
sabato 1 maggio 2010
Come nacque la Festa dei Lavoratori

giovedì 29 aprile 2010
Sì, siete razzisti
Non ci sono più quei razzisti di una volta, che ce l'avevano coi “negri” e con gli ebrei e che di essere razzisti ne erano orgogliosi e lo ammettevano apertamente. Oggi i razzisti si offendono se li chiami razzisti. Sono responsabili di comportamenti che sicuramente potrebbero essere qualificati come razzismo, ma non vogliono ammetterlo. Sono quelli che “prima gli italiani”, che vogliono favorire i nativi rispetto agli immigrati e che cacciano i bambini immigrati dalle mense scolastiche, che fanno morire le bambine extracomunitarie senza dare loro l'assistenza medica che la nostra Costituzione obbliga a dare, per tutti gli individui, non solo per quelli con la cittadinanza. Quelli che impediscono le costruzioni delle moschee, quelli che “gli immigrati ci rubano il lavoro e la casa”, quelli che “ se non vi sta bene potete cambiare paese”, quelli che “l'Italia agli italiani” oppure (altra versione di chi non può dire di amare un paese il cui tricolore usa per nettarsi l'ano) “padroni a casa propria”. Dopo che costoro hanno enumerato una serie di insulsi stereotipi, che ovviamente non sarebbero mai capaci di motivare e di argomentare se qualcuno gliene chiedesse ragione, aggiungono candidamente “io non sono razzista”.
Questa ipocrisia è qualcosa di insopportabile. Se volete seguire i fascisti in camicia verde, fate pure, ma ameno assumetevi la responsabilità delle conseguenze di questa scelta.
Cito da wikipedia alla voce razzismo:
“Nella sua definizione più semplice, per razzismo si intende la convinzione che la specie umana sia suddivisa in razze biologicamente distinte e caratterizzate da diversi tratti somatici e diverse capacità intellettive, e la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare razza possa essere definita "superiore" o "inferiore" a un'altra.
Più analiticamente si possono distinguere diverse accezioni del termine:
Definizione
storicamente rappresenta un insieme di teorie con fondamenti anche molto antichi (ma smentite dalla scienza moderna) e manifestatesi in ogni epoca con pratiche di oppressione e segregazione razziale, che sostengono che la specie umana sarebbe un insieme di razze, biologicamente differenti, e gerarchicamente ineguali. Tra gli ispiratori ideologici degli aspetti contemporanei di questa teoria vi fu l'aristocratico francese Joseph Arthur de Gobineau, autore di un Essai sur l'inégalité des races humaines[1] (Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane, 1853-1855). Nel XIX secolo quello che sarebbe stato poi definito razzismo nel secolo successivo ebbe rilevanza scientifica, al punto da venire oggi chiamata dagli storici razzismo scientifico. Intorno al 1850 il razzismo esce dall'ambito scientifico e assume una connotazione politica, diventando l'alibi con cui si cerca di giustificare la legittimità di prevaricazioni e violenze. Una delle massime espressioni di questo uso è stato il nazionalsocialismo.
in senso colloquiale definisce ogni atteggiamento attivo di intolleranza (che può tradursi in minacce, discriminazione, violenza) verso gruppi di persone identificabili attraverso la loro cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico o altre caratteristiche. In tale senso, però, sarebbero più corretti, anche se sono raramente usati nel linguaggio popolare corrente, termini come xenofobia o meglio ancora etnocentrismo
in senso più lato, e di uso non appropriato, comprende anche ogni atteggiamento passivo di insofferenza, pregiudizio, discriminazione verso persone che si identificano attraverso la loro regione di provenienza, cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico, accento dialettale o pronuncia difettosa, abbigliamento, modo di socializzarsi o altre caratteristiche”.
Da World Reference.com: “la convinzione che alcune razze siano inferiori e quindi vadano trattate in modo diverso rispetto ad altre o addirittura sterminate
in generale l'atteggiamento di chi disprezza chi è diverso”
Dal Sabatini Coletti: “1 Ideologia che, fondata su un'arbitraria distinzione dell'uomo in razze, giustifica la supremazia di un'etnia sulle altre e intende realizzarla attraverso politiche discriminatorie e persecutorie
2 estens. Ogni atteggiamento o manifestazione di intolleranza"
È evidente quindi che con razzismo non si intende solo la credenza nell'esistenza di razza superiori e inferiori, ma questo termine con il tempo ha finito per designare anche l'intolleranza e la discriminazione nei confronti di una data cultura, etnia, religione, ecc.
