giovedì 15 aprile 2010

La Bolivia in prima fila

"Roma, 14 apr. (Apcom-Nuova Energia) - Quello che si annuncia come l'evento ambientale di tendenza dell'anno si apre lunedì in Bolivia, dove presidenti, politici, intellettuali, scienziati e star di Hollywood si uniranno a 15.000 rappresentanti delle popolazioni indigene e a migliaia di associazioni locali di oltre 100 paesi per discutere il cambiamento climatico in uno dei paesi più poveri del mondo. La Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti di Madre Terra, che si terrà da lunedì a giovedì prossimi nella cittadina boliviana di Cochabamba, non avrà alcuna influenza sui negoziati Onu sul clima che impegnano 192 paesi. Ma il presidente boliviano Evo Morales spera che dia voce ai popoli più poveri della Terra e spinga i governi ad essere più ambiziosi dopo il fallimento del vertice di Copenaghen. Morales annuncerà in occasione del convegno il più grande referendum mai tenuto a cui parteciperanno fino a due miliardi di persone e che riguarderà le scelte per uscire dalla crisi climatica. La Bolivia vuole creare anche una carta Onu dei diritti sul clima e istituire un Tribunale internazionale sui crimini ambientale. "L'unico modo per far ripartire il negoziato, non solo per la Bolivia o altri paesi, ma anche per la vita nel suo complesso, la biodiversità, la nostra madre terra, è di riportare la società civile nella trattativa. L'unica cosa che può salvare l'umanità dalla tragedia è l'esercizio della democrazia globale" ha detto a Bonn L'ambasciatore boliviano alle Nazioni unite Pablo Solon. "Non ci saranno discussioni segrete dietro porte chiuse. Il dibattito e le proposte saranno avanzate dalle comunità in prima linea sul cambiamento climatico e da organizzazioni e persone della società civile impegnate ad affrontare il problema climatico" ha aggiunto. Oltre 90 governi manderanno delegazioni a Cochabamba. Sono attesi scienziati come James Hansen, il regista di Avatar James Cameron, il linguista Noam Chomsky, la sociologa canadese Naomi Klein, l'attivista anti-globalizzazione francese José Bové e gli attori hollywoodiani Danny Glover, Robert Redford e Susan Sarandon. La conferenza coincide con la celebrazione del decennale della "guerra dell'acqua" di Cochabamba, la rivolta del 2000 contro la privatizzazione dell'acqua nella cittadina, che ispirò una serie di movimenti sociali in tutta l'America latina e contribuì a portare Morales alla presidenza della Bolivia".

La Stampa

domenica 11 aprile 2010

Lutti di gioia

Dopo Lenin, Ghandi, Martin Luther King, Malcom X, Che Guevara, finalmente la Provvidenza ne ha beccata una giusta:

“L'aereo che trasportava il presidente polacco Lech Kaczynski e la moglie è precipitato mentre era in fase d'atterraggio all'aeroporto russo di Smolensk [...]
A bordo dell'aereo vi erano, oltre a Lech Kaczynski, il capo di stato maggiore polacco, Frantiszek Gagor, il viceministro degli Esteri, il governatore della banca centrale, 13 ministri, l'ex presidente Ryszard Kaczorowski, alcuni deputati, il candidato conservatore alle prossime presidenziali Przemyslaw Gosiewski e il vescovo cappellano dell'esercito. Particolarmente colpite le forze armate polacche che hanno visto scomparire oltre a Gagor, anche il capo delle forze sul campo, Bronislaw, il capo dell'Aeronautica militare, Tadeusz Buk, e quello dell'esercito, Andrzej Blasik, il capo delle forze speciali, Wojciech Potasinki, e il vice ammiraglio Andrzej Karweta [...]
La Polonia dovrà ora indire elezioni presidenziali anticipate”.

Corriere della Sera


Insomma un governo reazionario repressivo e autoritario, naturalmente filoamericano che aveva messo al bando i partiti e i simboli comunisti è stato decimato.
La notizia ha suscitato scalpore tra la redazione di Libero, il quotidiano uscirà con il titolo:
attacco terroristico dall'Aldilà
Si apre con un articolo che enumera i possibili mandanti della strage. Le ipotesi:
le Nuovissime Brigate Rosse, quelle che devono ancora nascere;
il fantasma di Stalin;
la stampa comunista (che infatti ormai è tutta all'aldilà);
l'autore dell'oscuro blog complottista e bolscevico Eresia rossa, che pare abbia dei contatti con il noto segretario del Partito Comunista Infernale, Lucifero Belzebù.

Pare comunque che Kaczynski non sia soddisfatto del suo arrivo nell'aldilà. Abbiamo in esclusiva per Eresia rossa un estratto delle intercettazioni di un colloquio tra l'oramai ex Presidente polacco e Dio.

K. Cazzo Gesù, non puoi mandarmi all'inferno è pieno di comunisti!
Gesù Vedrai che ti ci troverai bene, ci sono due anime dannate che hanno già manifestato il desiderio di conoscerti, mi pare che si chiamino Adolf e Benito...
K. Ti prego, ti prometto che farò il bravo! Almeno mandami in Purgatorio!
Gesù Niente da fare, con me non attacca, è già tutto pronto ho già pensato alla pena che ti sarà riservata.
K. Arderò tra le fiamme?
Gesù No, all'inferno vige la legge del contrappasso, per cui dovrai fare il segretario della sezione infernale del Partito Comunista dell'Aldilà.
K. Nooooo! Questo no, ti prego! Bruciami, torturami, ma questo no!
Gesù Mi dispiace, io i diritti umani li rispetto, anche perché contrariamente a quanto avviene sulla Terra qua in Paradiso Emergency è una lobby potentissima e anche io devo tenerne conto.
K. Porca Paletta, Gesù! Non è che sei pure tu una zecca comunista?
Gesù Più che altro sono loro che non mi vogliono perché Marx è ancora incazzato che io esisto. Però devo tenermeli buoni, qui in Paradiso i comunisti prendono il 51% e sono al governo.
K. Governano i comunisti? Ho cambiato idea, mandami all'inferno!


