erano le impiccagioni in pubblica piazza, o le feste comandate per farla sfogare e scaricare.
Oggi si può dire che il potere, attraverso la televisione, sia riuscito a smorzare la rabbia, ad attenuarla quantomeno se non a soffocarla del tutto. L'uomo ha subito un mutamento antropologico. La sua soglia di sopportazione si è alzata, non abbassata. Gli viene sbattuta in faccia ogni giorno la sua povertà e la sua miseria e chi specula su quella povertà, su quella miseria. Ma la rabbia non può scomparire e talvolta ricompare, magari dopo periodi di apparente tranquillità come è proprio di una personalità schizofrenica. E allora il potere ha inventato nuove cerimonie sociali. Nuovi riti collettivi per controllarla.
In questo film non viene fatto esplicito riferimento all'altra faccia della medaglia. Non sono presenti nelle immagini coloro che da quel mondo scintillante, ammiccante e frivolo sono esclusi. Non sono nominati i poveri. Non sono nominati i poveri tra i poveri. Può sembrare strano ma questo film mi ha fatto pensare agli immigrati. Essi sono al polo opposto rispetto alla televisione. In quest'ultima ci sono i divi, le persone “importanti”, i famosi, i ricchi, i potenti, coloro che sono acclamati dalle folle e che sono visti da tutti, gli inclusi. Dall'altra parte ci sono i clandestini, le persone che non contano nulla, che nessuno conosce perché sono stranieri, i poveri, i deboli, coloro che sono disprezzati dalla gente, e di cui nessuno si cura, gli esclusi. Ricordate quando era il momento degli sbarchi di albanesi in Italia? Dicevano di vedere la televisione italiana e di essere attratti dalle sue promesse. La delusione per loro deve essere stata cocente. E la rabbia grande. Loro sono esclusi. Non dalla televisione ma da tutto quello che la televisione controlla. Un immigrato in Italia non si fa più illusioni circa le promesse del potere. Ne sperimenta tutti i giorni la falsità. Un immigrato non può credere alla televisione. Un immigrato non può prendersela con nessuno che stia dopo di lui, perché dopo di lui non c'è nessuno. Un immigrato non può sfogare la propria rabbia contro gli esclusi, perché è lui l'escluso. Se solo gli immigrati potessero imparare ad usare la loro rabbia...
La rabbia mi fa pensare. Convulsamente, nervosamente. Guardando le riprese della villa megagalattica di Lele Mora penso. Penso che la sua villa si trova in Costa Smeralda, uno dei posti più belli del mondo. Penso che quel posto è stato strappato all'umanità da una combriccola di ricchi, speculatori, politicanti per poterla ricoprire dei loro abusi edilizi e dei loro festini a base di sesso, droga e immagine. E penso agli sbarchi di immigrati. Gli sbarchi che nessuno vuole, che tutti si affrettano ad allontanare. Ognuno tenta di scaricare su qualcun'altro l'incombenza di accogliere dei disperati. Penso. Gli immigrati provengono da paesi poveri. Paesi dove ville come quelle di Lele Mora esistono e chi ci vive si accaparra tutte le ricchezze, ma dove la gente muore per la fame, le malattie e le guerre. Penso che le ville siano sempre di più e che le ricchezze fuggano sempre da chi ne ha bisogno per concentrarsi presso chi ne ha sempre meno bisogno. Penso che i poveri aumentano e le malattie aumentano e le guerre aumentano. Penso che i poveri fuggano dai paesi poveri per andare verso i paesi ricchi. Penso che i poveri fuggano anche nei paesi ricchi per cercare di accaparrarsi le briciole lasciate dai ricchi.
Gli immigrati. Davvero il potere teme l'invasione? È solo un'invenzione della loro propaganda o c'è qualcosa di più? Penso alla villa di Lele Mora che si affaccia sul mare e ai barconi di immigrati stipati non come animali ma come merce, merce per di più indesiderata. Una villa tra ettari di vegetazione. Migliaia di uomini in pochi metri. E il cerchio si chiude. E capisco che in fondo i ricchi e i potenti temono davvero gli immigrati. E fanno bene.
Rabbia, immigrazione, povertà. Tutto questo fa una miscela esplosiva che giustamente combinata può dare risultati sconvolgenti e terrificanti.