Quindi comportamenti come privilegiare gli italiani rispetto agli immigrati, nelle graduatorie per le case popolari o nei sussidi, e via dicendo, possono essere definiti tranquillamente comportamenti razzisti.
Perciò che non si affannino più tutti questi sindaci, parlamentari e ministri leghisti a negare una qualità incontrovertibile dei loro elettori. Per la lingua italiana lo sono, e finché non viene inventato il padano dovranno accettare di essere chiamati razzisti, a meno che non smettano di comportarsi come tali. Perché quindi, avere, anche da parte di noi antirazzisti , un inutile riserbo nell'usare la lingua italiana? Sarebbe bene che quando, dopo un'affermazione del tipo “fuori dalle balle”, volessero aggiungere “ma non sono razzista” qualcuno facesse loro notare, dizionario alla mano, che invece lo sono eccome. Poi ognuno è libero di esprimere le proprie idee e anche i propri pregiudizi. Se vuole vivere in una società dove gli italiani vengono favoriti rispetto agli immigrati, hanno diritto di esprimere questa opinione, a patto però di assumersene la responsabilità e di accettare l'inevitabile e corretto epiteto di razzista.
martedì 27 aprile 2010
Cos'è il 25 aprile

mercoledì 21 aprile 2010
Difendiamo la controinformazione
Diffondo perciò due appelli per il sostegno a due giornalisti, alla loro vita e alla loro attività. Uno di essi per il suo lavoro rischia la carriera, un altro addirittura la vita.
"Non lasciamo solo Gianni Lannes. Si batte per tutti noi"
"Era settembre 2009, ve la ricordate quella brutta storia di navi dei veleni affondate al largo delle coste calabresi? Quel traffico allucinante che va avanti da decenni facendo ammalare il popolo calabrese di tumori in modo insolitamente frequente e di cui a settembre la stampa parlò (solo) perchè un pentito di mafia tirò fuori questa storia…
Se ne era occupato (e se ne sta occupando tuttora) Gianni Lannes, un giornalista di Terra Nostra, che aveva indagato sulle società colluse con la ‘ndrangheta che si occupano di smaltire i rifiuti nucleari da piazzare su navi destinate all’affondamento. Do You Remember?
Come era “finita”, o meglio: cosa dissero i media prima che tornassero a non occuparsi piu’ di questa storia?
1) che la Prestigiacomo aveva smentito Lannes, dicendo che le navi affondate non erano navi piene di rifiuti radioattivi ma relitti della prima guerra mondiale
2) Che Lannes propose a Prestigiacomo un incontro pubblico in cui avrebbe portato le prove (fotografiche e documentali) del fatto che si sta morendo tutti di acqua resa radioattiva da un traffico trentennale di navi piene di rifiuti affondate nel Tirreno e che la Prestigiacomo si è guardata bene dall’accettare di presenziare a un qualsivoglia confronto con Lannes
3)Lannes (che, nel frattempo minacciato da anonimi l’hanno messo in guardia sull’incolumità sua e del suo bimbo piccolo, se avesse continuato ad occuparsi di ’sta brutta storia aveva ottenuto di girare sotto scorta) si era riproposto di presentare ad Aprile in parlamento una documentazione riassuntiva completa sul fenomeno dell’affondamento di queste navi
4) e mò che siamo ad aprile Lannes è stato di nuovo pesantemente minacciato: lui, la sua famiglia e i collaboratori dell’organizzazione “Terra nostra” che Lannes dirige.
Non dimentichiamoci di Gianni Lannes. Ricordiamolo sempre nei blog, lui e la sua battaglia, pericolosissima, per la verità e per la salute di noi italiani. Non è famoso e ricco come Saviano, ma è altrettanto in pericolo, se non di piu’. Riporto il comunicato su queste ultime minacce a quest’uomo coraggioso e idealista. Non lasciamolo solo: sta combattendo per tutti contro un nemico gigantesco e apparentemente invincibile.
