martedì 8 settembre 2009

Le radici del razzista


BRUXELLES - Come si direbbe in Italia: «Chi la fa l’aspetti». O meglio: «Il bue non chiami cornuto l’asino». Come si direbbe in Italia, si dice oggi in Olanda: dove il bue del proverbio, con rispetto parlando, sarebbe Geert Wilders; e l’asino, gli immigrati turchi o nordafricani. Perché Wilders, il deputato dal ciuffo giallissimo e dal l’occhio ceruleo finito sotto processo per incitamento alla discriminazione e al l’odio religioso, l’uomo che vince le elezioni gridando «No all’Eurarabia» o «l’Olanda agli olandesi», e invocando la cacciata di tutti gli im migrati musulmani «che non rispettano la nostra cultura», lo stesso che per le sue idee viene espulso dalla Gran Bretagna e che i nemici bef fardi chiamano «il più bianco dei bianchi», insomma proprio lui sarebbe in qualche modo «nero»: figlio e nipote di immigrati dall’Asia, pronipote di meticci dalla pelle scura, discen dente di musulmani.
In altre parole un «indo», come nella lingua di tutti i giorni molti olandesi chiamano que sti cittadini. Parentele neppure trop po lontane, poi: già la nonna materna di Wilders, Johanna Ording-Meijere, moglie di un colono olandese nelle ex-Indie Orientali (l’attuale Indonesia, il più grande paese a maggioranza musulmana nel mondo) avrebbe avuto, come si usa dire, sangue misto. Tutto questo ha rivelato un esperto di genealogia, ricostruendo l’«albero» dei Wilders, e ora lo conferma - con uno studio di sei pagine appena pubblicato sul settimanale dei Verdi di Amsterdam - un’antropologa culturale, Lizzy van Leeuwen, che ha svolto lunghe ricerche negli archivi nazionali e che aggiunge un pizzico velenosetto della sua scienza alla zuppa già piccante delle polemiche: an che il ciuffo quasi albino e clamorosa mente ritinto di Wilders, dice infatti la studiosa, si può spiegare con la vo lontà di nascondere certe radici, di fuggire da un passato familiare che Wilders avrebbe sempre nascosto o dimenticato, tant’è che non lo cita nel le sue biografie. E anche le sue idee sarebbero così radicali, proprio per il desiderio di chiudere certe pagine.
Secondo la ricostruzione fatta ora, Johann Ording, il nonno materno di Wilders, proveniva da un’antica fami glia ebrea della madrepatria e si era trapiantato nell’isola di Giava, in Indo nesia, come direttore dell’amministra zione finanziaria. Sua moglie, Johanna, era una di quelle bellezze euro-asiatiche che così spesso si incontravano nelle famiglie dei coloni: e aveva, ovviamente, dei parenti musulmani. Gli Ording erano benestanti, avevano una numerosa servitù. Ma in torno al 1930, Johann fu colpito da un dissesto finanziario, e mentre era in vacanza in Olanda scoprì di essere sta to licenziato. Seguirono periodi di cri si e di frustrazione, anche perché nel 1949 l’Indonesia divenne indipenden te e molti altri coloni rimpatriarono. Negli anni '70, con l’esplodere dell’immigrazione dal Nordafrica e dalla Turchia, crebbero le difficoltà per gli «indi », in un mercato del lavoro sempre più ristretto (molti di loro, ricordano gli storici locali, militavano nei partiti di estrema destra). E nacquero i primi attriti con gli «altri», i musulmani: an che questo sfondo avrebbe contribui to al germogliare delle idee di Wilders. Il quale, finora, non ha replicato alle ricostruzioni: lavora a preparare le prossime elezioni a L’Aja, distribuisce vignette satiriche su Maometto, ripete che «non ho nulla contro i musulmani come persone» e nel frattempo auspica che Romania e Bulgaria «lascino l’Unione Europea». Chissà se qualcuno sta già cercando un bisnonno romeno, in quello stesso albero genealogico.