Insomma pare che Kaczynski sia riuscito a mettere d'accordo per una volta Dio e Satana. Quando si dice il dialogo bipartisan!
Adesso però il sottoscritto vorrebbe rivolgere un appello ai piani di sopra.

Cara Provvidenza,
lo so che un ateo materialista e incallito come me ti possa aver fatto ogni tanto leggermente incazzare (e altre volte anche tu hai fatto incazzare me, per esempio quella botta sul cofano della macchina te la potevi risparmiare) però devo riconoscere che questa volta hai lavorato bene, hai fatto davvero un ottimo lavoro, e tutti in un solo colpo! Un capolavoro balistico, devo ammetterlo, onore al merito!
Adesso però non fermarti! Continua così, c'è molto lavoro da fare, tu e Satana dovete fare come da noi, riforme condivise, avrei già in mente alcuni tipi che metterebbero d'accordo persino voi due:



















È chiaro che è solo qualche esempio, poi sei libera di sbizzarrirti, ma mi raccomando, non fare errori di persona come le altre volte! Poi, ti chiedo un ultimo favore, riportami sulla Terra uno come questo:
















Che so? Chiama Buddha e fallo rein
carnare in un leader della sinistra, non mi importa come, fai valere tutta la tua influenza, attiva tutti i tuoi contatti. Anche perché uno così ti farebbe risparmiare un bel po' di lavoro sull'Italia (e così magari ti eviti un altro fiasco come quello della statuetta del Duomo di Milano, il tuo agente era davvero un dilettante!) Se lo fai ti accendo un cero permanente e vado a messa tutte le domeniche!