Lele Mora forse non ha paura mentre ospita decine di aspiranti star. Mentre osserva l'orizzonte e il mare non teme di scorgerci una nave stracolma di esseri umani. Ma chissà! Basterebbe un puntino, piccolo, microscopico a confronto della sua villa, a fargli sorgere un dubbio. Basterebbe che poi quel puntino si ingrossasse sempre di più sino a diventare una palla da golf, e allora il suo cuore comincerebbe ad accelerare i battiti. Basterebbe che la palla da golf crescesse fino ad assumere la forma affusolata di un imbarcazione e allora il suo cuore si metterebbe a battere all'impazzata, senza che lui possa controllarlo. Basterebbe che quella imbarcazione indefinita divenisse una nave fatta di metallo, forte, imponente, perché il suo sudore imbratti la camicia di seta bianca e gli imperli la fronte. E mentre la goccia di sudore gli scende lungo la guancia grassoccia, la nave di metallo è già diventata una nave umana, di tanti colori quante sono le carnagioni. La nave ora è un gigante che sovrasta la sua villa, fatto da centinaia di esseri umani, molti di più di quelli che prendono il sole ai bordi della sua piscina, molto più affamati, molto più disperati e molto più arrabbiati. Già si sentono le prime grida. E a questo punto le vene del suo collo iniziano a palpitare quasi dovessero scoppiare, le sue mani tremano come non hanno mai tremato, il bicchiere di cristallo scivola dalle sue mani lisce e sudate e si infrange in mille pezzi contro il suolo.
Cosa prova un ricco che ha paura? Lo stesso che provò Luigi XVI prima di venire ghigliottinato, lo stesso che provò Maria Antonietta quando le donne del popolo invasero Versailles.
È il momento in cui gli odori e gli umori dei ricchi e dei potenti si mescolano con quelli dei poveri e dei non più deboli.
Frustrazione.
Capisco che tutto questo, per ora, è un sogno, una fantasia, un'utopia. Capisco che, per ora, le coste private sono presidiate dalla Guardie che difendono la proprietà ed offendono la vita. Capisco che, per ora, le navi umane sono lontane dalla villa di Lele Mora. Capisco che Lele Mora, per ora, non teme nessuna nave. E questa è la frustrazione. La rabbia che non trova uno sbocco, una risoluzione, che non ha un oggetto su cui fermarsi, un punto d'appiglio, una speranza. La rabbia è negata dalla realtà.
La frustrazione ti assale quando vedi il deserto intorno a te, anche se quel deserto lo riempiono di corpi nudi abbronzati e di luci abbacinanti.
La frustrazione ti assale quando vedi la rabbia, tua e degli altri, svanire, disperdersi in mille rivoli, diradarsi, evaporare, senza capire bene in che modo. La rabbia non scompare del tutto. Ma ha perso quello slancio, quella forza propulsiva. Al sogno subentra la realtà. E ti accorgi che il Fronte della Rabbia si è disciolto. Non esiste più da diversi anni. Il Reale ha sconfitto il Razionale. Ma prima ancora ha sconfitto la rabbia e quindi il sogno.
Un tempo, mi dicono, prima che io nascessi, si poteva sperare per il fatto che non c'era il deserto. Un tempo si poteva sperare perché gli operai protestavano. Un tempo si poteva sperare perché i sindacati non concertavano. Un tempo si poteva sperare perché gli operai non avevano patria. Un tempo si poteva sperare perché c'era sempre qualcuno pronto ad aiutarti. Un tempo si poteva sperare perché c'era la rivoluzione cubana. Un tempo si poteva sperare perché la gente era più sincera. Un tempo si poteva sperare perché c'era il Sessantotto. Un tempo si poteva sperare perché c'era il posto fisso. Un tempo si poteva sperare perché c'era il Partito Comunista. Un tempo si poteva sperare perché esisteva il Grande Rifiuto, c'era qualcosa capace di incarnarlo, di profetizzarlo, di praticarlo. C'era la capacità di non compromettersi. Si poteva sperare. Si poteva.
Nell'Italia di Berlusconi, che prima di essere quella del conflitto di interessi, della corruzione legalizzata, delle connivenze mafiose, delle menzogne, dei ricatti, delle raccomandazioni, prima ancora di essere tutto questo è l'Italia che guarda le sue televisioni e che ne è forgiata, plagiata fin nel suo intimo, in questa Italia, si spera di fare fortuna, di vincere la lotteria e diventare ricchi, di far carriera ai danni del proprio “collega”, quello che un tempo si chiamava “compagno”, si spera di aver la raccomandazione giusta per piazzare il proprio figlio, si pensa solo a se stessi, alla propria famiglia tutt'al più, si vive nel proprio mondo minuscolo infischiandosene di quello che succede intorno. Si spera di diventare veline e magari trovarsi un giorno nella villa di Berlusconi.
So che credere nella sinistra, nel comunismo, diventa inutile se non si trova una forma per realizzare concretamente questi ideali. E allora il disgusto, la frustrazione, la rabbia devono fondersi e mutarsi in odio. Odio verso quel mondo e ciò che lo ha prodotto. Bisogna saper odiare.