Corriere della Sera, 07 settembre 2009


Ora non so voi, ma io farei un monumento a questa antropologa. Propongo che l'antropologa Lizzy van Leeuwen venga in Italia a condurre una ricerca su tutti i leghisti. Magari si scopre che Borghezio aveva un prozio arabo o che Calderoli discende da una famiglia calabrese.
Chi pensasse che si tratta di un semplice problema individuale si sbaglia di grosso; è l'espressione, invece, di un'intera società. Il razzista che grida di voler cacciare “lo straniero”, l'esponente di una cultura e di un'etnia diverse, in realtà si tinge i capelli per mascherare i caratteri di quell'etnia e rinnega i suoi antenati per cancellare ogni segno di quella cultura su di sé. È un processo tipico dello xenofobo. Nell'uomo Mosè e la religione monoteistica Sigmund Freud attacca il nazismo (proprio nel momento della sua ascesa) che parlava di razza ariana e identità tedesca e accusava gli ebrei di tutti i mali possibili. Gli ebrei sono stati un popolo tradizionalmente discriminato, anche prima del nazismo. Contro di loro veniva lanciata l'accusa pretestuosa di essere i carnefici di Cristo. Tanto è demenziale il razzismo che si fingeva di ignorare che Cristo stesso era ebreo e che il cristianesimo ha le sue origini nell'ebraismo. Il nazismo utilizzò questo vecchio pregiudizio (ma basta vedere anche la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica su questo punto fino a non molto tempo fa) per criminalizzare il popolo ebraico ed erigere la “razza ariana”, germanica e cristiana, a popolo eletto (tra l'altro condividendo proprio con l'ebraismo la credenza del “popolo eletto” appunto). Freud ridicolizzava proprio questa concezione, mostrando come in realtà ogni cultura, ogni società, non è mai un blocco granitico, un monolite uniforme e sempre uguale, ma un incontro e un insieme polimorfo di altre culture e altre società. La propria religione non esisterebbe senza l'apporto di altre religioni, anche quelle che vengono rifiutate.
Non solo, ma spesso capita che le culture che vengono respinte, sono proprio quelle che compongono la nostra. Mosè in realtà era egizio. La religione ebraica ha molte affinità con quella egizia. Proprio in coloro che sono accusati dagli ebrei per il loro culto “demoniaco” e da cui essi vogliono liberarsi, risiede l'origine del “popolo eletto”.
Era un'accusa potente, e neanche troppo velata, contro i nazisti. Proprio con le società che si vogliono cacciare o eliminare si condividono caratteri culturali fondamentali. Respingere le altre culture, quindi, significa rinnegare noi stessi, perché noi non siamo che il risultato di un processo di ibridazione e di mescolamento delle razze, delle culture e delle religioni. Siamo tutti meticci, potremmo dire.
Se volessimo dare una spiegazione psicologica al fenomeno che stiamo vivendo e di cui quel politico olandese è l'espressione lampante potremmo dire che il razzista proietta se stesso e la parte di sé che non riesce a controllare e di cui ha paura, su qualcun'altro, illudendosi così di poterla controllare meglio. Egli ha una personalità scissa e questa scissione lo porta a distruggere gli altri e se stesso.
Da un punto di vista antropologico cancellare le altre culture significa cancellare la nostra, poiché questa si è formata, e continua a formarsi e a vivere, solo in rapporto con le altre. Anche se questo rapporto fosse meramente conflittuale, finiremmo comunque per subire l'influenza del “nemico”, anche se in modo negativo. L'eliminazione del “nemico” non significa la nostra vittoria, ma il nostro suicidio.
Insomma, il razzismo rivela un rapporto insano con le proprie origini, i propri antenati e infine con se stessi. Rivela che c'è una parte di noi che non conosciamo e che vogliamo rinnegare e per questo la attribuiamo a qualcun'altro dicendo che non ci appartiene. Come è il caso di Wilders che si tinge i capelli o che rimuove la sua discendenza meticcia e islamica.
C'è chi parla di “radici cristiane” dell'Occidente. Ma l'Occidente possiede radici non solo cirstiane e giudaiche, ma anche islamiche, pagane, orfico-orientali, arabe, mistiche, animiste, deiste, atee, agnostiche e quant'altro.
Proprio coloro che parlano di “difesa della nostra identità” in realtà sono quelli che l'identità rischiano di distruggerla, perché in realtà non la conoscono e non la conoscono perché ne hanno paura, perché temono che riveli qualcosa di loro stessi che non vorrebbero scoprire.