venerdì 9 aprile 2010

Federalismo, ovvero la morte dello Stato

Questo post probabilmente non piacerà a una certa “sinistra”. Quella sinistra che intende la politica come una faccenda personale tra essa e Berlusconi, quella sinistra che vede nel Presidente del Consiglio la ragione di tutti i mali e che pensa che tolto costui, tutti i problemi sarebbero risolti.
Quella sinistra disposta perfino ad andare a braccetto con certe “costole” sue che in verità non hanno nulla di sinistra, quella sinistra disposta ad accettare le idee del nemico, a perdere qualsiasi ideale che la contraddistingueva pur di conquistare una vittoria nominale sull'odiato tiranno. Quella sinistra che al tiranno e alla destra piace molto.
Come ho già segnalato altrove in Italia si preferisce occuparsi di questioni di nulla importanza come le escort che sono diventate improvvisamente un flagello terribile per l'Italia, peggio di una pestilenza, per dimenticarsi invece di problemi che rischiano davvero di farci ripiombare indietro ad epoche non proprio luminose.
Uno dei mali che appartengono a questa categoria, mali come sempre non solo italiani, è il federalismo, che la Lega in Italia ha reso il proprio cavallo di battaglia ma che in realtà ha una lunga tradizione di riflessione teorica e di applicazione pratica ed è sostenuto da poteri e da interessi molto forti.
Chi abbia visto l'ultima puntata di Annozero ha avuto l'ulteriore conferma di come questo modello istituzionale venga soprattutto negli ultimi anni additato come panacea di tutti i mali, capace di trasformare istituzioni burocratiche e corrotte in efficientissime macchine di governo.
Questa teoria sostenuta da eminenti intellettuali è stata fatta propria anche dal centrosinistra che fu infatti il primo a realizzare il passo iniziale verso questo pastrocchio chiamato federalismo, la famosa riforma del Titolo V della Costituzione. Poi però è arrivata la Lega che ha detto che non gli andava bene perché era ancora troppo poco. E allora via alla famosa “devolution” (che sarebbe meglio chiamare “involution”, vedremo poi perché). Dal federalismo istituzionale adesso si dovrà passare a quello fiscale. Le regioni non solo dovrebbero essere libere di gestire come vogliono l'area geografica di propria competenza, ma addirittura di gestire le entrate fiscali, di comportarsi, insomma, come veri e propri stati indipendenti legati alla “madrepatria” da un vincolo di obbedienza abbastanza flebile. Basta prendere l'esempio del rapporto tra il Galles o la Scozia e la Corona inglese, per averne un'idea.
Quindi abbiamo due correnti, una che dice “federalismo o morte” e un'altra che dice “federalismo, sì, ma in modo cauto, senza fare accorgere gli italiani di quello che stiamo facendo”.
Probabilmente molti se lo sono scordato, ma un tempo il centrosinistra era contrario al federalismo fiscale. Adesso ha finito per accettare pure quello, come sempre avviene in questi casi, si fanno delle concessioni e poi si finisce per cedere su tutta la linea. A parte i diversi toni usati, tra centrodestra e centrosinistra non esistono differenze di rilievo riguardo al federalismo.
I federalisti vogliono ampi poteri per gli enti locali, Regioni, ma anche Province e Comuni, attraverso uno svuotamento del ruolo dello Stato. Gli enti locali diventerebbero i veri responsabili delle materie più importanti, come lo sono ora dal punto di vista amministrativo, lo diventeranno tra poco anche da quello fiscale. Essi sostengono che la gestione decentralizzata di un territorio risulterebbe più efficiente, ci sarebbero cioè meno sprechi e una maggiore qualità dei servizi offerti.
Il professor Ricolfi ad esempio, da Santoro, sosteneva che il federalismo porterebbe una riduzione dell'evasione fiscale.
Non viene spiegata concretamente questa tesi. Si dice che le regioni potrebbero esercitare un maggior controllo. Ma si rimane sul vago, sul principio astratto, senza scendere nei particolari. Ora io penso che si confondano due principi: la capillarizzazione delle istituzioni, la loro diffusione sul territorio, e la loro frammentazione.
Uno stato centralizzato è in grado di diffondere sul territorio l'esercizio delle proprie funzioni. Una forma di questa diffusione sono appunto gli enti locali. Semplicemente, in uno stata centralizzato gli enti locali esercitano le loro funzioni per conto dello Stato, della Nazione, del popolo italiano o come si vuole chiamarlo, mentre secondo la teoria federalista, questa funzione la eserciterebbero per conto loro. Ma non è che in un caso quella funzione è presente e nell'altro è assente. È presente in entrambi i casi. Semplicemente è dipendente da soggetti diversi. La diffusione e la capillarizzazione sul territorio è possibile anche se svolta da uno stato centralizzato. Anzi, si può dire che è questo il concetto moderno di stato. Uno stato è un'entità politica composta da suddivisioni territoriali controllate dal centro.
I federalisti invece hanno rovesciato il concetto di stato come era stato sviluppato dalla teoria politica dal Seicento in poi. Lo Stato diventa una mera aggregazione di entità territoriali, una federazione, appunto.
Da una parte quindi abbiamo uno Stato “capillare” che esercita le proprie funzioni sul territorio attraverso enti locali, dall'altro dei “microstati” frammentati che svuotano lo Stato centrale delle proprie funzioni, per “spartirsele” tra loro.
L'ente è sempre, in ogni caso, presente. Il controllo è lì, in ogni caso, e varia a seconda della tecnologia e delle tecniche che si dispongono. Diverso è il referente, di questa funzione, non lo Stato, ma l'ente locale stesso. Quest'ultimo non deve rendere conto più a nessuno. Anzi si può dire che il potere di controllo acquistato dalle regioni viene perso dallo Stato. Sembrerebbe che nella scomposizione non si sia perso nulla ma non è così. Si è perso il potere di controllo dello Stato centrale, quello che agiva in nome di un interesse nazionale e che poteva legittimamente imporre agli enti locali ciò che essi non vorrebbero. È una questione tutt'altro che secondaria. Se ad esempio la Lombardia decidesse di privatizzare completamente la sanità e di privare migliaia di lombardi delle cure mediche, in un sistema federale come quello che viene proposto, lo Stato non potrebbe intervenire, perché non è nelle sue competenze. Chi è che controlla le Regioni? Come fanno i cittadini italiani a controllare quelli lombardi? Questo è un problema che i federalisti non si sono posti.
Questo problema del controllo, è una questione che è stata a lungo dibattuta. Gli stati moderni, quelli centralizzati, sono stati una risposta e una risposta per nulla fallimentare a questo problema. Non a caso si è cercato poi di contenere questo potere dello Stato, non di espanderlo.
Si è fatto passare in questi anni il modello centralizzato di Stato per una sorta di reperto storico, invecchiato, burocratizzato, qualcosa di anacronistico e ormai vecchio. E si è dipinto il sistema federale come l'avanguardia delle tecniche amministrative, il più avanzato possibile. Lo Stato centrale non sarebbe in grado di esercitare un controllo efficiente sui più diversi territori e finisce per ingolfarsi in una burocrazia lenta e controproducente. Al contrario la “devoluzione” consentirebbe una gestione snella ed efficiente della cosa pubblica.