8 commenti:

  1. Non l'ho ancora visto però dalle letture fatte (compresa questa) non posso che unirmi alla tua chiusa: odio quel mondo, odiare in questi casi è cosa buona e giusta.

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  2. Oltre a darti tutta la mia comprensione per il tuo stato d'animo (quando sono uscito dal cinema per me è stato lo stesso) volevo complimentarmi con te per la meravigliosa scena che hai immaginato di lele mora terrorizzato dall'avanzare di un popolo incazzato. Meravigliosa. So bene che è solo fantasia, ma è solo ricominciando a sognare che le cose possono iniziare a cambiare...
    Un saluto
    giudaballerino

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  3. Sottoscrivo al 200%, Matteo.
    Ho conosciuto l'epoca in cui esisteva il Pci ed i sindacati "non concertavano." Nonostante qualche ombra, c'erano tante luci!
    Perciò, per me gli attuali tempi sono forse anche più frustranti...
    Ma vedi, Gramsci diceva che bisogna mantenere la "continuità nella fede rivoluzionaria".
    Con quella, infatti, si può risalire la corrente...
    E' dura, a volte sembra quasi impossibile ma già il fatto che un giovane come te non si faccia distrarre dallo... spettacolume del capitalismo, significa molto.
    Del resto, all'inverno segue la primavera. Non dobbiamo scoraggiarci perchè è proprio quello che vogliono, LORSIGNORI.
    Ciao.

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  4. Si, teniamo sempre a mente che quel mondo è sbagliato, schifoso.

    Ho scelto Marx non solo per i motivi da te descritti ma anche perché amo l'uguaglianza più di ogni altra cosa.

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  5. Mondo assurdo che noi stiamo purtroppo vivendo sempre più senza speranza forse di uscirne

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  6. Sai cosa contraddistingue questo tuo post da tutti gli altri che trattano gli stessi argomenti?
    La passione.
    La rabbia.
    Non è un copia e incolla, con un'analisi personale. Molto ben scritta, dettagliata. Ma imitazione di articolo di giornale.
    Questo tuo è un appassionato je accuse.
    Feroce. Coinvolgente.
    Che non lascia indifferenti.
    E' una bocca che urla, questo post.
    Le parole hanno la tua voce.
    E' bello. Bello davvero.
    Meriterebbe la prima pagina di un giornale.
    Bravo davvero
    Marilena

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  7. Ti chiedo un aiuto per mandare Silvio agli Oscar

    Forse qualcuno ricorda l’esordio in tv di Benigni nei panni di un critico cinematografico, in un programma di Renzo Arbore. Nello stesso ruolo abbiamo visto in questi giorni il presidente del consiglio, in un film al cinema Mexico, a Milano. L'apparizione di Silvio Berlusconi come critico cinematografico è uno dei momenti più belli del film, resa anche più gustosa perché recensisce un film di Fellini. E a nostro giudizio, il presidente del consiglio è molto più credibile e interessante di Benigni. Fellini ha vinto 5 oscar, forse troppi. Anche Benigni ha vinto vari Oscar con "La vita è bella".
    Noi crediamo che Silvio Berlusconi meriti un Oscar come miglior attore non protagonista nel film “Di Me Cosa Ne Sai” di Valerio Jalongo. Purtroppo, quando l'Italia deve nominare i suoi film per l'Oscar, la decisione è sempre influenzata politicamente dalla sinistra o dagli interessi delle grandi produzioni.
    Per questo abbiamo deciso di inviare un appello direttamente all'Academy of Motion Picture Arts and Sciences a Los Angeles per la nomination di Silvio Berlusconi come miglior attore non protagonista nel film “Di Me Cosa Ne Sai” di Valerio Jalongo.
    Se anche tu sei d’accordo sostienici. Diventa fan del gruppo su facebook. Più siamo e più in America ci dovranno ascoltare. Ecco l'appello, tradotto in inglese, che sarà inviato all'Academy insieme all'elenco dei sostenitori del gruppo su facebook.

    "We strongly believe Silvio Berlusconi deserves an oscar nomination
    as a supporting actor in the film "DI ME COSA NE SAI"
    (What do you know about me) directed by Valerio Jalongo.
    His appearance as a film critic is one of the best moment of
    the movie.Unfortunately, when Italy has to nominate his films for
    Academy consideration the decision is influenced by politics and
    by the interests of major production companies. This is why we decided
    to appeal directly to the Academy of Motion Picture Arts and Sciences
    and ask that Silvio Berlusconi be nominated for BEST SUPPORTING
    ACTOR in the film "DI ME COSA NE SAI"
    (What do you know about me) directed by Valerio Jalongo."


    Ti ringrazio per l’attenzione


    Antonella Colombo


    Per vedere il video: www.berlusconixloscar.blogspot.com

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