domenica 6 settembre 2009

Imparare la democrazia


Vorrei segnalarvi questo blog, Scuola di Democrazia Diretta che propone di aprire un dibattito culturale sulla democrazia a cui tutti possono partecipare. Ha una struttura orizzontale, nel senso che ognuno ha pari dignità nell'esprimere le proprie idee. Secondo le parole dell'autore "Ogni mio blog è una sorta di scuola senza maestri e senza allievi, dove tutti insegnano e apprendono al tempo stesso, ciascuno secondo le proprie conoscenze e la propria sensibilità". Insomma un laboratorio a cui tutti possono prendere parte, come scrittori o anche semplici visitatori.
Posso garantire personalmente poi sull'affidabilità dell'amministratore che è persona aperta e culturalmente preparata.

Non mancate!

giovedì 3 settembre 2009

La sinistra che fa la sinistra


Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est). La Linke nelle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno riguardato tre dei 16 lander tedeschi, ha visto una crescita esponenziale dei suoi consensi raggiungendo il 19,5% dei voti. Ora si apre uno scenario dove ogni maggioranza di governo potrebbe essere possibile.
Uno spettro si aggira per l'Europa, questa volta il fantasma ha le fattezze duplici di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine i leader della Linke, la formazione della cosiddetta “sinistra radicale” tedesca nata dall'unione dei transfughi dell'Spd riformista e dagli eredi della Sed (il partito comunista della Gemania est).

Domenica scorsa infatti si è votato in Germania per le elezioni regionali in tre dei sedici Stati della Repubblica federale (Sassonia e Turingia all'Est, Saarland all'ovest) e per le comunali nel Nordreno-Westfalia. I risultati hanno visto un forte calo della Cdu, il Partito cristiano democratico del cancelliere Angela Merkel che perde in Sassonia, Turingia e nella Saar, una sostanziale tenuta dell'Spd e appunto una spettacolare affermazione della Linke che ha raggiunto il 19,5% dei consensi.

Ma al di là del dato numerico, è quello politico ad assumere più valore, dopo 20 anni dalla caduta del muro potrebbe essere possibile anche a livello federale una maggioranza di governo che comprende una formazione composta da comunisti, la Linke infatti è stata definitivamente sdoganata e una sua alleanza con i socialdemocratici non appare impossibile soprattutto se la Merkel non riuscirà a mettere in campo un accordo con i Liberali che finora non ha portato grossi vantaggi.

Tutti gli scenari, a causa dell'alto grado di indecisione degli elettori rilevato da tutti i sondaggi, quindi diventano sorprendentemente possibili per le prossime elezioni politiche: maggioranza giallo-nera (liberali e Cdu), una riedizione della Grosse Koalition tra la Merkel e l'Spd oppure un governo di sinistra con social democratici, verdi e Linke.

In quest'ultimo caso l'instabilità potrebbe essere la caratteristica principale vista la differenza tra i partiti su alcuni temi fondamentali come Ue, Nato, Afghanistan, Iran, politica economica. Ma l'affermazione della Linke ha assunto un significato particolare che potrebbe travalicare le tradizionali differenze di schieramento, la prova è data dal fatto che la sinistra è cresciuta esponenzialmente, non solo nelle tradizionali roccaforti dove risiedono i ceti sociali più poveri, ma soprattutto in due regioni come la Turingia e la Sassonia che dopo la riunificazione sono tornati i più ricchi, con una diffusa industria esportatrice ad alta tecnologia, e dove ceti medi e classe operaia ben pagata sono fasce significative della società.