Ben 4 telefonate anonime alle 6,30 del mattino hanno raggiunto e colpito la famiglia di Gianni Lannes. Il noto cronista è impegnato attualmente nelle battute finali della fruttuosa inchiesta giornalistica sull’affondamento nel Mediterraneo di navi, container, droni, penetratori e barili di rifiuti chimico-radioattivi. A tutt’oggi secondo le disposizioni del ministero dell’Interno il cronista gode di un livello di tutela della Polizia di Stato addirittura minimo. Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha rifiutato il contraddittorio televisivo sullo scottante tema proposto da Lannes prove alla mano".
da Agorà di Cloro
"FARLA FINITA CON FULVIO GRIMALDI"

"Questa è davvero personale, però con implicazioni che non faticherete a vedere
quanto siano generali. Qui sotto riproduco un appello a formare un gruppo di sostegno che ho inserito in facebook. E' in gioco qualcosa di più vasto e importante della salvaguardia di questa voce. Voce che molti di voi troveranno discutibile e anche insopportabile, che altri condividono e credono che debba sopravvivere. Se siete tra costoro, vi chiedo di aggiungervi alla lista che a oggi, in meno di cinque giorni, ha raggiunto i mille firmatari. E se poi ci credete e volete fare un ulteriore sforzo, potete anche indirizzare una lettera al quotidiano Liberazione. Forse tutto questo non servirà a impedire che i compagni del PRC mi inceneriscano, ma sarà quantomeno una prova che l'abuso, la censura, la tracotanza di qualsiasi potere, la soppressione di chi, nel nome della verità, osa dissentire da un qualsiasi vertice, non passano lisci.
Vi ringrazio.
Testo su facebook
Cari amici che avete la generosità di aver seguito e di seguire il mio lavoro a suo tempo sui giornali e in tv (Tg3), ora in rete (www.fulviogrimaldicontroblog.info) e con i video (documentari sulle situazioni di conflitto), vi racconto una vicenda del tutto esemplare per il quadro in cui ci muoviamo. E vi chiedo adesioni e supporto. Potrebbero essere importanti per l’esito finale.
Il 9 maggio del 2003, collaboratore a contratto del quotidiano del PRC Liberazione, scrivevo nella mia rubrica un articolo su recenti accadimenti a Cuba che avevano visto la condanna a morte di tre terroristi, dirottatori a mano armata di un’imbarcazione cubana, e a pene detentive di altri 75. La valutazione di quei fatti non corrispondeva a quella data dall’allora segretario nazionale Fausto Bertinotti, né tantomeno allo tsunami di attacchi a Cuba da parte della destra mondiale, unanimi tutti nel deplorare il trattamento riservato a “intellettuali e giornalisti dissidenti”. Le mie informazioni, poi nel tempo confermate da documenti incontrovertibili, mi avevano fatto invece rivelare nell’articolo come quei “democratici dissidenti” fossero al soldo degli Stati Uniti e stessero preparando una campagna di azioni terroristiche, di cui il dirottamento sarebbe stato solo il primo. Erano cioè mercenari al soldo di uno Stato che lavorava per la distruzione della rivoluzione cubana. Il giorno successivo alla pubblicazione del pezzo, in cui peraltro deploravo quella come tutte le condanne a morte, fui licenziato su due piedi, pur nel pieno di una campagna del PRC in difesa dell’articolo 18 aggredito. Non ricevetti la lettera di prammatica del direttore, Curzi, ma solo una telefonata dell’amministratore. Chiesi di ricevere una comunicazione ufficiale. Non la ricevetti. Ma alla rabbia di numerosi lettori e compagni del PCR, che si espressero contro il brutale provvedimento con oltre 2000 firme, Bertinotti, Curzi e la vice-direttrice Gagliardi risposero sul giornale e su altri mezzi d’informazione (Il Foglio, Radio Anch’io), affermando cose false: che avrei deviato dal tema assegnatomi, l’ambiente, o che avrei deviato dalla linea politica del partito.