Questa narrazione è falsa. Lo stato centralizzato invece è nato proprio come risposta ai problemi di efficienza. Già nei regni e negli imperi dell'antichità, un serio problema per le dinastie regnanti era quello di assicurarsi la fedeltà dei diversi signori e proprietari locali. Se non ottenevano la loro fedeltà potevano nascere guerre e quindi instabilità per l'intero impero o regno. Oppure il potere dei sovrani non era più effettivo, ma solo nominale, perché i vari amministratori locali potevano fare ciò che volevano. Questa fu una delle cause del crollo dell'Impero Romano. Fu la ragione per cui Il sacro Romano Impero si sarebbe dissolto e sarebbero nati gli stati nazionali.
Ma esisteva anche il problema inverso: quello dei tanti staterelli rinascimentali in guerra tra di loro, che impedivano l'espansione del commercio e dei mestieri e quindi la crescita economica. Uno stato piccolo ha anche un potere piccolo. In un mondo in cui gli scambi commerciali varcavano le frontiere, questo diventava un problema, perché gli stati padronali, le signorie, non riuscivano più a gestire fenomeni così complessi.
La risposta a questo problema fu proprio la creazione degli stati nazionali. La Francia ne fu un esempio cristallino. Da un lato, si distaccò dal pesante e fumoso Sacro Romano Impero, dall'altro riunì tutte quelle realtà geografiche disperse sul territorio. Fu così che nacque la monarchia francese. Essa fu un esempio di efficienza per quei tempi. Fu così che la Francia poté diventare una potenza mondiale. Grazie allo stato centrale i francesi poterono contendere il dominio del mondo. Per la sua mancanza, l'Italia, pur godendo di una florida economia e di un'industria sviluppata, finì per essere spazzata via dalla scena internazionale e per andare incontro all'inevitabile tramonto.
I poteri dello Stato, in seguito, non sono diminuiti, ma al contrario, sono aumentati. Il controllo che lo Stato centrale era in grado di esercitare divenne sì un problema, ma non per la sua mancanza, bensì per la sua invasiva presenza. Cosa furono gli stati totalitari se non la concretizzazione di questa preoccupazione? Uno stato che era capace di controllare la vita di ogni individuo fin nei minimi particolari, uno stato ubiquo che arrivava dappertutto. Tuttavia gli stati centrali, se si esclude il caso dei regimi totalitari, nati proprio dove non esistevano stati centrali moderni (come in Russia) oppure dove questi erano deboli (come in Germania e in Italia) furono il tentato equilibrio tra le due necessità: da un lato unità nazionale e controllo centrale, dall'altro libertà individuale. Ma il problema era nel rapporto tra stato e individuo, tra nazione e singolo cittadino, non tra Stato e comunità locale. Fu proprio il rapporto Stato-individuo che sostituì la vecchia visione imperiale e feudale sovrano-territori. Diventa l'individuo e il cittadino al centro della riflessione teorica e non più la proprietà terriera. L'individuo non è più una cellula di una comunità che si rapporta al sovrano solo attraverso la comunità e che al di fuori di questa comunità non è più nulla, ma un soggetto portatore di diritti. Fu proprio lo stato nazionale a permettere l'ingresso nella storia di questa concezione, che è poi la concezione moderna, circa i diritti e i doveri del singolo. È proprio lo stato centrale a garantire al cittadino la propria autonomia. Esso esercita il controllo su tutto il suo territorio perché i suoi diritti vengano rispettati ed egli rispetti quelli degli altri.
Contrariamente a quello che si pensa, nella storia, il potere centrale fu un argine all'intemperanza e al dispotismo dei signori locali. Questo rappresentava l'Imperatore a Roma, che non sempre riusciva in questo scopo per ovvie ragioni logistiche (data la difficoltà di collegamento che esisteva a quei tempi). Questo furono le monarchie europee, che combatterono contro i nobili locali prima signori incontrastati del loro territorio con potere di vita o di morte sugli abitanti, permettendo così il passaggio dal sistema feudale e dalla servitù dei contadini al sistema mercantile. Laddove, invece, non ci fu un'autorità centrale abbastanza forte da contrastare il dispotismo locale, come fu per la Russia zarista, ci fu una svolta verso forme totalitarie di stato, le uniche in grado, con costi individuali molto elevati, di modernizzare la struttura economica della nazione. Dove, invece, gli stati centrali esistevano ma erano deboli, erano esposti al rischio di attentati eversivi, che poi si concretizzarono drammaticamente.
Lo stato centralizzato è l'unica istituzione politica in grado di controllare i poteri locali, nonché quelli economici nazionali, e spesso, con qualche difficoltà, di arginare quelli internazionali. Fu proprio questa struttura politica centralizzata e ramificata (i due concetti non sono incompatibili ma complementari) a sconfiggere quel dispotismo locale di stampo feudale, fondato sul comunitarismo medievale della società patriarcale. Fu questa istituzione a permettere, in seguito, l'evoluzione verso forme di partecipazione popolare attraverso assemblee elettive alla vita politica.
Il federalismo, invece, vuole concentrare il potere presso gli amministratori locali, facendo passare questa scelta come portatrice di maggiore partecipazione popolare e di vicinanza delle istituzioni alle esigenze della popolazione. In realtà questo metterebbe gli amministratori locali, che tendono a fondare il loro potere sul localismo, sugli intrecci familistici e sul controllo dell'elettorato, nella condizione di creare dei “feudi” che emarginerebbero parte della società in favore di un'altra. La dimostrazione l'abbiamo con quanto succede in Emilia o in Lombardia, dove esistono due presidenti che quasi sicuramente arriveranno a quindici anni di governo ininterrotto.
I “governatori” possono contare sull'appoggio totale delle lobby locali e spesso anche su una raccolta di voti fondata su un sistema clientelare. Cosa che invece risulta molto più difficile a livello nazionale.
Abbiamo avuto inoltre esempi di discriminazione in regioni governate dalla Lega, in sfavore degli immigrati e delle minoranze.
Si va dunque ricreando quel dispotismo locale, quel comunitarismo fondato sull'aggregazione di una comunità dove i diritti individuali che erano tutelati dallo stato centrale, ormai debole, vengono negati, in favore di privilegi comunitari o etnici addirittura.
In una situazione in cui l'economia si muove su scala internazionale, tanto che persino gli stati nazionali faticano a stargli dietro, questo regresso a forme di potere decentrate non può certo costituire una maggiore presa da parte del potere politico su quello economico. Al contrario, gli enti locali, disponendo di un potere molto più ampio di prima, ma molto inferiore di quello di uno stato nazionale e di una sovranità limitata dai confini geografici, si troveranno in completa balia del grande capitale globale.
Con la globalizzazione al galoppo sarebbero da auspicare forti stati nazionali, le uniche istituzioni che finora hanno potuto, anche se non sempre, opporsi ai grandi interessi economici e nello stesso tempo garantire una partecipazione popolare effettiva, nonché i diritti dei singoli cittadini.