AMI, 1 Settembre 2009



Tutti coloro che avevano detto che il socialismo è morto, devono ricredersi. La risposta è arrivata dalla Germania. La Linke, il partito della sinistra tedesca, quella non preceduta dalla parola “centro” né seguita dall'aggettivo “moderata”, era fino a poco tempo fa, dato in via d'estinzione. Eppure, in pochi anni, è passata da circa il 3% ad oltre il 20 % in diversi Lander.
Come si spiega questa clamorosa vittoria? Il risultato dev'essere contestualizzato in quella che è la realtà politica e sociale della Germania e dell'Europa.
Innanzitutto bisogna considerare la crisi economica mondiale, che non ha risparmiato la Germania, colpendo le classi più deboli.
In secondo luogo, non va dimenticata la complessa situazione politica tedesca, in cui c'è un governo formato da una coalizione tra centrodestra e centrosinistra, cioè socialdemocratici e cristiano-democratici. Come tutte le “grandi coalizioni” ha suscitato forte delusione presso tutti gli elettori, sia quelli di sinistra che quelli di destra. E lo conferma il dato delle elezioni regionali che hanno segnato un netto calo della Cdu della Merkel e una tenuta della Spd che però aveva già perso in precedenza.
La Linke invece è stata premita da un'opposizione intransigente che ha evitato qualsiasi genere di collusione, sia per propria volontà sia perché tradizionalmente marginalizzata dalle altre forze politiche.
Infine, è importante la particolarità della società tedesca, avanzata e industrializzata, ma pur sempre con forti differenze, soprattutto tra Est e Ovest. A queste diseguaglianze i governi che si sono succeduti, tanto quelli di Spd e Verdi, quanto i conservatori di Cdu e liberali non hanno saputo dare valide risposte.
In questo contesto l'opposizione della Linke è apparsa molto efficace, con lotte al fianco dei lavoratori e delle classi più deboli e con una politica di tutela sociale e di redistribuzione del reddito.
Sconfitti sono stati non solo i partiti di governo, ma anche i presupposti politici sui quali essi hanno fatto affidamento. L'idea, cioè, che si potesse governare convergendo verso il centro dell'elettorato e tendendo fuori le “ali”.
È questa una concezione assai diffusa, quella che per vincere le elezioni si debba costruire un profilo moderato, che non scontenti gli elettori di centro, perché sarebbero questi a fare da “ago della bilancia”. In realtà questa teoria, trascura importanti fattori. Innanzitutto l'astensionismo. Se un partito decide di spostarsi verso il centro, trascurando i propri elettori, per guadagnare consensi tra quelli che prima non lo votavano, è incerto se riesca in questa impresa, ma sicuramente, una parte del proprio elettorato tradizionale andrà disperso, o perché questo voterà altri partiti, o perché non andrà a votare. Difatto questa politica, quindi, si traduce in una perdita di voti. È tutto da dimostrare, poi, che elettori tradizionalmente estranei a quel dato partito decidano di votarlo, e in misura massiccia, solo perché questo ha deciso di “andargli incontro”. È invece assai probabile che gli elettori rimangano disorientati di fronti a questo “tradimento” delle radici, fossero anche quelli degli avversari. Una certa diffidenza, rimane comunque. Può darsi che alla lunga questa differenza sia superata, ma, alla lunga, rischia anche di essere un disastro, perché gli elettori più affezionati, lo “zoccolo duro” del partito, finiscono anch'essi per cambiare le proprie abitudini e non votare più il proprio partito. In Italia ne abbiamo avuto l'esempio clamoroso. Sulla base di questo assunto, di un partito moderato non più “ideologico” è nato il Partito Democratico. Ma i consensi, tutt'oggi, non sono mai arrivati, ed anzi è arrivata una solenne bocciatura da parte degli elettori. È chiaro che in Italia il problema per le forze progressiste sia l'astensionismo degli elettori di sinistra. Dall'altra parte invece, si è vista una destra tutt'altro che timorosa delle proprie idee e che continua ad avere successo, anche nelle sue componenti più radicali, come dimostra il caso della Lega.