La prima giustificazione era falsa, perché fin dal primo giorno della mia collaborazione, 1999, avevo potuto occuparmi in articoli e rubriche di ogni tema che volessi scegliere. Una smentita radicale veniva poi dalle mie corrispondenze di guerra dai conflitti nei Balcani, in Palestina e in Iraq, tutti viaggi effettuati a spese mie. Anche la seconda spiegazione era indebita, giacchè della linea politica della maggioranza si trattava semmai, non di quella di tutto il partito, in quanto una forte minoranza appoggiava le mie valutazioni. Inoltre era sempre stato affermato dai vertici del partito che nel partito stesso, come nel giornale, doveva essere rispettato il massimo della dialettica e del pluralismo. Un articolo dello Statuto del PRC garantiva addirittura il diritto degli iscritti di manifestare le proprie critiche alla linea del partito, perfino all’esterno del partito stesso. Il diritto di replica alla false affermazioni dei vertici, assicurato dalla legge sulla stampa, mi venne sistematicamente negato.
Da questa vicenda ricavai un forte danno, oltreché morale, professionale, di perdita di credibilità e di prestigio tra compagni e lettori, anche di riduzione del bacino di coloro che erano interessati ai miei documentari e libri. Feci causa e la vinsi. Il risarcimento del danno fu calcolato dal giudice in 100mila euro. Ora, sette anni dopo, il giudice d’appello, contravvenendo a una consolidata giurisprudenza in materia di cause di lavoro, ha rovesciato tale sentenza e mi ha imposto di restituire quella somma. Somma, che forte appunto di quella giurisprudenza, ho impegnato in gran parte nei viaggi che mi hanno permesso di realizzare i miei documentari da Iraq, Palestina, America Latina, Balcani. Si ricordi che quando vinsi la causa, Bertinotti era il segretario di un piccolo partito di opposizione, quando si avviò l’appello, però, l’uomo aveva assunto la terza carica dello Stato.
A dispetto della sostanziale ingiustizia del provvedimento, ho offerto alla controparte una transazione per metà della somma. E’ stata respinta e mi si è manifestata l’intenzione di arrivare all’esecuzione, cioè al pignoramento di quanto possiedo. Sarebbe la fine della mia attività di militanza giornalistica, con ovvia soddisfazione di non pochi. Ho scritto a Paolo Ferrero, segretario del PRC, a Dino Greco, direttore di Liberazione, e a Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Ad oggi, nessuna risposta.
Credo che a questo punto solo una forte pressione di quel pezzo di società che crede nell’informazione libera e nella libera espressione del pensiero, specie in un giornale e in un partito che si dicono comunisti, possa convincere i responsabili dal recedere da un comportamento che viola ogni principio normativo, etico e deontologico della mia professione. In attesa di altre iniziative cui sto pensando, come una conferenza stampa e uno sciopero della fame davanti alla sede di Liberazione e del PRC, chiedo alle persone di buona volontà di esprimere qui e in tutti i modi la solidarietà a questa causa di democrazia, giustizia e libertà. A una voce che rischia di essere soppressa. Grazie a tutti".
da Mondocane
lunedì 19 aprile 2010
La famiglia prima di tutto
È un paese, l'Italia, che va dritto verso il collasso, sociale, civile ed economico.È difficile trovare un settore, della sfera economica, politica, sociale o culturale, che non sia attraversato da una crisi profonda e strutturale. Va male l'economia, ben prima della crisi internazionale, le istituzioni politiche sono sempre più corrotte e distanti dalle esigenze della gente, le diseguaglianze sociali sono sempre più marcate, non c'è lavoro, non c'è possibilità di miglioramento se non per i più ricchi e stiamo scivolando verso comportamenti razzisti, intolleranti, cinici e abietti.
Le piaghe non solo di questo paese, ma che in questo paese si fanno sentire con una brutalità singolare, le conoscono un po' tutti e non c'è quindi da stare qui a elencarle.
Ma invece di porvi rimedio, cercare nuove strade, sembriamo invece fare di tutto per aggravarle, le soluzioni prospettate spesso si rivelano inefficaci quando non favoriscono addirittura l'effetto opposto a quello desiderato. Intellettuali, studiosi, politici, si affannano per fornire delle analisi e mettere appunto contromisure, tutte da un unico punto di vista, tutte parziali, nessuna che tenti una lettura complessiva della situazione. Un economista dirà che il debito pubblico è troppo alto, un politologo che la burocrazia è troppo costosa, un giurista che i procedimenti giudiziari sono troppo lunghi e farraginosi, un giornalista che l'informazione non è libera a sufficienza.