Invece sta avvenendo il contrario. Gli stati nazionali si vanno disgregando, di contro al rafforzamento dei poteri locali, e a quello dei poteri transnazionali (politici e soprattutto economici).
Sono sottoposti a una duplice tensione: da una parte verso l'interno, da parte dei poteri locali che tentano di disgregarli per spartirsene le spoglie, dall'altra parte verso l'esterno, da parte delle grandi lobby mondiali che tentano di dissolverne le funzioni in organismi sovranazionali e assolutistici (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, ecc.).
Questo non fa altro che annientare l'unico organismo che finora ha permesso ai popoli di essere (seppure in modo parziale e lacunoso) rappresentati, che ha tutelato, pur differentemente, i diritti individuali e quelli delle classi più deboli, altrimenti del tutto esposte al potere delle oligarchie.
Che ha arginato e contenuto, certo in parte e in modo insufficiente, le disuguaglianze sociali, dove ha potuto, entro limiti umanamente accettabili.
Ogni meccanismo redistributivo deve passare per la centralizzazione. Le comunità primitive raccolgono le provviste diversamente raccolte dai propri membri per poi redistribuirle in parti eguali tra tutti.
Lo stato centrale preleva le tasse in quantità differente, a seconda della diversa ricchezza dei suoi territori, e poi le redistribuisce per tentare un parziale appianamento delle differenze e favorire uno sviluppo economico il più possibile omogeneo.
Lo stato federale non redistribuisce. La regione più ricca tiene per se le proprie ricchezze. I federalisti per rispondere a questa obiezione hanno escogitato il palliativo della “compensazione”, ma ovviamente questa compensazione sarebbe assolutamente non paragonabile a un'autentica redistribusione, poiché è evidente che se la parte maggiore e più significativa delle proprie ricchezze una regione le tiene per se, solo una parte minima e trascurabile di esse sarebbe destinata a una simile “compensazione”. Senza considerare tutti gli squilibri dovuti alle differenti offerte di servizi, in funzione della ricchezza, ma anche delle decisioni politiche che si prendono in una data area geografica.
I federalisti sostengono un sistema fiscale regionalizzato e parcellizzato come risposta all' “assistenzialismo” di cui avrebbero goduto, e di cui a volte hanno effettivamente goduto, alcune categorie.
Tuttavia questo assistenzialismo, si omette di considerare, non è dovuto a ragioni geografiche, bensì è legato a determinate categorie, classi sociali, ruoli o impieghi. Inoltre è proprio il sistema della “compensazione” il più vicino che esiste all'assistenzialismo, poiché ribalta il principio della fiscalità nazionale (tutti pagano per tutti) per renderlo una mera “sottrazione” delle ricchezze territoriali. Il federalismo ignora o finge di ignorare le caratteristiche dell'economia capitalistica, che non conosce barriere geografiche per cui le ricchezze della regione non sono il mero prodotto di quella regione, ma di una interazione a livello nazionale e spesso internazionale. Non esiste una ricchezza lombarda, una siciliana o una toscana. Esiste una ricchezza italiana. Era questo il principio sulla base del quale è avvenuta l'unificazione della penisola e i tentativi (a volte riusciti, altre falliti) di un suo ammodernamento.
Infine, spesso non si considerano a sufficienza gli “effetti collaterali” del federalismo. Ciò è dovuto ai concetti, assolutamente relativi, di centro e periferia. Una regione potrebbe essere vista come la periferia rispetto ai centri del potere nazionale. Ma sarebbe il centro rispetto ad altre sue province.
Facendo passare il principio della decentralizzazione politica e della parcellizzazione fiscale alcune province potrebbero un giorno reclamare nei confronti della propria regione lo stesso diritto che questa reclama oggi contro lo Stato. I comuni potrebbero fare lo stesso con le province. Infine, forse, anche i comuni finirebbero per disgregarsi. Una volta che il potere centrale viene meno, una volta fatto passare il principio alla base del federalismo, e una volta diffusasi la cultura dell'“ognuno per se” questo sarebbe uno scenario tutt'altro che imprevedibile.
I federalisti spesso portano come esempio nazioni di lunga tradizione federale, come gli Stati Uniti o la Germania. Tuttavia non considerano che: a) Sono Stati che sono nati attraverso un processo federativo, più che aggregativo, e che hanno da lungo tempo collaudato questo sistema, b) queste nazioni, godono tutte di forti squilibri economici tra le diverse aree geografiche c) Il federalismo è stato un compromesso che si è trovato tra i fautori dell'unità nazionale e gli indipendentisti.
Soprattutto quest'ultimo punto ci fa notare come la federazione sia una risultato di un processo di unificazione e non di disgregazione. Sarebbe l'evoluzione da una situazione di guerra intestina tra stati di una certa area geografica e relativa frammentazione, fino a una unificazione possibile, cioè quella che ha lasciato ampi poteri di manovra ai singoli territori federati che altrimenti non avrebbero mai accettato di unirsi. Al contrario i federalisti odierni vogliono proporre il loro sistema in nazione già unificate e tradizionalmente centralizzate politicamente, attuando il processo inverso, ovvero non una unificazione, ma una disgregazione nazionale.
Questo neofederalismo, come sarebbe più giusto chiamarlo, tradisce lo spirito del primo federalismo, che voleva l'unità e non la scomposizione di una nazione. Non è un caso che tutti i movimenti che sostennero il vecchio federalismo si ispiravano a ideologie patriottiche o nazionalistiche. Al contrario i maggiori sostenitori del neofederalismo rappresentano movimenti regionalisti e autonomisti, che reclamano autonomia e indipendenza dalla Capitale, l'esatto opposto di quanto facevano i vecchi federalisti.
Ma allora perché si sta tanto suffragando la causa dei neofederalisti se avrebbe effetti così nefasti?
In realtà i movimenti e i partiti politici che lo hanno fatto proprio sono soltanto la punta di un iceberg. Esistono lobby ben più potenti che spingono verso questo sistema e che operano per manipolare l'informazione dei media su questo argomento e fanno pressione sui dirigenti politici. Sono quelli che si riuniscono nel Club Bilderberg e che progettano un Nuovo Ordine Mondiale governato da istituzioni sovranazionali e oligarchiche. Il loro obiettivo è demolire gli stati nazionali.
Per farlo tentano da un lato, appunto, di rafforzare organi sovranazionali, dall'altro di indebolire il potere statale sul fronte interno, favorendone una sua disgregazione e una sua implosione. Il risultato sarebbe la cancellazione di qualsiasi possibilità di partecipazione popolare, dei diritti sociali e individuali acquisiti all'interno e per mezzo degli stati nazionali e sanciti dalle loro stesse carte costituzionali, una maggiore e prevaricante egemonia delle elite economiche internazionali.
Chiunque desidera che questo scenario non si realizzi dovrebbe sostenere il rafforzamento dello stato centrale, di contro alle pressioni tanto dei potentati locali (cavalli di Troia di quelli globali) quanto degli organismi internazionali, nonché del grande capitale globale.