Insomma la realtà italiana, da sola, basterebbe a smentire il luogo comune politologico che è stato tanto di moda fino ad oggi. Si potrebbero però citare casi come quello inglese, dove sembra avvenuto il contrario. In Gran Bretagna i laburisti, che da decenni non andavano al governo, hanno conquistato la vittoria e sono rimasti per molti anni al potere dopo un “rinnovamento” del partito, l'abbandono di alcuni principi cardine della propria tradizione e l'apertura al libero mercato. Tuttavia questa sarebbe una lettura parziale. Non si può analizzare la parabola del “New Labour” degli anni '90 senza confrontarla con quella dei loro avversari conservatori. Infatti la sinistra inglese è stata favorita dal governo eterno dei conservatori, dalla fine di un ciclo politico e dalla stanchezza dell'elettorato non più soddisfatto nei confronti delle loro politiche. Dopo decenni di governi conservatori, è facile immaginare che prima o poi sarebbe giunto il momento di un cambio. Tuttavia i laburisti hanno sostanzialmente proseguito nelle politiche liberistiche dei loro avversari, tranne per qualche leggera differenza. Così oggi dobbiamo constatare la loro disfatta. Un premier, Tony Blair, che abbandona l'incarico anzitempo e un altro, Gordon Brown, che sembra destinato alla ineluttabile sconfitta.
Se fosse vera la teoria “centrista” dovremmo avere a quest'ora tutti governi centristi stabilmente al potere. Eppure avviene il contrario. Negli Usa dopo otto anni di governo Bush, quindi tutt'altro che moderato, è succeduto un afro-americano con un programma assai più “audace” (considerando la situazione “bloccata” politica americana) di quello dei suoi predecessori. In Italia il governo Prodi, con la sua estrema cautela politica, è durato appena un paio d'anni, succeduto da un governo di destra assai meno scrupoloso nel “moderare” la propria tendenza politica, con una salda maggioranza. Del caso della Germania abbiamo già parlato. Merita menzione la Francia dove il rinnovo, pomosso nel campo socialista da Segolen Royal è fallito clamorosamente e il partito sembra voler tornare “alle origini” della Aubry (colei che propose le 35 ore). L'unica volta che i socialisti sono stati al governo è stato con un programma decisamente più radicale, che prevedeva l'abbassamento dell'orario di lavoro e la nazionalizzazione dell'energia. Dall'altra parte abbiamo la destra di Sarkozy che rompe l'alleanza col centro e che assume un profilo decisamente più netto di quello di Chirac.
Insomma, tutti i profeti che hanno gridato ai quattro venti che “le elezioni si vincono al centro”, a cominciare dall'eminente Giovanni Sartori, dove sono stati ascoltati col cappello in mano dai politici, hanno portato al fallimento la sinistra, mai la destra che invece non li ha mai ascoltati.
Anche perché è assai discutibile ciò che si intende con “moderato”. La politica di privatizzazione selvaggia attuata in Italia sia dal centrodestra che dal centrosinistra non mi pare sia proprio moderata. Sicuramente non è di sinistra. A nessun grande politologo è venuto mai in mente che forse è proprio questa la ragione per cui la sinistra perde? Semplicemente perché ha smesso di fare la sinistra?