Tutti prestano attenzione agli effetti particolari e mai alle cause generali, riguardo al nostro paese, e che rendono quei mali particolarmente virulenti e cronici, e perciò ancor più difficili da contrastare.
Gli anni d'oro ormai terminati (o quelli che adesso ci sembrano tali) poggiavano evidentemente su basi fragili. È un paese strano. In cui convivono i picchi di enclavi avanzate e sviluppate e baratri di zone depresse e arretrate. Un paese dotato nel bene e nel male di una varietà impressionante, sia dal punto di vista geografico che antropologico. Un paese diviso, frammentato, caratterizzato non solo dalle scissioni e dalle lacerazioni tipiche della società moderna, ma che sembra carente di qualsiasi base di comune condivisione, sotto tutti i punti di vista e di qualsiasi meccanismo tanto per arginarle quanto per superarle. Un paese che si indigna per la corruzione di un politico, ma che è incapace di rispettare anche la più elementare norma del codice stradale. Un paese che dona soldi in beneficenza, ma che è capace di lasciare ammazzare un proprio concittadino in mezzo alla strada, senza che nessuno intervenga. Un paese che si indigna per una prostituta in mezzo alla strada, ma che lascia che una bambina sia violentata in una scuola. Un paese che ha scritto nella propria costituzione di essere fondato sul lavoro e che tuttavia permette la morte di migliaia di lavoratori nelle proprie fabbriche e nei propri cantieri. Un paese che si vanta di essere accogliente e che rinchiude gli immigrati in campi di internamento.
Queste contraddizioni tra una morale pubblica ufficiale e le prassi effettiva della vita quotidiana, sono inscritte nello stesso modus vivendi dell'italiano medio.
Questo italiano ha due punti di osservazione: da una parte la società, l'istituzione, la legge, un insieme astratto avvertito come qualcosa di impersonale e distante, che accetta per necessità, per abitudine, per conformismo; dall'altra gli individui con cui egli si rapporta quotidianamente durante la propria vita e che a lui sono legati da rapporti di collaborazione professionale, di amicizia o di parentela.
Mentre nei momenti solenni e ufficiali viene privilegiato il primo, con grande sfarzo e in pompa magna, con un uso spropositato della retorica, nella vita di tutti i giorni prevale decisamente il secondo e si annienta quasi del tutto il primo. Ad avere la meglio cioè, nella pratica, invece che nei discorsi, sono le relazioni personali dell'individuo. E con personale non è da intendersi meramente individuali, ma anche familiari, associative e corporative. Siccome il momento ufficiale e istituzionale, per arrivare al singolo, deve passare inevitabilmente per una qualche forma di relazione tra individui, è quest'ultima a prevalere nella sua singolarità, venendo del tutto a mancare invece la coscienza dell'universale, la presenza nel proprio modo di agire di un'idea, un'attitudine, un abito mentale che trascende la relazione personale pura e semplice che avviene in quel momento, in sostanza, una morale pubblica. Non si tratta di un atteggiamento immorale e nemmeno antagonistico. In entrambi questi casi, infatti, ci sarebbe comunque una consapevolezza e un sentimento della presenza di questa coscienza, seppure in negativo. Si tratta invece dell'assenza di qualsiasi riferimento ad essa, se non in modo molto flebile e superficiale, nelle normali relazioni tra individui o gruppi di individui. Indifferenza.
Persino il momento che dovrebbe essere di massima espressione di quella coscienza, di quella morale, la partecipazione politica attraverso il voto, finisce spesso per essere annientato nella comunanza di interessi e di rapporti personali.