mercoledì 7 aprile 2010

Preti rari

La Chiesa prosegue nel suo disperato quanto patetico tentativo di negare l'evidenza, e cioè la copertura delle violenze dei propri sacerdoti contro i bambini, impedendo il normale iter giudiziario, e quindi il tentativo eversivo delle gerarchie ecclesiali di mettersi al di fuori e al di sopra delle leggi dello Stato, uno Stato che considera straniero solo quando le fa comodo (vedi Otto per mille). Vuole negare qualcosa che è noto a chiunque sia un minimo informato, e cioè che Josef Ratzinger prima di diventare Papa partecipò all'operazione di insabbiamento di criminali consacrati. A causa sua e di quelli come lui, molti bambini che avrebbero potuto essere salvati se ci fosse stato un tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, subirono violenze finendo per essere segnati per tutta la vita.
Continuano a negare un fatto noto a tutti, e cioè che la Chiesa ha sempre previsto e continua a prevedere “punizioni” interne ad essa per i propri membri (verrebbe da dire “affiliati”).
Continuano a negare un fenomeno riconosciuto dalla scienza psichiatrica e cioè il danno che può provocare una castrazione imposta da una regola completamente anacronistica che i “fratelli” protestanti hanno già abbandonato da secoli.
Ma la storia della Chiesa è fatto di dinieghi. Si nega la propria storia, si nega ciò che fu Gesù Cristo, ciò che furono i vangeli, anche quelli non riconosciuti, ciò che furono le persecuzioni, le censure e le tante pagine buie che hanno infestato la storia di questa potentissima istituzione.
La Chiesa ha abbracciato il capitalismo selvaggio banchettando con banchieri e industriali, dimentica della massima di Cristo “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” (dunque tutte le massime gerarchie ecclesiastiche!!). Sembrano non accorgersi, questi signori che fanno voto di povertà che i più grandi critici della Chiesa non sono gli atei o i comunisti, ma i Padri fondatori, i cristiani delle origini, quelli sulla cui parola dovrebbe essere fondata la Chiesa dello IOR.
La Chiesa è stata sempre della parte dei più forti, contrariamente a quanto fece il loro Gesù, si alleò con l'Impero quando c'era l'Impero romano, con le monarchie europee in epoca feudale, con il fascismo e con il nazismo durante l'ultima guerra mondiale, e con il Capitale transnazionale nell'epoca della globalizzazione.
Ma certi vizi sembrano non cambiare mai.
Adesso pretendono di essere le vittime delle situazione, cosa ridicola, come appare sempre ridicola ogni superpotenza che vuole far credere di esser vittima di un complotto (invece di essere, semmai, quella che i complotti li organizza).
Dopo i deliri di Cantalamessa, l'amica angie ci segnala un altro caso di esternazione paranoica da parte non di un cardinale questa volta ma di un giudice di dubbia autorevolezza che chiama in causa addirittura i massoni (ma non erano quelli che facevano intrighi alleati alla Chiesa? Mah!).
Penso che certe affermazione si smentiscano da sé, evidentemente il clero non vede come questa strategia finisce inevitabilmente per ritorcersi contro chi la adopera, fatta eccezione per quattro bizzoche di paese (ammesso che esistano ancora) che vanno in Chiesa tutti i giorni, le uniche che potrebbero credere a tutto quello che il parroco dice loro.
Vorrei però concentrare l'attenzione questa volta su un'altra categoria di “uomini di chiesa”. Sono preti che non si preoccupano degli embrioni ma delle persone in carne ed ossa, che preferiscono aiutare un immigrato piuttosto che gettarsi nelle grandi speculazioni finanziarie, che lottano tutti i giorni contro i potenti, contro gli abusi, contro il razzismo e contro la mafia. Sono, certamente, perle rare per una Chiesa che non le sa minimamente apprezzare. Essi sono destinati alla condanna e al biasimo delle alte sfere, quest'ultime sempre solidali con i potenti che vengono irrisi e sempre inflessibili con chi tenta di ribellarsi ai loro capricci.
Ma questi altri preti, invece, sono lì, imperterriti, indistruttibili, come sempre in direzione ostinata e contraria, sono persone come Don Andrea Gallo, nel suo impegno in favore dei diseredati, come Don Giorgio De Capitani, nella sua battaglia contro gli abusi di un potere volgare, o come Don Luigi Ciotti, fondatore di uno dei più grandi movimenti contro la mafia.
Saranno snobbati, mal sopportati, quando non censurati, dai loro superiori, che hanno sempre avversato i preti come loro, quelli che si schierano con i più deboli. A loro può toccare la scomunica, come avvenne per i teologi della liberazione colpevoli di aver difeso i popoli oppressi, cacciati da quel che sarebbe stato a giudizio di molti un “grande papa”, Wojtila.
A me i Papi non piacciono, mi piacciono però quei preti che ho nominato prima, e quelli che non ho nominato e che magari non godono di notorietà, ma che sono impegnati giorno per giorno a combattere contro i mali di una società iniqua e ingiusta malgrado gli impedimenti dei loro capi. Dei preti che non si fermano a vagheggiare la vita eterna, ma che sono impegnati per fare di questo mondo un luogo migliore. Da ateo e da comunista, penso che questo omaggio sia necessario a queste persone, che brillano come dei rubini in una pozza di fango.