mercoledì 2 settembre 2009

L'Italia oggi

Vorrei proporvi questo video che ho fatto montando delle immagini che credo rispecchino la realtà italiana su una canzone di qualche anno fa ma ancora attualissima.

Buona visione.


martedì 1 settembre 2009

Criminali di Stato


ROMA
Nel giorno della visita a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, il governo italiano decide un nuovo respingimento in Libia: 75 migranti, tra loro 15 donne e 3 minori, intercettati stamattina a circa 24 miglia a sud di Capo Passero - in un’area al limite della competenza italiana per quanto riguarda il soccorso in mare - sono stati trasbordati su un pattugliatore d’altura della Guardia di finanza per essere condotti nel paese nordafricano.

Da poco atterrato a Tripoli, il premier dice di non essere al corrente dell’accaduto, ma spiega: se vogliamo procedere ad una politica di vera integrazione dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque. Arriva a stretto giro la replica Pd. Berlusconi -dice Dario Franceschini- oltre a guardare le Frecce farebbe bene a vedere cosa succede in Libia nei campi in cui si accolgono gli immigrati. «Ancora una volta -aggiunge Felice Belisario (Idv)- il premier è forte con i deboli e debole con i forti. I respingimenti preoccupano l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, invece di arginare il fenomeno dell’immigrazione si penalizzano i richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto a ottenere protezione.