Alle elezioni, quelle locali soprattutto, si vota il parente, il cugino, lo zio, oppure il conoscente che ci chiede il voto. Non c'è alcun riguardo per le idee politiche di ognuno e nessuno ne ha per le proprie. Bisogna votare per i membri della famiglia o del gruppo di persone con cui si ha una qualche relazione personale, anche se hanno idee politiche opposte alle nostre. Ci si candida con liste che diversamente non si sarebbero mai votate e si chiede di votarle a chi non lo avrebbe mai fatto. Ma il voto è un dovere, in ambito familiare, o tribale, magari corporativo, perché il nostro collega ottenga un taglio delle tasse per la nostra categoria. Si vota il vicino che ci ha promesso di farci ottenere i finanziamenti dalla regione per un alluvione che non ci ha mai colpito, si vota qualcuno che poi dovrà restituirci il favore quando saremo noi a candidarci, magari con una lista avversaria. Tutto ciò favorisce il venir meno dei propri ideali, annacquati in un guazzabuglio di compromessi e di interessi del microsistema in cui viviamo. Se la crisi delle ideologie e dei partiti politici si fa sentire nel nostro paese più che negli altri questa è una delle ragioni. Bisogna portare avanti gli interessi della famiglia, della tribù, del clan. Anche allo scopo di scavalcare quelli collettivi, i principi di una morale dichiarata e sempre sistematicamente tradita nei fatti. Ci si scandalizza quando i politici usano il proprio ufficio per perpetuare questi comportamenti, i quali non sono in realtà nient'altro che la prosecuzione della logica familistica con altri mezzi. Il do ut des regna nel nostro paese da tempi immemorabili. Vota per me che io voterò per te. Fai qualcosa per me che io ricambierò il favore. Il gruppo protegge i propri membri, che fuori da questo gruppo non sono più nessuno. Siamo il paese dei piccoli comuni, che durante il Medioevo riuscirono a dare seri grattacapi ai sovrani, siamo il paese delle corporazioni, che continuano a resistere alla storia e ai cambiamenti e perpetuano testardamente i privilegi dei propri appartenenti. Siamo il paese che è stato dilaniato dalle signorie, dagli staterelli tanto piccoli quanto arroccati e l'un contro l'altro armati, che per spuntarla in questa guerra intestina andavano a chiedere sempre aiuto al Papa o alle monarchie europee. Un paese che godeva di uno sviluppo economico e industriale di primo livello che è stato vanificato dalla litigiosità politica, dalle tante tribù allargate che pretendevano di fare stato a se. La Spagna senza avere un'economia florida, aveva uno stato potente e con esso riuscì a dominare a lungo la scena internazionale, l'Italia, al contrario, aveva un'economia florida ma neanche uno straccio di stato e la qual cosa finì per compromettere anche la sua economia.
Siamo il paese in cui, nei tempi della globalizzazione, continuano a resistere e a diffondersi le tante piccole imprese a conduzione familiare, coccolate dai politici e dagli economisti, nonostante ci stiano portando sull'orlo della catastrofe economica. Continua a resistere il mito della fattoria, del falansterio dove la famiglia vive e produce, condotta da un padre padrone benevolo e da laboriosi figli dipendenti. È la struttura familiare che viene trasferita all'industria. Questa mitizzazione della piccola impresa stenta a scomparire, eppure è tra le maggiori cause della spropositata diffusione del lavoro nero o sottopagato e dell'evasione fiscale delle imprese. I Comuni, le Regioni, e infine lo Stato che ne è succube, sono tutti protesi verso di loro, nonostante siano incapaci di stare sul mercato, causando periodicamente la rovina di migliaia di persone, assolutamente inadeguate a reggere durante i periodi di crisi. Le corporazioni della arti e dei mestieri hanno sempre tenuto un alto steccato attorno al proprio territorio, perché nessun altro vi entrasse, formando una setta professionale selezionatissima, impossibile da penetrare. Anche in economia vige la legge del clan.
Avvocati, magistrati, commercialisti, notai, commercianti, artigiani, imprenditori e banchieri, tutti formano le loro congreghe e le loro sottocongreghe per trasmettere il loro mestiere di padre in figlio e per impedire la contaminazione con gli individui provenienti da altre famiglie. Né imperatori, né parlamenti eletti hanno mai potuto far nulla contro di loro, perché il familismo contagia tutti e raggiunge chiunque, anche ai livelli più alti. In questo è assolutamente egualitario, non c'è nessuno che possa sfuggire al suo controllo clanistico.