venerdì 2 aprile 2010

Ovvietà

A quanto pare mi tocca ancora perdere tempo su questa storia delle elezioni pseudo-democratiche che si sono appena svolte, perché a molti ancora entra bene nella testolina come stanno veramente le cose. Lo faccio soprattutto perché è l'unica occasione che ho per cercare di far capire a quanti sono di sinistra, della sinistra vera, non quella farlocca piddina o dipietrista, a non farsi ingannare da questi sedicenti progressisti. Esistono molti anche tra quelli che votano Pd e IdV che sono di sinistra, e che votano questi partiti, da un lato perché non vedono alternative, dall'altro perché abbagliati dalla retorica berluscocentrica dei Travaglio e dei Di Pietro.
Innanzitutto una domanda che si sono posti tutti. Chi ha vinto le elezioni? È stato detto di tutto, che le elezioni le ha vinte Berlusconi, che le ha vinte la Lega, che le ha vinte Grillo, che le ha vinte Vendola, e così via. L'unica cosa chiara e lampante a tutti, organi di stampa e blog, e che evidentemente solo Bersani e D'Alema non hanno capito, è che il Pd le ha perse e le ha perse alla grande. Ha perso su tutti i fronti: in termini percentuali, in termini di voti assoluti e in termini geografici, perdendo importanti regioni come il Piemonte, il Lazio, la Calabria e la Campania. Una disfatta nera in cui il Pd scende al suo minimo storico. Eppure la segreteria del Pd si ostina a dire che queste elezioni non le hanno perse. Agli sciocchi e ai pazzi bisogna dare sempre ragione e allora io dico a Bersani, si, caro segretario, sai che c'è? Le elezioni le hai vinte alla grande, il popolo vi acclama, il Pd prenderà alle prossime politiche il 51% e tu diventerai presidente del consiglio in un governo monocolore.
Comunque a parte le ovvietà e i negatori dell'ovvietà, resta la domanda su chi abbia vinto le elezioni. Bè ancora una volta questa domanda ha una risposta semplice, di una semplicità imbarazzante, ma a quanto pare come sempre avviene in Italia siamo riusciti a complicarci la vita con una marea di chiacchiere inutili. Le elezioni le hanno vinte gli astensionisti. Non lo dico io, non ho fatto nessuna analisi particolarmente accurata. Basta guardare i dati che dicono che essi hanno la percentuale più alta in termini di voti, molto più del PdL, doppiano quasi il Pd e aumentano il numero dei loro “non voti” assoluti.
Ma c'è mai stato qualcuno di questi eminenti politologi ed esperiti di strategie che sui giornali e sulle televisioni si sia accorto di questa cosa? Qualcuno ha accennato al dato “significativo” delle astensioni (cui bisogna aggiungere le schede nulle e quelle bianche). Avesse ottenuto Berlusconi o Bersani un simile risultato tutti sarebbero stati lì a gridare alla grande vittoria, titoli in prima pagina su tutti i giornali, e cose di questo tipo.
Tutti i partiti perdono voti, aumentano quelli che non sono andati a votare. Bé, io me la porrei la questione. Mi sembra chiara una cosa. Che la gente non è soddisfatta di come è amministrato questo paese e di come vanno le cose in Italia da parecchi anni. Ovvio, vero? Eppure nessuno lo dice.
Dopo gli astensionisti il dato più rilevante è quello della Lega che avanza non solo nelle “regioni verdi” come Lombardia e Veneto, ma anche nelle “regioni rosse” i feudi del Pd, come Emilia Romagna e Toscana. Inoltre ha ora due presidenti di regione, in Piemonte e in Veneto.
Per il resto praticamente il nulla. Il Pd straperde, lo si diceva prima, l'Idv, ha una sostanziale tenuta in termini percentuali, ma non c'è stato quello sfondamento che molti si aspettavano e che dimostra che è un partito destinato a rimanere nella nicchia che si è scavato.
La sinistra, Rifondazione e Sinistra Ecologia, se si esclude il risultato della Puglia e la vittoria importante di Vendola, perde ancora e giace in come profondo, non riesce a iniziare quella rimonta, in cui molti speravano e auspicavano dopo la disfatta delle politiche.
Poi c'è il movimento cinque stelle di Grillo, che ottiene 400000 voti la prima volta che si presenta e raggiunge percentuali alte in regioni come l'Emilia o il Piemonte. Tuttavia mi pare sia ancora presto per questo movimento per gridare alla vittoria. Prima di affermarsi come forza politica nazionale occorrerebbero ulteriori conferme.
A questo punto, visto che gli unici veri vincitori sono gli astenuti e la Lega, sarebbe necessaria una riflessione sul perché la gente o non è andata a votare o ha votato Lega.
Prima di tutto un dato sugli astenuti. Le regioni in cui la percentuale di chi non si è recato alla urne è maggiore sono quelle che venivano da amministrazioni di centrosinistra, Lazio, Emilia, Toscana, Piemonte.
Mi pare chiaro che, visto anche il pessimo risultato dei partiti di centrosinistra, se è vero che ad essersi astenuti sono gli elettori di tutti gli schieramenti, è anche vero d'altra parte che quelli di sinistra sono la maggioranza.
Inoltre anche tra chi è andato a votare, basta sentire un po' cosa si dice in giro, lo ha fatto turandosi il naso, con la sola ragione di non far vincere la destra, quindi tutt'altro che per adesioni alla linea di quei partiti.
Dunque, la gente di sinistra non condivide le politiche e i programmi che esprime chi vorrebbe rappresentarli. Elementare, Watson.
Questa cosa non sembra ancora entrata in testa a certi professori e professoresse della minchiata televisiva che popolano i palinsesti. La Annunziata, ieri, ad Annozero, non voleva capacitarsi di come mai quelli di sinistra, che lei chiamava “moderati” non sono andati a votare il Pd.
Qualcuno glielo ha cercato di dire, ma lei niente, continuava a ripetere questa litania.