La Stampa, 30 agosto 2009


Bisogna dirlo chiaramente senza troppi giri di parole. A capo del nostro governo ci sono dei criminali veri e propri, degli assassini, dei macellai che barattano la vita delle persone per fare affari e guadagnare qualche voto in più dagli ignoranti chi li hanno eletti.
Lasciamo perdere il solito anatema qualunquista “governo ladro”, questo non è solo un governo ladro, è un governo assassino.
Come si potrebbe definire altrimenti chi respinge dei disperati venuti per terra e per mare, attraverso trabiccoli galleggianti sovraffollati di gente affamata e terrorizzata per condannarli a una sorte senza scampo? Il Delinquente del Consiglio a capo di una coalizione di affaristi, fascisti e criminali della peggior specie, unisce tutta la bestialità di cui è capace con un'ipocrisia filistea. Finge di ignorare il fatto che i “clandestini”, che altro non sono che esseri umani nascosti dietro le cifre che il Ministero degli Internamenti snocciola con macabra freddezza, una volta respinti andranno a popolare le carceri libiche dove saranno pestati dalle guardie, torturati e maltrattati, quando non abbandonati nel deserto libico a morire di fame e di sete. Come si può definire chi è complice di azioni simili? È forse eccessivo paragonare una simile deportazione e un simile massacro all'olocausto ebreo della Seconda Guerra Mondiale? Non si dica che loro “non sanno”, patetica scusa accampata da tutti i criminali nazisti. Se i giornalisti sono in grado di conoscere il destino di migliaia di profughi che cercano disperatamente di entrare in Italia per fuggire alla guerra, alle persecuzioni o alla fame, a fortiori è in grado di venirne a conoscenza un governo che dispone di un apparato di servizi segreti. Ma non conviene agli imprenditori della morte mostrare gli scheletri nell'armadio di un regime tirannico. Con la Libia vige un accordo che permette ai sicari al potere di provvedere grandi appalti all'industria nazionale e oliare la macchina della propaganda razzista e fascista che si vanta dei respingimenti come di una grande risultato della biopolitica, anzi della “tanatopolitica”.
Il governo sa e quasi lo ammette esplicitamente quando Roberto “Zanna Verde” Maroni (il “moderato” della Lega, lo stesso che morse un poliziotto e che disse che con i clandestini bisogna essere “cattivi”) risponde a chi lo accusa di violare i diritti umani con la riduzione del numero di sbarchi. Come dire: se questi sono i risultati, ben venga anche violare i diritti umani, negare il diritto di asilo, mandare a morte nelle carceri libiche migliaia di disperati colpevoli solo della loro condizione. In cambio, in un perfetto mercato di bieca propaganda di regime, la Banda Berlusconi che governa l'Italia manda all'anniversario del governo fascista di Gheddafi le frecce tricolore. Cioè manda il fior fiore della nostra aviazione a festeggiare l'inizio di una dittatura, a spese ovviamente del contribuente. Come se durante il Ventennio la Gran Bretagna avesse mandato la RAF in Italia per celebrare la marcia su Roma.
Finiamola anche con la favola, sentita ripetere dalle canaglie leghiste, che “bisogna aiutarli a casa loro”. Se ogni immigrato dovesse aspettare gli aiuti del governo italiano farebbe in tempo a morire, assieme ai suoi figli, ai suoi nipoti e a tutta la sua stirpe. Per non smentirsi gli aiuti alla Cooperazione e allo sviluppo sono stati, ancora una volta, tagliati. Come “Aspettando Godot” questi aiuti “a casa loro” si aspettano sempre ma non arriveranno mai.
Ma poi è un ragionamento da testa di Cota: se un clandestino bussa alla porta di casa mia per chiedermi due spiccioli, io glieli do, non dico “non te li posso dare perché bisogna aiutarti a casa tua” bell'aiuto! Che bontà! Ci sono migliaia di esseri umani che lottano sul filo del rasoio, spesso tra la vita e la morte e certo non possono aspettare che venga varata la prossima finanziaria, ammesso, per pura fantasia, che venga fatto qualcosa. Per loro bisogna agire subito, adesso, senza perdere tempo perché ogni giorno in più può costare la vita ad altri.
Ma non si spreca nemmeno lo humor nero che possiedono Popolo delle Impunità e la Lega dei Fasci. Infatti vorrebbero anche praticare la cristiana virtù del perdono con la sanatoria (quasi fosse un condono edilizio, come se si stesse parlando di cose e non di persone) per regolarizzare colf e badanti. A parte il fatto che è un provvedimento fortemente classista, che andrà a vantaggio dei soliti ricchi che possono permettersi di pagare 500 euro solo per regolarizzare la propria cameriera. Ma ne emerge tutto il bieco cinismo spacciato per umanitarsimo. Gli stranieri vanno bene solo quando servono ai nostri scopi. Se si tratta di pulire le nostre case o il culo dei nostri anziani affetti da Alzehimer, allora gli stranieri vanno bene. Salvo poi rimandarli nella tana del lupo quando fa comodo. Certo questo atteggiamento riflette quello di molti italiani, cinici, ipocriti, rozzi e ignoranti, che considerano le persone di un altro paese niente più che dei servi.
E allora “bisogna rispedirli a casa loro” (perché essendo dei pacchi postali li si spedisce) ma non la colf che mi pulisce la casa. Questo è il modo di pensare del leghista tipo (e non solo).
Quindi smettiamola con questo falso fairplay che molti dell'opposizione sperano di portare avanti. Quei beceri palloni gonfiati ignoranti della Lega non si fanno certo problemi a definire i gay “froci”, i meridionali “terroni” e quelli che hanno la pelle un po' più scura della loro “negri”. E allora perché dovrei pormi io il problema di chiamare loro teste di cazzo? “Quanno ce vo', ce vo'” dicono a Roma ladrona. Tra l'altro è la pura verità. Anche se li chiamassi teste di organo sessuale maschile o teste di augello, il concetto sarebbe sempre lo stesso. Come del resto non c'è da censurarsi nel definire assassino un capo di governo che firma un accordo per avere appalti sulla pelle di esseri umani.
Per cui finiamola con questo timore reverenziale dell'opposizione, con la panzana veltroniana che se ti azzardi a dire troppo male dell'avversario, anzi del nemico (perché gli assassini e i razzisti sono miei nemici, non “avversari politici”) perdi le elezioni. I fatti dimostrano il contrario. Non mi pare che Berlusconi sia stato molto tenero con i suoi oppositori. E allora perché non ha perso?
Quindi diciamolo chiaramente: Berlusconi è un affarista e un criminale, Maroni un fascista manganellatore, Calderoli un porco che fa vergogna ai porci, Bossi un ignorante, Gentilini un nazista.
Se volete contribuire anche voi alla ricerca della migliore definizione per questa gente, fatevi avanti.