La famiglia allargata, la tribù, il clan, è solido come una roccia, ha un modo infallibile di proteggersi. Impone ai propri membri il silenzio, circa le proprie attività, se ne parla solo all'interno e mai all'esterno. Se un membro infrange le regole, viene punito solo se nuoce agli altri membri del gruppo e sempre e soltanto all'interno del gruppo e con la massima discrezione. Non per niente siamo il paese delle associazioni segrete, della massoneria, dei servizi deviati, dei gruppi terroristici, dei golpe tentati attraverso oscure trame in cui mai nessuno è riuscito a vedere a fondo. Delle sette sataniche e di quelle religiose, che abusano di donne e bambini, impenetrabili per decenni alle autorità e alla legge dello stato.
Nel nostro paese per millenni sono stati perpetrati gli abusi dei preti sui bambini, senza che nessuno dicesse nulla o lasciasse trapelare nulla. Chi sapeva taceva o fingeva di non sapere oppure si costringeva a dimenticare. I genitori si dicevano che erano fantasie infantili, per tranquillizzarsi, i compaesani respingevano le parole di qualche fanciullo, o che qualche parrocchiano più ingenuo si è lasciato sfuggire, come un'impertinenza, una maldicenza. La Chiesa ha sempre fatto di tutto per nascondere i propri scheletri nell'armadio, coprendo le nefandezze dei propri “pastori”. Ma neanche i laici e le persone ostili alla Chiesa hanno avuto l'ardire di denunciare quanto accadeva. Nessuno scrittore, intellettuale, politico. La famiglia non si tocca, neanche quella degli altri, perché altrimenti questa poi potrebbe rivalersi sulla propria. C'è voluta la potenza della televisione e le denunce, da altre nazioni, perché si aprisse uno squarcio di verità.
Questa omertà non è qualcosa di perfettamente cosciente, ma che impregna la vita dei paesini, quei paesini microscopici, che resistono ancora nonostante tutto, la vita delle contrade, di cui le città italiane più cosmopolite vanno orgogliosamente fiere, e finisce per raggiungere le metropoli e i palazzi del potere.
Non per niente siamo il paese della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, della sacra corona unita, della mafia del brenta. Una mafia che nessun governo sembra mai potere e volere distruggere. Una mafia che è nata come modesta milizia di ladri di polli e di pastori e che è diventata una delle più grandi organizzazioni criminali al mondo e uno gruppo di potere capace di infiltrarsi ovunque. Senza mai perdere la propria struttura, anzi rafforzandola, assieme ai propri riti e alle proprie cerimonie arcaiche, ai propri linguaggi cifrati, a sigillare ogni nuovo patto d'affari.
Siamo un paese che è dominato da quello che il sociologo americano Edward Banfield definiva familismo amorale, la presenza ossessiva e pervasiva del retaggio familiare, l'assenza di regole se non all'interno della struttura parentale.
Così onoriamo un impegno con un parente in modo molto più scrupoloso che una legge o una norma etica. Un divieto stradale si può infrangere, le tasse si possono evadere, le file alla cassa si possono superare, ma non si può mai tradire la fiducia di un parente o di un amico, un nipote deve essere raccomandato, per fargli ottenere un posto o una promozione, un cognato potrà grazie a noi passare attraverso corsie preferenziali per sbrigare una pratica in poco tempo evitando le lungaggini burocratiche.
La famiglia viene prima della legge dello stato e della morale pubblica.
Questo paese è stato così bene descritto da Federico De Roberto nei Viceré, un romanzo troppo spesso ignorato, e a cui nelle scuole viene preferita l'operetta morelaggiante dei Promessi Sposi, e che narra le vicende di una famiglia aristocratica, che attraverso varie traversie, finisce sempre per conservare la propria posizione di potere, sotto i Borboni, come durante l'Italia unita. Tutti possono fare qualsiasi cosa, prendere parte a qualunque azione e a qualunque guerra, stare dalla parte dei Borboni, o da quella di Garibaldi, nella destra o nella sinistra, purché ad essere portati avanti siano sempre gli interessi della famiglia e del clan. Secondo la massima di Gaspare Uzeda, parodia della celebre frase di Massimo D'Azeglio, fatta l'Italia dobbiamo fare gli affari nostri.
Siamo inflessibili, nelle prese di posizione ufficiali, ma le trasgrediamo volentieri nella pratica. Non siamo capaci di tenere uniti i due piani, quello etico e quello personale, cosicché il primo vive solo nei bei discorsi e rimane del tutto distaccato dal secondo, che invece si autogoverna secondo proprie leggi, le leggi dell'interesse reciproco, la legge del clan, della congrega.