Nemmeno un servizio su un cantiere dove gli operai salivano sulla gru perché non erano pagati dai caporali è riuscito a far entrare nella testa dell'Annunziata l'idea che la sinistra non si occupa più dei temi sociali, e quindi perde. Il motivo per cui la gente avrebbe dovuto votare i caniddati di Bersani and CO. sarebbe la sospensione dei talksow. Ora voi ve lo immaginate l'operaio che torna dopo 12 ore di lavoro in fabbrica, magari rischiando il licenziamento o la cassa integrazione, con la bolletta da pagare e i figli da sfamare, che si preoccupa perché Annozero o Ballarò non vanno più in onda?
Io sinceramente no. Il problema suo non è il palinsesto rai, è il salario basso, il rischio di morire sul lavoro, la scuola dei figli, la luce e il gas troppo alti, l'affitto o il mutuo per la casa da pagare. Cosa gliene può fregare del palinsesto rai? Eppure questi giornalisti come la Annunziata o Gian Antonio Stella, che si lamentava dei costi e degli sprechi della politica nel libro “La casta” non sembrano ancora avere afferrato il concetto. Ieri, da Santoro, è stato rispolverata una categoria mitologica, creata dai politologi come Panebianco o Sartori che ci hanno ammorbato con le loro chiacchiere insulse sulla politica delle alleanze, e diffusa da giornalisti come Gian Paolo Pansa. Questa categoria è quella degli “elettori moderati”, o più semplicemente “i moderati”. Un concetto utilizzato anche nella pratica politica fin dai tempi del primo governo Prodi, con i risultati che conosciamo. Ebbene, secondo la profonda disamina di questi grandi analisti l'astensione sarebbe quella dei moderati, che si astengono non si capisce per quale motivo. Di partiti “moderati” se ne trovano in quantità eppure i maggiori rappresentanti di questa creatura mitologica che sono Pd e Udc hanno ottenuto risultati miserevoli.
Non c'è verso di far capire che non sono i moderati quelli che non vanno a votare. I moderati sono quelli soddisfatti della situazione attuale, dello stato di cose, quelli che non hanno problemi con il mutuo da pagare, “gli imprenditori onesti” tanto cari al Pd, e all'IdV, i liberi professionisti e i commercianti che con questo sistema evadono le tasse e infine i giornalisti come Stella e la Annunziata che guadagnano milioni di euro e i politologi come Sartori o Panebianco che fanno conferenze in tutto il mondo.
Quelli che non vanno a votare, invece, non sono i moderati, sono gli incazzati, e incazzati neri, quelli, per esempio, che salgono sui tetti, che occupano le aziende, che sequestrano i manager, tra la disapprovazione perbenista dei “moderati”, quelli che sono ignorati da tutti coloro che gridano alla “casta”, senza accorgersi che sono loro stessi a far parte di una casta. Costoro, non sanno nulla dei problemi della gente, perché non li vivono. La massima preoccupazione per questi signori è il processo Mills oppure la sospensione delle tribune politiche. Da ciò deriva la loro incapacità congenita a capire la situazione.
Cara Annunziata, bisogna dirtelo in arabo? Il centrosinistra perde perché nessuno dei suoi dirigenti va nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nessuno si preoccupa dei mali che li affliggono, nessuno fa niente contro la precarietà dei giovani o contro le basse pensioni degli anziani. Il centrosinistra perde perché può annoverare politici come Ichino che vuole abolire lo statuto dei lavoratori come Sacconi, gente come Calearo, che sfrutta i lavoratori nelle sue aziende, gente come Tiziano Treu, che ha introdotto per la prima volta in Italia, prima di Berlusconi, una legge che legalizza la precarietà e che vuole alzare l'età pensionabile come Brunetta.
Che diamine centrano i moderati? I moderati sono quelli che hanno fallito, sono quelli come te che in cinquant'anni non hanno ancora capito niente di come va l'Italia e il mondo, perché a quel mondo non appartengono, ma vivono nei salotti, nei talk show, o nelle redazioni dei quotidiani.
A causa di questa gente le persone non vanno a votare, o peggio, votano Lega, che ha una politica razzista, fascista e populista, però risponde alle esigenze della gente, offre una “protezione”, per quanto di stampo decisamente meschino, è vicina tutti i giorni e si occupa tutti i giorni delle vicende quotidiane dei comuni mortali, ignorando quelle degli illuminati difensori delle libertà di spettacolo. La Lega, ovviamente, fa il gioco dei padroni. Però intanto conosce anche il mondo popolare, perché lo vive tutti i giorni, e quindi sa anche come usarlo a proprio vantaggio.
Infine vorrei dire una cosa sul partito che fa capo a Grillo, a Travaglio, a Di Pietro e al cosiddetto “popolo viola”, quelli il cui problema più grande sono i finanziamenti ai partiti o ai giornali e che si dimenticano delle ingentissime spese militari.
Io non mi preoccuperei dell'Italia dei Valori, che esaurendosi nell'analisi al microscopio della fedina penale di Berlusconi, ha esaurito anche la propria capacità di espandersi.
Mi preoccupo invece e molto di questi capipopolo come Grillo e Travaglio, gente che non è di sinistra e non lo è mai stata, ed anzi è un serio ostacolo alla costruzione di qualsiasi vero partito di sinistra anticapitalista. Concentrano l'attenzione su cose di secondaria importanza, come la terza candidatura di Errani e si dimenticano, anche loro, perché anche loro appartengono alla “casta”, dei veri problemi. Vorrebbero introdurre un modello di società di destra, soltanto più efficiente. Vogliono gli Stati Uniti, vogliono Obama, vogliono il mercato il cui solo problema sarebbe di non essere abbastanza “libero”, vogliono la stessa società che vogliono anche i loro avversari, ma senza i mali che inevitabilmente la affliggono, insomma:
“...vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazione fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato [...] pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa si è fatto”.
Chi diceva queste cose si chiamava Karl Marx, quando Grillo ancora non esisteva. Ma adesso ci viene un comico a dire che destra e sinistra non esistono più e noi gli crediamo.