Non a caso tutte le ideologie universalistiche, che cercavano di realizzare un ideale di società fondato su leggi universali e uguali per tutti, nel nostro paese sono miseramente fallite, laiche o religiose che fossero.
Il cristianesimo delle origini, che asseriva l'uguaglianza di tutti gli uomini, sarebbe stato piegato e manipolato secondo le esigenze egemoniche e settarie del cattolicesimo. L'umanesimo, doveva schiantarsi contro il muro degli interessi corporativi ed ecclesiastici. L'illuminismo non ha mai attecchito veramente nel nostro paese, come dimostra la persistenza della superstizione, delle sette religiose, di tradizioni arcaiche e anacronistiche, delle statue dei santi di paese portate a spasso per le piazze, della fede irrazionale nei miracoli e nella sua traduzione moderna, ovvero le lotterie e i gratta e vinci che invadono l'Italia, come dei giri di scommesse sportive. Il repubblicanesimo risorgimentale, che voleva unificare l'Italia, riuscì a farlo solo ufficialmente, lasciandola però intatta nelle sue disparità, economiche, linguistiche e culturali. Perché i clan hanno proprie lingue e proprie tradizioni. L'antifascismo e la Resistenza, che volevano costruire un'Italia su nuove basi di giustizia e libertà e che lo dichiararono in una delle costituzioni più avanzate al mondo, non poterono nulla contro il potere della famiglia. Il marxismo, infine, ultimo di una lunga serie, che voleva unire la classe operaia per riscattarla, doveva infrangersi contro la diffusione delle parrocchie e la fede dei parrocchiani, tutti stretti attorno al loro sacerdote che dice loro come votare.
La scissione dei lavoratori, poi, in tempi più recenti, in varie conventicole, ognuna legata al proprio padrone, ai propri capetti aziendali finendo ognuno per imitarne gli atteggiamenti servili, avrebbe finito per dare il colpo di grazia agli ideali di riscossa sociale.
Anche oggi, ai tempi del liberismo sfrenato e del dio mercato, l'unica ideologia che gli italiani hanno abbracciato tutti quanti insieme ripudiando le altre, il Capitale internazionale non ha annullato i clan medievali, semmai li ha convertiti al proprio credo, li ha resi suoi servitori, ma questi continuano a resistere e a prosperare. Le aziende, anche le più grandi e moderne, continuano ad assumere i figli dei propri dipendenti; le pubblicità idealizzano la famiglia e il ruolo della donna al suo interno, bellissima, curatissima e all'ultima moda, è sempre subalterno.
Sembriamo conquistati da una nuova moda politica, come ne abbiamo vissute tante, quella dell'unico partito dell'estrema destra d'Europa che sia regionale e autonomista, che chiede a gran voce il federalismo, diventato un mantra per tutta la classe dirigente. In questo modo si disintegra ciò che rimane dello Stato, per tornare al “territorio”, alle regioni, ai comuni microscopici e alle province. Teniamo fuori tutti quelli che non sono nati nel nostro villaggio insignificante e restiamo arroccati alla nostra cultura, alla nostra tradizione, alla nostra etnia. Diamo più potere ai sindaci, diamo alle regioni l'autonomia fiscale. Rinchiudiamoci nei nostri clan, nelle nostre famiglie allargate, mentre il mercato spregiudicato intanto ci lascia fare, ma prima o poi ci travolgerà.
Noi italiani siamo impotenti di fronte al familismo, perché esso è parte integrante della nostra “italianità”. Ecco perché invece che arroccarci, dovremmo cambiare l'aria, aprire le porte e far entrare aria fresca da tutto il mondo, e lasciare che gli immigrati aboliscano i nostri clan e le nostre connivenze. Sono loro, gli unici che possono salvarci. Non è per umanitarismo che dobbiamo favorire l'immigrazione. È per noi stessi, perché quello che siamo, ci sta portando alla rovina. Perché l'italiano così come è oggi non è in grado di cambiare e deve perciò contaminarsi con altre popolazioni e altre culture.








